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Autore: FrancescaPenna    10/01/2022    0 recensioni
In una società dove l'essenza viene spesso sottomessa all'apparenza, dove le persone rincorrono una perfezione che non esiste per sottrarsi ai pregiudizi, possono cinque ragazzi non ordinari sperare di trovare il loro posto?
Casey e Satèle Johns sono due gemelli albini. Markus Lancaster ama la lettura e odia le persone. Johnnie Bailey è silenzioso. Angel Hassler è un maschiaccio.
Cinque ragazzini diversi con cinque vissuti diversi, che si affacciano al contesto delle scuole medie diventando i protagonisti del primo atto di una storia che parla di diversità, accettazione, amicizie e primi amori, ma anche di bullismo, famiglie disfunzionali, autolesionismo e disturbi mentali.
Una storia in cui impareranno a conoscersi per come appaiono agli occhi di tutti, ma anche e soprattutto per come loro stessi si sentono dentro: strani.
Genere: Drammatico, Malinconico, Slice of life | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: De-Aging, Kidfic | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate
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Capitolo 10 – La serratura

 

“E così, Casey è diventato amico del Muto”, ricapitolò Russell mentre seguiva con la coda dell’occhio tutti gli spostamenti dei due amici.

“Chi sarebbe il Muto?”, domandò Jimmy Hunter.

Russell lo guardò in cagnesco e si rifiutò di rispondergli, perché quel giorno non era in vena di sopperire al suo continuo avere la testa tra le nuvole.

“Si riferisce a Johnnie”, gli spiegò allora Jack Duncan.

“Oh, adesso ho capito!”, esclamò Jimmy, ostentando subito dopo una certa perplessità nel chiedere: “Ma se è muto, allora come fa a rispondere all’appello?”

Quella domanda gli fece guadagnare un’altra occhiataccia da Russell, che scosse la testa e si mise una mano in fronte.

“Non è davvero muto, siamo noi che lo chiamiamo così perché non parla con nessuno che non sia Casey”, gli spiegò nuovamente Jack.

“Okay”, intervenne impaziente Russell, “chiarito questo, adesso ascoltatemi. Dunque, sappiamo che Casey ha un amico con cui passa molto tempo, perciò vorrà dire che, prima di partire all’attacco come si deve, dovremmo innanzitutto vedere come reagirebbe Johnnie se ci sentisse dire giusto un paio di cosucce poco carine sul suo amichetto.”

“Perché?”, chiese Jimmy.

“Perché potrebbe difenderlo”, rispose Russell.

“No, io intendo proprio ‘perché dovremmo partire all’attacco?’”, specificò l’altro.

Russell, che aveva l’abitudine di parlare al plurale senza mai considerare anche l’opinione altrui, disse: “Perché noi non sopportiamo Casey e vogliamo che chiunque, qui, lo veda per ciò che è davvero: un povero sfigato.”

 

“Certo che quello lì non schioda mai: mi segue e mi fissa ovunque io vada”, borbottò Casey, voltandosi per avere la conferma che Russell lo stesse pedinando ancora.

Johnnie non sentì il bisogno di chiedergli di chi stesse parlando – era così palese. Piuttosto, gli domandò come lo stesse facendo sentire il suo comportamento. Casey disse che la presenza di Russell gli metteva sì un po' d’ansia; tuttavia, aggiunse che per il momento aveva la situazione sotto controllo e che non c’era da preoccuparsi.

“Io non ne sarei così sicuro, Casey: Russell e i suoi scagnozzi ti hanno preso di mira”, lo avvertì Johnnie.

“So che mi detestano e me l’hanno dimostrato, ma è da un po' che mi stanno lasciando in pace. Presumo che non mi attaccheranno più, al massimo si limiteranno a guardarmi storto come già fanno. Devo solo abituarmici. Finché si tratta di questo, posso sopportarlo”, replicò Casey, convinto che ignorarli si sarebbe dimostrata una valida soluzione.

Del resto, anche Satèle gliel’aveva consigliato. Tu cerca di ignorare questo tizio, fai finta di non vederlo anche quando ti passa vicino, gli aveva detto.

Inizialmente, Casey non aveva accolto il suggerimento, infatti ricordava benissimo di quando Russell e i suoi amici-aiutanti l’avevano infastidito in cortile e lui aveva risposto alla provocazione. Da allora si era sempre ripetuto che, se avesse fatto il contrario, probabilmente non sarebbe mai successo ciò che era accaduto alla fine. Ricordava anche che era stato sul punto di prendere le botte e che le aveva evitate per un pelo.

“Quindi preferisci abituarti alle occhiatacce di Russell piuttosto che cercare un modo per farlo smettere?”, gli chiese Johnnie, anche se quella domanda sembrava più una sorta di rimprovero.

Casey fece spallucce. “Che c’è di male?”

“C’è di male che la situazione potrebbe degenerare”, gli spiegò il corvino.

“Non accadrà”, tagliò corto Casey.

“Lo spero per te”, sospirò l’altro. “Adesso, però, muoviamoci ad andare in cortile. Sappiamo entrambi che giorno è oggi.”

Vero. Quello era il giorno che tutti gli studenti dell’Hamilton conoscevano come Giorno dell’Ispezione, un vero e proprio rito secondo il quale le suore, una volta al mese, sottoponevano maschi e femmine a controlli rigidissimi. Li facevano disporre in file ordinate in cortile e li perquisivano per sincerarsi che non avessero l’uniforme sporca o sgualcita, una postura scorretta e che non nascondessero accessori o peggio ancora i cellulari.

Qualora si fossero verificate tali circostanze, i trasgressori avrebbero ricevuto quattro bacchettate sulla mano destra, quattro su quella sinistra e quattro dietro la schiena.

In quel momento toccava agli studenti di prima sottoporsi all’ispezione.

Casey e Johnnie avevano da poco raggiunto il cortile e vedevano tutti gli altri che si preparavano a ricevere le suore senza fiatare e con la postura dritta da soldati.

Casey era in apnea e gli tremava il labbro inferiore; Johnnie, invece, tremava tutto e aveva un buon motivo per farlo, perché Suor Elizabeth stava colpendo a bacchettate sulla schiena il ragazzo che c’era davanti a lui per via della sua uniforme sgualcita.

Chiuse gli occhi e li riaprì soltanto quando la suora passò a esaminare la fila a cui appartenevano lui e Casey.

Non ebbe da ridire su entrambi, fortunatamente, quindi li lasciò liberi di tornare in classe insieme a tutti coloro che ancora una volta si erano dimostrati diligenti, i quali cominciarono a marciare a testa alta verso l’edificio, con le mani dietro la schiena.

Mentre seguiva la scolaresca con Johnnie che camminava fedelmente al suo fianco, Casey avvertiva ancora la presenza di Russell, Jack e Jimmy alle proprie spalle, i loro occhi puntati addosso, i loro fiati sul suo collo. Decifrò i loro sussurri e capì che stavano parlando di qualcuno, e quel qualcuno era proprio lui.

“Visto da così vicino fa ancora più spavento.”

“Dovrei mettere gli occhiali da sole per guardarlo: tutto questo bianco mi acceca.”

A chi potevano essere rivolte quelle parole, se non a lui?

Anche Johnnie glielo fece notare. “Stanno parlando di te”, disse.

“Lo so”, rispose Casey. Non era dispiaciuto, non era arrabbiato, non era preoccupato.

Lo era Johnnie al suo posto. “Allora fai qualcosa”, gli suggerì.

Casey scosse la testa. “Perché?”

“Come sarebbe a dire ‘perché?’ Non t’importa?”

“No, non m’importa.”

Johnnie si fermò e gli si parò davanti. “Be’, importa a me”, disse perentorio. Fece per girarsi verso Russell e i suoi scagnozzi per dirgliene quattro, ma Casey glielo impedì afferrandolo per le spalle.

“Johnnie, no!”, gli ordinò. “Lascia perdere, andiamo in classe.”

Il corvino si divincolò dalla sua presa e, prima di sorpassarlo, gli disse: “Sai, quando fai così proprio non ti capisco!”

Intanto Russell, Jack e Jimmy avevano ascoltato tutto proprio come i due amici avevano fatto con loro.

“Che vi dicevo?”, chiese Russell ai due aiutanti. “Ero certo che il Muto avrebbe provato a difenderlo.”

“Già, e chissà perché Casey non gliel’ha permesso”, s’interrogò Jimmy.

“Meglio così”, lo interruppe Russell. “Significa che d’ora in poi potremo sbizzarrirci quanto vorremo con lui, proprio perché non ci tiene nemmeno a farsi difendere. Ci basterà semplicemente approfittare dei momenti in cui Johnnie lo lascerà solo e il giocò sarà fatto.” Sogghignò e si sfregò lentamente le mani. “Presto Casey Johns non sarà più una minaccia per noi, soprattutto se riusciremo a convincere anche altre persone a schierarsi dalla nostra parte.”

 

Dopo aver preso due brick di succo di frutta al distributore, Casey aveva raggiunto il suo migliore amico in biblioteca, pronto per iniziare a studiare con lui.

“Ci hai capito qualcosa?”, domandò a Johnnie, che aveva la testa china sul libro di storia.

“Sì, ho capito che non ce la farò mai a memorizzare tutte queste date”, rispose avvilito il corvino.

“Tranquillo, un po' di zuccheri al cervello ti aiuteranno a concentrarti”, gli suggerì Casey, passandogli un brick. Johnnie, però, lo respinse. “Non mi va”, disse senza nemmeno staccare gli occhi dal libro.

Casey, non capendo il motivo di quella reazione, si sedette ugualmente vicino a lui, che continuava a non interagire.

Casey cominciò a sentirsi in imbarazzo. Più passavano i minuti più iniziava ad accorgersi che, per la prima volta, Johnnie gli stava riservando lo stesso trattamento che di solito riservava alle altre persone.

“Siamo entrambi dei Settimana Corta, dico bene?”, gli chiese solo per rompere il ghiaccio, perché in realtà già conosceva la risposta.

“Esatto”, rispose distrattamente il suo amico, intento a sottolineare un paragrafo dal testo.

“Perfetto!”, esclamò Casey. “Proprio in questo momento mi stava venendo un’idea e stavo pensando che magari potremmo…”

“Sabato non posso uscire con te”, lo interruppe Johnnie. “Devo andare a trovare mio padre in ospedale.”

“Sei arrabbiato con me, vero?”, indagò Casey.

“Ma no, sabato devo veramente andare a trovare mio padre in ospedale.”

“E io ti credo, però penso pure che tu sia arrabbiato con me.”

“Ti sbagli.”

“Ti prego, Johnnie!”, lo supplicò Casey. “Tu non sai mentire, tanto vale che mi dici la verità. Sei arrabbiato con me?”

“No, Casey, non sono arrabbiato. Sono soltanto… deluso”, confessò Johnnie.

“Deluso da me? Perché?”

Solo allora Johnnie si decise a stabilire un contatto visivo con lui. “Perché stamattina io ho cercato di aiutarti e tu non me l’hai permesso, anzi: mi hai trattato come mi hanno sempre trattato tutti.”

“Cioè?”

Johnnie chiuse il libro e si alzò in piedi. “Mi hai ignorato, Casey! Non mi hai ascoltato quando ti ho detto cosa pensavo sulla situazione che si è creata con Russell, hai preferito startene lì a subire piuttosto che lasciarmi intervenire!”

“Perché non c’era bisogno che tu intervenissi!”, ribatté Casey. “Davvero pensi che in dodici anni della mia vita nessuno mi abbia mai detto qualcosa di simile a ciò che Russell e i suoi amici mi sussurravano stamattina alle spalle? Be’, sappi che io ricevo questi commenti da sempre, ci sono abituato.”

“È questo il problema!”, lo rimproverò Johnnie. “Preferisci abituarti a star male piuttosto che trovare un modo per stare bene!”

“Smettila, così mi fai sembrare un povero disperato e io non lo sono!”, protestò Casey. “Non devi preoccuparti per me, so cavarmela. Dopotutto, sono solo parole…”

“Solo parole, dici? Lascia che ti dica una cosa, Casey: alcune parole sanno distruggere più di una raffica di pugni, perché la pelle guarisce presto dalle ferite; la memoria, invece, non le cancella mai del tutto”, disse Johnnie. “Ecco perché le detesto, ecco perché detesto le parole: perché quelle degli altri offendono e le mie non vengono ascoltate. Sai che ti dico? Preferivo quando le mie labbra erano una serratura perché, se avessi continuato a tenerle sigillate, probabilmente adesso non staremmo discutendo.”

Johnnie accostò la sedia al tavolo e cominciò ad allontanarsi. “Aspettami qui, vado un attimo in bagno.”

“È solo una scusa per starmi lontano mentre cerchi di smaltire la collera, vero?”

“Forse…”

 

Jordan Bailey era ricoverato nel reparto di terapia intensiva del Swedish American Hospital di Rockford, un luogo che Johnnie conosceva bene già da prima che suo padre vi venisse trasportato in seguito al drammatico incidente.

Oltre a esserci nato, Johnnie si era spesso recato lì per sottoporsi a esami e cure specifiche, soprattutto durante la prima infanzia. Tutti i medici che lavoravano in pediatria lo riconoscevano e lo salutavano sempre quando gli capitava di aggirarsi per i corridoi degli altri reparti.

In quel momento aveva ricambiato, con un cenno della mano, il saluto della dottoressa Swann.

Aveva visto suo padre e adesso si trovava in sala d’attesa perché sua madre gli aveva chiesto di poter parlare un attimo da sola con i dottori che monitoravano le sue condizioni.

Johnnie guardava le persone che lo circondavano e studiava attentamente i loro volti, provava a interpretare le loro emozioni, a immaginare le loro storie.

Vedendo che era libera, un signore anziano occupò la sedia accanto alla sua.

“Vedo che hai dei bei gusti musicali, ragazzino. Anch’io da giovane li ascoltavo”, disse, indicandogli la maglietta dei Beatles.

Johnnie abbozzò un sorriso.

“E vedo anche che sei un tipo alquanto taciturno”, aggiunse il vecchietto.

Johnnie sorrise di nuovo e annuì, chiedendosi cosa ci avesse visto di tanto interessante quello sconosciuto in un tipo come lui.

Ricordò improvvisamente che tempo addietro fece a sua madre la stessa identica domanda, e la sua risposta fu: “Il fatto che riesci a comunicare con gli sguardi come se lo stessi facendo a parole.”

“Sembri proprio un caro ragazzo. Quanto mi piacerebbe tornare indietro e riavere la tua età!”, sospirò l’anziano signore. “Quando si è anziani si perde ogni certezza: il giorno prima ti senti in perfetta forma e quello dopo ti senti a pezzi”, spiegò. “È per questo che sono qui. O meglio, sono qui per mia moglie. Stanotte ha avuto la pressione molto alta. Sai, per via di questo prende un sacco di brutte medicine.” Incrociò lo sguardo dispiaciuto del corvino e lo tranquillizzò dicendogli: “Ma tu sei giovane, questi problemi non ti riguardano.” Gli carezzò affettuosamente una spalla e disse: “Infatti sono sicuro che tu sia qui per un’altra persona, non per te.”

Prima di annuire nuovamente, Johnnie esaminò il volto del vecchietto, che a parer suo doveva avere più di settant’anni. La sua pelle era rugosa e raggrinzita, le labbra incorniciate da una barba incolta. Il centro della testa era calvo, mentre ai lati delle tempie crescevano folti capelli grigi. Furono però le sue iridi verde smeraldo a folgorare Johnnie.

Si chiese come potesse una persona così vecchia conservare degli occhi così giovani, vivi, luminosi. Proprio quegli occhi, in quel momento, sembravano stargli scrutando l’anima.

“Perché non parli, piccoletto?”, domandò il vecchietto.

Johnnie mosse teneramente il capo come ogni volta. Era sempre stato restio a consegnare a qualcuno la chiave per avere accesso a quella gigantesca cassaforte che era la sua bocca, infatti gli unici a cui aveva permesso di aprirla erano stati i suoi genitori e – in un modo davvero speciale – Casey, che era diventato il suo primo, vero migliore amico. Non importava se qualche volta discutevano, come avevano fatto un paio di giorni prima a causa della faccenda di Russell: Johnnie gli voleva così bene che proprio non ce la faceva a rimanere arrabbiato con lui a lungo, infatti l’aveva perdonato nel giro di poco.

Tuttavia, neanche a loro – ai suoi genitori e a Casey – aveva consegnato la chiave.

Johnnie riteneva che consegnare la chiave fosse la via più facile, quella che chiunque poteva scegliere; pertanto, se una persona ci teneva davvero a lui, doveva tentare di aprire la cassaforte facendone a meno, forzando la serratura.

Proprio così avevano fatto loro.

E, forse, così avrebbe fatto anche quel signore, se lui gliel’avesse concesso.

Johnnie lo guardò con occhi languidi, deglutì e disse: “Mio padre è in coma.”

L’anziano signore trasse il ragazzo a sé e gli fece poggiare la testa nell’incavo del proprio collo. “Povero ragazzo, mi dispiace tanto. Come ti fa sentire tutto questo?”, gli chiese.

“Ho paura”, mormorò Johnnie.

“Come immaginavo”, rispose il vecchio. “Sono sicuro di aver capito di cosa, ma te lo chiedo lo stesso: ti spaventa la morte?”

Johnnie annuì.

“Vedi, giovanotto”, disse allora il vecchio, “se c’è una cosa che ho imparato durante tutti questi anni di esperienza, è che nella vita nulla succede per caso. Né le cose brutte né quelle belle. Semplicemente, la vita ci mette alla prova per vedere se siamo forti abbastanza per superare tutti gli ostacoli che ci riserva. Per questo dico che nulla succede per caso, perché la vita sa già cosa ha in serbo per ciascuno di noi. È il nostro più grande dono e, allo stesso tempo, la nostra più grande condanna. Che ne pensi?”

“Penso che sia grandiosa fino a quando non viene il momento di scontrarci con il suo opposto: la morte”, rispose Johnnie.

“Io, invece, penso che la morte non esista”, ribatté l’anziano signore. “Non so chi abbia coniato questo termine, sta di fatto che lo reputo troppo tragico.” Esaminò il volto del ragazzo e giunse alla conclusione che fosse uno studente delle medie. “Ascolta, giovanotto. Dubito che tu abbia mai studiato filosofia – è una materia che ritroverai più in là nel tuo percorso di studi, ma voglio comunque raccontarti un aneddoto che riuscirai sicuramente a capire, perché sei un ragazzino in gamba. Vedi, c’era un filosofo che sosteneva che non ci si potesse bagnare due volte nell’acqua dello stesso fiume per due motivi: il primo, perché le sue acque si rinnovavano costantemente; il secondo, perché anche la nostra identità era in continuo cambiamento. Per riassumere questo concetto, utilizzava l’espressione ‘panta rei’, che significa ‘tutto scorre’. Scorre, come l’acqua del fiume.”

Johnnie ascoltò con interesse.

“Ecco, io penso che anche la vita, a modo suo, scorra. Non c’è niente di statico in essa”, continuò il vecchio. “Quindi mi sono fatto una domanda, ho pensato: e se quella fase dell’esistenza che tutti chiamano morte, intesa come la fine della vita, altro non fosse che un cambiamento, un passaggio allo stadio successivo?”

“In che senso?”, domandò timidamente Johnnie.

“Nel senso che io non sono un filosofo e che probabilmente, adesso, ti sto dicendo qualcosa che tu potresti trovare assurdo. Io penso che una persona non muoia mai davvero, ma che passi solamente a uno stadio successivo. Ora, visto che la vita sa essere contemporaneamente la nostra migliore alleata e la nostra peggiore avversaria, fa sì che a ognuno capiti un momento diverso per passare allo stadio successivo. È per questo c’è chi lo fa a novant’anni, chi a cinquanta, chi a venti, chi a dieci… In ogni caso, si tratta sempre del momento giusto per quella persona. Anche se sembra troppo giovane per passare allo stadio successivo, la vita glielo permette comunque, perché – forse – ha già dimostrato tanto ed è giunta al limite degli ostacoli da superare, ne ha superati abbastanza. Quindi, a questa persona, non resta che essere premiata con il permesso di vivere una vita nel posto più sicuro e felice di tutti: il cuore di chi l’amata e l’amerà per sempre.”

Johnnie rimase incantato da quelle parole. Decise che, da quel momento in poi, avrebbe ripensato a quel discorso ogniqualvolta gli fosse venuto da temere per la vita di suo padre, ripetendosi che, proprio come aveva detto il vecchietto, questa avrebbe continuato ad esistere al sicuro nel suo cuore.

Si convinse, inoltre, che anche lo stesso incontro con quel signore rientrasse tra le cose che – citando le sue parole – non accadevano per caso.

Stavolta era andata diversamente: non era stato Johnnie a studiarlo, ma il vecchio a studiare lui.

“Ce l’ha fatta”, dichiarò, “lei ha forzato la serratura.”

Pensando che l’altro non avrebbe capito cosa intendeva, sgranò gli occhi non appena il signore anziano rispose: “Ed era proprio qui che volevo arrivare.”

Intanto Jessie aveva finito di parlare con i medici e si era avvicinata al figlio per riferirgli ciò che le era stato detto.

“Vado un attimo in bagno e poi torniamo a casa. Okay, tesoro?”, gli chiese.

Johnnie la lasciò andare e tornò a rivolgersi al signore anziano, che nel frattempo aveva finto di starsene per i fatti suoi.

“Mi sa che ci rincontreremo”, suppose.

“Già”, concordò Johnnie.

“Bene, allora non ci resta che presentarci. Piacere, sono Sebastian Smith.”

Gli strinse la mano e Johnnie si presentò a sua volta. Anche quella era una cosa che non faceva spesso: solo con chi forzava la serratura.

   
 
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