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Autore: Angelika_Morgenstern    27/04/2021    1 recensioni
Zeno è uno scrittore tradito e abbandonato dalla moglie, alla quale pensa giorno e notte, sprofondato in un modus vivendi che lo porta ad aspettare la morte lontano da tutti, anche dalla sua amata macchina da scrivere.
Finché il mare rigetta quello che sembra il cadavere di una donna.
Quanto ciò influenzerà la sua vita?
Genere: Drammatico, Malinconico, Song-fic | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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- Notte a sorpresa -

Anche quella notte il mare aveva divorato e rigettato parte della spiaggia, e Zeno aveva scelto di godersi un po’ dell’aria salmastra mattutina, godendosi una sigaretta in perfetta solitudine.
Scrutava l’orizzonte, puntando una nave da crociera che sicuramente si stava dirigendo al porto di Genova, esattamente come tante altre sue colleghe prima di lei ogni santa mattina.
Il ricordo della visita nella città con sua moglie poco prima della sua fuga gli lacerò il cuore ed una lacrima fece capolino dalla palpebra inferiore.
Non si curò di asciugarla, ma tirò fuori dalla tasca un taccuino sgualcito, sul quale scrisse:
un uomo che piange è un uomo che non ha paura.
Cacciò l’oggetto nella tasca posteriore del jeans troppo largo e trasse un malinconico sospiro mentre scrutava ancora l’orizzonte, come se aspettasse qualcuno o qualcosa: il sole sarebbe sorto a breve e la sua uscita mattutina sarebbe terminata.
E neanche stavolta abbiamo dormito.
La perdita del sonno lo tormentava: una volta la notte gli piaceva, era il suo rifugio, il momento perfetto per sfogare la sua creatività.
Ricordava perfettamente ore e ore di buio passate seduto sull’uscio di casa, il lampioncino posto sul muro ad aiutargli la vista, il rumore della risacca come unica compagnia mentre sua moglie dormiva placidamente nella loro eterea camera da letto.
Aveva pestato con delicatezza su quei tasti, cercando di non svegliare la donna, ma a quel punto della sua vita sembrava che tutta la gentilezza e la cura dedicatele fossero state mal riposte.
Aveva concluso che non c’era motivo di essere gentili.
Aveva concluso di essere stato uno stupido.
Quando rientrò in casa e si chiuse la porta alle spalle, lo sguardo vagò tristemente sulla macchina da scrivere, come tutti i giorni.
Ma stavolta fu diverso: gli tornò in mente la ragazza, quella figurina che era stata l’unica a degnare di uno sguardo l’oggetto che al meglio lo rappresentava, come se avesse capito quanto fosse importante per lui.
Forse era solo curiosa.
In fondo era una vecchia macchina da scrivere. Ormai la gente usava cose più moderne, come un personal computer, o addirittura uno smartphone.
Magari viene da un posto dove di queste diavolerie ce n’è più che a sufficienza.
Chissà da dov’era venuta.
 
Non mangiò quel giorno.
Rimase seduto sull’uscio di casa, poggiato allo stipite mentre guardava il mare in burrasca, il naso in aria e il vento che gli carezzava il viso.
— La malinconia è una brutta bestia.
Il signor Nino, spuntato da chissà dove, gli si era affiancato senza che neanche se ne accorgesse.
Zeno si limitò a sospirare, senza nemmeno guardarlo — Già.
— Non va più al giornale?
Il giovane uomo scosse il capo — A far che?
— A guadagnare il pane. Come tutti.
— Ma se non mangio nemmeno. – puntualizzò quello, lasciandosi sfuggire una lieve risatina.
Il signor Nino sospirò — Non si faccia prendere dall’angoscia.
— Non ci torno a lavoro. L’ho mollato.
L’anziano inspirò forte — Dottore, io non posso dirle niente.
— Allora non lo faccia. Vada via e mi lasci solo.
— Questo non posso permetterlo, mi dispiace.
L’ostinazione dell’uomo fece sbuffare il più giovane, che si voltò per dargli le spalle, sperando invano di toglierselo di torno.
— Signor Nino, per favore…
— Oggi non starà solo, Dottore. Non posso vedere un giovanotto come lei rovinarsi in questo modo, su. Sta prendendo una strada molto brutta.
Il giovane dovette arrendersi, abbassando lo sguardo.
Forse non gli avrebbe fatto male parlare del suo dolore. Il signor Nino, contrariamente a tutti gli altri, sembrava una persona di sani principi.
Il suo aspetto gioviale gli trasmetteva tranquillità, quella che lui aveva perso da tempo.
Si incurvò sotto alla sua mesta consapevolezza di essere diventato un essere apatico, di aver perso la sua personalità a causa di una donna: quanto amava davvero la scrittura?
La sua passione non sarebbe dovuta venir fuori più prorompente che mai in momenti come questi?
— Non riesco più a scrivere. – disse di getto, la voce lieve come un fiocco di neve che rotea fino a terra.
— Sono cose che capitano a tutti. – rispose il signor Nino, stupendolo.
— …a tutti?
L’uomo più anziano annuì — Lei pensa forse di essere l’unico ad avere delle delusioni? Se lo faccia dire: è un illuso, Dottore.
Fu proprio quando la curiosità di Zeno venne stimolata che il signor Nino guardò l’orologio, sollevando le sopracciglia per lo stupore — Eh, è tardi. – sentenziò, guardando poi verso l’entroterra – Bisogna che io rientri, altrimenti non si mangia.
Il più giovane annuì, deluso.
Salutò mestamente il signor Nino, rientrando in casa con una sensazione nuova addosso.
…è dispiacere questo?
 
Fu il rumore della risacca a far sì che si destasse dal suo sonno, giunto inaspettatamente al culmine della malinconia.
Ne fu sorpreso: non si era mai addormentato sull’uscio di casa, sebbene la vista del mare al tramonto fosse una delle cose più belle che avesse mai avuto modo di ammirare in tutta la sua vita.
Esclusa sua moglie.
Lei è come un quadrifoglio in un’immensa valle di steli d’erba, qualsiasi cosa toccasse sembrava utilizzare la grazia delle farfalle. Gli abiti sembravano essere stati cuciti addosso alla sua angelica figura, la sua pelle morbida era…
Il filo dei suoi pensieri di spezzò, interrotto dallo stridere dei gabbiani che gli fecero provare un’invidia ormai molto familiare.
Se solo avessi anch’io le ali, andrei sub…
— Ancora qui, sei?
La calata meridionale di Calogero lo raggiunse, tanto che Zeno nemmeno dovette voltarsi per riconoscerlo, annuendo — Mi sono addormentato.
— Male, uagnòne. Male, male.
L’uomo fece spallucce e, resosi conto che non si sarebbe scrollato di dosso il carabiniere, ebbe a chiedere — Casa tua non sta dall’altra parte?
— Cé uè? ‘N gasa ci vado quando m’aggrada.
— E dov’è che te ne vai, allora? – stavolta il giovane lo guardava, deciso a capire cos’avesse fatto cambiare abitudine alla guardia, che di solito al tramonto smontava, faceva due passi sulla spiaggia fin casa sua, dove si chiudeva ad ascoltare canzoni melodiche che gli ricordavano la sua terra lasciata certamente non per scelta.
Na fèmmene, na pàbbere e nu puèrche fàscene reveldà nu paìse.
Non volendo approfondire il solito detto pugliese che Calogero tirava fuori quando voleva sviare delle domande, Zeno tornò con lo sguardo sul mare per poi essere scosso da un brivido di freddo.
L’umidità della sera iniziava a fare presa sulla sua pelle e la sabbia sotto di lui non lo aiutava certamente.
— Vado da Anna. La guagliona è rimasta da lei e siamo tutti lì.
Il giovane si batté le mani sulle gambe per pulirsi, facendo per rientrare — Bene. Vado a mangiare.
Si chiuse la porta alle spalle dopo aver salutato il carabiniere con un cenno della mano, percorrendo il breve spazio che lo separava dalla cucina ancora sporca della sera prima.
Abbassò le spalle sotto una forza invisibile che lo costrinse a guardare il solitario piatto incrostato di sugo abbandonato nel lavello, perfetta metafora della sua vita: usato e gettato via, lasciato solo senza compagnia.
Qualcosa lo trascinò fuori dall’immagine vittimistica di se stesso, riportandolo nella realtà.
…musica?
Qualcuno aveva deciso di suonare un qualche motivo allegro che strideva con il suo mood malinconico, il che lo turbò profondamente.
Come osavano quei superficiali fare in modo che la loro gioia di vivere turbasse il suo dolore?
Lui che faceva di tutto per tenerselo per sé, adesso doveva anche cibarsi l’ostentazione della felicità altrui. Inaudito!
Fu questa indignazione che rese possibile il movimento delle sue membra, le quali decisero di prendere una direzione tirando fuori di casa quella mente devastata e portandola a seguire la musica infernale che disturbava il suo grigiore quotidiano.
Fino ad arrivare di fronte alla locanda di Anna, un piccolo locale con le mura scrostate dalla salsedine, che una volta dovevano essere state color sabbia. La microscopica porticina in legno verde dalla volta a botte era socchiusa, quasi come se lo invitasse a entrare e prendere parte a quelli che sembravano dei festeggiamenti.
Zeno sentì forte la curiosità cercare di prendersi lo spazio necessario nella sua testa al fine di mettere in secondo piano la malinconia che guidava la sua vita da qualche anno, ma cercò di resistergli turbato dalle sue stesse emozioni, impaurito dalla loro portata.
…solo una volta. Che male c’è?
Vinto dall’istinto, toccò con la punta delle dita la porta al fine da ricavarne lo spazio necessario per infilare il naso e osservare appena la scena.
L’intero paesino sembrava aver trovato rifugio nella locanda, che appariva con un aspetto diverso dal solito, più caldo e accogliente, meno trasandato.
C’erano sempre le stesse decorazioni appese alle pareti: reti da pesca, salvagenti di soccorso, foto di pescherecci in mare, il tutto su mura impiallacciate da finto legno che regalavano un po’ di calore agli avventori durante le notti in cui il vento spazzava la spiaggia.
Lui stesso ne aveva approfittato, alloggiando in una delle stanze sovrastanti il locale non appena era arrivato piede nel paese.
Infilò ancor più la testa, venendo così scorto da Martino, che stava battendo le mani al ritmo della chitarra classica di Lorenzo e che smise solo per indicarlo — Oh, c’è Zeno!
— Dottore! – lo chiamò Calogero, invitandolo a scendere con la mano.
Vistosi scoperto, il giovane dovette raccogliere il richiamo e dirigersi verso il gruppetto, scendendo le scale ripide che conducevano verso quella che doveva essere stata in passato una cantina dove veniva conservato il vino.
In estate ci si stava davvero bene, riparandosi dal sole e godendosi il fresco, ma d’inverno…
— Alla fine siete venuto. – osservò il signor Nino quando gli si avvicinò.
Annuì e si guardò attorno un po’ a disagio. Una parte di lui voleva scappare, chiudersi in casa e togliersi di dosso quella tensione che l’esporsi agli altri gli causava, l’altra voleva restare, sfidando la paura.
Infine fu questa a vincere.
Anna si avvicinò sorridente, il petto prorompente chiuso a fatica nella camicia, aiutata dal grembiule agganciato al collo gonfio, che suggeriva un’attuale problema con la tiroide.
In mano un bicchiere di vino rosso — Tieni che sei smunto. Tu non mangi e non bevi, hai la pelle tutta grinza, guarda che roba!
Zeno fece per scuotere il capo, ma il signor Nino diede manforte alla locandiera, raccogliendo il bicchiere e porgendoglielo — Beva e non faccia storie.
— Io…
— Questa sera sua moglie non esiste, guardi cosa le dico. – il tono era perentorio – Lei si godrà la musica e la gente, non permetterà a quella testa lunga di rovinare l’unica sera che passa fuori casa.
Il giovane sospirò, guardando il vino scuro, lucido e invitante. Portò il bicchiere alle labbra, bagnandole appena poiché Pietro il pescatore lo urtò, facendogli finire il liquido vermiglio sull’abito sgualcito.
Non si preoccupò molto della macchia, resosi conto del fatto che era uscito con gli abiti che indossava da qualche giorno, cosa che sicuramente tutti avevano già notato.
Alzò intimorito lo sguardo per controllare che nessuno lo avesse additato ridendo della sua sfortuna, e si ritrovò ad incontrare gli occhi della naufraga.
Limpidi, luminosi, ridenti.
Non riuscì a voltarsi, rimanendo a fissarla rapito dalla luce che emanava, ricambiato da lei che sorrise timidamente finché non venne distratta dalla Anna che la portò via con sé, sicuramente per alimentare il suo spirito pettegolo.
La ragazza regalò l’ultimo sorriso a Zeno, che si rese conto solo quando la vide di spalle che stava indossano abiti troppo grandi, ripresi sulla schiena da mollette per il bucato.
Sorrise a se stesso: erano sicuramente della locandiera, le cui fattezze ricordavano quelle delle donne rinascimentali. Quella ragazza era troppo magra rispetto alla padrona del locale.
Anche se sembra avere la stessa taglia di lei.
Il pensiero della donna che l’aveva abbandonato si affacciò di nuovo prepotente nella sua mente, riportando gli occhi ad abbassarsi per sprofondare nella tristezza.
— Su, su, non faccia questa faccia. È solo una macchia.
Il signor Nino lo riportò alla realtà, e mai Zeno fu così felice che qualcuno si fosse intromesso nei suoi pensieri, il che lo stupì: solitamente odiava che il percorso della sua mente venisse interrotto.
Annuì.
— Ditemi, cosa vi ha smosso? Non uscite di casa da tempo. – domandò il pasciuto uomo, portando il vino alla bocca per sorseggiarlo con la calma che già solo la sua postura trasmetteva.
— Il rumore. Ero venuto per chiedervi di smettere, ma Martino mi ha scorto.
— Quel ragazzo ha gli occhi di un falco. Come si sarebbe accorto del tradimento, altrimenti?
Solo in quella Zeno si rese conto di avere qualcosa in comune col biondo cornuto del paese.
Il suo bell’aspetto non era bastato a tenere con sé la moglie, una giovane tutta casa e chiesa che lui adorava ma che l’aveva tradito col parroco, il quale era poi fuggito all’estero per la vergogna.
Sollevò le sopracciglia al pensiero.
Con un parroco.
— Vuole della farinata? Anna stasera ha dato il meglio di sé. – propose il signor Nino, indicando un tavolino in un angolo al cui centro vi era un piatto da portata di carta.
Faceva bella mostra di sé una piramide di fette rettangolari, morbide e dallo spessore di circa cinque millimetri, farcite con varie cibarie che andavano dai salumi ai formaggi.
Il pacioso cinquantenne allungò una mano per afferrarne una fetta recante sulla sommità quello che sembrava dello stracchino, per poi aiutarsi subito con l’altra mano.
L’addentò senza ricevere risposta da Zeno, che la guardò, trovandola appetitosa.
Da quanto non ne mangiava? Spesso sua moglie gliene preparava per le calde giornate passate al mare, anche la sera prima della sua fuga, tanto che l’uomo ormai l’abbinava al suo dolore.
Aveva evitato di cibarsene per anni, ma vedere il piacere che provocava al signor Nino smosse in lui una sorta di orgoglio ferito, la voglia di rivendicare qualcosa di proprio, tanto che lo imitò, afferrandone una fetta e portandola alla bocca con foga.
Mentre mandava giù il terzo boccone, un guizzo chiaro occupò la sua visione periferica, portandolo a voltarsi: Martino aveva preso coraggio, invitando la naufraga a ballare.
Seppur mostrando insicurezza, quella aveva accettato e ora volteggiava leggiadra portata dall’uomo, finché i suoi occhi non incrociarono quelli di Zeno.
L’uomo non riuscì a capire per quale motivo la sconosciuta continuava a fissarlo con insistenza, gli occhi che cercavano di comunicare con lui, il quale, troppo ottuso non riusciva a comprendere.
Gli risultò comunque attraente come una delle ammalianti sirene di Ulisse, e come poteva essere altrimenti?
In fondo si trattava di una creatura venuta dal mare.
Senza neanche rendersene conto, Zeno si era avvicinato a passi lenti e cauti come quelli di un gatto, il signor Nino non aveva proferito verbo al fine di non destarlo da quello che sembrava il cammino di un sonnambulo.
— Che ti serve, Dottore? – fu Martino a riportarlo con i piedi per terra.
Zeno lo guardò come se lo avesse visto per la prima volta, senza accorgersi dell’ombra di un sorriso compiaciuto comparso a illuminare la cornice del volto diafano della sconosciuta.
— Vuoi un ballo con Maria? Te la lascio. – lo esortò ancora il biondo.
— …Maria? – chiese a sua volta il Dottore, sorpreso.
— La ragazza è muta, nessuno sa il suo nome. La signora Anna ha voluto intitolarla alla madonna, credendo sia stata lei a proteggerla dalla morte. – lo informò il signor Nino, essenziale nelle spiegazioni come al solito.
Il momento di silenzio iniziò a farsi pesante, dilatando il suo tempo di permanenza tra i protagonisti dell’azione.
Che sto facendo?



 

Buonasera a tutti e bentornati! Come state? Spero tutti bene.

In questo capitolo abbiamo visto un avvicinamento tra Zeno e il resto del mondo, un cambiamento. Il ricordo della moglie inizia a farsi vivo a intermittenza. Certo, di stimoli che lo riportano indietro con la mente ce ne sono molti, ma riuscirà a liberarsene?

E per quale motivo la naufraga continua a osservarlo? 

Spero tanto che questo capitolo vi sia piaciuto. Il personaggio di Zeno mi rimane un po' indigesto, non sono un'amante delle vittime, anzi, preferisco i personaggi saggi e un po' cinici come il signor Nino.

Non sono un'amante delle persone che ragionano con la pancia, non condivido il perenne pensiero di Zeno rivolto ad una persona come la sua ex moglie, che non lo merita affatto, ma la mente umana è anche questo: un'agglomerato di emozioni incontrollabili.

Una reazione come la sua ci sta. 

Oddio, forse tende un po' troppo alla depressione, ma questo dipende dalla canzone: Maria marea ha una punta di malinconia che ho sempre adorato. Mi sembrava giusto fare in modo che il protagonista la rispecchiasse.

Grazie a chiunque stia leggendo la storia, grazie a Ele che mi lascia sempre delle bellissime recensioni! ♥

Buonanotte a tutti.

- A.

 

   
 
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