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Autore: Puffardella    01/12/2021    3 recensioni
La vita di Ethan è tutto fuorché ordinaria. Affetto fin da bambino da porfiria, che lo costringe a una vita di privazioni, ha il privilegio di svolgere una professione unica: quella del restauratore di libri.
In seguito al peggioramento del suo stato di salute, si ritira in un piccolo quanto singolare paesino del nord Italia, in cerca di un po' di serenità.
Qui fa la conoscenza di un uomo importante per la comunità, affascinante quanto misterioso, il quale gli commissiona il restauro di un antico manoscritto, una sorta di diario dei suoi avi.
Il contenuto di quel libro si rivelerà sconvolgente per Ethan, e avrà il potere di cambiare per sempre le sue sorti e quelle delle persone che ama.
Genere: Dark, Romantico, Sovrannaturale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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PROLOGO

Davide aveva sentito tante storie sui funerali.
Storie di terrore, di vecchi cimiteri abbandonati e di defunti che riprendevano vita all’improvviso, a un passo dall’essere seppelliti.
Essi spalancavano gli occhi e lanciavano grida disumane, mentre il vento impetuoso piegava le cime degli alberi e lampi spaventosi squarciavano l’oscurità della notte, illuminando le lapidi delle tombe e le persone che, terrorizzate, fuggivano in ogni direzione.
Erano storie di bambini, che lui e i suoi amici si divertivano a raccontarsi nelle sere di Halloween o quando, in estate, il prolungarsi delle vacanze li faceva sprofondare nella noia.
Davide sapeva che erano tutte fandonie, del resto anche lui ne aveva raccontate di simili giurando fossero vere. I morti non tornavano in vita, non importava per quanto tempo e con quanto ardore ci si sforzasse di pregare Dio.
Eppure, mentre il feretro nel quale sua madre giaceva da giorni veniva lentamente calato nella fossa scavata per lei, continuava a sperare che accadesse un miracolo, come nelle storie. Un debole lamento proveniente dalla bara, l’arrivo improvviso di qualcuno che imponeva loro di fermarsi, qualcosa, qualsiasi cosa che dimostrasse a tutti i presenti che si erano sbagliati: lei non era morta, si era trattato solo di uno sbaglio, un terribile, tragico sbaglio.
Tuttavia la bara continuava inesorabilmente a scendere verso il fondo della fossa senza che accadesse nulla.
Davide singhiozzò piano e suo padre, in piedi dietro di lui, gli mise una mano sulla spalla e gliela strinse con dolcezza, per infondergli forza e coraggio.
Alla sua sinistra, Clarissa, la sua sorellina di quattro anni, osservava la scena in silenzio con un’espressione seria e al tempo stesso meravigliata sul volto. Probabilmente era troppo piccola per comprendere appieno il senso di quello che le stava accadendo intorno e Davide, che di anni ne aveva dieci, la invidiava per questo.
Alla sua destra, invece, Niccolò, il fratello maggiore, conservava negli occhi asciutti una luce arrabbiata. Gli era comparsa il giorno in cui, nemmeno un anno prima, avevano saputo che la madre era malata, e da allora non aveva mai abbandonato il suo sguardo.
Niccolò aveva quattordici anni ed era un ragazzo forte, per questo non aveva mai versato una lacrima davanti a nessuno. Ma Davide, che con lui divideva la stanza, lo sentiva piangere ogni singola notte. Pigiava il volto sul cuscino e lì sfogava tutto il suo dolore, fino a che non crollava dal sonno.
Dolore. Questo sentimento non veniva mai menzionato nelle sciocche storie che lui e i suoi amici si raccontavano per gioco, eppure in quel momento era talmente presente nell’aria da essere quasi palpabile, tanto che Davide iniziò presto a sentirsene sopraffatto.
All’improvviso venne aggredito da uno strano malessere. Non riguardava solo il suo stato d’animo. Era come un fastidio urticante che gli bruciava la pelle e gli occhi, togliendogli il respiro e offuscandogli la vista. Cercò di farsi coraggio, di mostrarsi forte come suo fratello Niccolò e resistette all’impulso di gridare.
Poi, mentre il feretro raggiungeva la sua meta finale e veniva inghiottito definitivamente dall’oscurità delle viscere della terra, un pensiero stimolato da un ricordo improvviso gli attraversò la mente e il cuore gli fece un balzo nel petto.
Sua madre dipingeva.
Lo faceva per hobby ma era brava, davvero brava, i suoi quadri erano largamente apprezzati da chiunque avesse modo di vederli.
I suoi soggetti preferiti erano i paesaggi notturni. Ne aveva dipinti a dozzine e Davide li trovava tutti molto belli.
Uno di questi, quello che amava di più, era appeso in salotto.
Di sera, quando tutta la famiglia era raccolta davanti alla tele, lui era solito sdraiarsi ai piedi del divano, sul tappeto, e mentre osservava con scrupolosa attenzione ogni dettaglio del dipinto, ogni volta come fosse la prima, finiva puntualmente col perdercisi dentro. Si lasciava trasportare così tanto dalle emozioni che quel quadro gli suscitava che quasi riusciva a sentire sulla pelle l’aria umida della sera e i raggi della luna piena che occhieggiava nel cielo nuvoloso e si rifletteva sulle acque del torrente, attraversato da un ponte di mattoni.
Alle spalle del torrente, le finestre del paese brillavano di una luce soffusa, calda. Il profilo quasi nero del campanile di una chiesa medievale si ergeva alto nel centro del paese, scuro e minaccioso.
Davide si sentiva profondamente suggestionato da quel dipinto. Era come se lui conoscesse quel luogo, come se ci fosse già stato.
Ne era talmente convinto che una volta aveva cercato conferma chiedendo a sua madre se quel posto esistesse davvero.
Lei gli aveva risposto di sì: esisteva nel suo cuore.
E poi aveva aggiunto una cosa che all’epoca gli era parsa stramba, ma alla quale non aveva dato alcuna importanza fino a quel giorno: non era quel paesaggio in sé a sentire nel cuore, ma la notte.
Era la notte a ispirarla. La notte, con le sue tinte grigio azzurrognole e il respiro umido che profumava di terra, dove tutto era immerso nel silenzio e nella quiete più assoluti: questo era ciò che sentiva nel cuore.
E lì, in quel momento, mentre la bara nella quale ella riposava toccava il fondo della fossa e l’oscurità l’avvolgeva definitivamente in un eterno abbraccio, Davide rifletté che ora, finalmente, si trovava dove il suo cuore aveva sempre desiderato essere.
Era un pensiero macabro, per certi versi terrificante, ma anche, in qualche modo, confortante.
Emise un flebile sospiro e sorrise tristemente.
Poi venne trafitto da un dolore lancinante alla testa. Udì alle orecchie un fastidioso ronzio, la sensazione di bruciore agli occhi e sulla pelle crebbe fino a divenire insopportabile. Si schermò gli occhi con la mano, nella speranza di ripararsi dai raggi del sole che quel giorno sembravano voler infierire su di lui, e si accorse che sul dorso erano comparse delle vescicole gonfie e trasparenti. Sollevò anche l’altra mano e si rese conto, con orrore, che erano comparse anche lì.
La sensazione di bruciore crebbe d’intensità, si estese in tutto il corpo. Non era più solo un malessere generalizzato ma un dolore intenso, terribile, che coinvolgeva ogni singolo centimetro del suo essere.
Era come se stesse ardendo vivo, questo fu ciò gli venne in mente.
Lanciò un lungo grido disperato.
Infine svenne.

 
   
 
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