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Autore: coopercroft    03/06/2021    0 recensioni
I Cooper sono ufficiali dell’esercito da generazioni. O diplomatici votati alla politica. Edward il primogenito ha avuto un dovere ingrato da compiere. Mantenere uniti i propri fratelli quando la sua famiglia è venuta improvvisamente a mancare. Ma le difficoltà personali, lo portano col tempo a scontrarsi con loro in maniera dolorosa. Tra obblighi morali e fratellanza, cerca con difficoltà di ricucire quello che si è irrimediabilmente rotto…
Genere: Angst, Hurt/Comfort, Introspettivo | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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 Edward non aveva dormito molto, anche se Mary era riuscita a stemperare la tensione, sentiva dentro un macigno che lo opprimeva. Dover parlare con Steve lo spaventava. Essere a conoscenza di quello che era stata la sua disastrata famiglia lo fece sprofondare in uno sconforto senza via di uscita. Doveva rintracciare John e decidere con lui come affrontare la cosa, sentiva che senza la sua presenza non ci sarebbe riuscito.

Si preparò con cura, indossò la divisa, fece colazione con Mary. Lei ostentava una serenità distaccata che tranquillizzò anche lui.

“Devo andare Mary, devo affrontare Steve e sono preoccupato, ma spero che tutto si accomodi.”

La dolce Mary lo fissò attenta, lui stava cercando di trovare un equilibrio, e non gli era facile. “Tu come stai, Eddy?”

Scosse la testa avvilito. “Decisamente confuso, ma voglio trovare il bandolo a questa storia, sono stanco di soffrire.”  La vecchia nutrice lo avvicinò comprensiva, gli toccò la mano e la tenne nella sua.

“Sei un bravo fratello Edward, non scordartelo mai.” Cooper sorrise, le restituì un bacio in fronte e uscì ad affrontare la giornata.  Scese le scale della villa, caricò in auto la sua immancabile valigetta, e guidò sereno fino alla Cittadella.

Doveva accettare tutto quello che sarebbe arrivato. Era consapevole di essere fragile e insicuro dentro di sé, ma era determinato a trovare una soluzione al rapporto burrascoso con suo fratello.

Parcheggiò nel suo spazio riservato e si incamminò alla ricerca di John.

La clinica era già in fermento, sicuramente il buon dottore si era ripreso. Infatti lo trovò nell’atrio che aveva recuperato la solita grinta, intento a redarguire le reclute che doveva portare agli ambulatori.

“Ciao, scozzese testardo. Guarda che così li spaventi!  Va piano.”   Rise e fissò amichevolmente John che era sorpreso di vederlo così presto.

“Cosa vuoi a quest’ora? Che c’è?”  Edward non lo lasciò replicare, lo prese per il braccio e lo trascinò dentro all’ambulatorio. Si voltò verso i ragazzi.  “Ve lo rapisco per un paio di minuti.”

Si fece serio, mente John cercava di liberarsi.  “Come stai prima di tutto?”  Roberts lo fissò tediato. “Sto bene, senza voi Cooper intorno, mi sono riposato e quindi ho recuperato. Immagino che adesso la tregua sia finita, vista la tua urgenza.”

“Indovinato.  Ho parlato con Mary e avevi ragione. Mio padre ha perso la testa e ha sottoposto mio fratello a una cura che solo lui poteva concepire.”   John si fece attento, si appoggiò alla scrivania e ascoltò Edward che gli raccontò ogni frase di Mary. Compreso il modo in cui il padre lo aveva plagiato. Edward si era piantato davanti a Roberts, con le mani sprofondate nelle tasche. Cercava di mantenere il controllo ma la voce gli tremava.

“Non mi ricordo John, è come se avessi rimosso tutto.”  

Roberts scosse la testa sconcertato, lo strinse per il braccio. “Come ti senti adesso?”  Cooper si sottrasse alla stretta, indietreggiò mentre si tormentava il mento con la mano. Lo guardò fisso.  “Confuso. Mi sembra di non sapere chi sono, se le scelte che ho fatto sono le mie.” Borbottò avvilito.

John si avvicinò molto di più, ma aveva le reclute in attesa e chiuse la conversazione dispiaciuto.  “Senti, ne parliamo più tardi. Devo tornare in ambulatorio. Hai scelto il momento sbagliato.”

Edward strinse le labbra, assentì, si avviò alla porta.  “Va bene a più tardi, devo trovare una soluzione per Steve.”

John contrariato gli intimò. “Non farlo da solo, fa che sia presente, non voglio risse.”

Edward sapeva che aveva ragione, era difficile senza di lui trovare il modo di spiegarsi, Steve era sempre sulla difensiva quando si toccavano certi argomenti.

Si avviò pensieroso verso il suo ufficio, la testa rivolta al fratello.  

La segretaria lo vide arrivare con passo veloce, gli allungò gli appuntamenti per la giornata, li prese sbadatamente

“Nora, hai visto Steve?”  Nessuno lo aveva ancora avvistato. Probabilmente era già all’addestramento a correre con le sue reclute.

Sbuffando, entrò in ufficio e si mise a lavorare di buona lena.

Tolse la giacca e rimase in camicia con le maniche arrotolate, la cravatta sciolta. Si passò le mani nei corti capelli neri, scompigliandoli.

Ma le carte che aveva davanti sembravano scritte in arabo, non riusciva a concentrarsi. Finì per appoggiarsi allo schienale con le mani intrecciate sulla nuca, dondolandosi sulla poltrona.

Non poteva tollerare di credere che le scelte che aveva fatto non fossero sue.

 La Cittadella era una sua creazione, il suo scopo di vita... Certo di essere fragile lo sapeva, che non avesse la forza fisica di Steve era scontato. Ma il desiderio di aver scelto la carriera militare non era da mettere in discussione. La disciplina, le regole la divisa che indossava erano il suo orgoglio.

Non si sentiva plagiato, forse su certe scelte poteva anche essere, come quella di assumersi la famiglia sulle deboli spalle che aveva.

 Non aveva retto benissimo all’inizio, aveva seguito l’autorità dettata dal padre e aveva sbagliato   perdendo i fratelli minori ma ora sapeva il perché, sapeva cosa doveva fare. Lasciarli liberi di decidere, di scegliere e anche di sbagliare, perché vestire i panni di Sir Anthony non era da lui.  Lui era, sì, il fratello maggiore ma era anche pieno di dubbi e di inquietudini.

 Se plagio c'era stato e lo infastidiva molto era il fatto che il padre lo esasperasse con la discendenza del primo genito. Lo chiamava spesso “il mio piccolo Geoffrey” e la cosa lo spaventava sapendo la brutalità del nonno.

Gli ripeteva come una cantilena.

“Ci siamo noi tre, figlio: Geoffrey, Anthony e Edward, la dinastia e la discendenza è importante. La famiglia è tutto. Il nome della famiglia è tutto.”  Edward si sentiva orgoglioso allora, ora molto meno, temeva con disappunto di essere come loro.  Chiuse gli occhi sopraffatto dal dolore.

Quel ricordo lo prese e lo inchiodò allo schienale. Dio, non era come loro! Non voleva esserlo, mai avrebbe toccato i suoi fratelli in modo perverso. Sgridati redarguiti, sì, ma mai brutalizzati.

Si sorprese a pensare se non avesse mai cercato l’affetto in una donna per non avere una famiglia e una discendenza.

Il cellulare vibrò e lo riportò alla realtà, vide che John lo stava per raggiungere. Pochi minuti ed entrò con foga nel suo ufficio.

“Beh, doc che fai?  Sei diventato irruente come mio fratello?  Bussa la prossima volta, non c’è Nora?”  John scosse la testa di rimando. “Dai!   Ti ho avvertito con la chiamata, non fare il saccente.”  Cooper abbozzò, divertito.  “Bene, allora che faccio con il mio complicato fratello lo porto da te?”

John si sedette sulla poltrona di fronte a lui e lo inquadrò, lo studiò, prese tempo.

“Non lavoravi? Sembri inquieto. Non ti starai facendo dei film mentali? Pensa solo a lavorare quello sicuramente ti distrae.” 

Il generale aggrottò la fronte, seccato.  “Avevo alcune analisi di coscienza da fare.” 

Prese la penna distrattamente, poi si appoggiò al tavolo con i gomiti. “Certi ricordi mi tornano, e devo dire che mio padre fece un buon lavoro con me.”

John cercò di leggergli dentro fissandolo.  “E quindi che ne hai dedotto?” 

Cooper si appoggiò allo schienale giocherellando con la penna. Non distoglieva lo sguardo dal suo amico.

 “Che le paure che provo, sono nate per come venni trattato. Da come impostò la sua tecnica: a Steve le frustate, a me la parte psicologica.”  Il dottore si appoggiò allo schienale seccato, e sentenziò con decisione.  “Non c’è nulla di malato in te. Né in tuo fratello.” Cooper si stampò un sorriso triste. “Vero, ora lo so. Ma certe cose rimangono, fanno male e devo risolverle.” 

John alzò la mano e la agitò scacciando invisibili insetti.  “Un po' alla volta con pazienza, lo farai tu, e tutta la famiglia. Ma non cedere, per Dio.” 

Edward si tirò dritto sulla poltrona. “Ora devo pensare a mio fratello e vedere come la prenderà!” 

Roberts annuì silenzioso, poi si decise.

“Lo chiamo io. Gli dirò che devo parlargli, di raggiungermi allo studio in clinica, per le sei. Tu arriva a quell’ora.”

Si alzò e raggiunse la porta. “Edward gli racconterò la verità. Che ho visto la tua schiena, gli parlerò della tua debolezza e dei tuoi attacchi di panico.”  Cooper annuì.  “Va bene, credo sia necessario. Fa come hai detto.” 

Il dottore se ne uscì, chiudendo la porta.

Cooper rimase pensieroso a fissare la scrivania. Poi si rivestì e uscì a sbrigare il lavoro che lo aspettava a Londra.

Prima si fece accompagnare con l’auto al campo di addestramento a salutare il fratello.

Steve vide l’auto e ne fu sorpreso, la raggiunse.

Edward scese.

Ma Steve fu più rapido, e incuriosito da quella visita.  “Beh, che cosa ci fai qui con l’auto di servizio? Vuoi fare colpo sulle reclute?”

 Rise, poi lo avvicinò. “Volevo salutarti, vado nella city. A pranzo non ci sono.” Il fratello minore si appoggiò all’auto con la schiena.

“Va bene, starò con John se è libero. Non ti preoccupare. Tu piuttosto dove ti fermi a mangiare? Non fare il furbo.” Inclinò la testa fissandolo serio, sapendo i problemi del fratello maggiore.

“Vado al dipartimento, pranzerò lì, tranquillo.” Edward gli fece un sorriso tirato. Steve non finiva mai di preoccuparsi per lui.

 Ma il suo pensiero volò a quello che li aspettava la sera, a quello che poteva succedere.

“Che ti è preso fratello? Sembri strano.” Steve era sconcertato.

“Non posso salutarti?”  Il Generale fu veloce, non voleva insospettirlo.

Steve sospirò poco convinto. Lo lasciò andare via in auto con la sensazione che gli stesse nascondendo qualcosa.

 

 

  

 

 

 

   
 
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