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Autore: Kimando714    11/05/2022    0 recensioni
La vita da ventenni è tutt’altro che semplice, parola di sei amici che nei venti ormai ci sguazzano da un po’.
Giulia, che ha fin troppi sogni nel cassetto ma che se vuole realizzarli deve fare un passo alla volta (per prima cosa laurearsi)
Filippo, che deve tenere a freno Giulia, ma è una complicazione che è più che disposto a sopportare
Caterina, e gli inghippi che la vita ti mette davanti quando meno te lo aspetti
Nicola, che deve imparare a non ripetere gli stessi errori del passato
Alessio, e la scelta tra una grande carriera e le persone che gli stanno accanto
Pietro, che ormai ha imparato a nascondere i suoi tormenti sotto una corazza di ironia
Tra qualche imprevisto di troppo e molte emozioni diverse, a volte però si può anche imparare qualcosa. D’altro canto, è questo che vuol dire crescere, no?
“È molto meglio sentirsi un uccello libero di volare, di raggiungere i propri sogni con le proprie forze, piuttosto che rinchiudersi in una gabbia che, per quanto sicura, sarà sempre troppo stretta.
Ricordati che ne sarà sempre valsa la pena.”
Genere: Introspettivo, Sentimentale, Slice of life | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash
Note: Lime | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate | Contesto: Universitario
Capitoli:
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- Questa storia fa parte della serie 'Walk of Life'
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Visto che ormai siamo giunti quasi alla metà di questa seconda parte di Walk of Life (al prossimo capitolo lo saremo ufficialmente), abbiamo aggiornato anche la playlist Spotify con le canzoni dei capitoli dal 21 al 31 😊
 
CAPITOLO 20 - FIRE MEET GASOLINE



 
So come on
I'll take you on, take you on
I ache for love, ache for us
Why don't you come, don't you come a little closer?
So come on now
Strike the match, strike the match now
We're a perfect match, perfect somehow
We were meant for one another
Come a little closer [1]
 

L’oscurità era già calata quando le porte della sede universitaria vennero spalancate, accompagnate da qualche schiamazzo e risata.
L’aria fredda di dicembre lo investì di colpo, mentre attraversava la soglia, finendo all’esterno del palazzo. Si strinse nelle spalle, arricciando il naso: l’inverno non gli era mai piaciuto particolarmente, e quel freddo lo faceva innervosire più di quanto non lo fosse già.
Alessio si tenne un po’ distante dal resto del gruppo, che con aria festante aveva già preso ad intonare a Caterina una delle tante filastrocche da dedicare ai neo laureati. La osservò da distante, con la corona d’alloro poggiata sui capelli scuri, sorridente e con un pancione ormai prominente: sia lei che Nicola avevano temuto fino all’ultimo una qualche sorpresa, ma ormai, quasi alla fine del nono mese, la gravidanza sembrava procedere senza ulteriori intoppi. Caterina era perfino riuscita a rimettersi in piedi da più di un mese.
Incrociò le braccia contro il petto, avanzando solo di qualche passo, mentre la voce alta di Giulia giungeva fino a lui, mentre esortava Caterina ad avvicinarsi per leggere ad alta voce il proprio papiro, appiccicato momentaneamente su una parete laterale del palazzo. Si sentiva un po’ in colpa verso Caterina, verso tutti loro, nel tenersi così in disparte e con un umore così nero, ma non poteva farci nulla: preferiva risultare assente, piuttosto che rovinare quel giorno di festa.
Per un attimo anche Alice entrò nella sua visuale, mentre si accostava a Caterina; distolse lo sguardo subito, come se si fosse bruciato gli occhi. Respirò rumorosamente, sbuffando appena. Non era decisamente dell’umore adatto per festeggiare.
Non si accorse nemmeno dei passi di qualcuno che gli si era avvicinato, nella direzione opposta a dove teneva lo sguardo fisso in quel momento:
-Come mai te ne stai qui da solo? Dovresti venire ad ascoltare, è divertente il testo del papiro che hanno scritto Giulia, Filippo e Nicola-.
-Credimi, è meglio se me ne resto qui-.
Evitò di voltarsi anche verso Pietro: non rientrava nemmeno lui tra le persone con cui avrebbe voluto parlare in quel momento. Non era mai una buona idea restargli vicino proprio nei momenti di debolezza, nei momenti in cui si sentiva vulnerabile e volubile. Voleva evitare di rendere le cose ancora più complicate di quel che già erano.
Pietro non disse nulla, e anche se non poteva vederlo, Alessio era sicuro avesse annuito silenziosamente, intuendo forse che era meglio non insistere.
-Spero non sia nulla di grave, in ogni caso- mormorò Pietro dopo alcuni secondi, con voce incolore. Alessio lo vide allontanarsi di nuovo, raggiungendo gli altri: non aveva provato ad insistere nemmeno una volta di più, restando lì solo per pochi minuti.
In fin dei conti, pensò Alessio, era meglio così. Era meglio così, anche se, una volta che Pietro se ne era andato, era tornato ad essere di nuovo solo, accompagnato solo dalla sua amarezza.
Tirò di nuovo un sospiro, stanco e arrabbiato. Sapeva sempre ciò che voleva, tranne ciò che riguardava quell’unica persona che aveva notato la sua assenza.
Sembrava che i problemi per lui, per quella serata, fossero infiniti.
 
*
 
Non erano rimasti per molto davanti all’università. Faceva troppo freddo per rimanere all’aria aperta troppo a lungo, e Caterina aveva già prenotato un tavolo in un bel locale non troppo distante per passarvi il resto della serata. Aveva preferito organizzare qualcosa di semplice, solo tra amici stretti; con i parenti avrebbe di sicuro festeggiato la settimana dopo, durante le vacanze di Natale, quando sarebbe tornata a Torre San Donato.
Alessio si era tenuto a distanza anche mentre camminavano tutti verso il posto designato, anche se aveva notato occhiate incuriosite che a turno Caterina, Giulia, Nicola e Filippo gli avevano rivolto.
Alice non gli aveva dedicato alcuna attenzione, e ad Alessio andava benissimo così: non era sicuro di essere in grado di sopportare un qualche suo sguardo fintamente disinteressato, o una domanda sul suo stato.
Erano giunti al locale in una quindicina di minuti, e una volta entrati erano stati accompagnati al tavolo prenotato da una cameriera. Lì dentro faceva caldo, ed Alessio immaginava che il proprio viso si fosse arrossato come non mai grazie a quello sbalzo termico.
Sperava che quella serata potesse protrarsi il più a lungo possibile: il solo pensiero di dover poi tornare a casa, con Alice, con il serio rischio di tornare a discutere ancora, lo stremava.
Seduta all’altra estremità del tavolo, Alessio osservava Caterina sorridente e raggiante, un’espressione vagamente stanca ad adombrarle appena il volto. Emanava aria di soddisfazione, e non poteva non darle torto: laurearsi appena in tempo prima di partorire era di sicuro una cosa che la rendeva fiera, e con un pensiero in meno per l’avvenire.
La vide mentre prendeva tra le mani il calice di Nicola ricolmo di prosecco, rubandone un sorso con sguardo innocente.
-Ricordati di non bere troppo, o finirai per far ubriacare il pargolo- la redarguì bonariamente Giulia, seduta accanto all’amica, mentre Caterina posava già il bicchiere sulla tavola, sotto lo sguardo severo di Nicola:
-Veramente non dovrebbe bere affatto-.
-Un misero sorso non mi farà nulla, soprattutto ora che manca poco al parto- replicò Caterina, tranquilla e ancora sorridente – E poi ho tutte le ragioni del mondo per festeggiare un po’ oggi-.
Tutti risero, ed anche Alessio si lasciò sfuggire un accenno di sorriso. Si sentiva un po’ in colpa per non riuscire a condividere l’entusiasmo dell’amica, o per non sentirsi almeno in parte felice per lei: avrebbe voluto dirle qualcosa di carino, o anche solo qualcosa di perlomeno incoraggiante, ma era come se le parole non volessero uscirgli di bocca. Non era assolutamente in vena di festeggiamenti.
-E ora che farai? Pensi di proseguire con la magistrale tra un po’ di tempo?-.
Era stata proprio Alice a parlare, ed al suono della sua voce Alessio cercò di reprimere una smorfia infastidita.
-L’idea è quella, ma vedremo come andrà. Non si può essere mai troppo sicuri del futuro- rispose Caterina, alzando le spalle. Sembrava meno insicura rispetto a mesi prima, ma era ancora molto distante, in ogni caso, dall’avere qualche certezza.
-L’unica cosa sicura è che ti sei laureata appena in tempo per non dover andare direttamente alla discussione della tesi con un esserino tra le braccia. Sarebbe stato d’effetto, non ci piove, ma alquanto d’impaccio- ironizzò Pietro, un ghigno divertito stampato sulle labbra.
Alessio sbuffò debolmente, spostando lo sguardo altrove subito dopo: aveva tutta l’intenzione di non rischiare di incrociare gli occhi di Pietro per l’ennesima volta, durante quella cena. Era da quando erano arrivati lì che, in un modo o nell’altro, l’aveva colto ad osservarlo silenziosamente. Probabilmente doveva ancora stare a domandarsi cosa gli fosse capitato di così terribile da renderlo così intrattabile.
-Comunque proporrei un brindisi alla nuova dottoressa qui presente- stavolta era stato Filippo, allegramente, a prendere la voce. Alzò il proprio calice, portandolo in alto, pronto a brindare.
Alessio lo imitò mollemente, prendendo a sua volta il bicchiere in mano e facendolo tintinnare con gli altri un po’ in ritardo. Non si curò molto di aspettare di brindare anche con Alice: ritirò altrettanto velocemente il calice, portandoselo alle labbra e prendendo un lungo sorso di prosecco, fresco e frizzante.
Stava già finendo il primo bicchiere della serata, ed aveva tutta l’intenzione di farne seguire molti altri.
-Grazie a tutti, davvero. Significa molto per me tutto questo- Caterina spostò gli occhi su tutti loro, visibilmente commossa. Di sicuro, si ritrovò a pensare Alessio con una punta d’ironia, gli ormoni della gravidanza non dovevano aiutarla a frenare le emozioni in quel genere di situazioni.
-E a proposito, ricordati che ti sei salvata da travestimenti vari solo perché sei una mongolfiera- puntualizzò Giulia, facendo un cenno con il capo. Caterina le riservò un’espressione maliziosa, a tratti divertita:
-Credo che questa rimarrà l’unica volta in cui sarò felice di essere stata definita così-.
Pietro si schiarì la voce per attirare l’attenzione di Caterina su di sé, prima di parlare:
-Comunque ti faccio le congratulazioni anche da parte di Giada-.
Alessio cercò di trattenersi dal dire qualsiasi cosa, anche se non poté fare a meno di pensare che, per lui, l’assenza di Giada era qualcosa di assolutamente magnifico. Era già nervoso da sé: di certo Giada, se fosse stata lì con loro, avrebbe peggiorato le cose solo con la sua presenza alquanto irritante.
-Grazie- replicò Caterina, prima di domandare confusa:
-Ma è ancora malata?-.
-Beh sì, ha ancora la febbre alta- borbottò Pietro, alzando le spalle – Non so di preciso come stia, in verità, visto che mi ha categoricamente vietato di andare a casa sua per non attaccarmi l’influenza. Non la vedo da qualche giorno-.
-Ha fatto bene a vietartelo, se ti fossi ammalato anche tu avresti rischiato di passarla anche a Caterina. O a uno qualsiasi di noi- ribatté Nicola, con tono ovvio. Pietro lo guardò con fare divertito, prima di convenire con lui:
-Credo fosse proprio ciò che temeva Giada-.
Alessio buttò giù nuovamente un sorso, finendo il prosecco che era rimasto nel bicchiere. Gli sarebbe servito molto altro alcool per cercare anche solo di distrarsi da quei discorsi di circostanza che si trovava costretto ad ascoltare. E gliene sarebbe servito ancor di più per dimenticare tutti i buoni motivi per cui era così adirato.
 
*
 
Non sapeva esattamente che ore fossero, e forse non gli importava nemmeno. Sapeva solo che, una volta conclusa la cena, Alice se ne era andata, liquidando la questione con la semplice scusa di un forte mal di testa. Aveva osservato il sorriso finto che aveva rivolto a tutti gli altri, domandandosi invece quanto poco felice dovesse sentirsi in quel momento.
Appena l’aveva persa di vista, mentre si allontanava dal tavolo, Alessio aveva buttato giù l’ennesimo bicchiere di prosecco. Stava bevendo troppo, e non si stupì molto nell’accorgersi che averne la consapevolezza non lo disturbava affatto. La testa cominciava a girargli un po’, ma conservava ancora abbastanza lucidità per rendersi conto delle azioni che compiva.
Caterina e Nicola avevano intrapreso una conversazione piuttosto animata con Giulia; sebbene Filippo non sembrasse intenzionato a dire la sua, li stava ascoltando comunque, senza curarsi troppo del fatto che, lentamente e con nonchalance, Pietro era scalato di una sedia, finendo inevitabilmente su quella lasciata vuota da Alice e di fronte ad Alessio.
Per i primi secondi nessuno di loro disse nulla: Alessio aveva lanciato un’occhiata gelida a Pietro distogliendo subito dopo lo sguardo, e buttando giù tutto d’un sorso gli ultimi sorsi della birra ordinata pochi minuti prima. Decise che di lì a poco si sarebbe alzato per andare ad ordinare ancora qualcos’altro da bere.
-So che non dovrei insistere, e che probabilmente rischierò di portare anche su di me le tue ire- iniziò Pietro, a bassa voce, per non farsi sentire anche dagli altri – Ma bere non ti servirà a molto. Fino a prova contraria, ubriacarti non risolverà comunque i tuoi problemi-.
-Ma me li farà dimenticare per un po’- replicò secco Alessio, evitando anche le iridi nere dell’altro.
-Sei ancora del parere di non volermi dire che è successo?-.
Alessio storse il naso. Certo che non gli avrebbe detto niente: non voleva annoiare Pietro con i progetti di vita di Alice, che lui non condivideva e non avrebbe condiviso mai. E tanto meno ne avrebbe parlato con chiunque altro: non voleva sentirsi dire stupide frasi fatte sul fatto che, prima o poi, avrebbe cambiato idea, o che rischiava di essere troppo egoista nel rimanere fermo nella sua posizione. Frasi che, per inciso, Pietro gli aveva già rifilato mesi prima.
-Non ho voglia di parlarne-.
-Riguarda Alice?-.
Pietro non era stupido – era un buon osservatore, quando non si lasciava andare al disimpegno e al menefreghismo-, e lo conosceva troppo bene, Alessio se ne rendeva conto ogni volta di più. Forse anche gli altri lo avevano intuito, ma nessuno si era azzardato a chiederglielo direttamente.
D’altro canto, era meglio così. Non aveva voglia di ricordare una volta di più la discussione terribile che aveva avuto con Alice.
Non aveva voglia di dare giustificazioni riguardo al fatto che lei sognava di sposarsi, un giorno, e lui no. E non voleva dare ulteriori spiegazioni, non quando gli sarebbe toccato dire che ad Alice sarebbe piaciuto avere un figlio molto presto, mentre lui, dopo aver concluso l’università, non voleva altro che la possibilità di avere la carriera che aveva sempre sognato per sé.
No, non aveva decisamente voglia di spiegare ciò che voleva per se stesso, quando in pochi altri lo avrebbero capito davvero.
-Sì, riguarda lei- borbottò infine, continuando a tenere lo sguardo basso, e rifiutandosi di guardare in viso Pietro. Per un attimo ebbe la tentazione di parlare: tra tutti, era forse lui quello di cui si sarebbe fidato di più nel parlare di qualcosa del genere; poi, il secondo dopo, si era ricordato che la loro complicità era svanita pian piano, durante gli ultimi mesi, si era affievolita fino a rimanere solo un vago ricordo, minata da una tensione alla base che Alessio faticava a controllare – e ad interpretare.
Era stato lui a decidere così, ad agire in modo che andasse a finire in quella maniera – o forse era stata colpa di Pietro, dei dubbi che gli instillava la sua presenza, tutta quella confusione che gli causava sempre. L’unica conclusione a cui era giunto era che avere vicino Pietro equivaleva ad un pericolo.
Un po’ come avvicinarsi troppo alle fiamme ardenti, e rimanervi inevitabilmente bruciato.
La mano che gli stava tendendo Pietro in quel momento, però, gli sarebbe potuta risultare utile per un altro motivo.
-Forse mi serve un favore- Alessio si schiarì la voce, sentendosi lievemente in imbarazzo. Chiedere aiuto non era mai stato il suo forte, e chiederlo proprio a Pietro, in quel periodo, gli risultava ancor più d’impaccio.
-Dimmi pure-.
-Hai ancora un letto libero a casa?-.
Non aveva voglia di tornare al suo appartamento, e ritrovarsi da solo con Alice. In fin dei conti non erano passate molte ore dal loro litigio, e il rancore era ancora troppo vivo per indurlo a tornare in una casa dove avrebbe trovato anche lei.
Pietro sembrò pensarci su, e solo in quel momento ad Alessio venne naturale alzare lo sguardo, per poterlo guardare in faccia e studiarne l’espressione. Non sembrava davvero indeciso, in realtà; forse era solo in attesa, aspettando che Alessio si decidesse a guardarlo per la prima volta da quando avevano cominciato a parlare.
-Per te lo sarà sempre-.
La voce morbida di Pietro aveva fatto sentire Alessio un po’ del calore che quella sera gli era mancato. Gli rivolse un mezzo sorriso, ed Alessio si sentì grato verso di lui, per averlo fatto sentire meno solo e meno sbagliato anche con un gesto a tratti così banale.
Sotto quella sensazione di calma, però, continuava a sentire ribollire la stessa rabbia di prima, ancora intaccata. Pietro sembrava ancora tutt’altro che intenzionato a insistere – e anche per quello gli fu nuovamente grato, perché cercare di farlo parlare avrebbe solo peggiorato le cose-, lasciando morire anche quell’inizio di conversazione.
Alessio fece per alzarsi di nuovo, pronto a dirigersi verso il bancone: aveva bisogno di un altro po’ di alcool in circolo, per poter mettere a tacere anche quelle ultime briciole di nervoso e ira che ancora aveva nelle vene.
 
*
 
Con il passare delle ore il locale si era affollato sempre di più. Tutti i tavoli erano ormai occupati, e cominciava a faticare nel farsi largo in mezzo a quei corpi che occupavano lo spazio interno, in piedi ed ognuno con bicchieri ricolmi d’alcool. Poche volte in vita sua aveva visto un posto così gremito: parecchia gente doveva aver deciso di rinchiudersi lì dentro per scampare al freddo dicembrino, ritrovandosi a riempire sempre di più un locale che, per quanto spazioso potesse essere, in quel momento cominciava a sembrare davvero soffocante.
Pietro cercò di aguzzare lo sguardo, alzandosi sulle punte dei piedi per poter guardare oltre le teste della gente. Gli sembrava perfino incredibile essere riuscito a perdere Alessio in un maledetto bar.
Studiò ogni tavolo, mentre cercava di passare per potersi avvicinare al bancone, ma non lo vide da nessuna parte. Cominciava a preoccuparsi: Alessio non aveva smesso di bere nemmeno per un attimo, neanche quando lui stesso, Caterina, Giulia, Nicola e Filippo avevano tentato di dissuaderlo dal continuare.
E alla fine Alessio si era alzato nuovamente dal loro tavolo, finendo chissà dove.
Pietro si pentì amaramente di non averlo seguito sin da subito. Aveva sperato di ritrovarlo fuori, a prendere una boccata d’aria fresca, quando dieci minuti prima era andato a fumare una sigaretta. E invece, di Alessio, tracce non ce n’erano. Si era limitato a salutare velocemente Caterina, Nicola, Giulia e Filippo, dicendo loro che si sarebbe trattenuto di più per rintracciare l’altro; aveva fumato il più velocemente possibile, ed era infine tornato tra la ressa, nella luce soffusa, con la musica ad alto volume che gli rimbombava nei timpani, i bicchieri di spumante e prosecco che aveva bevuto anche lui che cominciavano a farsi sentire. Gli sembrava di stare in un inferno fatto di confusione, sudore e ansia.
Ci mise parecchio ad arrivare al bancone, ed anche una volta giunto lì non gli fu facile individuare la testa bionda di Alessio. Lo vide però dopo alcuni attimi, i gomiti poggiati sulla superficie del bancone ed una mano che gli reggeva il volto.
Cercò di avvicinarglisi, un senso di sollievo che si faceva strada in Pietro, spingendo altra gente e cercando di trovare spazi per passare. Il viso di Alessio non aveva una bella cera: quando riuscì ad arrivargli accanto, pur con mille difficoltà, notò quanto fosse pallido. Immaginava che, se la luce fosse stata sufficiente, sarebbe riuscito a notare anche un vago colorito verdognolo. Era leggermente sudato, e la camicia più sbottonata di quando aveva lasciato il tavolo; teneva gli occhi chiusi, e non doveva essersi minimamente accorto di Pietro accanto a lui.
-Ehi!- Pietro quasi urlò, cercando di farsi sentire nonostante il volume della musica – Dobbiamo andarcene. Devi venire a casa con me-.
Alessio sembrò destarsi da un lungo sonno. Non sembrava molto presente, e Pietro non poté fare a meno di chiedersi se avesse bevuto ancora; aveva un bicchiere posato davanti a sé, pieno di un liquido trasparente che poteva essere vodka, ma ancora mezzo pieno. Forse non era nemmeno riuscito a buttare giù ulteriori alcolici.
-Non voglio alzarmi- biascicò Alessio, a malapena udibile, appoggiando direttamente il capo sulla superficie liscia e fredda del bancone.
Pietro si morse il labbro: aveva davvero sbagliato a lasciarlo solo, vittima di se stesso e di quello che considerava vero e proprio autolesionismo. Si chiese cosa potesse essere successo di così grave, tra lui ed Alice, per affondare i proprio pensieri nell’ubriachezza totale; era sicuro che Alessio non gliel’avrebbe mai detto, ma era altrettanto sicuro che non avrebbe mai smesso di chiederselo.
-Dovevi proprio ridurti così male?- domandò isterico, cercando di sollevare Alessio di peso dallo sgabello, ma riuscendoci a stento – Avanti, cerca almeno di alzarti-.
Rifece un tentativo – forse gli sarebbe stato più semplice se non fosse stato brillo a sua volta-, e passando un braccio attorno alla vita di Alessio riuscì piuttosto impacciato a sollevarlo. Attese fermo qualche secondo, prima di mollare un po’ la presa per vedere se riusciva a stare perlomeno in piedi. Alessio rimase dritto, ma già dopo qualche secondo barcollò, portandosi una mano sugli occhi:
-Mi gira la testa-.
Quello era un altro dei timori di Pietro. Immaginava avrebbe faticato a rimanere in equilibrio, e scommetteva che di lì a poco, nel peggiore dei casi, sarebbe sopraggiunta anche la nausea.
-Vieni con me-.
Pietro gli si riavvicinò, tenendolo stretto per non farlo cadere.
Raggiungere il bagno fu tutt’altro che una passeggiata, ma alla fine riuscì a guidare se stesso ed Alessio fino alla porta bianca della toilette, che si trovava in una zona più tranquilla del locale. Anche lì la musica arrivava a martellare i timpani, e la luce era sempre fioca, ma perlomeno non c’era la stessa ressa di gente che vi era nella zona del bancone e dei tavoli.
Pietro richiuse la porta dietro di sé, tirando un sospiro. La luce al neon che rischiarava l’antibagno era bianca e fredda, piuttosto fastidiosa: Pietro dovette tenere gli occhi socchiusi per qualche secondo, prima di abituarsi a quell’ambiente più rischiarato.
Alessio si divincolò debolmente dalla sua presa, andando ad aggrapparsi al bordo del lavandino. Sotto quella luce la sua pelle appariva ancor più verdastra e pallida, e Pietro poté solo immaginare quanto male potesse sentirsi anche in quel momento, quando ancora gli sforzi della nausea sembravano lontani.
-Sciacquati un po’ il viso- Pietro fece per avvicinarglisi, aprendo il rubinetto e passando le dita sotto il getto dell’acqua fresca – Forse ti sentirai leggermente meglio-.
Alessio continuava a non dire nulla e ad avere lo sguardo vacuo; non oppose resistenza quando Pietro gli passò una mano bagnata sulla fronte, facendolo sentire meno accalorato e lavando via il sudore.
Dopo qualche secondo, finalmente, Alessio sembrò riprendersi un po’: si chinò maggiormente sul lavabo, bagnandosi a sua volta le mani e passandosele lentamente sulle guance.
Pietro se ne rimase lì accanto, osservandolo: Alessio non era agitato come al solito, quando beveva troppo. Sembrava più demoralizzato, come se avesse appena ricevuto una gran brutta notizia. Appariva docile e con la mente offuscata, e Pietro non riuscì a capire se considerare quel cambiamento come un fatto positivo o meno.
-Come ti senti?-.
Pietro gli si avvicinò, posandogli una mano sulla spalla. Alessio rimase con lo sguardo fisso davanti a sé, prima di voltarsi appena verso di lui, lentamente, con una smorfia dipinta in viso:
-Non c’è male-.
Pietro ci credeva poco, ma non disse nulla: discutere con un ubriaco, quando lui per primo lo era seppur in minor parte, sarebbe stato solo tempo sprecato, ed avrebbe solo complicato le cose. Voleva evitare entrambe le situazioni.
-Forza, andiamo- fece per tirare per un braccio Alessio, spingendolo a staccare la presa dal bordo del lavandino, e a seguirlo fuori dalla toilette – È tardi, e dobbiamo farci mezza Venezia a piedi per tornare-.
Non aveva idea di che ora fosse esattamente, ma di certo di tempo ne avevano già perso parecchio. Immaginava che, in quello stato, ci avrebbe messo ore a trascinare Alessio fino a quello che era stato il loro appartamento.
Alessio si bloccò in modo impacciato, facendo fermare anche Pietro, che lo guardò interrogativo. Lo vide ghignare in modo poco convinto, prima di parlare con la stessa voce impastata e roca di poco prima:
-Aspetta. Il bagno-.
-Ti viene da vomitare?- domandò con timore Pietro. Si sentì leggermente sollevato quando Alessio, dopo alcuni attimi, gli fece segno di diniego con la testa. Gli dette una mano, cercando di evitargli una rovinosa caduta mentre cercava di raggiungere la porta socchiusa del bagno.
Pietro sperò che Alessio non chiudesse la porta a chiave dall’interno: dubitava sarebbe stato abbastanza lucido per riaprirla una volta finito, e non osava immaginare cosa sarebbe potuto succedere in quel caso.
Si ritirò in un angolo dell’antibagno, sospirando spazientito e rumorosamente. Picchiettò il piede a terra, cercando di resistere dal prendere il cellulare dalla tasca dei jeans per controllare l’ora: preferiva non sapere quanto si fosse fatto tardi. Era sicuro che, in caso contrario, si sarebbe innervosito ancora di più.
Sperò per tutto il tempo di vedere la maniglia della porta del bagno abbassarsi in fretta, ma passarono parecchi minuti prima che Alessio finalmente uscisse, traballante e alquanto instabile.
-Hai finito? Possiamo andare?- domandò di nuovo Pietro, con tono più esasperato di quel che avrebbe voluto. Alessio fece qualche altro passo, poggiandosi contro il lavandino, cercando di richiudere la zip dei jeans e rimettere a posto la cintura. Sembrava avere qualche problema, e Pietro ebbe la certezza che non si sarebbero mossi da lì tanto presto.
-Ci sono quasi- borbottò in modo sconnesso Alessio, non riuscendo poi a trattenere una debole risata, quando all’ennesimo tentativo la cerniera ancora sembrava non essere stata richiusa, probabilmente bloccata.
Pietro se ne rimase zitto, sconsolato e rassegnato. Per un attimo pensò di trascinare di peso Alessio fuori da lì, ancora con i jeans semi aperti, fregandosene dell’aspetto completamente trasandato che avrebbe avuto. Desistette, sbuffando nell’accorgersi che, ormai, Alessio aveva smesso pure qualsiasi piccolo tentativo di rimettersi a posto i pantaloni, continuando a ridere.
Pietro rimase indeciso ancora qualche secondo, in bilico tra la voglia di andarsene il prima possibile e il senso del dovere che gli impediva di fregarsene di lui – anche se, doveva ammetterlo a se stesso, non era del tutto sicuro di poterlo chiamare propriamente senso del dovere.
-E va bene- masticò quelle parole con nervosismo, prima di raggiungere Alessio in un paio di passi, sistemandosi di fronte a lui e abbassando il viso, in modo da potergli dare una mano per rimettersi a posto in maniera quanto meno decente.
“Forse sono più ubriaco di quel che sembra, e domani sarà una fortuna che non ricorderò più niente”.
Si sentiva nervoso, estremamente nervoso, mentre portava la mano verso la cerniera. Cercò di non pensare a nulla, di non pensare al fatto che quello davanti a lui fosse Alessio, che quello che sentiva era il suo calore, che quello che rischiava di sfiorare era il suo corpo. Cercò di non farci caso, ma si sentiva quasi tremare al pensiero che quella vicinanza non gli dava alcuna sicurezza, nemmeno in quella situazione assurda.
Cercò di sistemare i jeans alla bell’e meglio, ma quando fece per ritrarre la mano, sentì le dita di Alessio stringersi attorno al suo polso.
Alzò il viso, ritrovandosi gli occhi di Alessio ben più vicini di quanto ricordasse. Aveva smesso di ridere, ed ora lo guardava e basta, in silenzio, con quelle iridi che con quella luce spettrale sembravano più glaciali e lucide del solito.
 
Flames so hot that they turned blue
Palms reflecting in your eyes
Like an endless summer
That’s the way I feel for you
 
Pietro si divincolò dalla presa lentamente, senza allontanarsi. Portò le mani sulle spalle di Alessio, come per fermare e cancellare quella distanza minima che si era appena creata.
Cercava di tenerlo più distante, tenendo ancora le mani sulle sue spalle larghe, ma la presa era cedevole: si accorse che non ci stava mettendo forza. Non stava facendo nulla per bloccare davvero quel lento avanzare, che temeva di star solo immaginando, ma che sembrava reale ogni secondo che passava.
Cercò di ritrovare la lucidità, perché in quel momento era lui quello su cui Alessio doveva fare affidamento. Eppure sentiva il respiro farsi sempre più irregolare e corto, il cuore che cominciava a martellargli in petto. Sentiva la testa girare, per il caldo, per la musica ad alto volume che gli rimbombava nei timpani, e per quella vicinanza che gli mancava da troppo tempo; osservava da vicino quel volto stravolto, pallido e screziato da lentiggini, sudato ma ancora bello e genuino come lo aveva sempre trovato.
 
If time stood still, I’d take this moment
Make it last forever
 
-Dovremmo andare- Pietro mormorò piano, forse troppo per riuscire a distinguere la propria voce dal baccano della musica proveniente appena oltre la porta. Continuava a tenere vivo quel contatto visivo, e si rendeva conto di star sbagliando tutto: avrebbe dovuto trovare la forza di volontà per tirare fuori se stesso ed Alessio da quella situazione, ma ogni ragione razionale sembrava cadere oltre l’oscurità, non valevole più di alcun valore.
Cercò di pensare a Giada, ad Alice, a qualsiasi altra cosa che avrebbe potuto farlo rinsavire. Eppure era come se il suo cervello si fosse appena disconnesso, come se non volesse più sentire ragione alcuna.
Riusciva a tenere in considerazione solo il viso di Alessio, lì di fronte a lui, e quegli occhi blu a cui non avrebbe mai saputo resistere in alcun modo.
-Resta-.
La voce di Alessio risultava ancora impastata e profonda, a tratti rauca, ma riuscì a recepire ogni singola sillaba. In quel momento, con quell’unica parola, Pietro ebbe la certezza che anche l’ultima luce di razionalità se ne fosse appena andata.
Avrebbe solo dovuto trovare la forza per interrompere quel contatto, levargli le mani di dosso ed uscirsene di lì come se niente fosse, ma forse solo in quel momento cominciava ad avere piena consapevolezza che non sarebbe andata così.
 
Love me is all you need to feel
Like I do
We could slow dance to rock music
Kiss while we do it
Talk ‘till we both turn blue
 
-Resta-.
Alessio ripeté ancora una volta quella specie di ordine, impartito con un’innaturale dolcezza.
Si fece ancora un po’ più vicino, ad una distanza così minima che Pietro sentì la pelle del viso andare a fuoco nel percepire il respiro dell’altro su di sé.
Abbassò gli occhi per un attimo, ma si costrinse ad alzarli nuovamente subito dopo. Le iridi azzurre di Alessio lo scrutavano ancora, come se fossero lì ad aspettarlo ogni volta, senza imbarazzo o esitazioni.
Pietro sentì il cuore cominciare a battere ancora più forte – per il panico, per l’incertezza, o forse per l’eccitazione che sentiva scorrere in corpo, acuita dall’ubriachezza, irrefrenabile e impossibile da nascondere.
Doveva riflettere, doveva fare qualcosa – di certo, cercò di ripetersi, Alessio si comportava così solo per l’alcool che aveva in corpo, non certo perché lo voleva davvero, e lui non avrebbe dovuto e potuto approfittarsene-, ma sembrava quasi che anche il corpo non rispondesse più ai suoi comandi.
Alessio si era fatto stranamente serio, come se l’ombra delle risate di poco prima non fosse mai esistita. A Pietro quella serietà incuteva quasi timore, e ancora una volta non seppe interpretare ciò che doveva passargli per la mente, annebbiata e trasformata dall’ubriacatura.
-Perché mi sento così solo quando sono con te?-.
-Così come?-.
Pietro strabuzzò gli occhi, non capendo a cosa si riferisse Alessio. Forse era perfino inutile cercare una ragione in quelle parole, in quella situazione.
Alessio continuò a fissarlo, senza l’imbarazzo che avrebbe di sicuro avuto da sobrio, con quegli occhi azzurri che Pietro non riuscì a non guardare in risposta.
-Completo e a pezzi allo stesso tempo-.
Pietro spalancò gli occhi, indeciso sul significato da attribuire a quelle parole. Non riusciva davvero a comprendere quello che voleva dirgli Alessio, e forse era meglio così. Poteva cullarsi nell’illusione che quello fosse solo il delirio di un ubriaco, ma in quegli occhi chiari riusciva a scorgere una drammatica determinazione che lo rese ancor più insicuro.
 
Leather black and eyes of blue
 
Decise che era giunto il momento di andarsene di lì, con o senza Alessio, pur sapendo quanto gli sarebbe costato. Fece per scostarsi, in un immane sforzo di forza di volontà, ma Pietro dovette bloccarsi inevitabilmente, nel momento stesso in cui si era reso conto che le sue labbra avevano appena combaciato perfettamente con quelle di Alessio.
Rimase immobile, fermo per secondi interminabili, senza ricambiare il bacio per il troppo stupore o credendo ancora una volta che, anche quella, fosse solo una delle sue fantasie.
Doveva essere così, anche se era tutto troppo reale: il sapore amaro delle labbra ancora umide di Alessio, la sua barba che gli pizzicava la pelle, e l’odore pungente del lieve strato di sudore.
Alessio si staccò dopo poco, forse bloccato dalla non reazione di Pietro, forse resosi conto lui stesso di ciò che aveva appena fatto.
Pietro lo guardò ancora una volta negli occhi, senza dire nulla nemmeno in quel momento: in Alessio non c’era nulla che facesse supporre un suo pentimento. Nulla che facesse trapelare il suo stupore, o la voglia di andarsene da lì il prima possibile. Probabilmente era ancora troppo ubriaco anche solo per pensare davvero di uscire da quel bagno sulle sue gambe, o per rendersi conto lucidamente che cosa fosse appena successo.
Continuava semplicemente a ricambiare lo sguardo di Pietro, spostandolo dai suoi occhi alle sue labbra, in un’espressione che Pietro non seppe definire.
Stavano nascendo così tanti dubbi, nella sua testa, che non riuscì nemmeno a pensare che fosse davvero il caso di andarsene, di finire tutto così, di sperare che Alessio non si ricordasse nulla il giorno dopo.
Rimase di nuovo lì immobile, senza spostarsi, e di nuovo non oppose alcuna resistenza quando si rese conto che Alessio si era avvicinato di nuovo, poggiando le labbra nuovamente sulle sue, più timidamente e meno intraprendente di prima.
Non sapeva che fare, Pietro, anche se sapeva che, in fondo, sarebbe stata solo questione di attimi prima di perdere definitivamente il senno. Aveva Alessio lì, di fronte a lui, che lo stava baciando, e si sentiva sempre più vicino al punto di lasciarsi andare definitivamente.
Poteva fare a meno di pensare per qualche minuto, vivere il momento senza pensare alle conseguenze.
 
Life makes sense when I’m with you
Looking back my past
It all seems stranger than a stranger
 
Alessio continuava a tenere le labbra poggiate sulle sue, in un bacio casto ed insistente. Sembrò ancora più determinato quando, dopo attimi che sembrarono infiniti, Pietro rispose al bacio.
Chiuse gli occhi, il sapore e il profumo di Alessio che gli invadeva le narici e lo faceva sentire leggero, la sensazione di vuoto all’altezza dello stomaco piacevole e ipnotica.
Una parte di sé era ancora consapevole di quel che stava accadendo – delle conseguenze che avrebbe comportato tutto ciò, dei cambiamenti che ci sarebbero stati-, ma veniva soffocata dalla parte più istintiva, egoista, quella che lo stava spingendo a non fermarsi, a mandare tutto il resto al diavolo e godersi quelle labbra che aveva desiderato troppo a lungo.
Era un vortice di piacere e fervore, di calore e sudore, di frenesia e voglia di avere sempre di più.
Sentiva l’euforia crescere, ad ogni tocco delle labbra e della lingua di Alessio, incapace anche solo di pensare di potersi fermare una volta giunto a quel punto.
Pietro si ritrovò a boccheggiare, il viso di Alessio che si era staccato da lui e si era diretto più in basso, sulla pelle delicata del collo. Si lasciò sfuggire un ansimo, quando sentì i suoi denti torturargli piano la pelle, arrossandola e rendendola sempre più sensibile.
Pietro abbassò il viso, cercando di riportare le labbra di Alessio all’altezza delle sue, costringendolo a lasciar perdere quella sorta di marchio che stava facendo nascere sul suo collo. Pochi secondi dopo aveva già ripreso a baciarlo, il fiato che cominciava a mancargli e le gote sempre più rosse.
Fu quasi naturale stringergli una mano sulla spalla, spingendolo più verso di sé, e lasciargli fare lo stesso. Avvertì la sua mano scendere lungo il petto e poi verso l’addome.
 
So let’s dance in slow motion
Tear it up, tear it up
Let’s dance by the ocean [2]
 
Alessio continuò a far scorrere la mano, fino a quando non arrivò alla cintura dei jeans. Pietro interruppe per un attimo il bacio, osservando le labbra rosse e tumide di Alessio e i suoi occhi azzurri, prima di riavvicinarglisi felino, mordicchiando il labbro inferiore.
Sentì Alessio ansimare piano, e quello fu il segnale che dette la sicurezza a Pietro per continuare: gli lasciò artigliare la fibbia della cintura, cercando di slacciarla nel minor tempo possibile.
Era quasi sicuro che ce l’avrebbe fatta, se solo la porta che dava all’esterno del bagno non si fosse aperta improvvisamente. Pietro si staccò subito, ben consapevole comunque di non poter ingannare molto chiunque fosse appena entrato: doveva avere i capelli completamente in disordine, il viso e le labbra arrossati, con Alessio, ancora parzialmente avvinghiato a lui, che si trovava nello stesso identico stato.
Pietro dette solo una fugace occhiata all’uomo che aveva appena varcato la soglia. Aveva notato il suo sguardo ripugnante e carico di disprezzo che aveva rivolto loro, facendolo sentire ancora peggio e più in imbarazzo di quel che già si sentiva. Abbassò subito gli occhi, cercando di risistemarsi i vestiti alla bell’e meglio, e cercando di non guardare in viso nemmeno Alessio.
-Non potete andare a scopare da un’altra parte, froci del cazzo?- la voce tagliente dell’uomo risuonò nel silenzio tombale che era calato nell’antibagno, interrotto solo dal volume lontano della musica e dal respiro accelerato di Alessio.
Pietro si morse il labbro, sforzandosi di non reagire e sperando che facesse lo stesso anche Alessio. Non si voltò nemmeno verso l’uomo: attese di sentire scattare la serratura del bagno, prima di muoversi e lanciare una veloce occhiata verso l’altro. Si era riassettato la camicia e passato una mano tra i capelli.
L’attimo dopo Pietro lo aveva già trascinato fuori, con forza, lontano da quel bagno e di nuovo in mezzo al caos del locale.
Lo stesso caos che sentiva aver preso vita dentro di lui, pronto ad accompagnarlo fino a quando non avrebbe avuto la certezza se quella notte avrebbe rappresentato, per lui, la vittoria o la disfatta più completa.
 
I got all I need
When you came after to me
Fire meet gasoline
I'm burning alive
And I can barely breathe
When you're here loving me
Fire meet gasoline
Burn with me tonight
 
*
 
Quella notte era stata, probabilmente, la più lunga di tutta la sua vita. Non aveva chiuso occhio, se non per un’ora appena: era troppa l’adrenalina e la paura che contemporaneamente gli scorrevano nelle vene, rendendolo immune al sonno, nonostante la stanchezza che si sentiva addosso.
Alla fine, più spossato e stanco di quando si era infilato sotto le coperte circa cinque ore prima, si era alzato. Fuori faceva ancora buio, ma poco gli importava. Se ne era andato in bagno per una doccia calda, fermandosi prima sulla soglia della sua stanza e socchiudendo piano la porta: Alessio, steso sul suo letto, sembrava dormire ancora profondamente, ignaro dello sguardo di Pietro che si era appena posato su di lui.
Un minuto dopo richiuse la porta, il più piano possibile: era sollevato nel poter constatare che Alessio sembrava dormire sereno, finalmente.
Il cammino fino all’appartamento, durante la notte, era stato piuttosto surreale: erano arrivati all’una, mettendoci più di un’ora, quando per le strade non c’era più anima viva e la temperatura era così bassa che Pietro si era stupito non fossero morti congelati. Nessuno di loro aveva spiaccicato parola per tutto quel tempo, se non per qualche incitamento da parte di Pietro quando Alessio sembrava sul punto di perdere l’equilibrio o di rifiutarsi di proseguire. Alla fine era arrivati, Pietro con le spalle e la schiena dolenti per averlo sostenuto per gran parte del cammino, ed Alessio con la testa che girava come non mai e con una nausea sempre più fastidiosa.
 
Club queen, on the downtown scene
Prowling around at night
 
Alessio aveva vomitato, e a Pietro non era rimasto altro che stargli accanto ed aiutarlo anche in quel momento. Quando finalmente sembrava essersi sentito meglio, l’aveva messo a letto, in camera sua; Pietro era rimasto almeno un’ora seduto accanto a lui in una sorta di veglia, ai piedi del letto, prima di decidersi a prendere un paio di coperte ed un cuscino, ed andarsi a stendere sul divano.
In quel momento, mentre si avviava verso il bagno, alle sette della mattina appena passate, poteva dirsi definitivamente esausto, fisicamente e mentalmente.
Aveva pensato e ripensato per ore a quel che era successo. Dopo tutta la notte passata a ricordare quegli attimi, quel bacio gli sembrava un ricordo vago ed etereo, come appartenente ad un mondo fatto di sogni e desideri mai realizzati.
Eppure, se si concentrava, se si passava la lingua sulle labbra, era ancora tutto lì: il sapore della bocca di Alessio, il calore della sua pelle, la barba lunga che gli graffiava la pelle, il senso di vuoto estatico allo stomaco ogni volta che quel contatto si era fatto più prolungato.
Era un po’ la stessa sensazione che provava in quell’attimo, mentre apriva l’acqua calda della doccia sul proprio corpo infreddolito: una sensazione di benessere generale, brividi che gli percorrevano la schiena e lo facevano sentire leggero.
Era stato bello, nella sua casualità e sorpresa. Ma era una bellezza – Pietro ne era consapevole, pur a malincuore- destinata a finire in ogni caso.
 
A little party never hurt no one
That’s why it’s alright
You want it, but you just can’t win
 
Ci aveva riflettuto per tutto il resto della notte, analizzando ogni sfaccettatura di quel che era accaduto.
Si era chiesto come si sarebbe comportato Alessio una volta risvegliatosi, se avrebbe ricordato qualcosa o se l’alcool avrebbe annebbiato completamente tutti i suoi ricordi. Nemmeno lui sapeva bene in cosa sperare: cosa avrebbe potuto dirgli se si fosse ricordato ogni cosa, ogni dettaglio? Dirgli la verità, essere sincero, o tenergli ancora una volta nascosto tutto ciò che ci stava dietro?
Di certo sarebbe dipeso anche da Alessio stesso. Pietro non aveva idea di cosa aspettarsi: l’avrebbe presa male, dando la colpa di tutto all’aver bevuto troppo, o si sarebbe posto qualche domanda a sua volta?
Era tutto così indecifrabile e avvolto dall’incertezza, e Pietro si sentiva totalmente instabile pensando che l’ora di affrontare tutte quelle domande sarebbe giunta ben presto.
Aveva cercato di figurarsi la loro discussione in merito un sacco di volte, ogni volta prendendo in considerazione ipotesi e conclusioni diverse. In ognuna di quelle, comunque, non riusciva a rassicurarsi in merito ad un possibile esito positivo. Alessio si sarebbe potuto pentire pur ricordando tutto e non rinnegando nulla di ciò che era successo, e quella era forse una delle ipotesi che più temeva.
 
Shining like gun metal
Cold and unsure
 
Forse, nel migliore dei casi, Alessio avrebbe lasciato Alice. Quel bacio sarebbe potuto essere considerato la goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso pieno di problemi che sembravano avere in quel periodo, il gesto decisivo che avrebbe portato ad una rottura inevitabile.
Per quanto si sentisse in colpa verso Alice, Pietro non poté trattenere un sorriso tra sé e sé pensandoci. Se fosse andata così, forse anche lui avrebbe trovato il coraggio per lasciare Giada, e forse perfino il coraggio di provare a se stesso chi era davvero.
Dentro di sé sperava talmente tanto in quell’eventualità da essere consapevole che, se fosse andata in una qualsiasi maniera diversa da quella, la delusione sarebbe stata fin troppa da digerire. Ma quel bacio c’era stato, e doveva pur significare qualcosa. Doveva per forza.
 
Cause you want more
You want more
You want more
 
*
 
A little party never hurt no one
That’s why it’s alright
 
Un dolore cieco alla fronte lo svegliò lentamente. Era in un bagno di sudore nonostante non ci fosse nemmeno caldo nella stanza. Ad Alessio ci vollero diversi secondi prima di riuscire ad alzare le palpebre, e gli ci vollero altri secondi interminabili per riuscire a capire dove si trovava.
Nell’oscurità della stanza cercò a tentoni un qualche comodino accanto al letto, e quando finalmente lo trovò pregò che ci fosse almeno una lampada da poter accendere. Quando fece scattare l’interruttore poté preoccuparsi di riconoscere il luogo in cui era: non era la stanza che condivideva con Alice al loro appartamento, né la sua camera a Villaborghese. Non era nemmeno la stanza che aveva lasciato all’appartamento dove viveva con Pietro.
Strizzò gli occhi spostandoli verso gli angoli della stanza, i pensieri che viaggiavano più lentamente e più offuscati nella sua testa: a giudicare dall’ordine in cui versava la stanza e dalla libreria che si trovava appoggiata sulla parete opposta, avrebbe giurato che quella fosse però la camera di Pietro.
Richiuse gli occhi, cercando di riportare alla luce tra i suoi ricordi una stanza del genere. Sì, pensò dopo un minuto, era la stanza di Pietro. Quella del loro appartamento.
Non ricordava come aveva fatto a finire lì. Il mal di testa terribile che stava crescendo gli impediva di approfondire troppo i pochi ricordi che aveva della notte prima: gli sembrava tutto così vago e sfumato, come se la notte appena passata esistesse solo nella sua mente sofferente.
Si sentiva parecchio indolenzito, un vero e proprio rottame. Gli ultimi avvenimenti che ricordava bene e senza alcuno sforzo risalivano ancora alla cena della laurea di Caterina, quando Alice ancora era con loro, mentre lui stesso cercava di evitarla il più possibile.
Poi il buio.
Doveva aver bevuto tanto, troppo. Si odiava per quelle perdite di controllo a cui soccombeva, non lasciandosi scampo.
In quel momento, ne era sicuro, doveva ringraziare solo se stesso se si ritrovava in quello stato pietoso.
Cercò di alzarsi, troppo stanco perfino per arrabbiarsi verso le sue pessime decisioni. Arrivò a riuscire a sedersi con non poca fatica, e quando provò ad alzarsi, inevitabilmente finì di nuovo seduto sul letto, la testa che gli girava troppo.
Dovette attendere diversi minuti prima di riprovarci, stavolta riuscendo a mantenersi in piedi; avanzò a passi impacciati verso la porta, abbassando piano la maniglia.
Il resto della casa era silenzioso, e si chiese se Pietro fosse lì da qualche parte. Forse stava ancora dormendo, o forse era già uscito per qualche motivo che Alessio, anche sforzandosi, non avrebbe di certo ricordato.
Riuscì ad arrivare in cucina senza troppi problemi, bloccandosi sulla soglia quando si accorse che Pietro era proprio in quella stanza, seduto ad una sedia del tavolo e chino su un libro, mentre teneva una matita in mano. Sembrava troppo concentrato a studiare per essersi accorto del suo arrivo: non aveva alzato lo sguardo né detto nulla, ed Alessio non fece altro che rimanere fermo dove si trovava, come in attesa di qualcosa.
Vaghi ricordi cominciavano a riaffiorare nella sua mente, seppur offuscati e poco chiari. Aveva stampata in mente l’immagine poco nitida di una piccola stanza fredda, che non conosceva e di cui non avrebbe nemmeno giurato l’effettiva esistenza.
E poi ricordava anche Pietro, con lui, di fronte a lui, esattamente come in quel momento nella realtà, solo più vicino. Molto più vicino.
Alessio si passò una mano sul viso ad una nuova fitta causata dal mal di testa. Si lasciò sfuggire un mugolio, rivelando la sua presenza: Pietro alzò il volto di scatto, accorgendosi di lui ed arrossendo subito dopo.
-Oh, non mi ero accorto ti fossi svegliato- farfugliò Pietro, mollando la matita sul tavolo ed alzandosi dalla sedia – Ho preferito lasciarti dormire. Non eri messo bene ieri notte-.
-Che ore sono?- Alessio parlò con voce rauca e bassa, talmente tanto che si sorprese nel rendersi conto che Pietro aveva capito ciò che aveva appena chiesto:
-Sono quasi le dieci-.
Pietro sembrava rifuggire il suo sguardo, ma Alessio non si soffermò troppo su quel dettaglio. Preferì lasciarsi cadere su una sedia, mollemente, gli occhi di nuovo chiusi e il mal di testa che gli rendeva difficile concentrarsi su qualsiasi cosa.
-Ti preparo un the caldo- borbottò di nuovo Pietro, camminando velocemente da una parte all’altra della cucina – Hai fame? Vuoi qualcosa da mangiare?-.
-No, grazie. Ho lo stomaco sottosopra-.
Alessio lo sentì aprire e richiudere un’anta di una credenza, probabilmente intento a recuperare tutto ciò che gli sarebbe servito per preparare del the.
Rimasero in silenzio per diversi minuti. Pietro se ne rimase in piedi, accanto al fornello, in attesa che l’acqua per il the fosse abbastanza calda, ed Alessio non si mosse dalla sedia su cui era crollato.
Non ricordava di un’altra volta in cui si era ridotto così male. Doveva aver bevuto senza freni, e si ripromise, in un futuro non ben precisato, di non rifare lo stesso errore. Doveva darsi una calmata, anche nei momenti peggiori.
-Ti senti meglio, almeno? Questa notte eri ridotto davvero uno straccio- la voce di Pietro risuonò tra le pareti della cucina, apprensiva e a tratti esitante. Alessio si sarebbe aspettato, dopo una domanda del genere, di ritrovarselo accanto, magari con una mano posata sulla sua spalla; Pietro, invece, non si era minimamente avvicinato. Se ne era rimasto fermo esattamente dove si trovava, a tratti lanciandogli solo occhiate timorose che Alessio colse e che non riuscì ad interpretare.
-Me la caverò-.
Sperava di poter rimettersi in sesto entro poche ore, nonostante quella mattina già stesse per finire piuttosto malamente.
Si chiese come mai nessuno gli avesse impedito di bere così tanto. La sua memoria cominciava a risultare inaffidabile solo dopo la breve conversazione avuta con Pietro durante la cena, dopo che Alice se ne era andata. Ma poi, cos’era successo? Si era allontanato a sua volta, per restarsene in pace e da solo?
Si sforzò per ricordare qualcosa, strizzando gli occhi in un gesto automatico. Ricordava solo vaghe immagini del locale della notte prima, lontane come se fossero scene appartenenti più ad un film che alla sua stessa memoria. Ricordava la gente, tutta la gente che c’era lì dentro, il caldo a tratti asfissiante e la musica che lo assordava.
E ricordava Pietro. Pietro che lo portava da qualche parte, nello stesso locale, da qualche parte che non ricordava con precisione.
Cercò ancora nella sua memoria, piena di falle e forse troppo inaffidabile, senza riuscire a far emergere altri dettagli. Per quel che ne sapeva, quel che gli sembrava di ricordare poteva essere solo un sogno, la sua immaginazione mischiata a ciò che era realmente successo la sera prima.
-Ero davvero messo così male?- domandò Alessio, senza riuscire a trattenersi – Voglio dire … Ho bevuto troppo?-.
Sentì Pietro tirare un sospiro, con fare desolato:
-Hai bevuto, sì. Parecchio-.
-E sono stato male-.
-Hai vomitato poco dopo che siamo arrivati qua- spiegò Pietro, prima di respirare nuovamente a fondo e lasciando perdere il fornello: si sedette sulla sedia accanto a quella di Alessio, finalmente guardandolo direttamente in viso. Alessio lo vide insolitamente agitato, disorientato:
-Non ti ricordi niente di stanotte?-.
Gli occhi neri di Pietro sembrarono quasi brillare speranzosi, ma ad Alessio non rimase altro che scuotere la testa, sconfortato:
-Temo di no. È tutto così confuso-.
In quel momento però, con Pietro lì vicino, gli sembrò di ricordare qualcos’altro. Non sapeva se era a tutti gli effetti un ricordo, o di nuovo solamente qualcosa che la sua mente aveva elaborato durante il sonno, ma quasi gli sembrava di aver già vissuto una situazione di strana vicinanza tra di loro.
Era una sensazione strana, quasi un déjà-vu: gli riaffioravano nella mente immagini di Pietro, di fronte a sé, vicino come non lo era mai stato prima, una vicinanza da risultare perfino intima.
Spaventosamente intima.
Alessio scosse di nuovo il capo, con più vigore, come a convincere Pietro e a convincersi di ciò che stava per dire:
-No, non mi ricordo nulla. Zero totale-.
Pietro sembrò irrigidirsi di fronte a quelle parole. Serrò la mascella, e ad Alessio sembrò molto meno apprensivo di quel che era solo poco prima.
Di nuovo, preferì non domandarsi a cosa fosse dovuto quel repentino cambio di atteggiamento.
-Ti ricordi almeno perché sei qui?- chiese Pietro, asciutto.
-Sì, mi ricordo di averti chiesto di ospitarmi. Non ero ancora ubriaco quando l’ho fatto- replicò Alessio, sulla difensiva.
Pietro lo fissò per alcuni istanti, prima di restituirgli uno sguardo tagliente, accompagnato da un sorriso che risultò più sferzante che rassicurante:
-No, evidentemente no-.
Si alzò velocemente dalla sedia, voltando le spalle ad Alessio. Dopo alcuni secondi sbuffò sonoramente, cambiando idea e tornando di nuovo a guardarlo: stavolta, sul suo volto, Alessio fu quasi sicuro di leggervi una nota di dolore.
-Non ricordi proprio niente? Nemmeno sforzandoti?-.
Gli occhi di Pietro continuavano a dardeggiare sul suo viso, ed Alessio, per un attimo fugace, ebbe l’impressione di poter ricordare quegli stessi occhi con quello stesso sguardo perso, nella stessa stanza angusta che aveva riportato alla mente poco prima.
Era solo una sua impressione o era successo davvero qualcosa, in quel posto, tra di loro?
Cercò nuovamente di concentrarsi, di sforzarsi il più possibile.
Ricordava Pietro, di fronte a lui, senza riuscire a capire se la vicinanza nella quale lo ricordava fosse reale o soltanto un’impressione. Cercava di ripercorrere quelle immagini, senza alcuna certezza della loro autenticità: poteva essere solo la sua mente, troppo annebbiata e affaticata, a restituirgli quell’immagine di Pietro così vicina a lui. In un flash, un ricordo talmente fugace e sfumato da lasciarlo incerto ancor di più, ad Alessio sembrò di ricordare il segno inequivocabile di quella distanza misera che li aveva separati.
Lottò contro l’istinto di toccarsi le labbra, nel momento in cui l’immagine e la sensazione della propria bocca baciata da quella di Pietro aveva fatto capolino nella sua mente, facendosi spazio tra i ricordi mischiati ai sogni.
Alessio sentì il proprio cuore accelerare, come impazzito, cercando di non cedere all’impulso di alzarsi e scappare via di lì. Alzò gli occhi verso Pietro, lentamente: lo teneva ancora osservato, con lo stesso sguardo speranzoso e deluso allo stesso tempo.
Riabbassò subito lo sguardo, scuotendo il capo come se quello potesse servirgli per cancellare ciò che gli era appena sembrato di ricordare.
Non era possibile, non doveva essere reale.
Aveva bevuto troppo, quello lo sapeva, ma sapeva anche che non avrebbe avuto alcun motivo per spingersi a baciare Pietro – e Pietro, d’altro canto, non avrebbe avuto alcun motivo per baciare lui. Doveva essere solo un sogno, solo un delirio dettato dall’alcool e dalla stanchezza, un sogno fatto durante la notte che ora gli sembrava di ricordare come un avvenimento realmente accaduto.
Doveva essere così.
Doveva convincersi che era esattamente così.
-Ricordo solo che ero arrabbiato con Alice, che ti ho chiesto di dormire qua per non tornare a casa con lei, e che ho continuato a bere per tutta la sera- Alessio parlò lentamente, ponderando ogni singola sillaba nel pronunciarla a mezza voce – Nient’altro-.
Pietro rimase a fissarlo ancora qualche secondo, come se avesse appena ricevuto una secchiata d’acqua gelida in viso, e come se non gli credesse affatto. Ad Alessio sembrarono attimi interminabili, prima di osservarlo mentre faceva qualche passo indietro, alzando un braccio per passarsi una mano tra i capelli.
Fu in quel momento, grazie alla piega che aveva preso lo scollo del maglione di Pietro, che notò un lembo di pelle del collo arrossato, come se qualcuno lo avesse vezzeggiato non troppo tempo prima.
Alessio deglutì, il respiro che cominciava a farsi accelerato: non sarebbe stato nulla di strano, né qualcosa di insolito, se Pietro avesse passato del tempo con Giada tra il giorno prima e quella mattina.
Ma come avrebbe potuto, se Pietro stesso aveva affermato che non la vedeva da giorni?
Gli sembrò di impazzire, di aver perso il controllo su ogni cosa. Non riusciva più a capire cosa fosse soltanto un sogno e ciò che era reale.
-Non c’è stato nient’altro, vero?-.
Alessio tenne gli occhi fissi sul volto di Pietro, rigido e pallido come non credeva di averlo mai visto.
Cominciava a temere che qualcosa, in realtà, fosse successo per davvero, anche se, probabilmente, non lo avrebbe mai scoperto.
-No. Certo che no-.
Pietro gli voltò le spalle, facendo qualche passo verso l’uscita della cucina. Non aveva idea di dove se ne stesse andando, così all’improvviso, ma Alessio non lo fermò ugualmente.
Aveva solo l’impressione che Pietro stesse cercando di scappare il più lontano possibile da lui.
-Non c’è nient’altro. Non c’è mai stato altro-.

 
Sembrava l’inizio di una qualche felicità. Poi si sa come vanno le cose: scivolano sempre, impercettibili, non c’è verso di fermarle, se ne vanno, semplicemente se ne vanno” - Alessandro Baricco
 
A little party never hurt no one
Not you and me
A little party never hurt no one
We were born to be free [3]
 

 
[1] Sia - "Fire meet gasoline"
[2] Lana Del Rey - "Freak"
[3] Lana Del Rey - "Art Deco"
Il copyright delle canzoni appartiene esclusivamente ai rispettivi artisti e autori.
 
NOTE DELLE AUTRICI
Beh, è piuttosto intuibile che, dopo aver letto questo capitolo, chiunque abbia sperato in un esito positivo tra questi due testoni ora voglia mandarci all'altro mondo (noi insieme ad Alessio) 😂
Vi avevamo avvisato: in questa storia alle feste di laurea ci si deve aspettare molte cose, alcune felici e altre molto meno. Ma diteci la verità: vi aspettavate che tra Alessio e Pietro partisse, finalmente, il limone del secolo?🍋🍋🍋 C'era tensione nell'aria già negli scorsi capitoli, e forse ora abbiamo capito che genere di tensione fosse!
Alla fine di questo capitolo, però, scopriamo che Alessio non ricorda nulla, o meglio: quasi nulla, ma lui per primo preferisce non indagare a fondo su certi flash di ricordi che sembra avere. Pietro, in ogni caso, sembra non star reagendo molto bene ... E da qui in avanti, vi avvisiamo, sarà davvero un bel dilemma intuire cosa succederà tra loro.
Nel frattempo, però, ci rivediamo mercoledì 25 maggio con un nuovo capitolo!
Kiara & Greyjoy

 
   
 
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