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Autore: Zobeyde    09/10/2021    0 recensioni
[Storia riscritta]
Jim Doherty è l’unico tra i saltimbanchi del Circo O’Malley a possedere capacità straordinarie: conosciuto con l'altisonante nome di Khazam, vorrebbe spingere i propri numeri oltre i limiti imposti dal burbero direttore e portare sul palco la vera magia.
La sua vita cambia quando incontra Solomon Blake, che gli propone di diventare suo apprendista: egli è l’Arcistregone dell’Ovest e può rendere Jim grande oltre ogni immaginazione. Ma chi è davvero Mr Blake? Cosa nasconde dietro i modi raffinati, l’immensa cultura e la spropositata ricchezza? E soprattutto, cosa ha visto realmente in Jim?
Nella New Orleans dei primi anni 30, tra Proibizionismo e Grande Depressione, paludi misteriose e vudù, il giovane allievo dovrà imparare a sopravvivere in un mondo dove niente è come sembra e dove il confine tra Bene e Male è sempre più sottile. Ma soprattutto, a trasformare i suoi trucchi da palcoscenico in qualcosa di più.
Genere: Azione, Fantasy, Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: Lime | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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COME IL FUORI COSÌ IL DENTRO – Seconda parte

 
 

 
Jim raccolse un sasso da terra e lo scagliò con rabbia verso i cespugli.
«Stronzo!» gridò nel silenzio della notte. «Non ho fatto niente per meritarmi questo!»
Blake era scomparso da più di un’ora, ma Jim non aveva ancora idea di come superare la prova. Esaminò gli imponenti massi, illuminati dal chiarore metallico della luna; quel luogo era inquietante, ma mai quanto il bosco e non pensò di uscire dal cerchio neanche per un istante.
Con quel trucchetto della nebbia, inoltre, lo stregone poteva averlo spedito ovunque, non sarebbe mai riuscito a tornare a casa senza perdersi nel bayou… o finire in pasto ad un alligatore. Eccola là, la magia che voleva così tanto vedere.
Ma perché non sto mai zitto?
Affranto, il ragazzo andò a sedersi in mezzo al cerchio.
Continuava a domandarsi il senso di quell’esercizio: che accidenti doveva fare? Meditare? Mettersi a pregare? La magia gli era sempre venuta fuori e basta, non aveva mai avuto bisogno di entrare in sintonia con qualcosa. Ok, era impreciso e sì, spesso gli effetti non erano quelli desiderati… ma sempre meglio che rimanere tutta la notte in mezzo a quattro pietre!
Forse, non sei portato quanto credevi, suggerì una voce nella sua testa. Non pensava che avrebbe avuto tante difficoltà ad imparare il linguaggio della magia e il suo funzionamento.
“Ti ho promesso la grandezza” aveva detto Blake. “Se non sei in grado di afferrarla hai sprecato il tuo tempo con me e io l’ho sprecato con te.”
La verità era che aveva sempre dato per scontato che il suo vero talento fosse la magia. Il suo unico talento, qualcosa che lo rendesse speciale, come i grandi uomini di cui gli piaceva tanto leggere. O almeno, questo prima che arrivasse Blake.
Tutti nel circo erano bravi in qualcosa e se Jim era mediocre pure come mago, allora cosa rimaneva di lui? Un bel faccino e qualche gioco idiota con le monete, che anche un bambino avrebbe potuto imparare...
Per un lungo momento, le nuvole inghiottirono la luna e la radura si riempì di oscurità. Jim strinse le ginocchia al petto, lanciando occhiate nervose in giro; sentiva fruscii e misteriosi ticchettii in tutte le direzioni e di tanto in tanto un suono raggelante simile ad una risata lo faceva sobbalzare.
È solo un uccello, si disse, cercando di calmarsi. Non fare la mammoletta!
Blake voleva punirlo facendogli prendere un bello spavento, ma non lo avrebbe mai lasciato laggiù se fosse stato sul serio in pericolo: tutto quello che doveva fare era portare pazienza e resistere fino a mezzanotte.
Per distrarsi, ripeté quanto ricordava delle ultime lezioni, alla ricerca di un qualcosa che potesse aiutarlo. Prima di andarsene lo stregone aveva citato uno dei Sette Principi Ermetici, quello della Corrispondenza. E cosa diceva, esattamente? Che esiste un’analogia tra i diversi livelli dell’esistenza, tra sopra e sotto, tra dentro e fuori. Tra Tutto e Uno.
Ripeteva sempre che è nella Volontà che risiede la forza di un mago e lui voleva sul serio che il Tutto gli mandasse un segno, uno qualsiasi.
Chiuse gli occhi e si sforzò di prestare attenzione a ciò che lo circondava. Tacere e ascoltare aveva detto lo stregone. Jim lo stava già facendo, ma non era colpa sua se i suoni che ascoltava lo stavano solo terrorizzando a morte.
Allora provò a concentrarsi su ogni rumore, isolandolo e cercando di stabilirne l’origine; questo esercizio almeno servì a distoglierlo dalla paura del bosco e dalla collera verso il maestro.
E fu allora che lo sentì: un battito sommesso ma costante, che non riusciva a identificare. Jim vi si soffermò con più attenzione; era un pulsare ritmato, simile ad un tamburo, ma non capiva da dove provenisse con esattezza…era come se si spostasse, come se fosse tutt’intorno a lui.
Aprì gli occhi e si voltò a guardare i monoliti, pura roccia immobile levigata dalle intemperie.
“Tutte le cose sono in movimento” diceva il secondo Principio Ermetico. “Tutte le cose… vibrano.”
Jim si alzò in piedi e si avvicinò ad una delle pietre. Adesso il battito si era fatto più intenso, lo sentiva riverberare nelle ossa, nel petto, nelle tempie; era come un richiamo, una voce familiare che veniva da lontano. E, sorprendentemente, qualcosa dentro di lui stava rispondendo.
Senza riflettere, sollevò una mano e toccò la pietra.
Ciò che seguì fu un’esplosione di luce accecante e ogni cosa si dissolse in un vortice di fuoco. Ebbe la spaventosa sensazione di spaccarsi, di essere dilaniato in parti microscopiche e poi scagliato in molteplici direzioni diverse.
Se avesse avuto ancora una bocca avrebbe urlato.
Provò ad opporsi con tutte le sue forze, a lottare per tenere insieme ciò che restava di lui prima che fosse tardi. Eppure, qualcosa nel profondo, in quel battito lento e incessante, lo rassicurava che non c’era niente da temere. Che poteva fidarsi, lasciarsi andare per una volta.
Abbandonarsi per esercitare il controllo.
Così, mise da parte i dubbi e la paura e permise alla corrente di trascinarlo via.
Aprì gli occhi. I simboli sui monoliti si erano accesi, diffondendo nella radura un tenue chiarore dorato. E in quel chiarore, fluttuava una strana polvere, pagliuzze scintillanti di pura luce; si diramavano in mille direzioni diverse come una rete, scorrendo dal cerchio di pietra verso il folto della foresta. Vene che pompano sangue in tutto il corpo. Jim vi immerse la mano: subito, dalle sue dita si irradiarono altri filamenti di luce.
«Ogni cosa è parte del Tutto» mormorò tra sé. «E non può esserne separata.»
Eppure, doveva esserci dell’altro: fin dove arrivava quell’energia? C’erano altri maghi connessi ad essa in quel momento? Altri mondi intrecciati al suo?
Doveva sapere.
Seguì una delle ramificazioni attraverso gli alberi, a malapena consapevole del fantoccio con le sue sembianze che aveva lasciato, seduto e con gli occhi chiusi, in mezzo al cerchio di pietre.
Camminò fiancheggiando un acquitrino dalle acque nere e immobili e un’infinita distesa di cipressi dalle lunghe barbe grigie. Ad un certo punto si accorse che gli alberi avevano cominciato a diradarsi, e si ritrovò a calpestare un soffice prato inglese inondato dalla luce del sole. Socchiuse gli occhi, abbagliato: si trovava in campagna, tutt’intorno distese di grosse zucche arancioni e folti boschi imbionditi dall’autunno. Alle sue spalle c’era una fattoria bianca dall’aria familiare, con un grande fienile rosso che spiccava contro il cielo azzurro.
Jim avvertì delle risate provenire dal retro della casa e risalì il vialetto. Quando voltò l’angolo, s’imbatté in una donna e un bambino; lei stava piantando in un’aiuola dei rigogliosi fiori viola e gialli e non poteva avere più di venticinque anni, i corti capelli castani che incorniciavano un viso sottile e pallido. Il bambino invece aveva un’arruffata zazzera rossiccia e forse quattro o cinque anni.  Nessuno dei due sembrò accorgersi della presenza di Jim, in piedi proprio accanto a loro.
«Guarda» disse la donna al bambino.
Prese una manciata di terra umida iniziò ad impastarla, canticchiando fra sé; il bambino la osservava in silenzio, concentrato. Ad un tratto, le mani di lei si schiusero, mostrando un minuscolo uccellino. Il bambino aprì la bocca, meravigliato, mentre l’uccellino zampettava sulla mano della donna per poi spiccare il volo, cinguettando.
«Quando me lo insegni?» chiese il bambino.
«Presto» rispose lei con un sorriso. «Ma per il momento non dire niente a papà. Sarà il nostro piccolo segreto, va bene Jamie?»
La scena parve ondeggiare davanti agli occhi di Jim, e sia la donna e che il bambino scomparvero. Ora si trovava al chiuso, in una cucina luminosa con una vecchia stufa a legna. C’era la stessa donna, ma stavolta non sorrideva; aveva la testa china, le braccia strette al petto come per proteggersi dall’uomo che le stava gridando contro.
«Lo ha fatto di nuovo, proprio davanti ai vicini! Devi smetterla di incoraggiarlo, Abigail!»
Solo allora Jim notò il bambino di poco prima nascosto sotto il tavolo, che stringeva un coniglio di pezza tra le braccia e osservava i due adulti con occhi rossi di pianto.
«Ma è la sua natura, Tom» protestò la donna. «Non può farci niente se è così!»
«Ci metterà tutti in pericolo!» Tom Doherty guardava sua moglie con occhi colmi di rabbia. E di paura. «Non possiamo rischiare che qualcuno lo scopra, deve capire che quello che fa è sbagliato.»
«Quindi per te anche io sarei sbagliata?» scattò la donna, ferita.
Lui sospirò. «Gail, lo sai che non intendevo...»
Un forte eccesso di tosse squassò improvvisamente il petto della donna, che ansimò come se non riuscisse più a respirare. L’uomo le cinse le spalle, sorreggendola.
«Non affaticarti, hai sentito il dottore. Forza, vieni a metterti a letto.»
Poco dopo si ritrovarono in una spoglia camera da letto; la donna era adagiata sotto spesse coperte, molto pallida e l’uomo, seduto accanto a lei, le accarezzava la fronte.
Da dietro la porta socchiusa, Jim osservava sua madre. Avrebbe voluto correre da lei, abbracciarla, perché dentro di lui sapeva che non le rimaneva più molto tempo da trascorrere insieme, ma suo padre si accorse della sua presenza e si alzò per chiudere la porta.
La scena cambiò di nuovo.
Jim era ancora in piedi di fronte ad una porta chiusa. La porta di un fienile avvolto dalle fiamme.
“Jamie…”
Il fuoco crepitava alto sopra le travi, il fumo acre risaliva in pinnacoli e volute verso il cielo.
“Jamie, aspetta!”
C’era qualcuno intrappolato; stava battendo contro la porta, urlava, chiedeva aiuto. Il rombo del fuoco era assordante, eppure Jim lo sentiva perfettamente. Lì dentro c’era suo padre.
Che cosa è successo quella notte? Che cosa hai fatto?
Ogni cosa scomparve, risucchiata dall’oscurità più nera. Solo il fienile era ancora là, ma si stava allontanando, fino a diventare un puntino luminoso nel nulla, mentre una forza portentosa lo trascinava verso il basso, in un abisso gelido e senza ritorno…
È l'inferno che ti reclama, Jamie.
«Jim, devi svegliarti.»
Qualcuno lo stava scuotendo delicatamente per una spalla. Jim spalancò gli occhi, inspirando a fondo come se fosse stato in apnea.
«Bentornato» disse Solomon Blake, con l’accenno di un sorriso. «Puoi lasciarle andare adesso.»
«Lasciare…cosa?»
«Le rocce.»
Jim non capiva; era seduto in mezzo al cerchio, ma i monoliti erano scomparsi. Al loro posto c’erano solo delle specie di crateri. Sollevò lo sguardo e il sangue gli defluì dalla faccia.
Le enormi pietre stavano fluttuando sopra la radura muovendosi lentamente in cerchio, le rune accese di rosso.
«S-sono stato io?»
«Sì» confermò Solomon, guardando anche lui in alto. «Ora mettiamole giù, va bene? Con calma, ti aiuto io.»
Già offrì una mano per rimettersi in piedi. Poi, Solomon sollevò lentamente le braccia e Jim lo imitò; adesso riusciva a vedere il potere dello stregone mentre entrava in azione, spandendo intorno a lui un alone dello stesso azzurro intenso alla base della fiamma.
«Ristabilisci il legame con il Tutto» gli disse. «E impartisci la tua Volontà: vedrai che ti darà ascolto.»
Jim si raccolse in sé stesso per trovare di nuovo quel battito nascosto. Non ebbe bisogno di cercare a lungo, stavolta; se prima era stato il Tutto a chiedere di essere raggiunto, adesso fu lui a correre da Jim al primo richiamo. Sentì l’energia affluire da ogni direzione, scivolare sull’acqua, sfiorare le fronde degli alberi, attraversare deserti e montagne. Ogni parte di sé che credeva di aver smarrito fu ritrovata e i Molti si ricongiunsero all’Uno.
Insieme, i due maghi guidarono i megaliti durante la discesa, uno ad uno, finché non tornarono nelle postazioni originarie. Infine, Solomon spazzò via la polvere di gesso dai vestiti. «Per stasera può bastare: torniamo a casa.»
 
 
La nebbia ricondusse entrambi nel parco dei Winters; per prima cosa, Solomon chiese a Valdar di preparare qualcosa di caldo per Jim e lo fece accomodare in un salotto accogliente, che odorava di legno, cera d'api e cuoio.
«Allora, ho superato la prova?» domandò subito il ragazzo, seduto sul divano con una coperta sulle spalle e una tazza di cioccolata calda al peperoncino tra le mani.
«Meglio di quanto mi aspettassi, devo ammetterlo» rispose lo stregone, ma la sua espressione era assorta, quasi inquieta; sedeva di fronte a lui in poltrona e stava di nuovo tormentando il suo orologio d’argento rigirandoselo tra le dita. «Non sapevo fossi già in grado di viaggiare in astrale. È…notevole.»
«Che cosa significa?»
«Che hai momentaneamente lasciato il tuo corpo» spiegò lui. «Il Piano Astrale è una dimensione intermedia, dove l’Anima vive separata dalla Carne e concetti come “spazio” e “tempo” sono determinati dalle emozioni. Di solito occorre una preparazione particolare, la mente umana è fin troppo fragile e costringerla a vagare senza punti di riferimento né certezze può farla impazzire.»
«O temprarla, magari» disse Jim.
Solomon sorrise, negli occhi qualcosa di simile all’approvazione, e il ragazzo sentì che tutto l’astio che aveva macerato in quelle settimane verso di lui era di colpo evaporato, mentre uno strano calore gli si spandeva nel petto; imbarazzato, sorseggiò un po’ troppo in fretta la sua cioccolata, scottandosi la lingua.
Poi, lo stregone gli chiese di raccontare della sua esperienza.
«Ho sentito qualcosa nel bosco» disse Jim. «Come una voce: era dappertutto, ma vicino a quei massi diventava più forte. Poi sono stato come travolto dall’energia e ho pensato che mi avrebbe distrutto. Non è successo ovviamente, ma è stato comunque… terrificante.»
«Le prime volte spaventano sempre» convenne Solomon, con quel sorriso pieno di calore ancora sulle labbra. «Non ho scelto quel luogo a caso, i simboli dipinti sulle pietre avevano lo scopo di raccogliere l’energia e amplificarla.»
«Come un’antenna?»
«Come un’antenna» confermò lo stregone. «Che cos’altro hai visto? Quando hai viaggiato in astrale, intendo.»
Jim ripensò a quando si era inoltrato nella palude, ai ricordi della sua infanzia alla fattoria, ai suoi gentori, al fienile in fiamme. E poi, quella terrificante sensazione di vuoto assoluto…
Era accaduto davvero? O era una specie di allucinazione? La voce di suo padre che lo chiamava era così reale…
Che cosa hai fatto?
Un brivido lo scosse nel profondo e il ragazzo strinse la tazza fino a far sbiancare la punta delle dita. «Non mi ricordo bene. Era tutto piuttosto confuso.»
Solomon non insistette. «Avrei preferito introdurti gradualmente a tutto questo, ma tu avevi fretta. In compenso, ci siamo notevolmente portati avanti col lavoro.»
«Perciò sono ancora in squadra?»
«Il Tutto ti ha parlato» disse Solomon, alzando le spalle. «Adesso hai tutti i mezzi per cominciare a far magia correttamente.»
«Anche se sono ottuso, arrogante e svogliato?» domandò Jim, perché nonostante tutto gli insulti bruciavano ancora.
«Ho visto di peggio» replicò lo stregone, con un guizzo ironico nello sguardo. «E poi avevi ragione: spesso l’approccio pratico è più efficace. Oltre che più divertente.»
Valdar servì in salotto qualcuno dei suoi dolcetti e Solomon e Jim si trattennero ancora un po’ per discutere degli argomenti che avrebbero trattato nei prossimi giorni: evocazione elementale, trasmutazione organica e inorganica, illusioni. E forse anche introdotto il controllo mentale.
La pendola nel corridoio batté le due.
«Abbiamo fatto tardi oggi» commentò Solomon. «Resta pure qui stanotte.»
«Grazie, ma io…» il resto della risposta fu inghiottito da un gigantesco sbadiglio.
Solomon alzò gli occhi. «Non sarebbe male se accettassi un mio gesto di gentilezza senza protestare, una volta tanto.»
Prese la tazza vuota sul tavolino e si diresse verso la porta. «C’è una stanza pronta per te al piano di sopra, terza porta a dest…» Si interruppe quando sentì russare e si voltò; il ragazzo si era già addormentato sul divano.




 
  
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