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Autore: MercuryGirl93    22/02/2022    10 recensioni
Federico, ragazzo introverso e apatico, subisce la sua vita con passività, insoddisfatto della famiglia e delle sue amicizie. Sarà l'incontro con Emma, vivace quanto misteriosa, a spronarlo a cambiare e ad accendere in lui la curiosità di guardare il mondo con occhi diversi.
Ma chi è Emma? Una favola vissuta da Federico ad occhi aperti o una persona vera, in carne ed ossa?
Mentre il mistero di questa figura quasi fiabesca vi accompagnerà tra le righe di questo racconto, l'amore sarà il garante di una crescita personale e di un introspezione sempre più profonda di un ragazzo smarrito.
Dalla storia:
"Emma sbuffò esasperata. –Mi baci o no?
Federico la osservò: aveva le guance tinte di rosso, anche se la cosa poteva passare inosservata dato il buio. La trovò irresistibile, quell’insistenza quasi infantile che aveva nel volerlo baciare era deliziosa e inaspettata. - No.
-E perché? - domandò indispettita, sfoggiando la sua migliore espressione contrariata: le labbra arricciate, gli occhi verdi taglienti.
-Perché il tuo chiederlo mi ha fatto passare la voglia – la prese in giro."
Gli aggiornamenti vengono postati il giovedì.
Genere: Introspettivo, Malinconico, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Contesto generale/vago
Capitoli:
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I Gelsomino
 
 Esisteva una volta Kitza, la madre di tutte le stelle, che nel suo palazzo di nuvole era intenta a preparare abiti d'oro per tutti i suoi figli astri quando improvvisamente si presentarono davanti a lei un gruppo di stelline che protestavano perchè, secondo loro, le loro vesti non erano sufficientemente belle. La madre cercò di rabbonirle e le pregava di non fare troppo chiasso e di non farle perdere tempo perchè doveva ancora vestire tutti gli altri astri. Ma le stelline non l'ascoltavano e continuavano a lamentarsi. A quel punto passò da quelle parti Micar, il re degli spazi che, dopo aver saputo il motivo per il quale le stelline facevano tanto rumore, si indignò a tal punto che le cacciò dal firmamento strappandole di dosso gli abiti che avevano e scagliandole nella terra in mezzo al fango. Kitza, profondamente addolorata di quanto era accaduto era inconsolabile perchè pensava che le sue stelline sarebbero state in quel modo calpestate ed umiliate dagli uomini. Ma la signora dei giardini Bersto ebbe pietà della povera madre e decise di trasformare le stelline in fiori profumatissimi. Nacquero così i gelsomini. *
 
 
Passeggiava con le mani dentro le tasche dei jeans sulla strada verso casa: dieci minuti di strada a partire dal Bangladesh, un localetto che dava direttamente sul mare, dove Federico e i suoi amici si riunivano per bere birra nelle calde serate estive.
Erano le due passate, ma la strada era sicura anche a quell’ora in quella località balneare dove sorgevano prevalentemente piccoli alberghi, negozietti e villette con il prato all’inglese. L’unica impresa che poteva rivelarsi ardua per il ragazzo era arrivare in camera sua alla chetichella, senza farsi sentire dalla madre. Federico già se la figurava in piedi, in fondo al corridoio, con la sua inconfondibile camicia da notte a fiori azzurri, mentre gli chiedeva con curiosità “Eri con una ragazza?”. Del resto, la curiosità di sua madre non era altro che un modo per costruire un ponte verso il figlio, che sentiva lontano ormai da troppo tempo.
Federico sapeva che le intenzioni erano buone, ma meno informazioni elargiva relativamente alla sua vita, più si sentiva sereno con sé stesso e con il mondo. Forse, perché il mondo lo teneva lontano. Una strategia come un’altra per tirarsi avanti in un momento della sua vita in cui tutto appariva strano, complicato, difficile.
Mentre pensava alla strategia più opportuna da adottare per non farsi sentire mentre rientrava, il portoncino di casa si faceva sempre più vicino. La proprietà della famiglia Visconti, alla fine della strada acciottolata, era unica, inconfondibile tra tutte le altre villette: a chiunque venisse dalla strada, la visuale sul piccolo giardino era resa impossibile da un’enorme pianta di gelsomino, che cresceva rigogliosa arrampicandosi sul cancello in ferro. I piccoli fiorellini bianchi erano a migliaia e impregnavano l’aria di un profumo delizioso. E, tra sguardi meravigliati e curiosi, la casa venne soprannominata Villa dei gelsomini.
Era stato il nonno di Federico a piantare quel cespuglio, quando aveva più o meno la sua età; quella pianta, nel corso del tempo, era diventata parte integrante della casa, come un arredo raro da trovare.
Quando finalmente Federico giunse davanti al portoncino, scorse una figura sconosciuta, appollaiata sotto l’ormai ingestibile cespuglio.
Vista l’ora e la totale assenza di passanti, la mano gli corse lesta verso il cellulare, pronto a chiamare la polizia per cacciare via quel ladro che tentava di entrare in casa sua… Ma i ladri, abitualmente, non rubano mazzetti di gelsomino, no?
Quando realizzò che il pericolo era tutt’altro che vicino, si sentì più tranquillo, e il sospetto che aveva inizialmente nutrito si trasformò in sincera curiosità.
-Che stai facendo?
-Oddio!
Un gridolino spaventato, una voce così dolce e vivace da sembrare quella di una bambina. Aveva anche le sembianze di una bambina, si disse Federico, una volta realizzato quanto fosse minuta e bassina.
Un paio di grandi occhi verdi lo fissarono con sorpresa: -Mi hai spaventata- sussurrò questa volta la piccoletta, sollevando le folte sopracciglia chiare. Stringeva in una mano una decina di piccoli fiorellini bianchi, mentre con l’altra ne coglieva altri.
-Cosa stai facendo?
La ragazza gli agitò il mazzetto sotto gli occhi, sbuffando. –Non si vede?
La cosa buffa era che non aveva interrotto la sua attività, neanche quando lui l’aveva spaventata con la sua presenza. Aveva continuato a cogliere fiori come se nulla fosse.
-Nessuno ti ha insegnato a non rispondere con un’altra domanda? - sorrise.
-Qualcuno deve avermelo detto, ma di rado faccio quello che mi dicono gli altri.
Federico si appollaiò accanto a lei, perché si sentiva sinceramente affascinato da quella scena così surreale: una ragazza che gli rubava i fiori nel cuore della notte e che, nonostante fosse stata colta in flagrante, non si sentiva in torto o in colpa, al contrario era così sicura di poter proseguire nel misfatto da rifilare risposte sarcastiche. Si sentiva stranamente ammaliato.
Colse un fiore e glielo porse: -A cosa ti servono?
Nel farlo, si sporse leggermente in avanti, nel tentativo di osservarle meglio il viso nascosto dall’ombra della pianta.
-Non lo so ancora – fece lei - magari li faccio diventare secchi e ci faccio un collage carino, o li metto in un barattolo così posso sentirne il profumo anche in camera mia. Insomma, sono piuttosto creativa, mi verrà in mente qualcosa.
-Forse l’idea del barattolo non è granché – disse lui, ricordando quando sua madre aveva provato lo stesso esperimento: il barattolo dopo giorni emanava un fetore indescrivibile, come se il contenuto fosse totalmente pregno di muffa.
Lei sbuffò, come se la risposta di lui le avesse arrecato una gran noia. Lui la trovò adorabile.
- Evidentemente non ti piace essere creativo.
- Non credo che ai proprietari farà piacere che tu prenda tutti questi fiori- proseguì lui, ma gli porse ugualmente un altro paio di boccioli bianchi.
Ormai gli era perfettamente chiaro che lei non avesse idea che lui stesso abitasse quella casa. Maturata questa consapevolezza, che cosa aveva da perdere? Tanto valeva prendere un po’ in giro quella ragazzetta buffa.
La piccoletta fece una risatina soffocata, probabilmente nel timore di farsi sentire da qualcuno dentro casa. Suonò dolcissima anche questa volta, alle orecchie di lui. –Sciocchezze, non se ne accorgeranno.
-E perché mai? – la incalzò curioso.
-Perché lo fanno tutti, da sempre- disse lei, avvicinando il naso a patata ai boccioli per sentirne l’odore. -La gente passa e strappa due o tre fiorellini, non se ne accorgono mai. Ai bambini piacciono, agli anziani piacciono, piacciono a tutti.
Federico aggrottò le sopracciglia: non se n’era mai accorto, ma avrebbe dovuto immaginarlo.
-Capirai, - proseguì lei, la mano ormai piena di fiori - non possono mica contarli ogni giorno e quindi sapere se ne manca qualcuno.
Fu così sinceramente conquistato dalla verità delle sue parole, che scoppiò a ridere, così forte che lei balzò in piedi. -Hai ragione- annuì lui, rimettendosi in piedi, dietro lei.
Alla luce del lampione, i tratti del viso di lei erano molto più chiari: aveva una spruzzata di lentiggini sulle guance piene, il naso a patata sproporzionato su di un viso tondo. Non era bella, né brutta, sentenziò il ragazzo alla fine, ma aveva qualcosa di così curioso e unico che la trovava quasi ipnotica.
-Ma sei matto? – borbottò lei, tirandolo per un braccio – Così ci sentiranno sicuro.
Lo trattò quasi come un complice della marachella, mentre si lasciava andare ad un gesto che aveva una grande confidenzialità: la stretta di lei era decisa ma debole, le mani gelide, le dita lunghe. Federico si ritrovò – stranamente – perfettamente a suo agio davanti quella buffa sconosciuta ladra.
Lei si incamminò a grandi falcate nella stradina acciottolata. Lui, dal canto suo, si sentiva così curiosamente colpito da quella situazione che si scoprì a seguirla, con una sincera curiosità nel cuore.
-Oltretutto non capisco perché non potino questa benedetta pianta, di tanto in tanto non farebbe poi male. Probabilmente sono troppo pigri per sprecare le loro energie a prendere un paio di cesoie in mano, oppure degli sciattoni che non si curano di niente- borbottava lei, mentre si rigirava i fiori tra le mani, quasi come se sapesse già che Federico le sarebbe andato dietro.
Aveva i corti capelli rossastri dietro le orecchie elfiche, e si muoveva con una sicurezza disarmante, come se sapesse perfettamente l’effetto ipnotico che sortiva nelle persone.
-Penso che ne darò una parte al nonno: piace anche a lui avere il profumo di gelsomino in camera.
Sembrava che stesse parlando più con sé stessa che con lui, ma Federico rispose comunque, con un sorriso in viso, continuando a seguirla: -Non dargliene troppi, altrimenti non puoi usarli per le tue idee creative.
-Con il nonno posso condividere tutto- sentenziò severa. Questa volta sembrò essersi stufata di lui ed allungò il passo, anche se le gambe troppo corte non le consentivano di seminarlo troppo facilmente.
Federico si sentiva in un sogno buffo e stranissimo, ma non poteva porre fine alla cosa in quel modo. -Dove stai andando?
Gli rispose senza girarsi: -A rubare le peonie alla signora Averna.
-La signora Averna non coltiva peonie, che io sappia- disse lui, e la raggiunse con due rapide falcate.
-Infatti, era una battuta- ribattè, senza guardarlo; evidentemente l’attrazione che lui sentiva per lei, non era affatto ricambiata. –Ovviamente sto andando a casa. Cosa pensi, che me ne vada in giro tutta la notte a rubare fiori di casa in casa?
Federico, per la prima volta, si indispettì per la risposta stizzita che lei gli aveva riservato. –Se credi che io pensi questo è perché sai di avermi dato una brutta impressione.
Lei finalmente lo guardò, senza smettere di camminare. Quei grandi occhi verdi lo studiarono con rinnovato interesse, come se si stesse accorgendo del suo interlocutore solo in quel momento.
-Beh, alla fine ho preso un po’ di gelsomino a delle persone che non se ne fanno nulla, non è un dramma. Tu, piuttosto, perché mi vieni dietro? Sei mica un maniaco?
-Di solito i maniaci come ti rispondono a questa domanda?
Lei lo guardò senza rispondere.
-Ti accompagno, non dovresti andare in giro da sola. – concluse lui, quando lo sguardo inquisitorio di lei si fece troppo. Di certo, non poteva rivelare alla sconosciuta folletto dei boschi che aveva acceso in lui una curiosità così ciecamente folle da spingerlo a seguirla.
-E perché mai? – fece lei.
-Perché sono un gentiluomo e a quest’ora non dovresti camminare da sola – mentì lui.
Le labbra di lei si piegarono in un ghigno. –Capirai, il massimo che può accadermi da queste parti è essere attaccata da una falena.
-Possono essere letali.
-Vuoi fare il disinfestatore?
-In realtà non è tra le mie aspirazioni.
Un dolce risata nel silenzio della notte. Dolce, delicata, da riascoltare cento volte.
-Mi piaci – fece lei. -Mi sembri il complice giusto per le mie marachelle notturne.
Federico si compiacque delle parole di lei. –Dove stai?
-Non è tanta strada, due minuti e sono arrivata.
-Mi ci vorrà meno tempo per tornare indietro.
Girarono per un’altra stradina, ancora più acciottolata. Le pietre scricchiolavano sotto il peso dei loro passi. I lampioni non erano sufficienti a combattere l’oscurità della notte. Se non altro, si poteva ammirare meglio il manto di stelle.
-Abito nella villetta qui in fondo- indicò lei. –Siamo io e il nonno in una casa forse troppo grande, ma stiamo bene. Litighiamo solo per il vino, ne va matto ed io so che gli fa male. Un settantenne che beve tre litri al giorno non si può, ti pare?
Lui fece spallucce. –Se gli piace.
-Io dico che non deve e basta, ma non mi ascolta- sbuffò lei. –A mia zia invece non importa niente se beve troppo, le poche volte che viene a casa con quello zotico di suo marito è per chiedere soldi al nonno. Appena ottenuti, se ne vanno, senza nemmeno degnarsi di chiedergli come sta, se di tanto in tanto ha bisogno di aiuto, o se i soldi per arrivare a fine mese a lui bastavano. Niente, eppure è sua figlia, no? Io non ho parole davanti a tanta ingratitudine.
Federico rimase zitto, bombardato da una serie di informazioni che gli arrivavano addosso così, come un fiume in piena, senza apparente ragione. E se la ragione c’era, la conosceva solo lei, quel folletto dalla lingua lunga.
La sincera spontaneità di lei era disarmante per lui.
-Sono arrivata- dichiarò lei, alla fine di una serie di chiacchiere, arrivati davanti un grande cancello arrugginito. La casa non si distingueva con il buio, non c’era neanche una luce ad illuminare la porta d’ingresso.
Federico decise di non farle domande, anche se avrebbe voluto. –Bene.
-A proposito, io sono Emma.
Le strinse la mano piccola, ora leggermente sudata. –Sono lo sciattone non curante di nulla, o forse il pigrone nullafacente –devo ancora capirlo questo- che abita nella casa con la pianta di gelsomino. Puoi chiamarmi Federico, se vuoi.
Emma ritirò subito la mano, spalancando gli occhioni verdi. Lui si sentì compiaciuto per l’espressione di lei, per averla stupita. – Questo è davvero imbarazzante- sibilò, guardando la mano con cui stringeva il mazzetto di fiorellini.
-Più per te che per me.
-Emh… mi sa che questa sarà la prima e l’ultima volta che ci incontriamo. Piacere di averti conosciuto, Federico, spero di non incontrarti mai più.
Federico rise. –Ma dai? Per un po’ di fiorellini?
-Mi dispiace, non volevo rubarli.
-Fa niente, tanto li rubano tutti. E poi mi sembri tutto, fuorché dispiaciuta, posso dirlo?  
Lei questa volta fece un sorriso pieno, sincero. -Già, non lo sono per niente in realtà, vale quello che ho detto poco fa.
-E allora va bene. Sono felice di contribuire alla coltivazione di una mente creativa.
Emma rise. –Bene, allora… ciao?
-Ciao, ci si vede in giro.
O, almeno, lui se lo augurava.  
 –Forse – disse lei, questa volta più diffidente, probabilmente chiedendosi perché mai quello sconosciuto a cui aveva rubato i fiori dal giardino volesse rivederla.
Buffo come il suo stato d’animo, le sue emozioni cambiassero così velocemente, in un’altalena che va su e giù, sempre più in alto, sempre più in basso, senza mai fermarsi.
Si allontanò, aprendo il portone cigolante e sparendo nel buio di quel giardino misterioso.
Erano le tre e dieci quando Federico aprì la porta della sua stanza.
-Eri con una ragazza? - chiese sua madre in un bisbiglio, dal fondo del corridoio.
 
Tre tonfi.  
-Alzati pigrone! - gridò Albertina sbattendo il pugnetto sulla porta altre tre volte. –La mamma dice che essere rientrato tardi non ti autorizza a dormire fino all’ora di pranzo.
–Sparisci mostriciattolo! - borbottò da sotto le coperte, sperando che quel soldatino devoto a sua madre filasse via.
Si alzò a fatica, arrancando nel buio della camera da letto, e scostò le tende: la luce solare lo investì con forza, facendogli dedurre che fosse mezzogiorno passato.
Trascinarsi fino al bagno fu un’impresa titanica, strisciava i piedi sul parquet scuro stropicciandosi gli occhi ancora stanchi. Solo l’acqua fredda riuscì a riportarlo sulla terra, la testa improvvisamente lucida, gli occhi svegli e attenti.
Albertina, la sua sorellina di sei anni, lanciò un gridolino quando lo vide entrare in cucina: -Fede-Fede-Fede-Fede! Fede sto cucinando!
Gli agitò sotto il naso un mestolo di legno sporco di salsa, che mamma Simona si premurò di sequestrarle prima che finisse sul pavimento.
-Mattiniero come al solito. – lo rimproverò bonariamente la madre. Ancora una volta, in lei si scorgeva la volontà di legame, la voglia di scoprire maggiormente il figlio attraverso una finta complicità genitoriale che, tuttavia, Federico non trovava stimolante.
-Il gallo non ha cantato.
Guardò la mamma mescolare la salsa nella pentola e Albertina, alla sua sinistra, attenta come un piccolo soldatino e irrequieta come una pulce. Erano identiche: stessi capelli scuri, stessi tratti delicati. Albertina era la copia di sua mamma all’età di sei anni, e a provarlo c’erano delle foto in bianco e nero di una piccola Simona in un costumino da bagno più grande di lei.
-Non sfidarmi, tesoro, domani mattina potrei assicurarmi che ci sia un gallo sotto la tua finestra- sorrise, e le piccole rughe d’espressione fecero capolino vicino alle labbra sottili. La rendevano più bella.
-Sì! - gridò la piccola pulce, affascinata dall’idea. –A fare chicchirichì a Fede!
La mamma era il suo idolo, la seguiva come un’ombra ovunque. Non c’era mai niente di sbagliato in quello che faceva: la mamma era bella, buona, brava, simpatica, divertente, agli occhi di Albertina, senza difetti. Voleva essere come lei.
-Non ti chiedo cosa vuoi per colazione, tra poco pranziamo.
-Cosa si mangia?
-La mamma ed io abbiamo cucinato il ragù! - saltellò felice la bimba, facendo svolazzare la sua gonnellina fucsia.
-Sarà buonissimo, pulce- rise, allungando una mano verso una carota sulla tavola.
-Ma così ti rovini il pranzo! - borbottò in risposta lei. Il piccolo soldatino marciò, gonfiando le guance. –Dammela subito!
Eccola lì, il visino severo e le braccia sui fianchi, a comportarsi come una perfetta mammina. Era esilarante.
-Se mi dai un bacio.
La bambina accettò le condizioni, stampò un bacio sulla guancia del fratello e gli sequestrò la carota rubata, trionfante per essere riuscita ad ottenere ciò che voleva.
Mamma Simona si fece aiutare a prendere tovaglia e posate per apparecchiare in sala da pranzo.
-Devi farti la barba- gli disse prima di uscire dalla cucina, sfiorando il mento spinoso dopo quattro giorni dall’ultima rasatura.
La prima cosa che fece Federico, una volta in camera sua, fu tastarsi il viso. La barba era corta e pungente, fastidiosa per chi provava ad accarezzargli una guancia: era così che la portava suo padre. Gli venne in mente quando da piccolo gli strizzava le guanciotte, reclamando baci sul suo viso ruvido. Lo faceva anche con Albertina, un paio di anni prima…
Sembrò provvidenziale vedere il nome del padre apparire sullo schermo del telefono, mentre processava quei pensieri sulla sua vecchia famiglia felice.
-Allora – incominciò allegro suo padre, dall’altra parte del telefono – Perché mi devo sorbire sempre tua madre che si lamenta di te che rientri tardi la sera?
Federico sbuffò. La curiosità di sua madre era così sconfinata che se non riusciva a cavargli di bocca le cose, lasciava che fosse suo padre a farlo per lei.
Del resto, però, a Federico era sempre stato più facile parlare con suo padre piuttosto che con sua madre. Forse per i caratteri maggiormente compatibili, o forse perché abitava a chilomentri di distanza e quindi non sentiva il suo fiato sul collo costantemente. O, ancora, magari perché non imputava a lui la fine della sua “famiglia felice”. Alcuni anni prima, era stata sua madre, infatti, a tradire il padre con un uomo insulso; un gesto che ancora Federico non riusciva a perdonarle, tanto da portarlo a volerla tagliare fuori da tutto ciò che lo riguardava intimamente.
-Ed io perché mi devo sorbire questo interrogatorio ogni volta? – rise lui, consapevole del fatto che qualsiasi cosa avesse raccontato al padre, non sarebbe arrivata alla madre.
La fiducia era difficile da concedere, ma Giancarlo Visconti, suo padre, se l’era sempre meritata.
-Ma va’ – brontolò suo padre. -Come se a me fregasse qualcosa di quello che fai.
-Infatti, non ti frega niente.
Suo padre rise. -Basta che non fai niente che possa farti finire in galera, puoi fare quello che vuoi.
-Così si riduce notevolmente il mio margine di manovra, però.
 
-Era sexy da morire, ti giuro- disse Marco estasiato, gli occhi ancora brillanti per l’eccitazione.
Federico rideva, scarabocchiando su un blocco sottili petali delicati. –Ah sì?
-Sì, cazzo! Ma non l’hai vista ieri sera?
Federico ricordò vagamente una figura sottile, sinuosa, con lunghi capelli rossi come il fuoco. –Forse. – borbottò. In realtà i dettagli erano la sua specialità, ma non li incamerava se l’oggetto in sé non suscitava davvero il suo interesse.
-Ma dai, quella salta agli occhi di chiunque! - ululò lui, muovendo le mani su un corpo che conosceva solo lui. A Federico veniva in mente solo un aggettivo per descrivere il suo amico: sconcio. Incarnava perfettamente tutte le caratteristiche più primordiali dell’uomo predatore, dall’atteggiamento bavoso, al registro linguistico da cavernicolo, passando per la gestualità dell’homo erectus. Eppure, in quel quadro disperato, Marco era l’unico amico non ancora fuggito davanti alla crescente apatia di Federico, come se la sua missione di vita fosse farlo uscire dal guscio in cui lui si era volontariamente ficcato negli ultimi anni.
-Ed io ci ho fatto sesso, porca miseriea! Del gran sesso!
I petali che Federico stava disegnando erano diventati un bocciolo piccolo piccolo, a forma di stella. –Puoi non gridarlo? Mia sorella potrebbe sentire.
Già si immaginava Albertina che chiedeva alla mamma ‘Che vuol dire sesso?’. Decisamente non doveva succedere.
Marco non sembrò affatto toccato dalla rivelazione, stravaccato sul dondolo nel giardino di casa Visconti sembrava più preso dalle immagini che stava rievocando con il suo racconto.
-Dovevi vedere come si muoveva, era una visione meravigliosa.
-Ah-ah, immagino- Federico non si scomponeva per niente, teneva i piedi incrociati sopra il tavolo da esterno del suo giardino, cosa che avrebbe senz’altro fatto infuriare la madre, se solo lo avesse visto.
Nel blocco, che sembrava più meritevole di attenzione del suo amico, aveva tracciato accanto ai piccoli fiorellini delle foglie, in un tentativo di copiare la pianta che invadeva la sua proprietà nella parte anteriore. A quel punto, mancava solo Emma nel disegno, quel piccolo folletto che nella notte gli aveva rubato i fiori. Alcune – troppe - piccole cose la rievocavano insistentemente, portandolo a pensare fin troppo ad una perfetta sconosciuta che, probabilmente, non avrebbe mai rivisto.
-Dillo che non te ne frega niente.
-Non me ne frega niente, infatti- ripeté Federico, mettendosi la matita dietro l’orecchio.
Risero entrambi, forte. –Non riesco a capire come le tue fantasie erotiche non possano risvegliarsi ai miei racconti.
-Forse ci eccitiamo per cose diverse.
-O forse sei gay.
-Ho sempre provato una certa attrazione nei tuoi confronti, magari è per questo- ammiccò.
Marco parve soddisfatto della risposta. –E chi non la prova?
Le piante ondeggiarono, sospinte da un’improvvisa ma delicata folata di vento. Qualche fogliolina verde finì su Marco, sui ricci biondi che facevano impazzire tutte le ragazze che gli capitavano a tiro, esattamente come il fisico muscoloso, gli occhi trasparenti come l’acqua e la mascella quadrata.
-Quindi la richiami? - Quella era la prova del nove. Tutti le conversazioni sulle sue conquiste si concludevano con quella domanda, con un ‘no’ secco, e con qualche scusa accampata come giustificazione. ‘Non lavorava bene di lingua’, ‘Era totalmente piatta’, ‘Le puzzavano i piedi’, quando dieci minuti prima ne tesseva le lodi eccitato.
-Credo proprio di no.
Tipico di Marco, si disse Federico. –E perché? – anche se già sapeva la risposta. Un difetto lo si trovava sempre, del resto.
-Perché non penso che riuscirei a sopportare ancora il suo difetto di pronuncia- disse, grattandosi il mento liscio. Paradossalmente, a vent’anni non gli cresceva ancora la barba. –Per carità, era sexy, ma il gioco non vale la candela.
-Come sempre, no?
Marco si sedette accanto all’amico, spingendogli giù dalla tavolai piedi. –Smettila di fare quei disegni e ascoltami.
-Sono tutto orecchi.
C’era una velata presa in giro, nei suoi occhi, nel suo tono, nel modo in cui chiuse il suo blocco e incrociò le braccia sul tavolo alla richiesta di Marco. Sapeva che si stava per lanciare in uno di quei discorsi da uomo vissuto, che non gli si addicevano affatto.
-Il gioco non vale mai la candela, quando si tratta di donne- spiegò lui, serio e convinto. –A vent’anni, una donna ti serve solo per riscaldare il letto una notte, per divertirti. Non vale la pena fare nient’altro.
-Sì, certo.
Gli lasciò un’energica pacca sulla spalla. –Ecco bravo, ricordatelo stasera. Si rimorchia di brutto!
Federico storse il naso. –No, stasera non ci sono. – si inventò.
-E cosa c’è di meglio che portarsi a letto qualche bella pollastra?
-Ognuno ha le sue priorità.
Marco si alzò: non era nel suo interesse stare ancora lì, né tantomeno insistere affinché Federico gli dicesse di più. Si conoscevano da una vita, ma non si conoscevano affatto. Lo stare insieme era fine a sé stesso, non c’era affetto a legarli.
-Va bene, quando smetterai di essere annoiato dal mondo e avrai voglia di una bella botta di vita, fammi uno squillo, amico.
Un cenno del capo, e si era già avviato. Federico lo seguì, un po’ con lo sguardo, un po’ camminando. Si fermò davanti alla pianta di gelsomino, quando Marco era già uscito dal cancelletto.
I piccoli fiorellini bianchi erano identici a quelli che aveva disegnato con maestria sul suo blocco, ma non avevano lo stesso odore.
 
*Fonte: www.ilgiardinodegliilluminati.it
   
 
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