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Autore: storiedellasera    25/05/2021    1 recensioni
Estate del 1968.
Tom, Wyatt e Evelyn sono dei ragazzi di Louistown, una piccola e remota cittadina dell'Arkansas.
Le loro vite stanno per essere sconvolte da un mostro crudele... un mostro che adora uccidere le persone e che predilige i giovani.
Genere: Horror, Mistero, Sovrannaturale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti, Violenza
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♦ L'impronta del male ♦






"Lo hai raccontato ai tuoi genitori?" Chiese Evelyn.
Tom scosse la testa.
Lui e Evelyn erano seduti su una vecchia altalena, l'uno accanto all'altro, senza dondolarsi. "Non mi crederebbero..." rispose il ragazzino "...un uomo mezzo marcio che appare nel mio armadio?! Nessuno può credere a questa storia."
Evelyn annuì.
Si trovavano sul retro di St.Peter Church, in uno spiazzo cementato appartenente alla chiesa. Fino a due anni fa era il punto di ritrovo dei ragazzi di Louistown. C'era qualche panchina, un'altalena e un vecchio canestro con una rete di metallo arrugginita. Le mura che abbracciavano il campetto erano ricoperte da scritte oscene. Tom non comprendeva il significato della maggior parte di quelle parole  ma una parte di lui, in qualche modo, sapeva che erano volgari e impronunciabili.

Quella stessa mattina aveva incontrato Evelyn presso Main streat, a due passi da Colonial Hill. Non appena Evelyn vide Tom, capì subito che era turbato.
La sua empatia sbalordì il ragazzo.
I due avevano raggiunto il retro di St.Peter Church. Una volta lì, Tom raccontò ad Evelyn tutto quello che gli era capitato la scorsa notte: i sussurri dell'uomo mezzo marcio, la sua presenza nell'armadio e la paura che aveva provato durante quei terribili momenti.
Fu un'idea di Evelyn quella di recarsi sul retro della chiesa per poter parlare.
A Tom piacque tale proposta. Lo trovava un luogo intimo, ideale per poter parlare di argomenti così delicati. Poteva essere considerato come una sorta di confessionale.

Oltre le mura attorno a quello spiazzo si potevano sentire delle auto, qualche strombazzata di clacson e un cane abbaiare da sopra un balcone. Tom ebbe l'impressione che tutti quei suoni fossero lontanissimi, provenienti da un'altra dimensione.
Aveva scoperto che gli piaceva stare da solo con Evelyn. Temeva che l'emozione del momento gli avrebbe impedito di parlare con la ragazzina... ma tutto ciò non accadde, anche se Tom sentiva un tuffo al cuore ogni volta che si voltava verso di lei e incontrava i suoi bellissimi occhi.
"Perchè non raccontiamo tutto a tua madre?" Si era ritrovato a domandare.
Si schiarì la gola e continuò: "dovremmo parlare con un adulto... e tua madre, ecco..."
Si interruppe.
Evelyn finì per lui: "mia madre crederà alla nostra storia dato che anche lei è una vittima di quel mostro?"
Tom annuì, grato della schiettezza di Evelyn. Lui non avrebbe mai trovato l'ardore di completare quella frase.
La ragazzina abbassò lo sguardo. Con le punte dei piedi si diede una piccola spinta e le catene dell'altalena iniziarono a cigolare. Fu come sentire un acuto e inumano gemito. Quello stridio provocò in Tom un certo fastidio ai denti ma lui non ci fece caso. Aspettò che Evelyn finisse di riordinare le idee e intanto ammirava il suo profilo. "Mamma non può aiutarci" disse infine la ragazzina, sospirando.
Tom potè avvertire un grande senso di delusione nella voce di Evelyn.
Lei continuò: "non hai la minima idea di quante volte ho discusso con lei... di quante volte ho litigato con lei..." ridacchiò per il nervosismo "...lei sembra che non voglia far nulla. No... no, mia madre non può aiutarci."
Passarono diversi secondi in silenzio. Una nuvola occultò il sole, offrendo una fresca e piacevole ombra. In lontananza, Tom percepì il canto delle cicale.
Rabbrividì. Quel frinire gli riportò alla mente le immagini del suo campo di granturco che oscillava nel vento e quella voce... -Hey, ragazzino- ...che lo chiamava tra i filari.
Si voltò verso Evelyn -un altro tuffo al cuore- "secondo te chi è l'uomo mezzo marcio?"
Lei si irrigidì. Ebbe l'impulso di raccontare a Tom tutto quello che sapeva sul mostro. Immaginò la scena: lei che si voltava e diceva: < si dà il caso che l'uomo mezzo marcio è mio padre, Alan Reese. Ora non so dirti cos'è accaduto a mio padre. L'ultima volta che l'avevo visto, due anni fa, era un uomo normale. So solo che adesso è un mostro in grado di apparire nelle case delle persone per far loro del male. >
Perchè si sentiva in colpa? No... non era colpa, era... vergogna.
In quel preciso momento, Evelyn capì di provare una grande vergogna. Quel sentimento le teneva a freno la lingua.
< Non dirgli nulla... > sussurrò allarmata la voce della sua coscienza < ...non dire nulla a Tom, per carità. Ormai è passato troppo tempo. Avresti dovuto rivelargli la verità durante la vostra prima chiacchierata... ma ora è passato troppo tempo. Se adesso parli, Eve, sembrerà un'ammissione di colpa.
Perciò taci. >
"Eve? Eve?"
Evelyn si rese conto solo in quel momento che Tom la stava chiamando. Il vortice dei suoi pensieri l'aveva estraniata dalla realtà.
Lei sussultò e si voltò di scatto verso il ragazzino: "si?" Sul suo volto aveva la stessa espressione di quando gli insegnanti la rimproveravano per essersi distratta durante le ore di lezione.
Tom deglutì, pensò che Evelyn era bellissima anche quando mostrava imbarazzo.
Era la prima che osava chiamarla Eve e questo gli diede un certo piacere.
"Stavo dicendo..." ripetè Tom "...secondo te, chi è l'uomo mezzo marcio?"
Evelyn si strinse nelle spalle: "sono convinta che sia un fastasma" rispose sinceramente lei. Era certa che suo padre fosso morto da qualche parte e che il suo spirito fosse tornato sulla terra per tormentare lei e altre persone.
Quella sua risposta sembrò portar via tutto il calore dal sangue di Tom.
Lui impallidì: "m-ma com'è possibile?" Provò imbarazzo per aver balbettato di fronte a Evelyn.
La ragazzina lo guardò negli occhi: "hai presente quando muore qualcuno, Tom? La gente dice che quella persona resterà sempre al nostro fianco. Ecco... e se quella persona fosse crudele? E' ciò che io chiamo l'impronta del male.
Ti ho mai parlato di mia zia?"
Lui scosse il capo.
"E' la sorella maggiore di mia madre. E' più grande di lei di dieci anni. Anche lei fuggì dalla Polonia ma solo dopo esser stata liberata dal capo di concentramento di Dachau. Sai cos'è Dachau, Tom? E' una città tedesca.
Durante la guerra, molte persone furono rinchiuse nel campo di quella città. Il termine corretto è deportate. Molte persone furono deportate a Dachau... compresa mia zia.
Lei ora vive a New York. Quando vado a trovarla, alcune volte mi racconta di quello che le è capitato in quel campo di concentramento... ma non scende mai nei particolari. Credo che le manchi la forza per farlo."
Tom deglutì. Fissava Evelyn senza essere in grado di distogliere lo sguardo dalla ragazzina. Il suo racconto aveva catturato la sua più totale attenzione.
Lei continuò: "mia zia mi disse che, insieme a lei, c'erano molti altri bambini in quel campo. Quasi tutti erano così piccoli che non riuscivano a capire cosa stesse accadendo. Ma mia zia era grande abbastanza e, fino alla fine della sua prigionia, comprese tutto."
Questa volta Tom fu scosso da un brivido di paura. Lui era sempre rimasto all'oscuro riguardo tutto ciò che era accaduto nei campi di concentramento... ma quelle ultime parole pronunciate da Evelyn -comprese tutto- suggerirono alla mente di Tom di trovarsi sul ciglio di un abisso nero. Un abisso pieno di orrori che non era in grado di immaginare.
Si chiese che fine avessero fatto tutti quei bambini rinchiunsi nel campo.
Evelyn sospirò: "mia zia mi ripete spesso..." cambiò tono di voce e accento, cercando di imitare il più possibile il modo di parlare di sua zia "...ricorda, bambina; il male lascia sempre una traccia su questo mondo.
Anche dopo la morte, le persone possono fare del male."
Evelyn si schiarì la gola e tornò a parlare con la sua voce normale. Imitò il movimento di una persona che si scopre l'avambraccio e disse: "e a quel punto, mia zia si tira su la manica della camicia e mi mostra il numero che le hanno tatuato sul braccio. Quel numero è una prova che il male lascia sempre un'impronta.
Quindi, Tom, per rispondere alla tua domanda... io credo che l'uomo mezzo marcio sia l'impronta di un male. L'impronta di un uomo morto... un uomo cattivo."

"Hey, hey!" Squillò una voce a un angolo di quel campetto.
Tom ed Evelyn sussultarono per lo spavento, suggestionati anche dall'argomento che stavano affrontanto. I loro movimenti fecero oscillare l'altalena. I suoi cardini arruginiti protestarono con stridolii acuti.
Joe e Curt Limpshire stavano facendo il loro ingresso nel campetto. Ron faccia-da-pizza li seguiva come una bravo cane.
La paura travolse Tom. Ebbe l'impressione che il suolo sotto i suoi piedi si fosse tramutato in sabbie mobili e che lo stessero trascinando verso il basso.
E magari sarebbe stata una benedizione, almeno avrebbe evitato Curt Limpshire.
Lui avanzò verso Tom e Evelyn sfoggiando un sorriso carico di rabbia e sadica gioia. Aveva le mani in tasca e Tom era certo che in una di quelle tasche c'era il famoso coltello a serramanico... l'inseparabile compagno di Curt.
Quest'ultimo si rivolse proprio a Tom con un cenno del capo: "ti nascondi nel retro della chiesa per farti succhiare il pisellino da questa polacca?" Indicò Evelyn con un altro cenno del capo, senza degnarla di uno sguardo.
Lei balzò in piedi: "sono americana!" Ribadì lei.
Tom non riusciva a muoversi. Stava ancora ripensando alle parole di Curt... < succhiare cosa? > La sua mente da ragazzino non aveva mai partorito un simile atto. Tom provò una strana sensazione allo stomaco, qualcosa simile alla nausea.
< Mio Dio! Forse vomiterò. >
Ron e Joe insanto si erano sistemati sul retro dell'altalena, circodnando Tom e Evelyn.
Curt lanciò uno sguardo carico d'odio verso la ragazzina: "non sei americana, sei solo un'immigrata del cazzo!" Si afferrò il cavallo dei pantaloni con entrambe le mani e strinse forte senza mai smettere di fissare Evelyn.
Lei stava morendo di paura ma i suoi occhi mostravano ferocia e risolutezza: "sono nata ad Atlanta! Si può sapere che vuoi?"
Curt iniziava a spazientirsi < come si permette questa troietta di contraddirmi? >
Puntò un dito contro di lei e alzò la voce: "sei uscita fuori da una fica bolscevica! Sei stata scodellata sul suolo americano ma questo non fa di te un'americana." Sputò per terra per sottolineare il suo disappunto.
Il suono del catarro che impattò al suolo non fece altro che aumentare la sensazione di nausea nello stomaco di Tom.
< Sono riusciti a trovarmi > pensò lui. Era rimasto seduto sull'altalena. Evelyn invece era in piedi, faccia a faccia con il bullo più pericoloso di Louistown.
< Dove trova tutta quella forza? > Tom non era in grado di darsi una risposta. Fissò la ragazzina che in quel momento le sembrò una leonessa.
Lei continuava a difendere le sue origini, sostenendo che suo padre era un americano nata in America. Ma Curt Limpshire aveva iniziato a insultare la ragazzina chiamandola incrocio di razze e usando altri crudeli appellativi.
Non furono i suoi insulti a far tremolare la voce di Evelyn o farle venire le lacrime agli occhi... bensì le risatine di Joe e Ron alle sue spalle.
La ragazzina perse la pazienza e si mosse verso Curt.
Ma al grande e muscolo Curt fu sufficente mettere una sola mano sul volto di Evelyn e applicare una piccola spinta per farla cadere al suolo.
Lei rotolò due volte sul cemento arroventato dal sole. Joe e Ron risero a crepapelle.
Evelyn sentì in bocca il sapore della polvere del pavimento. Si ritrovò sottosopra, con le spalle e la nuca sul suolo e le gambe all'aria. Un gomito le si era sbucciato e sembrava stesse andando a fuoco, come se qualcuno ci avesse sfregato sopra un fiammifero.
Tom era scattato in piedi < finiscila, Curt! > avrebbe voluto urlare, ma la sua lingua non voleva saperne di muoversi.
Curt allungò una mano verso di lui. Tom tremò dalla testa ai piedi quando vide il coltello nella mano del ragazzo.
La lama scattò improvvisamente dal manico, con un suono che ricordava un secco e deciso schiocco.
"Mettetelo a terra" aveva ordinato Curt a suo fratello e a faccia-da-pizza.
Fu estremamente facile afferrare quelle braccette esili di Tom e spingere il ragazzino a terra. Tom cercò di dimenarsi ma in poco tempo capì che non poteva sovrastare la forza di Joe... figuriamoci quella di Ron, che pesava almeno quindici chili più di lui. Curt ripiegò il coltello e lo ripose nella tasca.
Evelyn, nel frattempo, si era rialzata e aveva indietreggiato fino a urtare con la schiena un muro del campetto. L'impatto non fu violento ma inaspettato... e la ragazzina finì con il morsicarsi la lingua. Il sapore metallico del sangue si unì a quello della polvere che ristagnava nella sua bocca.
La vista del coltello aveva terrorizzato la giovane e anche se Curt aveva riposto l'arma nella tasca, Evelyn continuava ad avere paura. Continuava a tenersi premuta contro la parete, incapace di pensare o muoversi.
Curt intanto si era posizionato su Tom, con le gambe appena divaricate per non calpestarlo. Il ragazzino non poteva far altro che fissare il bullo sovrastarlo.
Era spaventato ma anche arrabbiato. La sua impotenza lo riempiva di un'immane frustrazione.
"Certo che qui fa caldo..." Curt iniziò a ridacchiare. Si passò il dorso della mano sulla fronte per simulare il gesto di quando si vuole asciugare il sudore.
"Tu non hai sete?" Aveva domandato a Tom. Subito dopo iniziò a sfilarsi la cintura dai pantaloni.
Joe e Ron avevano le lacrime agli occhi per il troppo ridere. Il voluminoso pancione di Ron traballava come una massa di gelatina informe.
Lui e Joe continuavano a tener fermo Tom a terra, stringendo così forte i suoi polsi da bloccare l'afflussio di sangue nelle sue mani.
Tom avvertì le sue dita formicolare e diventare gelide... ma ci fece molto caso. Del resto, tutta la sua attenzione era rivolta a Curt.
"Hai sete?" Domandò di nuovo lui. Il suo sorriso era diventato enorme.
Tom sperimentò una nuova forma di orrore. Un orrore che non riusciva a comprendere del tutto.
"Ecco una bella pisciata per te" Curt si abbassò i pantaloni e fece per rimuovere anche i boxer.
Tom strinse così forte i denti da provare dolore alla mandibola. Iniziò a piangere per la rabbia... Evelyn avrebbe visto tutta la scena. Lo avrebbe visto mentre subiva un atto così umiliante. Questo Tom non poteva sopportarlo.

Evelyn intanto si era portata le mani al volto. Ma attraverso le dita, la ragazzina stava osservando tutta la scena.
All'improvviso un'idea le balenò in testa: prese un grande respiro e lanciò un urlo potentissimo, il più potente che avesse mai emesso in tutta la sua vita.
Fu un suono di impressionante intensità, acuto e dirompente... quasi disumano.
Per la sorpresa, Joe e Ron sobbalzarono. Quest'ultimo lasciò la presa dal polso di Tom. Evelyn sentì i suoi polmoni prendere fuoco. Chiuse gli occhi, serrò i pugni e si piegò in due mentre continuava a urlare con tutte le sue energie.
I suoi timpani vibrarono e iniziò a mancarle il respiro.
Molti passanti vicino al campetto iniziarono a correre in quella direzione, allarmati dal terrificante strillo di Evelyn.
Joe e Ron fuggirono immediatamente. Curt impiegò qualche secondo per rimetter su i pantaloni. Indicò Evelyn: "non finisce qui, troia!" Si voltò e in un attimo sparì dal campetto.
La ragazzina smise di urlare subito dopo. La testa le girava così forte che fu costretta a sedersi a terra.
Tom la fissava con occhi carichi di stupore e gratitudine.
In quel momento, uno scintillio al suolo catturò la sua attenzione. Il ragazzino spalancò gli occhi... non riusciva a credere a quello che stava vedendo: il coltello di Curt giaceva vicino a lui. Doveva essergli scivolato dalla tasca dei pantaloni mentre si stava rivestendo in fretta e furia. Senza pensarci, Tom prese quell'arma e la infilò in tasca.

Un istante dopo, Evelyn gli afferrò un polso e lo strattonò: "alzati" disse lei.
Senza mai lasciare la presa, trascinò Tom all'interno della chiesa.
La ragazzina voleva evitare a tutti i costi le persone che erano accorse in quella zona, allarmate dal suo possente grido.
Una volta nell'edificio, lei e Tom superarono la navata immersa nel buio. A quell'ora del giorno, la chiesa era deserta e i loro passi riecheggiavano all'interno della sala centrale. I due ragazzini rabbrividirono per il gelo che regnava in quel posto e in poco tempo si abituarono al buio.
Il portone principale era chiuso a chiave ma, dopo una manciata di minuti, Evelyn trovò una porticina che conduceva all'esterno. Quando l'aprì, lei e Tom furono travolti dalla luce del sole.
Entrambi fecero capolino all'esterno e iniziarono a guardarsi attorno alla ricerca di Curt, Joe e Ron. Ma quello che videro fu solo Main street invasa dal traffico pomeridiano e da diversi passanti ai lati della strada.
"Via libera" disse Evelyn con voce carica di emozione. Era così piena di adrenalina che prese di nuovo la mano di Tom senza neanche rendersene conto e uscì fuori dalla chiesa con un balzo.
I due corsero per diversi minuti, mano nella mano, per Main street. Tom desiderò in cuor suo che quel momento durasse per sempre.
Evelyn si fermò poco dopo. Diversi uomini e donne passavano vicino a lei, alcuni la ignoravano mentre altri le lanciavano sguardi interrogativi.
La ragazzina si voltò poi verso Tom: "dove andiamo?"
Ma lui, proprio in quel preciso momento, domandò: "come stai?"
Si fissarono negli occhi per una manciata di istanti, inebetiti. Subito dopo, senza alcun motivo apparente, scoppiarono in una fragorosa risata.

Non si erano resi conto che una Impala del '67 si era avvicinata a loro.
I due ragazzini si voltarono solo quando l'auto accostò al loro fianco. La persona alla guidà abbassò il finestrino e chiese: "Tom Williams?! Cosa fai da queste parti?"



cic

   
 
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