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Autore: blackjessamine    06/06/2021    3 recensioni
Da qualche parte in Italia a metà degli anni Ottanta si aprono parentesi.
Si rubano istanti, si ritaglia un'estate a vite che sembrano scorrere su rette impercettibilmente divergenti.
Si cancellano confini e si disegnano destini, perché la vita non è un compito di geometria.
Da qualche parte in Italia a metà degli anni Ottanta si chiudono parentesi.
[Homer Landmann (OC)/Ole Nissen (OC) – Semi-CMBYN!AU]
Genere: Introspettivo, Malinconico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Slash
Note: AU | Avvertimenti: nessuno
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- Questa storia fa parte della serie 'Surya Namaskara'
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Capitolo 6




 

Piove.

Piove una pioggia fitta e costante, una pioggia invadente, annunciata sin dalla mattina da un cielo piatto e grigio. È stato un graduale addensarsi di nuvole che è cresciuto fino a quando, nel primo pomeriggio, l'acqua ha cominciato a cadere in una cortina compatta e fredda.

Non è un temporale estivo: non ci sono stati sfoghi di energie accumulate, niente elettricità sparsa nell'aria né un sole splendente pronto a rischiarare il pomeriggio. Solo pioggia e il disgregarsi della cappa d'afa, lasciando spazio solamente ad una penombra fresca che sembra aver raggiunto ogni angolo della casa.

Homer respira l'odore intenso della terra bagnata senza curarsi dell'acqua che gli scivola sulle mani poggiate sulla ringhiera del balcone. I piedi, che spuntano nudi da un paio di jeans lunghi che ha recuperato dal ripiano più basso dell'armadio – quello dove aveva malamente riposto la maggior parte dei vestiti che non aveva in programma di usare quell'estate – sono bagnati, perché il tetto spiovente non riesce a riparare del tutto il balcone, e l'acqua colpisce la ringhiera e schizza ovunque.

Reprime un brivido, ma resta immobile. Non vuole rientrare in casa, non ancora: ha bisogno di sentire il vento riempirgli i polmoni, ha bisogno di orizzonti vasti su cui far scivolare lo sguardo, ha bisogno delle chiome degli alberi sferzate dal maltempo. 

Ne ha bisogno, dopo una giornata trascorsa chiuso in casa.

È stata una giornata piacevole, eppure.

Homer non ci vuole pensare, e non pensare alle cose che possono rivelarsi sgradevoli o suscitare domande a cui non vuole trovare risposta  è una cosa che sa fare benissimo: trova alternative, si aggrappa alla prima idea che gli passa per la mente e vi si tiene stretto con l'entusiasmo che gli riesce tanto naturale, e alla fine, in qualche modo, comincia a credere davvero che gli importi solo di quell'entusiasmo, e che non ci sia niente in grado di turbarlo.

 Quella che si è appena conclusa ha saputo essere una giornata piacevole nonostante la pioggia, nonostante i piani saltati e le abitudini cambiate in corso d'opera. Non ci sono stati bagni al mare, né ci sono state corse in bicicletta e pomeriggi trascorsi in qualche angolo tranquillo della costa. 

Ci sono state invece spedizioni nella vecchia soffitta per aiutare suo padre a svuotare un vecchio mobile che si è rivelato pieno fino a scoppiare di vecchie pipe – secondo suo padre potrebbero anche essere oggetti preziosi, ma sua madre se n'è già impossessata, mormorando qualcosa su una composizione artistica figlia dell'accostamento di diversi materiali. E poi c'è stata una cena stranamente elaborata, alla  cui preparazione Homer e Ole hanno contribuito cercando di tamponare in qualche modo ai continui cambi d'idea in corso d'opera di Cecilia Landmann. C'è stata una tavola apparecchiata in cucina col servizio bello, in un assurdo contrasto fra la stanza spoglia e funzionale e l'argenteria che lì a B. non usano mai quando ci sono ospiti, ma solo quando Cecilia decide di giocare alla piccola nobiltà con i membri più stretti della famiglia. Ole non ha commentato la stravaganza della signora Landmann, ma anzi, con lieve sorpresa di Homer si è prestato con pochissimo imbarazzo ad assecondare il gioco forse un po' infantile di Cecilia. E poi c'è stata una serata tranquilla, che ha visto tutti e quattro accoccolati su poltrone e divani nel salotto piccolo, ad ascoltare il rumore della pioggia che batteva sui vetri e a guardare un film trasmesso sul piccolo televisore dallo schermo sfocato, giocando a fingere di riuscire a capire le parole degli attori italiani e a dare una qualche interpretazione del tutto personale e fantasiosa alla storia.

È stata una giornata morbida, che ha ripercorso molte abitudini che la famiglia di Homer ha sin da quando lui era piccolo, e in questo quadro così rassicurante Ole ha trovato posto in maniera assolutamente naturale, quasi che quel posto fosse sempre stato lì, pronto per lui, in attesa che lui arrivasse a sedere con le gambe rannicchiate al petto sul lato destro del divano preferito di Homer.

Eppure.

Eppure, non sono rimasti da soli nemmeno per un istante. Quasi in un tacito accordo, hanno continuato a cercare la presenza dei genitori di Homer, come se temessero il momento in cui si fossero ritrovati a riempire quel pomeriggio da soli, senza aver la possibilità di distrarsi con corse in bicicletta e gite nei dintorni. Quasi temessero di dover affrontare la loro semplice esistenza l'uno accanto all'altro.

 

"Homer? Ti stai bagnando tutto, vieni dentro".

Homer nasconde un sobbalzo sorpreso: lo scrosciare della pioggia ha coperto quello della doccia, e lui non si è accorto che Ole è uscito dal bagno e si è affacciato sulla soglia del balcone.

Ha i capelli ancora un po' umidi per colpa della doccia, sparano in ogni direzione e gli danno l'aria di qualcuno che si sia appena alzato dal letto.

"Arrivo subito", mormora Homer, allontanandosi dal viso i capelli bagnati e lasciando vagare lo sguardo sui contorni a malapena distinguibili degli alberi frustati dalla pioggia.

Avrebbe voglia di tornare in casa, scendere le scale di corsa e attraversare il giardino sotto l'acqua. Avrebbe voglia di trascinarsi dietro Ole, ignorare le sue proteste e i suoi lamenti per qualcosa di così sconsiderato e convincerlo a correre come un bambino, a offrire il viso alla pioggia, a mettersi ad urlare, anche.

Ma non lo fa.

Si volta, sorride a Ole e lo segue in casa, senza preoccuparsi delle impronte bagnate che lascia sul pavimento.

Ole allunga una mano per richiudere la portafinestra alle loro spalle, ma Homer lo ferma con un gesto istintivo.

"Lasciala aperta, almeno gira un po' d'aria fresca".

Ole lo fissa confuso, ma obbedisce, senza però riuscire a trattenere un'obiezione:

"Quest'aria non è fresca, è proprio fredda. Sicuro di volerla lasciare aperta?".

"Hai freddo?"

Homer si volta a fissare l'amico, che per dormire indossa un paio di vecchi pantaloni da ginnastica della scuola e una maglietta stinta, e  lo fa appena in tempo per vederlo scrollare le spalle, quasi volesse dire che in fondo non è importante che lui abbia o meno freddo. Il che è paradossale, perché la finestra che Homer vuole lasciare spalancata è quella della camera grande – la camera che dovrebbe essere di Ole.

E allora Homer si scrolla di dosso quella strana malinconia che così poco gli si addice, si illumina di un sorriso nuovo e genuino e decide, come sempre, di ascoltare l'istinto.

"So cosa fare", mormora, e non dedica che uno sguardo furbo all'espressione un po' confusa e un po' preoccupata di Ole. Afferra la sedia su cui Ole ha gettato alla rinfusa un paio di pantaloni, un costume da bagno pulito e l'asciugamano che usa di solito in spiaggia, la porta davanti all'armadio e vi si arrampica sopra, avendo cura di non calpestare i vestiti dell'amico.

"Homer, non mi sembra una grande idea. Scendi, dai, non ti sei accorto che questa sedia è mezza rotta?"

In effetti, la paglia intrecciata che costituisce la seduta della vecchia sedia protesta ogni volta che qualcuno cerca di utilizzarla per ciò che realmente è, ma Homer conosce quell'oggetto, e sa come mettere i piedi in corrispondenza dell'intelaiatura per minimizzare il rischio di incidenti.

"Tu mettiti a letto e non ti preoccupare".

Sporgendosi appena, apre l'anta dei ripiani più alti dell'armadio – quelli che nessuno usa mai, non d'estate – e con un movimento meno preciso di quanto vorrebbe si fa cadere fra le braccia un fagotto morbido.

Le coperte gli rovinano addosso, e Homer scende dalla sedia con un salto che gli ricorda quanto le caviglie siano strumenti fragili, mentre trapunte colorate di diverso spessore cadono a ricoprire tutto il pavimento.

Ole gli è subito accanto, aiutandolo a raccogliere le coperte e borbottando piano.

"Tu non hai proprio il senso della misura, eh? Prima stai al freddo sotto l'acqua, poi tiri fuori le coperte invernali".

Ma Homer non voleva farsi cadere tra le braccia le trapunte pesanti: appallottola le coperte in un fagotto che lancia sulla sedia, e quando finalmente le sue mani trovano quello che stava cercando, esulta: è una coperta ampissima, la stoffa di un arancione ormai stinto, leggerissima e morbida. Sua madre probabilmente saprebbe lanciarsi in una lunga discussione sull'origine di quella particolare stoffa, ma Homer non ne ricorda neanche il nome. Sa solo che quella coperta è una delle sue preferite, soprattutto quando l'estate comincia a cedere il passo all'autunno e i riscaldamenti non vengono ancora accesi, lasciando che gli spifferi gelidi e l'umidità della vecchia casa si prendano tutto il calore del giorno. Quella coperta ha la consistenza perfetta per difendersi dal fresco di notti come quella.

 

Ole è colto alla sprovvista, quando Homer gli lancia addosso la coperta e poi, approfittando della sua momentanea cecità, lo fa cadere sul letto, ridendo come un bambino.

"Homer!"

Ole si strappa di dosso la coperta, riemergendo più spettinato che mai e con la faccia rossa. Ma Homer non demorde: inginocchiato sul materasso, non smette di ridere e getta la coperta sulle spalle di Ole, avvolgendolo bene. E poi avvolgendolo meglio, stringendo un po' e immobilizzandogli le braccia, e sistemando i lembi di stoffa come se fossero il bavero sollevato di una giacca.

"Fatto! Ora non potrai più dire che ti faccio patire il freddo".

Ole scuote la testa, si agita un po' per allentare la morsa della coperta, e poi resta fermo, quasi avesse accettato quella prigione di stoffa.

Resta fermo, e Homer smette di ridere: è come se quella strana malinconia abbia ripreso spazio, allontanandoli ancora.
Homer quella distanza la vuole cancellare, vuole spazzarla via con lo stesso gesto rapido e istintivo con cui scaccerebbe una mosca: ma quella distanza non è un insetto fastidioso, è qualcosa che sembra venire da dentro – venire da loro due – e allora forse l’istinto non basta. Non basta nemmeno ridere e scherzare, non basta ricominciare a giocare e nascondere il viso di Ole sotto la coperta e farsi il solletico come se avessero cinque anni e nessun pensiero al mondo, perché tutto questo non significa combattere la distanza. Significa solamente ignorarla, distogliere lo sguardo e stringere un tacito patto per fare finta che non sia mai esistita. 

E mentre Homer cerca le parole per affrontare finalmente questo ostacolo, a parlare è Ole.

Voce bassa, priva di ogni tentennamento: Homer non crede di averlo mai sentito parlare in quel modo, con quella sicurezza che sembra essere quasi una sfida – una sfida a che cosa, quello proprio non lo saprebbe dire. 

“Questa cosa che hai appena fatto la faceva anche mia mamma”.

Homer resta in silenzio, cercando di respirare piano: è stupito, e forse anche un po’ spaventato, perché è sicuro di essere la persona a cui Ole ha affidato più parole in tutta la sua vita, ma di sua madre non ha mai parlato. Non di sua iniziativa, e anche quando si è trovato a rispondere a qualche domanda in proposito, si è sempre limitato a poche frasi laconiche che dessero il quadro più preciso e rapido possibile della situazione – sì, avevo quattro anni – non mi ricordo bene – immagino di sì, certo che non è stato bello – rapido, confuso, ero quasi sempre con i nonni, ma alla fine siamo rimasti da soli io e mio padre – e ora Homer non sa come reagire. Non sa quale direzione prenderà Ole, non sa quantificare il dolore in mezzo a cui sta scavando, non sa se offrire parole di conforto – e quale conforto potrebbe mai dare al bambino di quattro anni che, se ora si voltasse, vedrebbe emergere negli occhi di Ole?

E allora resta in silenzio, aspetta che Ole faccia un altro respiro e aggiunga qualche frase, che strappi via qualche altra immagine da quel mare di ricordi a cui forse pensa ogni giorno ma di cui non parla quasi mai. 

“Avvolgermi nella coperta, dico. Cioè, non lo so se era una coperta, forse no… ma non so nemmeno se mi ricordo qualcosa di vero, o se è un ricordo che si è inventato la mia mente”.

Una pausa, il silenzio rotto solo dallo scrosciare della pioggia e dal tonfo della finestra che si chiude con un colpo secco, rimbalza e si spalanca di nuovo.

“Be’, pazienza, a me va bene anche se è un ricordo finto. Però la sensazione di essere stanco, forse dopo il bagno alla sera, o seduto su una panchina degli spogliatoi in piscina, o che ne so, e sentire lei che mi avvolge in qualcosa di caldo e lo stringe bene sulle spalle e qui, sotto il mento, non lo so, mi sembra davvero un ricordo vivo, e magari mi sto solo illudendo, ma non importa”.

Homer vorrebbe dire qualcosa, rassicurare Ole sul fatto che sicuramente quel ricordo, da qualche parte nella sua mente di bambino, esiste davvero. E che forse gli sembra confuso, perché sicuramente dev’essere un gesto che sua madre ha fatto spesso, e allora ad essersi fusi assieme devono essere più momenti condensati in una sola sensazione di amore e protezione, ma rimane in silenzio: non vuole rischiare di sciupare quella confessione, non vuole dire la cosa sbagliata o rovinare quello scavare nella propria introspezione a Ole. 

Il silenzio, però, sembra allungarsi all’infinito, e allora Homer prova a interromperlo come può, nell’unico modo in cui è certo di non poter fare danni:
“Ti ha dato fastidio che lo facessi anche io? Non ti ho… non lo so, rovinato il ricordo, vero?”
Per la prima volta Ole si volta a guardarlo, e la sua espressione è leggermente stupita.

“No”, dice allora, ed è come se quella risposta gli si fosse presentata solo in quel momento, come se avesse scoperto solo in quell’istante che in effetti no, non prova alcun fastidio, “no, per niente. È stato diverso, e a volte è bello ricordarmene, e mi piace se a ricordarmelo sei tu”.

Dopo un istante, Ole si lascia scivolare in avanti, nascondendo il viso e lasciando andare un sospiro. 

“Scusami, non volevo mettermi a parlare di cose tristi… è che, non lo so, questo posto è pieno dei tuoi ricordi, delle cose che facevi da bambino con la tua famiglia, e tu me li stai regalando tutti, questi ricordi, e forse ho voluto ricambiare in qualche modo, ma non è proprio la stessa cosa”. 

Si china in avanti anche Homer, avvolgendo l’amico in un abbraccio tutto storto, e va bene anche così. 

“Non sei in dovere di ricambiare niente con niente, lo sai, vero?”

Ole annuisce appena, a testa china, senza mai alzare lo sguardo, e allora Homer aggiunge, sorridendo appena:
“Però sono contento che tu abbia deciso di farlo. È un ricordo bellissimo, questo, e non sai quanto mi faccia piacere che tu abbia deciso di condividerlo”.

Restano abbracciati per un po’, e nel silenzio, in mezzo all’odore della pioggia e della vegetazione sferzata dal temporale, Homer si trova  a respirare piano l’odore di Ole. C’è l’odore del suo shampoo, lo stesso che ogni tanto Homer prende in prestito come ha fatto innumerevoli volte a scuola, e più sotto, leggero e appena percepibile, c’è l’odore sottile del sapone alla camomilla che Cecilia Landmann ama tanto. È odore di casa, e Homer avverte uno strano struggimento alla bocca dello stomaco – qualcosa a cui nemmeno lui saprebbe dare una forma precisa – respirando questo odore mentre si stringe a Ole. È odore di casa, e Ole sembra essere ciò che a casa era sempre mancato per essere del tutto completo. 

“Posso dormire qui?”
Homer lo chiede di botto, senza fermarsi a riflettere. Sa di averlo fatto spesso, e di non aver mai chiesto di poter restare. Non sa cosa sia cambiato questa volta: forse tutto, forse niente, o forse ha solo bisogno di una rassicurazione e di sentirsi guidato verso casa.

“Perché me lo chiedi?”
Homer si stringe nelle spalle, e si tiene stretto a Ole.

“Perché sì”.

“Ma lo hai sempre fatto, e non hai mai chiesto il permesso”.

Homer si rende conto che questa è la prima volta che parlano ad alta voce di quelle notti passate a dormire insieme. Hanno sempre fatto in modo che quelle notti apparissero come un evento casuale, come la naturale conseguenza del chiacchierare fino a tardi, e non ne hanno mai fatto parola. Forse perché entrambi sanno che, se si trovassero con altri amici, non troverebbero mai naturale addormentarsi insieme. Eppure, Homer non riesce a provare alcun disagio, nemmeno soffermandosi a pensare a quello che chiunque direbbe, vedendoli così: non gli importa, e non gli importa nemmeno provare a domandarsi perché, con le ginocchia di Ole premute nella schiena o con le braccia piegate ad angoli innaturali per riuscire a far stare entrambi in un letto troppo piccolo, il suo sonno sia più sereno. Semplicemente non gli importa, perché dare un nome alle cose significa cercare di farle combaciare con ciò che ci si aspetta da loro, e lui e Ole hanno contorni tutti loro, che forse in una definizione non sarebbero capaci di entrare. E Homer non è disposto a sacrificare nemmeno lo spigolo più piccolo di quei contorni. 

“E stavolta voglio chiedertelo, e voglio che tu ti senta libero di rispondere quello che vuoi”.

Homer finge disinvoltura, ma sa bene che se Ole lo bandisse dal suo letto, quella notte trascorrerebbe insonne.

“Allora ti rispondo che non credo di aver mai conosciuto una persona stupida come te”, sbotta Ole, ma è uno sbottare che, di nuovo, scivola nel divertimento. Scosta un lembo della coperta e la getta in malomodo attorno alle spalle di Homer, prima di sdraiarsi e aggiungere, esasperato:
“Sei ancora mezzo bagnato, muoviti a venire sotto, prima di ammalarti!”

“Posso davvero? Anche se questo è il tuo bozzolo e ti ricorda tua mamma ed era una cosa vostra?”
Ole si volta, e invece di dargli la schiena, come fa di solito, lo guarda dritto in faccia, in quel buio fatto solo di contorni morbidi e confini sfumati.

“Il mio bozzolo è il tuo bozzolo, scemo. E adesso taci. E prometti che se stanotte quella stupida finestra comincia a sbattere, ti alzi tu a chiuderla”.

E, con un gesto del tutto inaspettato, allunga un braccio a stringersi al fianco di Homer, attirandolo un po’ più vicino. 

E Homer, all’improvviso, sa che quella notte dormirà con le labbra incurvate nel sorriso delle occasioni perfette. 





 

 


 

Note:

Per prima cosa, una precisazione: in questi giorni ho riascoltato l’audiolibro di CMBYN, e ho scoperto che non esiste alcuna saponetta alla camomilla. Solo una volta si parla di detersivo per i panni alla camomilla. Non che cambi granché, ma insomma, anche io ho i miei finti ricordi a cui sono molto affezionata, come potete vedere. 

So che questo capitolo, in un certo senso, è di nuovo breve e poco significativo, dal punto di vista della trama, ma questa volta non me ne lamenterò: credo sia necessario, per me e per loro, questo capitolo in cui ci si ferma a tirare un po’ il fiato prima di buttarsi nel prossimo (che, se tutto va come deve, sarà il penultimo). Insomma, il prossimo capitolo potrebbe tardare più del solito, perché, se di nuovo le cose vanno secondo i piani, dovrebbe contenere degli elementi che io non sono solita trattare e che potrebbero farmi impazzire più del solito. Oltretutto, questa storia nasce davvero a scapito di un raschiamento di cuore che, non lo so, mi lascia fisicamente spossata alla fine di ogni capitolo. Ed è bellissimo, ma anche sfiancante. E ora è estate, fa caldo e ho voglia di leggerezza, quindi può essere che intervallerò questa storia con progetti più leggeri, pur correndo il rischio di rallentare un po’ il ritmo. Vi chiedo scusa, e vi prometto che non abbandonerò il progetto, ma insomma, io comincio a mettere un pochino le mani avanti. 


 

   
 
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