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Autore: FanGirlWithK    11/05/2022    1 recensioni
«Ci vediamo tra sessanta giorni.» si promettono.
E ci credono davvero, che la distanza non cambierà nulla, che la relazione si vive in due e che le persone attorno a loro non possono modificare il corso degli eventi. Ci credono tutti.
Ma potranno dire ancora di amarsi quando spunteranno il sessantesimo giorno nel calendario?
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Ogni riferimento a cose o persone reali è puramente casuale.
Genere: Generale, Introspettivo, Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash
Note: Lemon | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Contesto generale/vago, Universitario
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08:05 p.m. EST, New York City, United States of America.

First day.

 

Jackson aveva sempre pensato a New York come la città perfetta per chi ha abitudini e segreti da mantenere: una città grigia, con i palazzi alti che creavano continue ombre, si immaginava la gente correre per le strade guardando solo l'asfalto, ragazze sedute su qualche muretto che sfogavano i loro sentimenti più nascosti su un pezzo di carta, uomini di ogni età imbucarsi nei vicoli più bui e uscirne con lo sguardo vittorioso.

Ed effettivamente la sua immaginazione non aveva sbagliato.

Scese dal taxi, dopo aver pagato per la corsa, e guardò il palazzo che aveva di fronte. Vicino la porta d'ingresso, dei capelli rossi spiccavano in mezzo a tutto quel grigiore.

Il ragazzo, che nella testa di Jackson prendeva sempre più le sembianze del suo coinquilino, man mano che si avvicinava rivelò un viso sfilato, occhi di un color miele cangiante, la ricrescita sopra la fronte del suo colore naturale di capelli, e mostrò quei pochi centimetri di altezza che aveva in più rispetto a Jackson.

«Piacere, Mark! Tu devi essere Jackson.» Tese la mano e il biondo la strinse senza esitazione.

«Mark... Liang, giusto?»

Mentre iniziavano a parlare e a conoscersi, entrarono nell'atrio del palazzo e salirono in ascensore fino all'ottavo piano.

Quando arrivarono e Mark aprì la porta, la prima cosa che poté percepire Jackson era un fortissimo odore di cibo thailandese.

«White! Ti ho detto mille volte di accedere la kappa e aprire tutte le finestre quando cucini tu!» Il padrone di casa tolse velocemente le scarpe, lasciandole all'ingresso così come il nuovo arrivato, che fu felice di constatare le abitudini "orientali" degli abitanti della casa.

Si sentì il rumore di una serranda che si alzava e quello di ciabatte che strisciavano.

«Oh! Ma chi...» un ragazzo dai capelli biondo cenere sbucò dalla porta che divideva la zona giorno dalla zona notte, aveva gli occhi spalancati e la bocca socchiusa, sembrava sorpreso. Ma non dispiaciuto.

Jackson alzo la mano e la sventolò delicatamente mentre l'altro, passato il blackout della sua testa, si precipitò verso di lui, stringendogli la mano e presentandosi. «Piacere Kris, tu devi essere Jackson Wang!» iniziò a parlare a trottola, passando da un argomento all'altro nel giro di pochi secondi.

Ad un certo punto, dopo quasi dieci minuti di chiacchere, un ragazzo minuto e dalla pelle lattea si affacciò dalla cucina. «Emh... Ciao, sei Jackson? Cioè, Kris ha urlato questo nome.»

Tutti ridacchiarono, compreso Mark, che era appena tornato dalla stessa porta da cui era spuntato Kris.

«Si, sono io, tu sei?» si avvicinò, lasciando la presa sulla valigia.

«Chiamami pure White.» si strinsero la mano e si sorrisero.

Che poi Jackson stesse sorridendo più per i capelli bianchi del ragazzo di fronte a lui che per cortesia è un altro discorso.

«Mentre loro cucinano, o meglio, mentre White cucina e Mark gli urla contro, ti faccio vedere la casa e magari sistemi le tue cose.» mentre parlava, Kris prese la valigia di Jackson e la posò nella prima delle tre stanze da letto che vide il nuovo coinquilino.

La stanza libera che sarebbe stata occupata da Jackson era tinteggiata di un bianco ottico con sopra dei brillantini verdi, c'erano un letto a una piazza e mezza, un armadio a tre ante, un comò e una scrivania, tutto rigorosamente di colore bianco e verde.

Nella seconda stanza stavano Kris e White, la stanza era tutta bianca e rossa, il primo dei due aveva detto che l'avevano tinta tutti e tre insieme, per passare il tempo. L'ultima stanza era di Mark, ed era tutta azzurra, tutta: anche i quadretti delle foto erano azzurri. Più tardi, a cena, Jackson avrebbe chiesto al diretto interessato perché la stanza fosse completamente di quel colore e lui avrebbe risposto che lo rilassava tantissimo.

C'erano due bagni: uno faceva anche da ripostiglio ed era più piccolo, uno era più grande e c'era uno specchio gigante.

Circa un quarto d'ora dopo aver completato il tour della casa, si ritrovò seduto sul suo nuovo letto.

Prese il telefono e, senza nemmeno farci caso, la prima persona che chiamò fu Jinyoung. «Jackson! Come stai?» aveva la voce palesemente ancora rotta dal pianto, ma sembrava stare bene.

«Bene, sono nella mia nuova stanza, ha le pareti con i brillantini, come piace a te, tu?»

Si sdraiò a pancia in su, i piedi sul cuscino e i capelli biondi che si sparpagliavano a formare una corona. «Tutto bene, sono appena arrivato a casa di Ray, è bellissima e Kevin fa morire dalle risate.» Rispose Jinyoung dall'altro lato del telefono, accompagnando le ultime parole con una piccola risata leggera.

Choi Ryeowook cercava un terzo coinquilino già da qualche mese, e così Jinyoung si trovò una sistemazione.

Kevin Allen invece era... semplicemente il coinquilino di Ray, un pazzo scatenato, un comico nato, un inguaribile romantico della facoltà di lingue cotto follemente della sorella di Jackson dalla prima volta che l'ha vista, quando Jae lo portò in Corea del Sud per le vacanze e li presentò tre anni prima. Un personaggio unico nel suo genere, per farla breve.

«Immagino, Ray mi ha detto che gli scorsi tre esami che ha fatto li ha superati con la lode.» Ed era anche un genio, qualunque cosa facesse.

«Si, me l'hai detto qualche giorno fa, comunque scusami tantissimo ma devo andarmi a fare una doccia, subito. Qui c'è un caldo che si muore.» Entrambi sorrisero, dai lati opposti del telefono, un po' contenti di sapere l'altro sereno, un po' con quell'angoscia, quel groppone in gola, che non scende giù.

Nel frattempo, qualcuno bussò alla porta di Jackson.

«Va bene, anche io devo staccare.» nel frattempo Jackson guardava la sua valigia, ancora a stento aperta, con le cose ordinate a modo del fidanzato.

«Ti amo, buonanotte, da te dovrebbe essere già sera, mangia.»

Jackson rise a sentire la solita frase, quelle piccole abitudini lo facevano star bene. «Ti amo, buonanotte in anticipo e cerca di farti qualche ora di sonno.»

Si dissero un ultimo «ciao» e staccarono la chiamata.

Quando Jackson arrivò in cucina, trovò già tutto pronto. «Scusate se non vi ho aiutato, parlavo col mio ragazzo.» Disse sedendosi, con un leggero senso di colpa per non averli aiutati a preparare.

Kris e White si girarono all'unisono verso di lui, e Mark non poté fare altro che ridere di gusto per le loro espressioni.

«Perché mi guardate così?» Chiese il diretto interessato, dopo aver riempito un bicchiere d'acqua al rosso che stava soffocando dalle risate.

«Hai detto fidanzato? Maschio?» Chiesero di rimando gli altri due, con i sorrisi che gli arrivavano alle orecchie.

«Si, è un problema?» 

Mark rise di nuovo, questa volta in modo molto più contenuto.

«Assolutamente no, tutto il contrario, probabilmente ci saremmo sentiti a disagio se non fosse stato così.» Questa volta parlò solo il ragazzo dai capelli bianchi.

Jackson si pentirà di aver detto di non essere etero. E Mark lo sapeva già, quindi ricominciò a ridere fino a dolergli la pancia.

   
 
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