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Autore: SkysCadet    01/05/2021    0 recensioni
La cittadina di Filadelfia sembra un borgo tranquillo, in cui la gente comune passa la giornata senza occuparsi degli strani avvenimenti che accadono da diverso tempo. Tuttavia, Simon si ritrova - suo malgrado - a combattere per la salvezza delle anime sfuggite al potere dei Lucifer. Tra questi c'è Joshua, un ragazzo con un dono particolare. Il giorno in cui Ariel - una matricola impulsiva dell'università di Filadelfia - lo incontra per la prima volta, capisce che in lui c'è qualcosa di diverso dagli altri ragazzi. Solo un nome sembra in grado di cambiare il corso degli avvenimenti, un nome che i Lucifer non possono nominare...
(1 Nuovo aggiornamento ogni settimana)
Genere: Fantasy, Mistero, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate
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Passati ben due anni da quella notte piovosa, Simon, aveva lasciato tutto per dedicarsi a quella missione, circondato dai figli della sua grande famiglia. Sempre più persone vedevano in lui e in quell'opera qualcosa a cui aggrapparsi per ricominciare una nuova vita, anche se i Lucifer spargevano malelingue e menzogne sul suo operato, Simon non sembrava crucciarsi delle voci che giungevano fino a lui. La sua fede poteva vincere qualsiasi cosa e non erano certo delle menzogne ad abbattere la sua caparbietà.

Forte di quel vigore, attraversava il cortile con braccia strette al petto, in un tranquillo pomeriggio di fine marzo, controllando con sguardo vigile la parte frontale della Cappella. Poi, i suoi occhi furono attratti dalla consueta partita pomeridiana tra i due ragazzi più grandi; con un sorriso sghembo si soffermò a guardarli che giocavano a pallone proprio vicino al muretto che fungeva da divisore tra la Chiesa e il palazzo del Centro.

«Prova a parare questa, se ci riesci!»

«Tu pensa a farla entrare in porta!»

Il ragazzino dai capelli corvini e gli occhi celesti allargava le braccia con i muscoli delle gambe ben tesi e pronti a guizzare, posizionato proprio a contatto del muro; il secondo, di fronte a lui, dai capelli castani e gli occhi verdi, si dondolava sui piedi mordendosi il labbro e socchiudendo gli occhi, quasi calcolando l'angolazione della traiettoria per far arrivare il pallone dritto nella porta che i due avevano delimitato con due mattoncini.

Nonostante le varie misurazioni, il pallone arrivò oltre la testa di Caleb che gettò un grido di gioia che riecheggiò nel cortile, accompagnato da fragorose risate.

«Non ho più voglia di giocare!» commentò Joshua con le mani ai fianchi, togliendosi in uno sbuffò un ciuffo sudato dagli occhi.

Simon, sciolte le braccia, si avvicinò al secondo ragazzo scompigliandogli i capelli con una mano mentre lo oltrepassava.

«Caro Joshua, lo sai qual è il segreto della gloria?»

Il ragazzino lo osservò con sguardo interrogativo, mentre il Padre poneva il piede destro sul pallone color bianco sporco e nero. «No, padre.»

Il ragazzo sbarrò occhi celesti e attaccò la schiena a un muretto ruvido non appena vide l'intervento del padre. «Attento Caleb, stai pronto. Ok?» un occhiolino per rassicurarlo delle sue buone intenzioni. Il giovane annuì più volte e la palla venne bloccata dalle sue mani che impiegò qualche istante per capacitarsi dell'accaduto.

«Il segreto della gloria è l'umiltà, Joshua. L'orgoglio, invece, precede la rovina. Sei stato bravo Caleb, la tua umiltà ti ha dato il coraggio di bloccare la palla al momento giusto.»

Disse questo mentre camminava verso il ragazzino che teneva la palla e con un mezzo sorriso osservò Joshua che calciava una pietra con sguardo basso.

«Padre Simon!» in quel momento, sentire la voce di Lucia che lo stava raggiungendo di corsa lo turbò più delle altre volte. La giovane giunse a lui con sguardo terrorizzato.

Solitamente, a quell'ora del pomeriggio Lucia si rifugiava nella Cappella per pregare e leggere i passi citati da Simon durante le funzioni; passava molto tempo a pregare sotto la grande Croce di legno, posta dietro l'altare.

«Padre Simon!» con voce roca e gli occhi verdi vicini alle lacrime, oltrepassò i due ragazzi per avvolgere le braccia ai fianchi del padre e nascondere il viso sul suo petto.

«Lucia...» cercò i suoi occhi e, appoggiando i palmi alle spalle la allontanò un po' per scrutarla con sguardo accigliato.

«Una cosa terribile... Ho visto una cosa terribile.» gli confidò, quasi in un sussurro. Non avrebbe lasciato ascoltare a nessuno nemmeno una sola parola di quel che la visione le aveva mostrato perché, negli anni, aveva capito che solo il Mandato aveva il potere di discernere se le immagini che la sua mente produceva erano state mandate da Dio o erano il frutto delle sue paure.

Lo spirito del profeta è sottoposto al profeta... le aveva detto Simon un giorno in cui, senza dirgli nulla, aveva parlato di una profezia a un nuovo fedele, producendo in lui tanto sgomento da allontanarlo per sempre dalla Chiesa.

Era quello che c'era scritto nelle Scritture ed era quello che potenziava le sue capacità profetiche: l'essere sottoposta a Simon, il Mandato di una delle Sette Chiese.

Dal canto suo, Simon, a volte, si sentiva troppo piccolo per gestire una così grande fede e un così grande dono. In fondo, Lucia aveva solo quindici anni, ma la sua devozione a Dio, alla Chiesa, e a quel piccolo uomo che aveva accolto la sua famiglia e l'aveva tolta dalla strada, faceva sì che quel fiammifero di fede diventasse in lui un bagliore nelle notti più oscure.

«Le tenebre, Padre...»

«Spiegati meglio, Lucia. Cosa hai visto?» le mani sul viso per tranquillizzarla, poi il suo pallore si unì a quelle parole: «Le tenebre stanno arrivando.»

Gli occhi lucidi della ragazza puntarono Caleb con sguardo accigliato ma terrorizzato al contempo. Caleb notando quegli occhi sbarrò i suoi, poggiando una mano sul cuore accartocciato. Scosse il capo un paio di volte e si rivolse a Simon: «Stanno venendo a prendermi. Non è così, Padre?»

Il ragazzo gli si era avvicinato stringendo il lembo della giacca beige. «No Caleb, non prenderanno nessuno.» gli accarezzò il capo corvino senza smettere di puntare lo sguardo verso il cancello grigio.

Era come se quel cancello e quelle mura, che circondavano la proprietà del Centro di Aggregazione e della Chiesa, fossero stati costruiti come un recinto protettivo.

Le mura di cinta di un regno...Il Suo Regno.

Il suono del motore di una macchina di grossa cilindrata si avvicinava sempre di più e, quando si sentì il fischio delle ruote che si fermavano bruscamente, il Simon intimò ai tre di entrare subito nelle stanze interne. Quando si trovarono al primo piano Joshua insistette a non voler andare nella sua camera: voleva stare vicino a padre Simon, seppur nella stanza adiacente alla sua.

Mentre era seduto nella panca dello spogliatoio situato accanto all'ufficio di Simon, Joshua si domandava cosa stesse succedendo. Con la schiena appoggiata al muro comunicante con la stanza di Simon, giocherellava con la collanina d'argento, raffigurante una spada, che, posta con la punta verso il basso, dava proprio l'impressione di essere una croce.

Ripensò alla giornata del suo sedicesimo compleanno e alle parole che Simon gli aveva rivolto porgendogli quel regalo. "Sai Joshua, vedo che hai una bella propensione nell'aiutare gli altri, ma soprattutto, ho visto come le tue parole abbiano il potere di curare le anime della tua età. Ma, sai, credo che questo sia proprio perché Gesù Cristo ti ha fatto il dono della Sua Parola." la scatola di cartoncino rettangolare conteneva la collana di argento. "Sta scritto che la Sua Parola è come una spada, capace di dividere l'anima dallo spirito. E' così, caro mio, che le anime diventano libere di scegliere." gli aveva spiegato e, da allora, l'aveva sempre indossata.

Poi la sua attenzione si spostò alla stanza adiacente dove, da parecchi minuti, sentiva pregare il Padre, quasi fosse vicino alle lacrime. Lo sentì chiaramente implorare Dio di dargli la forza di tenere testa a colei che sarebbe venuta a reclamare la sua proprietà: la madre di Caleb.

Con le dita intrecciate in atto di preghiera, Simon aveva la fronte bagnata di sudore e le mani giunte toccavano le labbra. Era preso da tremore e da un senso di nausea che gli correva lungo l'esofago. Tre colpi decisi alla porta di legno massiccio, color noce scuro, lo fecero sobbalzare sul seggio di pelle nera.

Non ebbe il coraggio di rispondere, ma si limitò a fissare il soffitto, cercando aiuto al cielo.

Poi la porta si aprì violentemente, andando a sbattere contro la libreria adiacente e facendo cadere la foto di Padre Peter sul tappeto amaranto.

«Pace a te, Moira.» la sua voce, dura e tagliente fu rivolta alla donna che si ergeva statuaria con la mano ancora aperta e il palmo rivolto verso di lui. Non era strano per i Lucifer spostare gli oggetti con la sola forza del pensiero e non era una novità che lo facessero proprio per provare il loro immenso potere. Simon, comunque, continuava a non fissarla; cercò di mantenere la calma, stringendo il pugno chiuso sulle labbra.

«Non mi serve la tua pace.» gli rispose la donna dai lunghi capelli neri, gli occhi di ghiaccio e la pelle diafana, entrò a grandi falcate nello studio senza attendere il permesso del Padre, facendo risuonare i tacchi alti.

«Perché sei tornata?» Simon non osava alzare lo sguardo per fissarla, ma teneva le palpebre serrate.

«Perché non me lo dici tu, Mandato?» domandò di rimando in un ghigno, incrociando le braccia al petto.

Fu allora che una fitta al cuore lo spinse a fissarla nelle iridi con sguardo torvo. Sapeva dove sarebbe andata a parare. «Quel che pensi di me non importa. Basta che gli artigli della tua Casata non tocchino...»

La donna non lo fece continuare portando l'indice sulle labbra di Simon. «Cosa?» Lui scostò il suo braccio con uno scatto. «I miei figli.» ringhiò tra i denti.

«Ah, ecco.» rise, la donna. «E da quando sarebbero tuoi figli?» commentò lei tenendo il mento tra pollice e indice, prima di chiudere la porta con il solo cenno dell'altra mano. Inarcando un sopracciglio con lo sguardo di chi sa di avere il potere su ogni cosa e persona.

«Non ti permetto di usare i tuoi sporchi prodigi qui dentro.» ordinò l'uomo e lei, senza curarsi di quelle sue parole così inutili, si mise comoda nella sedia di fronte alla scrivania, incrociando le gambe scoperte fin al ginocchio. I gomiti nei braccioli e il mento sulle mani incrociate; le labbra di un rosso acceso, gli occhi dalla forma perfetta.

Il pensiero che i Lucifer agissero sempre in quel modo, servendosi dei loro poteri e della loro sensualità, provocò una smorfia di disgusto nel volto di Simon. I pugni chiusi sulla scrivania, il busto proteso verso la donna che, con un ghigno, si stava placidamente sistemando i capelli, scoprendo il collo candido. «L'ho appena fatto e tu non hai potuto impedirlo. Cosa ti fa pensare che in questo momento il ragazzo non sia già dentro l'auto ad attendere sua madre?»

Una fiamma incenerì i suoi buoni propositi di mantenersi calmo. «Non oserai.»

«Non mi hai ancora risposto. Com'è che ti chiamano? Padre? Questa poi non l'ho mai capita. Ho perso il momento in cui la Confraternita delle Sette Chiese permette ai suoi Capi di far sì che vengano chiamati Padri?» E sì, i Lucifer avevano da tempo allungato i tentacoli anche verso la Confraternita, Simon l'aveva scoperto molti anni prima, quando era ancora un semplice fedele.

«Non mi aspetto certo che tu conosca la vita di San Paolo, il quale diceva "Quand'anche aveste diecimila maestri, non avete però molti padri"...» una pausa per fissare quegli occhi gelidi. «"Perché sono io che vi ho generato, in Cristo Gesù".» Lo sguardo di chi non si sottomette a nessun potere terreno «E sinceramente, non mi aspetto nemmeno la comprensione dei miei Confratelli.» e la voce di chi non teme rivali. Lei gli rivolse una smorfia di disgusto dopo aver sentito quel Nome e quella citazione. «Secondo me,» iniziò poi, avvolgendo una ciocca di capelli scuri al dito «hai iniziato a pensarlo da quando la tua dolce mogliettina ti ha mollato per uno dei nostri, lasciandoti senza prole.»

Lo sguardo di Simon , mutò. Angela...

La sua ex moglie era l'unica donna a cui aveva dato il cuore e per la quale avrebbe dato anima e corpo. I suoi occhi bruni, le sue labbra rosee e i suoi ricci neri...

A quel punto, gli occhi lucidi di Simon lasciarono il posto a palpebre chiuse e a labbra strette, morse dal canino, nella dura prova di reprimere il sentimento che lo stava facendo crollare. Aveva riconosciuto in quei pensieri il manifestarsi dei poteri oscuri di Moira: frugare nei ricordi del passato por riaprire le ferite.

«Cosa c'è Simon? Ti fa ancora male?» gli occhi ammiccanti e il ghigno sinistro. «Tranquillo, Judas la sta trattando bene.» Parlò guardandosi le unghie, senza accorgersi però che Simon si era mosso nella sua direzione frapponendosi tra lei e la scrivania, per sovrastarla con i muscoli tesi come una corda di violino.

«Esci. Subito. Da questo luogo.»

La donna lo osservò dal basso con aria interrogativa, bagnandosi le labbra con la lingua.

«Cosa ti fa pensare che io ti ubbidisca? Non sono come i tuoi figlioletti a cui fai il lavaggio del cervello.»

«E io non sono il capo di una delle altre Chiese della Confraternita che puoi sedurre a tuo piacimento, per carpire la mia anima e piegarla al tuo volere. E adesso alzati...»

Simon la prese dal braccio e la costrinse ad alzarsi stringendo la presa fino a farle diventare la parte dell'avambraccio rossa. La donna non sembrò curarsene, tant'è che gli si rivolse con tono sensuale. «Non conoscevo questo tuo lato...» Simon la tenne per il braccio mentre componeva il numero delle forze dell'ordine nel telefono posto sulla scrivania, ma la donna chiuse la chiamata con l'indice.

«Simon, Simon...» si pose tra lui e il telefono fisso, incatenando gli occhi nocciola ai suoi. «Noi siamo le forze dell'ordine. Siamo Noi gli Stati. Siamo Noi la nuova religione e il potere di questo mondo. Ancora non l'hai capito?» la mano ad accarezzargli il mento barbuto.

Simon, a quel punto, non si ritenne responsabile delle sue azioni: aprì la porta con violenza e spinse la donna all'esterno dove ad attenderlo c'era Caleb con una benda nera sugli occhi, tenuto per mano da un uomo in completo nero.

«Visto? I miei seguaci sono più veloci dei tuoi.» parlò, poggiando un palmo sul capo del ragazzo e l'altro rivolto verso di lui.

Simon avvertì una morsa all'altezza del petto, come spire di un rettile che si contorceva nelle sue viscere. Tenne gli occhi sbarrati e dopo aver digrignato i denti, urlò fino a ferirsi la gola, mentre vedeva come a rallentatore una scena che non ebbe il potere di impedire: Caleb in lacrime che gridava il suo nome mentre la donna e l'uomo lo tiravano dalle braccia; Joshua uscito dalla stanza adiacente, con occhi in lacrime, urlò alla vista del Padre che giaceva ormai al suolo. «Joshua, salvalo!»

Furono le sue ultime parole di Simon, prima di chiudere gli occhi e abbandonarsi al buio.

Dovettero passare tre anni per far sì che tutto tornasse a una semi normalità. Il giovane Nathan, figlio del Capo della Polizia di Filadelfia, avendo avuto - personalmente - a che fare con uno dei capi dei Lucifer, si era offerto di avviare le indagini alla ricerca del ragazzo. Tuttavia, sembrò che ogni traccia di lui si fosse persa nelle tenebre che solo i Lucifer potevano creare. Infatti, il nome di Moira non compariva in nessun registro comunale, men che meno il nome del ragazzino: rapito e scomparso, per sempre.

 

   
 
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