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Autore: Krgul00    14/01/2022    1 recensioni
Charlie è una donna con dei segreti stufa che questi la tengano lontana da suo padre, l'unica persona che può chiamare famiglia. Tornata al suo paese natale per ricucire il loro rapporto, Charlie si troverà coinvolta con l'affascinate nuovo sceriffo.
Ma ancora una volta, il non detto rischia di mettere a repentaglio ciò che ha di più caro.
Genere: Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Contesto generale/vago
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CAPITOLO SEI
Il ticchettio dell’orologio a forma di uovo sodo che, da sempre, decorava la parete della cucina di casa di suo padre, era l’unico rumore che riempiva il silenzio; di tanto in tanto, a quel suono, si aggiungeva il grattare dei rebbi della forchetta sulla ceramica del piatto.
Per cena, Charlie aveva cucinato lo stufato con fagioli, patate e spezzatino e suo padre sembrava davvero apprezzarlo, perché non aveva spiccicato parola da quando si era messo seduto.
Charlie preferiva pensare che fosse quello il motivo del suo silenzio: il cibo l’aveva conquistato.
In realtà, Stephen non aveva rivolto parola a sua figlia per tutto il giorno.
Aveva avuto una tregua solo le due ore che era andata in biblioteca, per il suo appuntamento pomeridiano con Jake; per il resto aveva dovuto sopportare il muso scontroso di suo padre.
Lo sbirciò da sotto le ciglia, dall’altra parte del tavolo della cucina: mangiava tranquillo, affatto turbato, facendo finta che lei non ci fosse.
Conosceva perfettamente il motivo di quel trattamento, e il tutto era riconducibile alla scenata della sera precedente.
Quando l’aveva vista uscire dalla sua stanza con quel vestito, l’aveva guardata dall’alto in basso, soppesandola, e bruscamente le aveva chiesto: “Dove stai andando?”
Aveva pensato, povera illusa, che fosse infastidito per ciò che aveva scelto di indossare ed era stata pronta a battersi per il suo sacrosanto diritto di mettersi quel diavolo che voleva.
Ovviamente, suo padre non era mai stato un tipo così semplice; col senno di poi, avrebbe gioito per un po’ di sano patriarcato vecchio stile.
Tuttavia, si era ripromessa di dirgli la verità e così aveva fatto: “Al Gryson’s.” Aveva risposto.
Suo padre aveva guardato il suo orologio da polso e aveva continuato con le domande. “Hai visto che ore sono? Chi esce a quest’ora di mercoledì sera?”
“Tutti.” Avrebbe voluto rispondergli, ma la risposta a quella domanda gli era stata gentilmente fornita dallo stesso Stephen: “I delinquenti, ecco chi.”
Aveva sentito l’indignazione scaldarle le vene e risalirle lungo il collo, aveva preso un respiro profondo, contato fino a sette ed espirato, ma quel suo rituale non le aveva evitato di rispondere con una sarcastica osservazione. “Giusto, qui li sbattono tutti in galera quelli che escono il mercoledì dopo le otto e mezzo”, aveva detto, la vena di derisione palpabile nel suo tono. Si era diretta verso la cucina e da sopra la spalla aveva continuato. “Mi appunto un memo sul frigo, per la prossima volta.”
Aveva avuto paura che gli venisse un infarto, per quanto era diventato rosso e per quanto aveva gridato, dopo. Suo padre aveva detto un sacco di cose nel suo impeto di rabbia, la cui sintesi – come sempre - era la seguente: se non avesse messo la testa a posto, Charlie avrebbe dovuto trovare un altro losco covo per i suoi sordidi piani.
Tutta quella filippica, però, si era magicamente conclusa non appena lei aveva pronunciato il nome dello sceriffo. Quando Charlie, infatti, aveva urlato che aveva un appuntamento con Logan Moore, suo padre si era zittito di botto.
Aveva pensato che fosse riuscita finalmente ad ammutolirlo: non potevi delinquere se stavi uscendo con lo sceriffo, giusto?
Invece, aveva assistito con orrore alla trasformazione di quegli occhi azzurri, come i suoi. Il biasimo che vi aveva trovato l’aveva raggelata, e improvvisamente le era sembrato di esser caduta sulla casella che la rispediva al via: tutti i progressi che credeva di aver fatto da sabato, alla sagra, erano stati distrutti.
“Non puoi uscire con lui, Charlie.” Il tono di voce di nuovo calmo e serio.
Tuttavia, il seme della speranza aveva iniziato a germogliare nel suo cuore. Forse, si era detta, non approva che lo sceriffo esca con la sua bambina.
“È un brav’uomo.” Le parole le erano uscite tremanti, temendo già cosa sarebbe venuto.
“Lo so.” Charlie aveva visto l’incertezza farsi strada sul viso di suo padre e con un sospiro rassegnato, come dicendosi che non poteva fare altrimenti, Stephen Royce aveva calpestato la speranza di Charlie: “Tu non vai bene per lui.”
Quelle parole avevano avuto lo stesso effetto di un incendio, e quel piccolo boccio che poco prima era iniziato a fiorire in lei era stato spazzato via dalla violenza delle fiamme. Era rimasto solo il calore, che aveva fomentato il suo risentimento.
Aveva sbattuto freneticamente le palpebre e si era chiusa in sé stessa, per evitare di rendersi ancor più vulnerabile. Solo la rabbia era rimasta.
“Quell’uomo ha un figlio, non si merita tutti i tuoi casini.” Aveva proseguito Stephen, ignaro.
“E io sono tua figlia.”
Suo padre aveva scosso la testa. Non aveva importanza.
Lo sguardo duro e pieno di determinazione che le aveva rivolto le aveva fatto capire che faceva sul serio. “Ti proibisco di uscire con lui, Charlie.”
L’amarezza e l’irritazione avevano preso il sopravvento e non andava fiera delle parole che gli aveva sibilato contro, dopo. “Posso scoparmi chi voglio.”
Quello, con grande soddisfazione di Charlie, aveva acceso di nuovo la rabbia di suo padre, che aveva iniziato di nuovo a gridare. Lei, però, aveva preso il cappotto ed era uscita, sbattendosi la porta alle spalle.
Adesso, seduta a cena davanti a lui, il risentimento era sparito ed era rimasto solo il rimorso.
A quel ricordo, sentì il suo stomaco contrarsi. Le sembrava di esser tornata una ragazzina di dodici anni che per la prima volta aveva imprecato davanti a suo padre.
Giocherellò distrattamente con un pezzo di carne, gli occhi fissi nel piatto.
Voleva indietro ciò che avevano prima: poche parole e alcuni grugniti erano preferibili a quel silenzio assordante.
Si porto un boccone alle labbra ma non riuscì a mangiarlo; invece, posò la forchetta e puntò lo sguardo su suo padre, decisa a prendere il toro per le corna; avrebbe dovuto mandar giù il suo orgoglio e fare il primo passo.
“Non sto uscendo con Logan Moore.” Disse. Era la prima volta, quel giorno, che tentava di giustificarsi per l’episodio della sera precedente.
Silenzio.
Sospirò, e decise che una piccola manipolazione della verità non era poi chissà cosa – in ogni caso suo padre già non le parlava.
“Ho solo fatto un favore a Sylvie, che me l’ha chiesto.”
Questo sembrò suscitare una reazione; dopotutto, tutti erano a conoscenza del fatto che la madre dello sceriffo interferiva nella sua vita sentimentale.
“Bene.” Quella parola borbottata, la prima della giornata, avrebbe dovuto rasserenarla; invece, Charlie si sentì sprofondare.
Andò in camera sua dopo cena, sperando che il lavoro l’avrebbe distratta.
Alla fine, la sera prima, era riuscita a scattare una foto del Mignolo. Il vestito che aveva indossato era anche l’unico che aveva ad avere le tasche, essendo una gonna-pantalone, e vi aveva nascosto il telefono. Era stato lo stesso Hill ad indicarle il tavolo a cui era seduto, cercando di persuaderla ad unirsi a loro.
Aveva tirato fuori il cellulare, quindi, e si era scattata un bellissimo selfie. Sullo sfondo, in tutta la sua gloria, il Mignolo.
Non c’era voluto molto per trovarlo nei database governativi, poi.
Peter Cox era scappato da casa sua all’età di diciannove anni, dopo aver violentato e ucciso la sua fidanzata e futura moglie, Margot Baker, il cui cadavere era stato gettato nel fiume. L’uomo aveva cambiato stato e nome; quindi, Liam Ruiz si era fatto strada nella criminalità. Era stato in galera pochi mesi, per aggressione: era così che si era guadagnato il soprannome di Mignolo, aveva perso il dito in una rissa a coltello.
Charlie, però, non riuscì a concentrarsi su quelle informazioni e rimase a guardare lo schermo del computer, senza vederlo davvero. Si rifugiò, invece, nel ricordo della sera precedente.
Le parole che suo padre le aveva detto - tu non vai bene per lui – le erano frullate in testa nei primi dieci minuti di viaggio in macchina, e l’amarezza l’aveva sopraffatta fino al punto da spingerla a scusarsi con Logan per il suo comportamento alla sagra.
Lo sceriffo era un brav’uomo, come lei stessa aveva detto, tutti in città lo ammiravano e rispettavano.
Perciò, aveva guardato con occhi nuovi all’episodio del sabato precedente: il poco imbarazzo che provava a quel ricordo, per cui non aveva creduto di doversi scusare, forse era sintomo di una sua mancanza; anche suo padre credeva che lo sceriffo fosse migliore di lei. Non era sufficiente?
Si era scusata. E quando lui aveva cercato di fare lo stesso, lo aveva fermato.
Era sincera, aveva capito quali erano state le sue intenzioni e non aveva rancore verso di lui.
Ma Logan non aveva lasciato perdere, e la dolcezza con cui aveva parlato di suo figlio, con quel sorriso obliquo che aveva completamente cambiato il suo sguardo, aveva cambiato anche il modo in cui Charlie lo vedeva.
Era quello che voleva anche lei: l’amore incondizionato e la fiducia cieca di un altro.
Jake si fidava di lei, lo sapeva. Ma, in quel momento, si era resa conto che, quel ragazzino così intelligente e razionale, credeva che lei fosse una strega. Aveva una così cieca fiducia in lei, da crederle contro ogni logica.
E di riflesso, come lui stesso le aveva lasciato intendere, aveva anche la fiducia di Logan.
Aveva creduto che l’incendio che era stato suo padre, avesse distrutto ogni cosa, ma quella fragile gemma che era la speranza di Charlie, sopravviveva sotto la cenere, aspettando la pioggia.
Logan e suo figlio avevano bagnato la terra e avevano lasciato di nuovo fiorire la speranza.
Aveva pensato a quel momento tra loro, mentre ballava con ogni uomo di quello stupido locale. Con le mani di quegli sconosciuti su di lei, si era chiesta come ci si dovesse sentire tra le braccia di una persona che ti guardava come Logan Moore guardava suo figlio.
Aveva ripensato a Maddie e all’abbraccio in cui l’aveva stretta quando l’aveva rivista, ma quando era tornata al tavolo, il desiderio di scoprirlo con lo sceriffo l’aveva portata tra le sue braccia e lì si era crogiolata nel suo calore.
Nient’altro aveva avuto importanza, aveva dimenticato tutto il resto – persino l’obiettivo di quella sera – e, finalmente, si era lasciata andare.
Aveva desiderato disperatamente assaggiare quelle labbra, ma subito, la voce di suo padre le era risuonata nelle orecchie, ancora una volta, strappandola via da quel momento perfetto.
Tu non vai bene per lui. Non puoi uscire con lui, Charlie.
Doveva rimettere a posto le cose, non peggiorarle. E baciare Logan – decisione che in quel momento le era sembrata così deliziosa – non avrebbe aiutato; anzi, avrebbe potuto deteriorare il loro rapporto irrimediabilmente.
Inoltre, cosa sarebbe mai potuto venirne fuori? Non poteva farsi coinvolgere con un uomo in quel momento, tantomeno con quell’uomo lì.
Era sicura che Logan non fosse il tipo da relazioni frivole, con un figlio e tutto il resto, e l’unico legame serio e duraturo che lei avesse mai avuto – quello con suo padre – le si stava sgretolando tra le dita.
Una relazione avrebbe significato solo nuovi segreti e nuove bugie. Che senso avrebbe avuto?
Nonostante tutto, però, aveva ripensato tutto il giorno a quel bacio mancato.
Si era fatta violenza, e non aveva lasciato che le loro labbra si toccassero.
Non era sicura di poterci riuscire di nuovo.
 
Venerdì, come il giorno precedente, Luke Thomson era seduto nell’ufficio di Logan. L’argomento sempre lo stesso: Alan Hill e l’operazione che aveva riportato al suo ritrovamento, mercoledì.
Mercoledì.
Il terzo giorno della settima per alcuni e il quarto per altri.
Per lo sceriffo, la sua ossessione.
Se avesse chiuso gli occhi, avrebbe potuto rivedere quelle labbra a un soffio dalle sue.
Il giorno prima, era stato preso nel vortice del lavoro: erano riusciti a scoprire, seguendolo, dove abitava Hill; ma, in ogni caso, ogni volta che la sua mente era sgombra da altri pensieri, Logan si ritrovava a pensare a due occhi azzurri che l’avevano guardato con desiderio.
Con tutte le donne con cui era uscito – su insistenza di sua madre – in quegli anni, non c’era mai stata quella chimica che c’era tra lui e Charlie. Ad essere onesti, non aveva mai provato niente del genere con nessuno. Diavolo, si era persino dimenticato di Alan Hill! E per lui era impossibile dimenticarsi del lavoro.
Eppure, era successo.
Nemmeno con la madre di Jake, prima che il loro rapporto si deteriorasse, si era sentito pervadere da un desiderio così intenso, e si era chiesto se quell’episodio non fosse stato provocato da un suo inconscio desiderio di una nuova relazione.
Certo, Charlie era davvero bellissima, ma lui non si era mai considerato un tipo tanto superficiale. Quella donna, però, era un mistero su gambe, forse era per quel motivo che adesso era tanto incasinato? Avrebbe semplicemente dovuto smettere di rimuginarci; come piaceva sempre ripetere a suo padre: quel che è fatto è fatto.
Aveva bisogno di un consiglio, del punto di vista di una persona esterna, e Luke, intento a ribadire sempre le stesse identiche cose del giorno prima, era proprio lì, a portata d’orecchio. Senza rendersene conto, Logan lo fermò nel mezzo di una frase.
“Luke, secondo te, qual è il motivo per cui una donna-” Si interruppe, insicuro su come continuare. “Si tira indietro quando stai per baciarla?”
Le sopracciglia del vicesceriffo si curvarono verso l’alto, con sorpresa. Quella era la prima volta, in cinque anni, che Logan gli parlava di una donna di sua iniziativa; perciò, fu normale per Luke chiedere: “Riguarda il caso? O stiamo parlando di una cosa personale?” Non nascose la curiosità nel suo tono.
Logan si mosse a disagio sulla sua poltrona e prese una penna, iniziando a giocarci distrattamente.
“Personale.” Disse tra i denti, fulminando l’altro con uno sguardo d’avvertimento.
Luke, però, non sembrò notarlo, e si mise comodo sulla sua poltroncina: si appoggiò all’indietro sullo schienale e distese le gambe in avanti. “Ti sei ricordato le mentine? Perché a nessuno piacerebbe baciare qualcuno che puzza come l’ascella di una capra.”
Logan alzò una mano, per fermarlo. “Lascia perdere, non importa.” Prese uno dei fogli davanti a sé e fece finta di leggerlo, ignorandolo. Non avrebbe mai dovuto chiederglielo.
“Va bene.” Sospirò Luke, improvvisamente più serio. “Forse non voleva essere baciata da te?” Provò.
Anche lui si era posto quella stessa domanda e aveva riflettuto più volte sulla risposta, ma in quel momento, pensando allo sguardo infuocato e alle labbra socchiuse di Charlie, si ritrovò a sorridere. Un sorriso di puro orgoglio maschile. Si grattò il mento, distrattamente, compiacendosi per un attimo a quel ricordo. “Sono piuttosto certo che lo volesse.”
“Cristo. Va bene.” Sbuffò Luke, in reazione all’espressione sul viso dell’altro. “Non ho idea di cosa passi di mente a una donna. Probabilmente dovresti andare a chiederglielo.”
Logan alzò un sopracciglio scuro a quel consiglio. “Dovrei?”
Luke guardò l’orologio. “È quasi l’ora di pranzo, di solito lei e Maddie mangiano al Red.”
I due uomini si fissarono. Non avrebbe dovuto esserne stupito: aveva lasciato che ci girasse intorno per tutto il tempo.
“C’ero anche io mercoledì, ricordi? Ho assistito in diretta allo spettacolo vietato ai minori.”
Lo sceriffo sbuffò a quell’esagerazione. “E ti sei tenuto tutto dentro per un giorno intero? Sono ammirato.”
Luke si alzò in piedi. “Ma smettila.”
Rise e si alzò a sua volta, gettando la penna sul tavolo. “Andiamo, sto morendo di fame."
Lo sceriffo non era un assiduo frequentatore del Red, erano rare le volte in cui pranzava lì con Luke. Sembrava che la gente di Sunlake non reputasse scortese disturbare le persone mentre mangiavano.
Lo vedevano seduto a uno dei tavoli del ristorante e gli si sedevano vicino, iniziando a subissarlo di domande. Ci sono problemi in città? Cosa succede nel resto della contea? Credi che avremo bisogno degli spazzaneve, quest’anno? E così via.
Quando, però, Logan mise un piede oltre la soglia del Red, fu sorpreso di trovarvi tutta quella gente. Sembrava che ogni persona nel raggio di un miglio avesse deciso di pranzare lì, quel giorno.
“Il vecchio Oliver ha deciso di nuovo di non far pagare gli alcolici?” Quella era stata l’unica altra occasione in cui aveva visto il Red così pieno all’ora di pranzo. Ben presto, però, il signor Davis si era reso conto che quella politica era insostenibile – non solo per lui - ed era rinsavito.
Luke scosse la testa e gli indicò con il mento un angolo della stanza, dove sedevano Charlie e Maddie, i piatti vuoti, ascoltavano una qualche storia di un loquacissimo Pit Cooper, seduto con loro.
Ancora Cooper, pensò. Sembrava che, dopo cinque anni senza creare problemi, avesse proprio deciso di dargli sui nervi.
Si maledisse, quando si passò una mano tra i capelli e si rese conto di non aver preso il cappello, uscendo. Aveva notato come lo guardava Charlie quando lo indossava, e lo adorava.
Si fece strada fino al bancone, seguito da Luke.
L’isteria di massa di settimane prima non era scemata, dopotutto. I tavoli tutt’intorno a quello delle due donne erano occupati come se ci fosse la fila, per parlare con loro. Assurdo.
Appoggiandosi al bancone, Logan richiamò – o almeno ci provò - l’attenzione di Benjamin. Il ragazzo, che di solito era sempre ben felice di vedere lo sceriffo nel suo locale, non gli diede molta considerazione e parve incredibilmente distratto mentre lui faceva il suo ordine. Continuava a sbirciare oltre la sua spalla, in direzione dei tavoli. Era talmente irritante, che Logan, esasperato, non poté trattenersi dal girarsi a sua volta.
“Che diavolo!” Solo Luke parve sentirlo e si girò anche lui a guardare.
Charlie aveva una mano sul bicipite di Pit, la testa china verso di lui, ed era intenta a mormorargli qualcosa all’orecchio. Conosceva perfettamente l’effetto di sentirsi al centro delle attenzioni di quella donna, e sembrava lo sapesse anche Cooper che la guardava con sguardo adorante.
“Oh giusto, è già arrivato il momento.” Commentò il suo vice.
Lo sguardo di Logan si spostò su di lui. “Cosa?”
Luke puntò un dito nella direzione del terzetto. “Quello succede quasi ogni santo giorno, amico. Pit si siede, fa un po’ il cascamorto, Charlie gli dice qualcosa e lui se ne va.” Fece spallucce.
Batté le palpebre, basito. “E tu non sei mai intervenuto?”
Luke riportò lo sguardo su Benjamin, che stava preparando il loro ordine. “Non credo ce ne sia bisogno, prima o poi Pit si stuferà.”
Luke Thomson era una brava persona e un valido vice, ma a volte era fastidiosamente superficiale.
Il problema, in un piccolo paese dove tutti conoscevano tutti, era che potevi farti delle remore a redarguire persone che conoscevi da una vita; Logan non si era mai dato pensiero.
Non notò Ben che gli portava il pranzo, si dimenticò del panino che aveva ordinato e si dimenticò di essere nel mezzo di una stanza gremita di pettegoli.
Per Logan esisteva solo una persona: Pit Cooper.
Si ritrovò in piedi, al suo tavolo, e non fece caso all’improvviso silenzio in cui era piombato il locale.
Fissò l’altro uomo, invece, con uno sguardo calmo e piatto.
“Cooper.” Fu stupito della voce impassibile con cui parlò, perché dentro stava bruciando. “La tua pausa pranzo è finita…” Guardò brevemente l’orologio. “Due minuti fa.” Alzò un sopracciglio scuro, in cerca di una spiegazione.
Pit si alzò di scatto, memore della strigliata di poche settimane prima. “Si, signore.” Disse e afferrò nervosamente il suo cappotto, Logan ancora in piedi difronte a lui. Prima che potesse defilarsi, però, lo sceriffo parlò nuovamente.
“Se dovesse di nuovo giungermi voce del tuo comportamento inopportuno, Cooper, faremo una lunga chiacchierata al riguardo.” Guardò il pomo d’Adamo di Pit ballonzolare su e giù. “Sono sicuro che non ti piacerà.”
“S-signore?” Il suo tono stupito gli diede sui nervi.
Logan fece un passo avanti. “Pensi sia normale assillare una donna tutti i dannati giorni?” Pensava di aver usato un tono di voce basso, ma, nel silenzio, le sue parole furono perfettamente udibili, così come l’“era ora, cazzo” che qualcuno – Logan non si girò a controllare chi – mugugnò, subito dopo.
L’espressione di genuina costernazione sul viso dell’altro, lo ammorbidì. “No, signore. Mi dispiace, signore.”
Logan annuì. “Puoi andare.”
Lo guardò uscire, prima di guardarsi intorno e vedere i cenni d’approvazione e gesti di incoraggiamento che gli venivano rivolti. Scosse stancamente la testa. “Sono tutti maledettamente impazziti.” Borbottò, passandosi una mano tra i capelli, frustrato.
Tirò fuori una sedia da sotto al tavolo e si sedette, rivolgendosi a una stupita Maddie. “Se dovesse succedere di nuovo, voglio saperlo.”
Era sicuro che Charlie pensasse che potesse gestire la situazione da sola, ma la verità era che non avrebbe dovuto; Logan non tollerava comportamenti del genere - né verso Charlie né verso chicchessia – nella sua città. Era sicuro che, dopo quell’episodio con Pit, anche gli altri – perché c’erano sicuramente degli altri – avrebbero recepito il messaggio.
Solo quando Maddie annuì e disse: “Contaci”, Logan si ritenne soddisfatto e spostò la sua attenzione alla sua sinistra, dove trovò due occhi blu ad aspettarlo.
“Hai messo su un bello spettacolo, sceriffo.”
Le sue spalle si rilassarono sotto quello sguardo caldo, e un sorriso storto gli curvò le labbra. “Ti è piaciuto?”
Lei alzò una spalla, con indifferenza, ma l’emozione sul suo viso gli disse che, sì, le era piaciuto.
Vide quella luce nelle sue iridi blu affievolirsi lentamente, proprio com’era successo mercoledì; finché, Charlie interruppe il contatto e guardò altrove: verso Luke, che si era seduto al posto liberato da Pit, portando i loro pranzi.
All’improvviso, quella donna che sembrava non avesse mai paura di niente, si era tirata indietro.
Di quello avrebbero senz’altro parlato dopo. A stomaco pieno.
 
Charlie si ritrovò in biblioteca, nella sezione per ragazzi, con la versione adulta di Jake Moore.
Vicino la sua poltrona – ormai la considerava sua – erano ancora accatastati i fumetti di Space Fights che doveva finire di leggere. Maddie le aveva permesso di lasciarli lì, di modo che ogni giorno non avrebbe dovuto ritirare tutto fuori, e anche per – come Charlie sospettava – farla sentire più a suo agio, come a casa.
Logan se ne stava lì, in piedi, studiando uno dei fumetti che aveva preso dalla pila, per poi rimetterlo subito a posto. Si guardò intorno - come se non avesse mai visto l’interno della biblioteca prima d’ora – prima di riportare lo sguardo su di lei.
“Cos’è successo, mercoledì?” Dritto al punto.
Chiuse gli occhi e scosse la testa, il cuore a mille. Non riuscì a trovare altre parole: “Non posso, Logan.”
Non vide l’agitazione prendere, a poco a poco, possesso dell’uomo difronte a lei, ma quando aprì gli occhi e lo guardò, la sua inquietudine era evidente: in piedi, una mano sul fianco e l’altra che si muoveva ansiosa tra i corti capelli scuri; guardava il soffitto, come in cerca di una risposta.
“Santo cielo.” Mormorò Logan, come sorpreso da un’improvvisa realizzazione.
Charlie rimase a fissarlo, interdetta da quel comportamento.
L’uomo chiuse gli occhi e ancora una volta mormorò: “Santo cielo.”
“Che cosa?” Gli chiese in un bisbiglio confuso.
Quello diede vita a uno monologo delirante. “Ero così sicuro.” Iniziò a bassa voce, come parlando tra sé. Si portò una mano alle tempie, abbassando la testa. “Mio Dio, ma cosa mi è preso. Non posso credere che-” Non sembrò riuscire a continuare, perché scosse la testa. “Ero così sicuro.” Ripeté. “Come diavolo ho fatto a immaginarmi tutto?”
Improvvisamente parve ricordarsi della presenza di Charlie, perché si girò a guardarla. “Nemmeno mezz’ora fa ho ammonito Cooper, quando io stesso ho-” Scosse la testa e iniziò a camminare nel piccolo spazio davanti la poltrona. “Cosa direbbe mia madre? Santo cielo.”
Qualcosa nella testa di Charlie scattò, e giunse la comprensione: pensava che lei non lo avesse voluto!
Cosa diavolo aveva nella testa quest’uomo?
Gli si avvicinò per poggiargli una mano sul petto, fermandolo.
“Volevo che mi baciassi, più di ogni altra cosa.” Distolse lo sguardo per non doverlo guardare negli occhi, non era facile per lei esporsi in quel modo. “Mio padre non vuole che io passi del tempo con te, Logan.” Mormorò, appoggiando la testa sul petto solido davanti a lei e subito braccia calde la circondarono, confortandola. Deglutì e si costrinse a continuare.
“Non posso deluderlo.” Mormorò, scuotendo la testa.
La strinse per quelli che le parvero secoli, e lì, nella sezione per ragazzi della biblioteca di Sunlake, tra le braccia dello sceriffo, Charlie si sentì finalmente a casa.
Non fu una sensazione improvvisa e travolgente, fu più come una lenta e graduale presa di coscienza.
Come un paio di pantaloni che non mettevi da tempo e a cui dovevi abituarti di nuovo, pian piano. E Charlie erano tredici anni che non metteva quei metaforici pantaloni; quindi, quando alla fine, arrivò a quella realizzazione, alzò la testa dal petto dello sceriffo e lo guardò in viso, meravigliata.
Lui non si rese conto del cambiamento, guardava in lontananza, la fronte aggrottata, come riflettendo su qualcosa. “Non mi ero reso conto di non piacere al Maggiore Royce”, disse.
Una risata amara le uscì dalle labbra e Charlie sciolse l’abbraccio. “Tu gli piaci, fidati.”
Sono io il problema.
Si girò e si avvicinò alla finestra, non voleva guardare la delusione sul viso di quell’uomo quando avrebbe detto ciò che stava per dire.
Guardò il cielo, invece, le nuvole scure che, per tutto il giorno, avevano minacciato pioggia, si stavano diradando, portate via dal vento.
“Mio padre crede che io sia una criminale. Una spacciatrice, forse. Non lo so.”
Finalmente.
Finalmente, lo aveva detto a qualcuno. Qualcun altro oltre Matthew. Una persona di Sunlake, che avrebbe potuto disapprovarla proprio come la disapprovava il suo vecchio.
Non distolse lo sguardo dal pigro peregrinare di quelle nuvole nel cielo, si sentiva proprio così: alla deriva.
Aveva pensato che, una volta saputo, Logan se ne sarebbe andato; invece, il calore del suo corpo le scaldò la schiena, mentre il bacio che le posò tra i capelli le scaldò il cuore.
“Vorrà dire che non ci faremo scoprire.” Lo disse in modo così semplice, così naturale, che al cervello di Charlie parve avesse parlato in un’altra lingua. Le ci volle un momento per comprendere davvero ciò che aveva appena detto.
Si girò di scatto tra le sue braccia, scioccata. “Hai sentito quando ho detto che mio padre crede che io sia una criminale?”
Sembrò reprimere un sorriso divertito, quando annuì, e lei sentì il bisogno di indignarsi per il resto dei cittadini di Sunlake a quella poca considerazione. “E quindi? Non hai intenzione di fare nulla? Sei lo sceriffo, dovresti fare qualcosa invece di startene lì a…” Non trovò le parole. “A…” Riprovò, ma non seppe cosa dire.
“Non sono in servizio, adesso.” Logan le scostò una ciocca bionda dal viso, in una dolce carezza. “Puoi provare a chiedermelo di nuovo tra dieci minuti, se vuoi.”
Charlie rimase scioccata a guardarlo. Da dove diavolo era saltato fuori quell’uomo?
Le ci volle un momento per fare mente locale. “Non voglio una relazione”, mormorò sotto quello sguardo, cercando di convincere sé stessa in primis.
“Però volevi che ti baciassi.” Un lampo di malizia passò nelle iridi scure di Logan. “Più di ogni altra cosa.”
Nel sentire le sue stesse parole, Charlie arrossì e a quella reazione le labbra dell’uomo si schiusero in un sorriso obliquo famoso tra tutte le donne di Sunlake.
Senza fiato, Charlie si limitò ad annuire.
Lo sceriffo si chinò verso di lei e gli occhi di Charlie si chiusero al brivido di aspettativa che le corse lungo la schiena. Pensava a quel momento, al loro bacio, ogni volta che chiudeva gli occhi.
Le labbra di Logan accarezzarono teneramente la sua guancia.
Solo quello, nient’altro.
“Bene, allora andrei.” A quelle parole Charlie aprì gli occhi di scatto.
Stava scherzando? Tutto lì? Si sarebbe anche indignata, se non fosse stata tanto sopraffatta.
“Ti mando un messaggio più tardi, così possiamo organizzarci.”
Ancora stordita, aggrottò la fronte. “Ma non hai il mio numero”, gli fece notare in un sussurro.
“Me lo farò dare da mia madre”, rispose mentre si allontanava.
Charlie lo seguì, le gambe un po’ instabili.
“Nemmeno tua madre ha il mio numero”, osservò ancora, stavolta con voce più sicura.
L’unica risposta fu la risata di Logan, che rimbombò tra le pareti silenziose della biblioteca.
Guardò la schiena ampia dell’uomo allontanarsi e solo quando girò l’angolo e uscì dalla sua vista, si rese conto di cos’altro aveva detto.
“Organizzare cosa!?”, gli urlò dietro.
Rispose solo il silenzio.
Si lasciò cadere sulla sua poltrona; piegata in avanti, i gomiti sulle ginocchia e la testa tra le mani, iniziò a tremare.
Non aveva fatto domande. Non le aveva chiesto niente.
A parti invertite, Charlie sarebbe stata curiosa di sapere perché mai suo padre pensasse una cosa del genere. Invece a lui non era sembrato importare.
Fu così che la trovò Maddie: sulla sua poltrona, scossa dalle risate.
Appoggiandosi a uno scaffale, la guardò dall’alto in basso mentre continuava a ridacchiare, e si ritrovò a sorridere a sua volta.
“Immagino sia andata bene”, constatò.
   
 
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