Storie originali > Soprannaturale
Segui la storia  |       
Autore: SkysCadet    09/01/2022    0 recensioni
La cittadina di Filadelfia sembra un borgo tranquillo, in cui la gente comune passa la giornata senza occuparsi degli strani avvenimenti che accadono da diverso tempo. Tuttavia, Simon si ritrova - suo malgrado - a combattere per la salvezza delle anime sfuggite al potere dei Lucifer. Tra questi c'è Joshua, un ragazzo con un dono particolare. Il giorno in cui Ariel - una matricola impulsiva dell'università di Filadelfia - lo incontra per la prima volta, capisce che in lui c'è qualcosa di diverso dagli altri ragazzi. Solo un nome sembra in grado di cambiare il corso degli avvenimenti, un nome che i Lucifer non possono nominare...
(1 Nuovo aggiornamento ogni settimana)
Genere: Fantasy, Mistero, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate
Capitoli:
 <<  
Per recensire esegui il login o registrati.
Dimensione del testo A A A

In verità, in verità io vi dico:
se il chicco di grano, caduto in terra, non muore,
rimane solo;
se invece muore, produce molto frutto.
-Gesù Cristo-





Un caldo afoso sembrò soffocare le vie aeree di Simon; le palpebre erano incollate e serrate per il lungo sonno. Mosse le dita delle mani e sentì la frescura di un lenzuolo di cotone.

Aprì gli occhi e alla luce tiepida del mattino riconobbe la sua camera: la scrivania ben ordinata alla sua sinistra e in corrispondenza dell'ampia finestra, la libreria su cui si alternavano libri e studi biblici, in cui svettava la foto di Padre Peter. L'uomo dell'immagine sorrideva in un'espressione pacifica e eterea; pochi capelli bianchi contornavano il capo e gli occhiali erano poggiati sul naso importante.

L'immagine di colui che per primo gli aveva mostrato il Regno di Dio-attuabile in una famiglia dove il padre cura ogni anima come figlia unigenita-gli trasmise un senso di pace e rilassamento; si mise seduto, strofinandosi gli occhi con tre dita, cercando di riprendere il controllo degli arti indolenziti muovendo dapprima i piedi nudi, poi roteando le caviglie, stirando le braccia verso il soffitto.

Un brusco colpo alla porta interruppe quella pratica rinvigorente.

«Un attimo!» esclamò, dando una fugace occhiata alla ricerca della sua vestaglia di cotone: aveva dormito con canottiera e bermuda da quando aveva memoria.

«Simon, sono io. Nathan.»

In un sospiro, afferrò una maglia bianca a maniche corte. «Entra pure!»

Non era strano per Simon ricevere visite nel suo studio, dove un lettino singolo posto in fondo alla stanza, con un comodino e una cassettiera, lo dotava di tutto ciò di cui aveva bisogno. Spesso si era trovato nella condizione di doversi vestire in fretta per risolvere i problemi quotidiani a cui una comunità come la sua doveva far fronte.

In quel caso, viste le condizioni del Padre della Chiesa di Filadelfia, Nathan aveva preso il comando, risolvendo dal più piccolo litigio, alle problematiche delicate, forte del suo spirito di iniziativa e dell'autorevolezza ereditata dal padre, ex commissario di polizia.

La porta si aprì con estrema lentezza, facendo apparire la testa riccioluta di Nathan che si apprestava ad entrare nella stanza di spalle. Aveva dovuto piegare la maniglia con il gomito, perché le mani erano impegnate nella stretta di un vassoio d'argento in cui oscillava una tazza fumante di latte e miele e tre fette biscottate.

A piccoli passi si era diretto verso la scrivania e, poggiando il vassoio, prese la tazza e la posò sul comodino accanto a Simon, facendo attenzione a non scottarsi.

«Come ti senti?» gli chiese, rimanendo in piedi, con le mani ai fianchi, rivolgendogli uno sguardo preoccupato.

«Confuso.» sospirò.

«Lo credo bene...» disse, muovendosi verso la poltrona posta innanzi alla scrivania per girarla verso la sua direzione e sedersi.

«Ho pensato di vedere il Padre...»

Nathan ispirò profondamente e quasi come rivivendo l'esperienza che li aveva visti coinvolti, si lasciò andare con tutto il peso nello schienale.

In quegli istanti di silenzio si udirono le voci indistinte dei giovani e dei bambini che iniziavano a riempire il cortile; arrivarono come un eco nella stanza, attraverso l'apertura dell'ampia finestra. Poi, Simon alzò lo sguardo illuminato di speranza nella direzione di Nathan. «Li hai trovati?» Pronunciò, colto da uno strano sentimento di ansietà.

L'altro si piegò in avanti, avvicinando la poltrona al letto.

«È stata dura qui, una settimana senza di te.» confessò, strofinandosi gli occhi con i palmi e i gomiti puntati sulle ginocchia.

«Ho dormito così tanto?» corrugò la fronte, Simon.

«No, ma quasi.»

«Non ricordo nulla...»

«Gilbert ti ha tenuto sotto controllo per tutto il tempo. Pare sia normale il tuo bisogno di riposo.» Si schiarì la voce «Comunque... andrò stamattina al Pub Lithium.» e si alzò diretto verso l'uscita.

Dopo qualche passo, però, con fare dubbioso, tamburellò le dita sulla scrivania. «Avrei voluto parlarti di una cosa.» tossì, destando la curiosità di Simon, che si era appena alzato. «In merito alle elezioni comunali di novembre, dopo quello che è successo, sei proprio sicuro di voler continuare in questa missione?»

Avrebbe voluto aggiungere "suicida", ma si morse la lingua.

Sicuramente, quella domanda avrebbe ricevuto una risposta affermativa, ma volle tentare ugualmente, quasi come un amico cerca di consigliare al compagno d'opera ciò che è giusto, con le migliori intenzioni, ma, in fondo, lo sapeva bene, il loro non era un rapporto di amicizia: un figlio può solo comunicare le proprie preoccupazioni, ma le decisioni da prendere spettano al padre.

Simon analizzò la sua espressione contrita e lo osservò mordersi il labbro; gli si avvicinò con la tazza semivuota in una mano, mentre l'altra gliela appoggiò sulla spalla destra, stringendo con vigore, come a volergli trasmettere coraggio. Così, mentre nel suo volto si dipingeva un sorriso divertito per l'intento non riuscito del suo primo ministro, gli rispose: «Più di prima.»

Nathan ispirò e gettando rumorosamente aria dalle narici continuò imperterrito: «E non ti spaventa il pensiero che Judas abbia dalla sua parte cinque delle Sette Chiese della Confraternita, insieme a tutte le Lobby economiche e sanitarie del Paese?»

Parlò con voce quasi alterata, mentre Simon negava col capo quelle parole prive di senso, ma Nathan non si fermò. «...Per non parlare della tv e delle testate giornalistiche: i Lucifer possono controllare il quinto potere. Forse non ricordi le parole di quel dottore prima della nostra fuga dall'ospedale!»

Simon posò rumorosamente la tazza sul vassoio.

«E allora?» Si indignò. «Noi non possiamo contare su nessuno?» Aprì le braccia, per poi farle ricadere lungo i fianchi. «Mi meraviglio della tua poca fede.» Lo fissò con un cipiglio prima che l'altro potesse rispondere.

«Ho avuto paura, Simon. Ho avuto paura di perdere te, Heliu, Lucia... Di perdere tutto. Filadelfia è la mia casa, la mia ragione di vita.» Appoggiò il palmo sul cuore e pronunciò quelle parole stringendosi l'abbottonatura della camicia bianca le cui maniche erano arrotolate fin all'avambraccio.

A quelle parole, il Padre sentì che l'animo di Nathan era stato sfregiato da una situazione che, forse, era risultata più grande di lui. Lo sguardo del ministro fu poi rivolto al parquet, nel vano tentativo di ingoiare un nodo di incertezze.

«Nathan, questa vita è un Suo dono. Non capisci?» cercò il suo sguardo, stringendogli le spalle. «Noi possiamo scegliere di non essere parte del piano dei Lucifer, come invece non lo è il resto del mondo. Dobbiamo dare un'alternativa alla morte con la nostra vita.»

L'altro guardò in alto, cercando di cacciare indietro lacrime e, sospirando, gli disse: «Padre, sembra tutto così impossibile.»

Simon rise di gusto, dandogli una pacca su un braccio: «Caro Nathan, pensavo ti ricordassi il motto della nostra Chiesa...» L'altro, con sguardo interrogativo lo fissò in attesa della risposta. «Noi possiamo fare l'impossibile!»

Era ciò che alimentava le agonie della giovane Ariel: l'aver visto tutto ciò che reputava impossibile. Nei suoi piani, avrebbe dovuto salire quei gradini con Joshua e non tra le braccia di Acab.

Durante la salita, le sembrò che qualcuno parlasse con Joshua; nessuno di ostile, bensì un uomo con una voce limpida e musicale.

Scosse la testa: forse era stato lo stress, forse la mente le faceva brutti scherzi imponendole una pace impossibile da raggiungere. Il cuore accelerato in una violenta tachicardia, sembrava aver preso il posto di tutti i suoi organi interni; quella tensione derivava dall'impossibilità di comprendere gli intenti e azioni del suo salvatore, che aveva ritrovato e perso subito dopo.

Che senso ha?
Si domandò strofinando la fronte sulla spalla di Acab.

La fragilità fisica, la fame e l'aggrovigliamento di dubbi, la resero facile preda di forti dolori alla testa. Chiuse gli occhi, serrandoli in una smorfia, per poi abbandonarsi ad un sonno disturbato; l'unico conforto era la possibilità di poter rivedere la luce del sole. Anelava un calore che non riusciva a ricordare, fino a quando, si rese conto, con stupore, che la sua mano, posta al lato destro del collo di Acab, avvertiva il calore della pelle e le pulsazioni di un cuore accelerato. Non riuscì a rimanere indifferente a quella sorpresa e, d'istinto, si strinse di più a lui, nascondendo il viso nell'incavo tra mandibola e la spalla; poi, quasi fosse inevitabile, spostò il palmo sinistro fino a poggiarlo in corrispondenza dei suoi polmoni che si gonfiavano per aspirare e soffiare aria dalla bocca: azioni vive, umane.

Lui seguì quei gesti e il suo cuore implose nel desiderio di non trovarsi in quel luogo; poi, in modo naturale, si ritrovò a corrispondere quei gesti stringendola con più forza al suo petto e a piegare il capo, posando le labbra sui suoi capelli umidi.

Nella sua mente corsero i ricordi di rapporti gelidi e insignificanti, portati a termine nella violenza e nell'indifferenza; in quel momento, invece, capì di non aver mai gustato la dolce sensazione di un tenero avvicinarsi.

***
 

Quel momento di effimera umanità riconciliò il suo essere, quasi potesse avvertire la sensazione di avere un'anima, ma fu un'impressione momentanea.

I gradini di cemento grezzo erano diventati viscidi a causa dei liquami che fuoriuscivano dalle tubature arrugginite.

Il suono del sangue gocciolante: un ticchettio che occupava il suo udito e di cui, ancora, non si era sbarazzato.
In quel momento, non avvertì affatto la sensazione di essere in salvo, ma, al contrario, era ben conscio di essere sempre più vicino al suo Golgota.

Le braccia tremavano in spasmi incontrollati, quasi pronte a crollare sotto il peso del corpo di Ariel. Com'era possibile che lei non avvertisse ciò che gli stava accadendo?

Si bloccò, in bilico su uno dei gradini; ansante, madido di sudore che colava dalla fronte fin al mento; si appoggiò contro il muro, aumentando la frequenza del respiro.

La ragazza aprì gli occhi in un sussulto, avvertendo la sensazione di cadere nel vuoto; si strinse alle sue spalle per reggersi in un primo momento di timore, poi, saltò giù da quelle braccia che l'avevano sorretta così a lungo.
Fissò intensamente il volto afflitto di Acab: il respiro affannoso, gli occhi coperti dai capelli umidi.

Le mani erano strette alle spalle fin quando le lasciò scivolare sul suo petto; avvertì un battito prepotente e un respiro così accelerato da farle venire i brividi.

Lo osservò in silenzio, impotente: la testa che gli ricadeva all'indietro, le iridi assenti lasciarono il posto alla sclera; la mano sulla fronte, un capogiro che lo fece accasciare al muro, scivolando con le spalle per sedersi sui gradini; la sua pelle era diafana, le occhiaie evidenti e il respiro concitato era rumoroso in quello spazio claustrofobico.

Ariel gli si avvicinò. Si piegò sui talloni per scostargli una ciocca di capelli neri dal viso distrutto, cercando di infondergli un soffio di speranza attraverso una carezza. Col dorso della mano passò dalla fronte, alle tempie fino ad arrivare allo zigomo dove le sue dita furono intercettate da quelle di Acab, il quale condusse il palmo di Ariel sulla guancia, chiedendole, silenziosamente, di trattenere il più possibile quel contatto.

Lei fece un mezzo sorriso, avvolta da un senso di pietà e profonda gratitudine.

In fondo, l'aveva salvata e lei non aveva fatto altro che respingerlo.

Tuttavia, Acab sapeva benissimo di aver solo ritardato l'arrivo della sua fine. Chiuse gli occhi, con una sensazione di nausea al pensiero di quel che sarebbe potuto succedere di lì a poco.

Qualsiasi adepto, ribellatosi al volere del suo Signore, sarebbe morto in modi agghiaccianti. Per di più, lui non era un semplice adepto, bensì il figlio di uno dei Dodici capi del mondo.

I Dodici...rifletté.

Dodici uomini consacrati al potere luciferino, a cui era stato destinato il potere e l'influenza spirituale delle nazioni: a Judas era stato riservato un posto d'onore quale membro portatore di anime e persecutore dei cristiani. Lui, infatti, gestiva e organizzava le stragi delle comunità in varie zone africane e asiatiche, a volte compiendole in prima persona.

Nel suo compito era infallibile: circuiva donne cristiane dichiarandosi figlio di Dio e, facendo sempre attenzione a non nominare mai il Quel Nome, riusciva ad entrare nelle chiese come nuovo fedele; era così abile ad ammantarsi del ruolo del credente da riuscire a ricoprire anche alte cariche ministeriali, fino a quando non giungeva il momento dell'eliminazione dei Pastori portatori del Nome.

Come era successo nella chiesa di Filadelfia, d'altronde. In quell'occasione però, nonostante la morte del Pastore Peter, qualcosa era andato storto.

Subito dopo aver carpito l'anima del Padre spirituale, facendo credere ai paramedici di averlo trovato esangue nel suo ufficio, ebbe l'ordine perentorio di andare a trovare colui che avrebbe acquisito lo Spirito del suo predecessore. Il nuovo Mandato avrebbe avuto la capacità di sradicare il loro potere.

Lo spirito di quel Padre aveva dato problemi anche successivamente alla morte del corpo. Infatti, il Comando della Polizia di Filadelfia, indagando sulla morte di Peter, era riuscito a scoprire le azioni criminali dei Lucifer. L'indagine era stata condotta dal padre di Nathan.

Dopo aver attentato alla vita del figlio del Comandante - senza successo - Judas si era ritrovato di fronte al nuovo Mandato, avvolto dalla protezione, non di uno, ma di ben tre arcangeli.

No, non era finita lì, Acab ne era certo. Judas sarebbe tornato in vita per opera di Satana in persona, per finire ciò che aveva iniziato; sarebbe diventato immortale o, almeno, era quello che si raccontava.

Fece un lungo sospiro e tentò di alzarsi, oppresso dalle urla degli spiriti di anime dannate che gli ricordavano quale sarebbe stata la sua fine. Ariel lo vide serrare le palpebre in una smorfia di dolore e tapparsi le orecchie per poi iniziare a scalare l'ultima rampa. Lo seguì, stringendosi nelle braccia nude, tremante, con il cuore ammaccato e la voce assente, quasi le fosse scomparsa dopo aver urlato il nome di Joshua.

A quella considerazione, un flash: il suo sogno.

Ricordò come il suo urlo fosse stato simile al grido della donna avvolta dal manto nero che pronuncia a in lacrime il nome di Yehoshua.

Una specie di rivelazione le giunse potente come un lampo che illumina un cielo tempestoso: Simon e Joshua erano simili. Gesù Cristo era in Simon; Gesù Cristo era in Joshua. Entrambi erano portatori di quel Nome.

Poi, il braccio sinistro di Acab le apparve teso a pochi centimetri dal suo naso, per bloccare il suo passaggio su un gradino sdrucciolevole.

«Non ce la faremo, Ariel.»

Il tono rassegnato e cupo di Acab le provocò una fitta al torace; il capo del giovane era chino in avanti, gli occhi erano fissi su un numero indecifrabile di serpi poste sugli ultimi gradini che li avrebbero condotti alla libertà; le osservò, sentendo montare nelle vene un terrore che gli paralizzò gli arti; gli animali si aggrovigliavano tra loro, mordendosi a vicenda, facendo udire il sibilo delle loro lingue e lo strusciare delle loro squame.

Il respiro di Acab ritornò ad essere concitato e la schiena si muoveva vistosamente al suono rumoroso del suo soffio. Alle sue orecchie, l'ansito sembrava essere rinchiuso in un'ampolla di vetro; il sangue pompava rapido alle tempie pronto a fargli esplodere la testa. «Ariel...» sussurrò in tono grave e quasi spezzato. «Perdonami... Ma non ci riesco».

Ariel non capì e, scuotendo la testa, si impegnò nel vano tentativo di scoprire i motivi del suo improvviso stato di terrore: tentò di osservare oltre la sua figura che in quel momento pareva imponente coperta com'era dal mantello nero, sul gradino superiore.

«Non posso salvarti...»

La voce spezzata, quasi fosse sul punto di piangere, le annientò ogni difesa, rendendola incapace di proferire suono. Poi si voltò e lei poté osservarlo dal basso: gli occhi scuriti, spenti, persi.

Fremiti incontrollati resero la voce un sussurro flebile e inconsistente: «Dimmi cosa succede...» una lacrima le solcò il viso inespressivo. «Ti prego...» aggiunse.

Le braccia di Acab la avvolsero in un abbraccio. «Te lo dirò, non prima di confessarti ciò che provo...»

Gli occhi di Ariel si sbarrarono fin all'inverosimile, preda di un'emozione che le bloccò l'aria in gola.

«Devo dirtelo prima che tu perda la vita a causa mia.»

 

   
 
Leggi le 0 recensioni
Segui la storia  |        |  Torna su
Cosa pensi della storia?
Per recensire esegui il login oppure registrati.
Capitoli:
 <<  
Torna indietro / Vai alla categoria: Storie originali > Soprannaturale / Vai alla pagina dell'autore: SkysCadet