Storie originali > Soprannaturale
Segui la storia  |       
Autore: Dira_    11/06/2022    1 recensioni
[Seguito de "Nella Selva Oscura"]
Castiglioscuro non è più un problema per le Silvani. Lo è il bosco, e ciò che contiene.
Un mostro si è risvegliato tra gli alberi e una barista di paese si è resa conto che non più essere soltanto quello.
Rosi deve tornare nell'Altrove, un mondo popolato da spettri, criptidi e mostri; deve trovare il coraggio di affrontarli e forse affrontare sé stessa.
Nell'Altrove è facile smarrirsi: puoi dimenticare di essere un mostro per scoprire il primo amore, puoi cominciare a dubitare che obbedire agli ordini sia sempre giusto. Puoi scoprire che no, non lo è.
Perché nell'Altrove vi è una sola certezza: una volta che lasci il sentiero, è allora che la storia comincia davvero.
Genere: Fantasy, Mistero, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, FemSlash
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
 <<  
Per recensire esegui il login o registrati.
Dimensione del testo A A A
15.
 
La morte di Fortunato il giorno dopo è sulla bocca di tutto il comunello.
Lietta, invece, la bocca non la apre proprio.
Suo padre quella mattina le ha chiesto dove fosse Beatrice. L'assenza di sua sorella maggiore è come una ferita aperta e Lietta gli ha detto che non lo sa, ma negli occhi del padre vi ha letto paura e consapevolezza.
Non hanno parlato, hanno preferito rimanere in silenzio e ripartirsi i compiti della giornata. Suo padre nei campi, lei in casa.
 
Lietta ha lo stomaco chiuso in una morsa e non mangia neanche a pranzo. Il suo corpo si muove per inerzia, copre il ruolo di sua sorella, ma la mente è come foderata di paglia.
Quando passa di fronte alla stalla del mulo si sente afferrare e tirare dentro. Fa per gridare, ma una mano morbida e calda le copre la bocca.
Shh, amore, sono io,” le dice Benedetto. Lietta d'istinto accoglie il conseguente bacio. Ne ha bisogno come l'aria.
Benedetto le prende il viso tra le mani, gli occhi chiari che la guardano con brama. “Non posso stare molto, al castello sono agitati … spogliati, bambina mia.”
Lietta scuote la testa. “Non … non posso. Bice non c'è e devo fare tutto io oggi.”
“E dov'è?”
Nel bosco.”
Certo, sarà distrutta per la morte di quella guardia … come si chiamava, Fortunato?” L'espressione dispiaciuta sembra sincera ma le parole di Bice ronzano nella testa di Lietta, come tafani. Cerca di scacciarli, ma quelli ritornano.
Sì … lei … lei non vuole tornare a casa.”
Benedetto sospira. “Oh, Lietta … non deve rimanere lì, o penseranno che è stata lei.” Esita. “Non sarà stata lei ad ucciderlo?”
È stato il lupo!” Lietta si scosta. I tafani ronzano nelle orecchie, non le permettono di pensare ad altro che alle accuse di Bice.
 
“Digli di aver paura.”
 
Come puoi pensare una cosa così orribile?”
Perché è come me e te … e parla con il bosco. E il mostro è parte del bosco.”
Mia sorella dice che non lo è, che qualcuno l'ha portato da fuori.”
Il sorriso di Benedetto si amplia. “Una bella teoria.”
Lietta fa un passo indietro. Non ha idea del perché lo faccia: si fida di Benedetto, è il suo amore che la capisce ed è come lei. La porterà via da quella vita e le farà protagonista delle storie che le racconta mentre sono nudi e abbracciati.
Però. Le parole di sua sorella non la lasciano in pace.
Mi devi aiutare a portarla a casa!” Benedetto ha detto che farebbe di tutto per lei, no? Quello sarà prova che Bice dice sciocchezze. “Non mi dà retta, dice cose assurde, dice che vuole uccidere lei il mostro!”
Davvero?” Benedetto ha un tono sorpreso. “E come pensa di fare? È solo una donna.”
“È quello che le ho detto anche io! La morte di Fortunato l'ha sconvolta, ma sono sicura che se siamo in due possiamo farla ragionare … sei bravo con le parole, tu.”
Benedetto le bacia le mani. “Lo sono, ma tua sorella è perduta.”
Che dici?”
Tutti si accorgeranno che oggi non c'è, e che ieri notte è morto il suo amante.”
La paura gela le viscere di Lietta. Vorrebbe sfilare le mani da quelle di Benedetto, ma l'uomo gliele trattiene. Ci prova, ma quello stringe la presa.
Sanno tutti che Beatrice va' nel bosco di notte. Dicono che incontri e fornichi con il diavolo. Lo stesso diavolo che prende la forma di lupo e ammazza tutti quei poveri uomini.”
Chi … chi lo dice?”
Tutti. Ma in testa l'idea gliel'ho messa io.”
Lietta si paralizza. Benedetto continua a sorridere e tenerla stretta. Le sembra di non poter muovere neanche un dito. “Perché?” riesce solo a mormorare.
Benedetto scuote la testa. “Non avere paura, a te non succederà niente. Ti ho promesso che ti avrei portato via, e sono un uomo di parola. Ma devi avere pazienza, succederà solo dopo che tutto sarà finito.”
Liettasente la lacrime che le rotolano lungo le guance. Benedetto gliele bacia e lei trema.
Tutto... tutto cosa?” domanda. “Che vuoi fare?”
Voglio vedere cosa c'è dall'Altra parte, tu no?”
No!” Lietta non sa se lo dice per rispondere a Benedetto, o perché è la sua intera anima che si ribella a quella rivelazione agghiacciante.
Sua sorella aveva ragione. Lietta tira uno spintone all'uomo che non aspettandoselo incespica indietro, cercando di non perdere l'equilibrio. Tenta di afferrarla di nuovo, ma Lietta è agile come una donnola e corre nell'aia, nel sole cocente della mattina. Ha il fiato corto e la veste in disordine, ma per fortuna in quel momento c'è solo Duccio, il figlio del ciabattino, che sta uscendo dalla porcilaia.
Lietta gli si lancia addosso. “Nascondimi!” lo prega. “Nascondimi da qualche parte. Non voglio che mi trovi.”
Duccio è cresciuto con lei ed è ancora un ragazzo, ma non è mai stato stupido. Parla poco, ma ha il cervello fino. Infatti la prende per un braccio e le fa segno di far silenzio. La conduce nella porcilaia e serra la porta dietro di sé. I grugniti dei maiali coprono i suoi respiri spezzati mentre Benedetto esce dalla stalla dell'asino alla sua ricerca. Sorride, di quel suo bel sorriso gentile che ora le sembra orribile.
Non ha mai smesso di sorridere.
Benedetto è il mostro.
Non trovandola alla fine si rassegna e se ne va. Duccio, rimasto di vedetta dietro le assi della porcilaia, si volta verso di lei con un'espressione interrogativa.
Lietta si sistema i capelli dentro la cuffia e controlla di avere tutto in ordine. “Non raccontare a nessuno quello che hai visto. Me lo prometti?”
Duccio annuisce ma non riesce a tenere a freno la curiosità. “C'entra con la sparizione di tua sorella? Dicono tutti delle cose orribili su di voi. Che sta succedendo?”
Non te lo posso dire.”
“Lietta, quello straniero … ti ha fatto qualcosa?”
Lietta lo abbraccia. Il ragazzo ammutolisce sorpreso ed è la reazione su cui la ragazza contava. “Promettimi che non penserai mai che io e mia sorella siamo cattive.”
Non penso che siate cattive,” le fa eco, schiarendosi la voce. “Siete sempre state gentili con la mia famiglia e Bice mi ha guarito dalla febbre l'inverno scorso...” Esita. “Non c'è niente che possa fare per voi?”
Lietta si scosta, asciugandosi le lacrime con un mezzo sorriso. “Grazie … ma no.” Non gli dà il tempo di rispondere che è fuori e con pochi passi rapidi è in casa. Si chiude dentro.
Finalmente è libera di piangere.
 
***
 
The answer to the riddle before your eyes
is in dead leaves and fleeting skies
(Elan, Nightwish)
 
Marina era rimasta tutta la notte a vegliare Caterina.
Era riuscita a scambiare il turno con una collega e aveva passato quelle lunghe ore a prendersi cura dell'unica cosa su cui aveva ancora controllo.
L'amore per le sue figlie.
Quello che ho fatto, l'ho fatto per amore.
Serviva a qualcosa convincersene però se le sue azioni avevano inconsapevolmente occultato un pericolo nella Montagnola?
Marina non era più sicura di niente; aveva così ignorato le decine di chiamate di Carlo e non si era mossa dalla sedia della scrivania della figlia minore.
Quando era tornata dalla riunione nell'ufficio del Sindaco lei e Caterina si erano rivolte una manciata di parole prima che la ragazza si addormentasse. Era stata monosillabica, ma Marina aveva attribuito la cosa al dolore per la gamba contusa.
Quella mattina però, nonostante sembrasse stare meglio, Caterina non aveva abbandonato l'espressione miseranda.
“Direi che la commozione cerebrale l'abbiamo scampata,” cercò di tirarle su il morale. “Se te la senti puoi scendere giù al Bar … così non ti annoi,” concluse porgendole il vassoio della colazione. Rosi lo aveva riempito di ben tre cornetti con farcitura diversa, un cappuccino fumante e una spremuta d'arancia. Aveva esagerato, forse per lenire il senso di colpa di non essere lì.
“Preferisco star qua,” rispose Cate spiluzzicando un cornetto con aria assente.
“Come mai?”
Cate si strinse nelle spalle e Marina sospirò, sedendosi ai piedi del letto.
“Che c'è che non va?”
Di fronte al muro di silenzio della figlia minore dovette ammettere che ultimamente le aveva rivolto poche attenzioni. Non che ne avesse particolare motivo, dato che Cate era il ritratto dell'adolescenza spensierata.
Tranne oggi.
“Niente...”
“Dev'essere piuttosto importante se ti fa evitare i tuoi amici. Giusto ier sera sberciacchiavi che stavi benissimo e non avevi bisogno di riposo.”
Cate si morse un labbro mentre gli occhi le si riempirono di lacrime. Marina, stavolta davvero preoccupata, fu rapida a metterlesi affianco cingendole le spalle con un braccio.
“Amore mio, che c'è?”
“Non te lo posso dire...”
“Alla mamma si può dire sempre tutto.”
“Questo … questo no.”
In che pasticcio si era cacciata?
Caterina, al di là delle sue occasionali bravate, era una ragazzina giudiziosa. Non aveva mai combinato nulla di così serio da farla rintanare nella propria stanza ed evitare il mondo.
“Ho promesso ad una persona di stare zitta … anche se non se lo merita.”
Marina capì che doveva tentare un approccio meno diretto. Caterina era leale con i suoi amici e difficilmente avrebbe tradito una promessa di quel genere. “Pensi che dicendomelo la metterai nei guai?”
“Non lo so … cioè, non credo. Se non parli con i suoi genitori.”
“Questa persona ha fatto qualcosa che non doveva?”
“No, non è quel genere di guaio … è che i suoi genitori non devono sapere che le piacciono le ragazze.”
“Capisco,” Marina tirò un sospiro di sollievo. Dunque era meramente una questione di cuore.
Le sorrise. “Giuro solennemente che rimarrà tra me e te. Su queste cose non si scherza, giusto?”
Caterina le rivolse un micro-sorriso. “No, infatti … è che … è Maddalena. Io e lei stiamo assieme.”
Ah.
Non era solo una questione di cuore.
Marina si impose di non lasciar trapelare altro che quieto interesse. Andare in agitazione non avrebbe tirato acqua al mulino della fragile confidenza che si era instaurata.
“Non immaginavo le piacessero le ragazze...”
“Manco io! Però poi ci siamo baciate il giorno che è venuto giù quel temporale pazzesco e … ci siamo messe assieme. Però non lo sa nessuno, a parte Pietro, ma perché c'ha beccate.”
“Quindi mi hai detto una bugia quando vi ho chiesto che facevate nel retro.”
Caterina avvampò, muovendosi a disagio nel suo abbraccio. “Ha avuto una mezza crisi di panico quando Pietro è entrato … mi ha pregato di non farne parola con nessuno, e io … insomma, non è che facevo qualcosa di male a non dirtelo, no?”
In realtà sì.
Ma non era colpa di sua figlia, che nulla sapeva del vero motivo per cui Maddalena le aveva imposto il silenzio.
Non può avere una relazione fissa. Non deve.
Le succubi che decidevano di frequentare un unico donatore andavano incontro ad un primo ammonimento, e poi se perduravano in quel comportamento, venivano spostate nel territorio di un'altra Confraternita.
Sempre che prima non avessero affascinato a tal punto la propria vittima da rendere tale condizione irreversibile.
A quel punto era necessario rimuoverle in maniera definitiva. Sempre che prima non fosse la stessa vittima, ossessionata a tal punto dal cedere ai più bassi istinti di gelosia e possesso, ad agire, come era successo probabilmente nel caso dei genitori di Maddalena.
La siciliana conosceva le regole, al punto da esserne costantemente terrorizzata. Allora perché aveva disobbedito?
Perché è un'adolescente!
Maddalena non aveva una madre, mentore della sua stessa razza, a tenerla sotto controllo. Solo un Sorvegliante permissivo perché suo amico d'infanzia … e non ultimo, era sotto la custodia momentanea di una Confraternita che non si era neppure accorta che un serpe regolo cacciava nel proprio territorio. La tempesta perfetta.
Marina si rifiutò di lasciarsi prendere dal panico: dopotutto Caterina non soffriva dei classici sintomi dell'affascinato. Aveva rifiutato l'aiuto di Maddalena il giorno prima e quella notte non l'aveva cercata, dormendo un sonno tranquillo e riposato.
Ad analizzare il suo comportamento pareva inoltre volerla evitare.
“Perché piangi? Avete litigato?”
Caterina scosse la testa. “Alina mi ha detto delle cose su di lei. Se ne va fuori dal paese con Stefano la notte. Ci sono tante cose che non mi dice ... e a volte è strana. Credo mi racconti un sacco di balle.”
Marina strinse la figlia nell'abbraccio, sorridendo quando la ragazzina vi si rannicchiò dentro come un gattino. “Tesoro mio … mi dispiace.”
Caterina non aveva l'intelligenza acuta di Rosi, ma era più empatica. Non era strano che avesse notato delle incongruenze in Maddalena, forse ben prima di chiunque altro.
“Hai provato a chiederle spiegazioni?”
Cate tirò su con il naso. “Vorrei prima capire perché non me l'ha detto … perché non mi ha chiesto di andare con lei. Facciamo sempre tutto assieme, ma questo … no. E allora...”
Marina le diede un bacio sulla tempia. “Forse una spiegazione c'è … ma in ogni caso Maddalena se andrà presto. Tornerà in Sicilia. Mi hai sempre detto che non ti piacciono le relazioni a distanza. Hai cambiato idea?”
Doveva farle lasciare. Le dispiaceva dare un dolore a sua figlia, ma era meglio della concreta possibilità di trovarsela affascinata e con una succuba da dover far uccidere.
Nessuna delle due ne sarebbe uscita indenne. Letteralmente.
“Non lo so...” Cate venne scossa da un singhiozzo. “Vorrei solo capire perché mi mente, ma ho paura che se ci parlo poi … poi non mi piaccia quello che ascolto.”
“Aiuterebbe se ci parlassi prima io?”
“Sìe!” Cate si scostò scandalizzata. “Non voglio che la mi' mamma parli alla mi' citta perché io non ho le palle! Mi farò dire la verità! È che non ho ancora capito come.”
Marina sbuffò una risata. Se non altro, quella reazione era segno che la mestizia stava facendo spazio ad una più sana arrabbiatura. “Sono sicura che troverai il modo. Però finché non ti senti pronta, nessuno ti giudicherà se te ne starai un po' sulle tue.”
“Dici?”
“Dico,” confermò. “Prenditi questa giornata per radunare le idee. Un po' di riposo male continua a non fartene. Hai preso una bella botta.”
Caterina annuì. “Mi aiuti con gli altri? Magari ad inventare qualche scusa medica perché non vengano a ficcanasare... mi stanno già tempestando di messaggi.”
Marina si alzò in piedi. “Lascia fare a me. A che servono le mamme, altrimenti?”
 
***
 
“Grazie mille per il vostro aiuto,” disse Alina.
“Ma di che, bimba, quando avete bisogno mi chiamate, lo fo volentieri!” rispose Nello salutandola con un cenno mentre metteva in moto il vecchio doblò.
Sul sagrato della chiesa di Sant'Andrea tirava un vento umido e fresco, e la ragazza abbassò il vestito che le sbatteva sulle gambe. Accanto a lei Marian Radu finì di sistemarsi sulla sedia a rotelle, rivolgendo un cenno brusco all'anziano, la massima dimostrazione di gratitudine che gli avesse mai mostrato.
L'omino scoccò loro un sorriso divertito, e con un ultimo cenno di saluto, guidò via.
“Nello è molto gentile a darci un passaggio ogni volta,” osservò Alina.
Il padre emise uno sbuffo, prendendo a spingere con vigore la carrozzina sull'acciottolato della piazza. “Sì, e ci pensi tu a riempirlo di salamelecchi. Non serve che lo faccia anche io.”
Alina sospirò ma lasciò perdere. Il passaggio di consegne nella Confraternita non aveva avuto un effetto positivo sull'umore del padre.
Non che lei stessa facesse nulla per migliorarlo. Era difficile tirar su di morale qualcuno quando il tuo stato d'animo non era dissimile. La ragazza remette il campanello della sacrestia, alzando gli occhi verso il cielo pumbleo. “Oggi potrebbe piovere di nuovo.”
Marian fece una smorfia, forse infastidito per essere stato interrotto nel suo flusso di pensieri.
“Tata, a che pensi?”
“Che non capisco cosa sta succedendo. E questo non mi piace.”
“Marina e il Sindaco non hanno fatto il loro lavoro, e ora Don Doriano si occuperà di sistemare le cose. Non andrà così?”
Marian scacciò quell'idea come se fosse una mosca, con un cenno della mano. “Se fosse così semplice, saremo già su un treno per Roma.”
Alina sentì una morsa allo stomaco. Se fosse stato davvero così semplice presto se ne sarebbe andata a Malacena. E ancora non l'aveva detto a Caterina.
Cate, che l'aveva cacciata da camera sua e che non rispondeva ai suoi messaggi, né privati, né sulla chat di Whatsapp che avevano con Pietro.
Era tutta colpa della succuba.
Ne sei sicura?
La porta della sacrestia si aprì, distogliendo la ragazza da quei pensieri poco piacevoli.
Stefano li accolse con un sorriso. “Benvenuti, avete fatto presto!”
“Un amico ci ha dato un passaggio,” spiegò Alina. Stefano si scostò per far passare la carrozzina e le si affiancò nel corridoio.
“Un bel cambiamento eh?”
Alina annuì. “È una fortuna che sia stata scoperta la verità … e un pericolo così grande.”
“Non hai mai incontrato tracce del regolo nelle tue cacce?”
La domanda spiazzò Alina. Non era posta con tono inquisitorio, tuttavia dietro le lenti degli occhiali lo sguardo del siciliano era acuto, in attesa.
Prima che potesse rispondere, il padre la anticipò. “Se mia figlia avesse trovato qualcosa ce ne staremo già occupando.”
“Naturalmente,” rispose Stefano senza scomporsi. “Lui e il lupomanaio non devono neanche condividere lo stesso territorio in effetti.”
“No,” ricordò Alina dai suoi studi. “Inoltre riteniamo sia un arrivo recente. Se fosse qui da molto, territorio in comune o meno, mi sarei imbattuta in qualche sua traccia.”
“Allora ti faremo fare gli straordinari,” scherzò Stefano e Alina si trovò a sorridere con lui. Era raro che nel suo lavoro avesse a che fare con dei coetanei o, genericamente, gente che non la trattasse dall'alto in basso in quanto giovane e donna.
Era piacevole.
“Non sono straordinari, è lavoro ordinario.”
Stefano annuì con l'aria di ritenerla una risposta ragionevole. “Hai mai avuto a che fare con draghi serpentiformi?”
“No, sopratutto con Mannari.”
Il ragazzo le scoccò un'occhiata preoccupata, e fece per dire qualcosa. Ci ripensò però, perché aprì loro la porta dello studio di Don Doriano senza dire altro.
Posso comunque occuparmene. Posso comunque ucciderlo.
Alina avrebbe voluto rispondergli così, ma sarebbe sembrata una difesa. E se c'era una cosa che suo padre le aveva insegnato era a non mostrare mai il fianco. Anche ad un alleato.
 
Era la prima volta che Alina e Marian entravano nell'ufficio di Don Doriano. Non era poi molto diverso dal resto della canonica: era una stanza dipinta a calce ormai scrostata, schedari metallici ai muri e una grande scrivania in legno di mogano che aveva visto giorni migliori e diverse successioni ecclesiastiche. Alle pareti vi erano appese diverse icone scurite dal tempo e una foto gigantesca del papa; nella cornice però si era insinuato dell'umido perché la carta era scolorita e in alcuni punti il volto del padre della Chiesa risultava deformato.
Alina si distrasse ad osservarla mentre il prete si alzava dalla lettura di un plico di documenti. Aveva la fronte imperlata come al solito di sudore nonostante un grande ventilatore metallico si muovesse a scatti nella sua direzione. “Sedetevi carissimi. Stefano, ci porti un caffè? Ormai sai come muoverti in cucina.”
“Subito padre,” rispose il siciliano prima di sparire dietro la porta.
Alina manovrò la sedia di Marian di fronte alla scrivania, mentre Don Doriano si sedeva di nuovo con un sospiro. “Un bravo giovane ...” considerò. “Dovrebbe essere in vacanza con i suoi amici ma si fa in quattro per colmare il vuoto lasciato da Marina e Carlo. Farà strada, come la nostra Alina.”
“Parliamo dei prossimi passi,” tagliò corto Marian. “Perché adesso ne abbiamo due di criptidi da eliminare.”
 
La riunione durò tutto il pomeriggio. A loro si era unito Stefano, che aveva mostrato foto scattate da cellulare ma stampate e ingrandite: ritraevano le impronte del regolo, le tracce della muta, le prede uccise. Aveva fatto un lavoro completo, segnalando su una mappa della Pro Loco dove ciascuna di essa fosse stata scattata, con tanto di data e ora. Alina si era chiesta quanto tempo avesse passato in mezzo agli alberi, chino tra la boscaglia, per una ricerca così meticolosa.
Era una fortuna che un sorvegliante si fosse unito alla spedizione della succuba e di suo fratello.
Quello se non altro aveva risparmiato loro giorni di appostamenti e ricerca.
Don Doriano poi aveva mostrato loro la scaglia della muta della criptide portata da Rosi Silvani. Era argentea e fragile come la crisalide di una cicala. Il prete l'aveva identificata senza ombra di dubbio come la pelle di muta di un serpe regolo, dopo confronti incrociati con i bestiari in suo possesso.
Avevano tracce, avevano prove e non restava loro che iniziare la caccia.
 
“E del lupomanaio che ne facciamo?” domandò Marian. “Quando andremo a torchiare quei due? Sanno chi è.”
Don Doriano assunse un'espressione pensierosa, passandosi le dita sulla corta barba del mento. “Dobbiamo procedere per priorità. Al plenilunio manca quasi un mese. Il serpe regolo invece è attivo adesso.”
“Questo è ininfluente!” ribatté Marian con durezza. “Sarà anche attivo una volta al mese, ma rimane un mostro trecentosessantacinque giorni l'anno. Adesso ha la forza di un essere umano e sarà più facile eliminarlo.”
Alina si mosse a disagio sulla sedia. Aveva sempre ucciso i Mannari in forma animale, nel picco della loro bestialità. L'idea di togliere la vita a un uomo o una donna che avrebbe dovuto probabilmente incrociare in paese non le piaceva.
 
Stefano chiuse i bestiari e li ripose su una delle scansie dell'ufficio. Radunò le foto e le inserì in una cartellina, con gesti metodici e sicuri. A differenza di Don Doriano non aveva una goccia di sudore addosso, nonostante indossasse una camicia e pantaloni lunghi. Gli cadevano con la perfezione di una stiratura ben fatta e non assomigliava in nulla ai ventenni che Alina conosceva.
Assomigliava a lei, e questo la riportava continuamente con gli occhi verso il ragazzo.
Si costrinse a dare attenzione alla conversazione.
“È vero che non è vietato uccidere un versipelle quando è nella sua forma umana,” disse Don Doriano. “Tuttavia dobbiamo fare attenzione a come procediamo. Un'eliminazione alla luce del sole potrebbe allertare le forze di polizia locale.”
“Chi, quel ragazzetto che pende dalle labbra della Silvani? Avrà un uniforme e saprà troppe cose, ma non mi preoccupa. Non se voi Sorveglianti farete il vostro lavoro … non saremo io e mia figlia a trovare una spiegazione alla morte di un mostro. Questo è compito delle tonache come te, prete.”
Don Doriano serrò appena le labbra. “Ed è quello che farò. Tuttavia, la priorità rimane il regolo.”
Marian sbatté un pugno sul bracciolo della sedia. “Ti ricordo chi comanda qui! Io e mia figlia!”
Stefano fece per intervenire, ma Don Doriano fece un leggero cenno al siciliano. “Marian, ho piena fiducia nel vostro operato … ma ti ricordo che la Confraternita Maggiore di Siena ha affidato a me questo territorio. Questo sorpassa anche il vostro potere. Ci occuperemo del Mannaro, ma è una questione che può essere affrontata in seguito. Adesso voglio che Alina si concentri sul serpe regolo … Stefano le farà da supporto.”
Alina trattenne il respiro perché il padre era ormai paonazzo e stringeva i pugni come se volesse mettere le mani al collo dell'altro uomo: l'ultima oncia di controllo che aveva gli era appena stata contestata.
Preoccupata, decise di intervenire. “Ho sempre lavorato da sola.”
Don Doriano le sorrise. “Le Confraternite in cui operate vengono sempre invitate alla collaborazione. Noi ve la stiamo offrendo. Stefano ha vissuto i questi boschi per settimane. Ritengo che ti sarà utile.”
Stefano chinò la testa come ad accettare il complimento. “Sono a tua disposizione Alina.”
Alina si voltò verso il padre. Aveva il volto di pietra. “Bene. Siamo d'accordo prete.”
Quella resa repentina stupì la ragazza, ma il padre non aggiunse altro. Si scambiarono le ultime battute e poi si accomiatarono. Stefano li prese di nuovo in consegna e li accompagnò alla porta.
“Sono sicuro che lavoreremo bene assieme,” la salutò.
Alina ricambiò con un cenno della testa, non sapendo bene cosa pensare. Avevano una nuova caccia, e questo era bene. Però Don Doriano li aveva deposti dal loro ruolo assoluto, e questo era un male.
Il padre rifiutò il suo aiuto e spinse con rabbia la carrozzina il più lontano possibile dalla chiesa, quasi al limita della piazza.
“Chiamo Nello per farci venire a prendere...” Alina tirò fuori il cellulare per comporre il numero dell'anziano.
Marian nel frattempo si accese una sigaretta: aveva gli occhi persi nel nulla e una profonda ruga che gli solcava le sopracciglia.
“Don Doriano ti ha messo quel ragazzetto tra i piedi per controllarti,” decretò dopo qualche minuto. Alina, che aveva aperto l'ombrello sopra di loro perché stava cadendo qualche goccia stanca, sospirò. “Allora cosa dovrei fare?”
“Quel che ti dicono di fare. Li hai sentiti. Siamo i loro cani da caccia,” ribatté sarcastico. “Io nel frattempo farò qualche chiamata a Roma. Non mi sono mai interessato granché del prete, mi sembrava il classico vaso di coccio tra vasi di ferro ...”
“Don Abbondio,” citò Alina. “Non credo che lo sia.”
“No, non lo è,” confermò il padre. “Per questo voglio capirci di più. Si incastra tutto troppo bene.”
“In che senso?”
Marian scosse la testa. “Tu fa' il tuo lavoro. Ci devono credere collaborativi ed è su di te che concentreranno le loro attenzioni. Allo storpio non si pensa mai … come se la storpiatura l'avessi nel cervello.”
“Non è così tata.”
“Va bene che lo pensino invece,” Marian gettò la sigaretta a terra. “Così è più facile scoprire la verità.”
 
***
 
Non era mai facile raccontare la verità.
La verità aveva raramente un risvolto piacevole, almeno nella personale esperienza di Roisin. Non era stato piacevole quando aveva scoperto la natura inaffidabile di suo padre, non era stato piacevole scoprire che sua madre condivideva con lui la tendenza a mentire per non coinvolgerla.
Peccato che per dritto o per rovescio la verità venga a galla. Sempre.
Stavolta era stata lei ad avere l'ingrato compito di aprire bocca. E aveva dovuto farlo con l'uomo che amava.
Era corsa all'appuntamento pomeridiano nella casina del cimitero; quella manciata di ore in cui il Bar chiudeva prima dell'ora dell'aperitivo e lei sognava nel verde screziato degli alberi. Tobia quando le aveva aperto la porta era rimasto sorpreso dal suo fiatone, ma non aveva fatto domande .
Non aveva continuato a farne quando gli aveva rivelato perché, cinque anni prima, aveva perso tutto.
Erano seduti al tavolo della cucina, con i due caramogi che facevano baccano sotto le sedie, tenuti in riga dall'occasionale soffio o zampata di Ermione. Da lontano si udiva lo sgocciolio del rubinetto rotto del bagno, dove la manolonga sonnecchiava nella vasca, coperta da un pesante strato d'acqua, fango ed erba.
Il bosco era diventato la casa, e la casa era diventata il bosco. Era un rifugio sicuro eppure in quel momento il silenzio soffocava Rosi, che si accese una sigaretta.
Tobia sospirò. “Marina ha fatto quello che doveva.”
“Sei impazzito?” sbottò pentendosene subito. “Intendevo dire...”
L'uomo le rivolse un'espressione blandamente divertita. “Beh, secondo l'opinione pubblica lo sono. Almeno adesso so perché è stato necessario farglielo credere...” fece una pausa, tamburellando con le dita sulla superficie del tavolo. “Non sono pazzo.”
“Certo che no!”
“Ho visto davvero un lupomanaio.”
“Sì, ma il punto ...”
“Il punto è che avevo ragione. Che quello che ho incontrato nel bosco era un mannaro, e che non è stato frutto della mia immaginazione.” Le sorrise di nuovo. “Questo mi fa sentire meglio.”
“Ma mia madre...”
“Non è stata Marina a mettermi nei guai. Sono io che sono corso in paese gridando la verità ai quattro venti … Marina semplicemente non mi ha aiutato.”
“E questo ti sembra giusto?!”
“Era divisa tra due fuochi. Se avesse validato le mie parole e non avesse cercato di occultare le tracce di Elia in questi anni, Elia sarebbe già morto.”
Rosi aprì la bocca per protestare, ma la richiuse. Era vero.
“Quindi secondo te ha fatto bene?”
Tobia sospirò, guardandole con quei suoi occhi buoni, calmi e del colore delle querce anziane. “Marina aveva una scelta da prendere. Ha preso quella che non ha ucciso nessuno … non la biasimo per averlo fatto.”
Rosi serrò le labbra. Non si sarebbe aspettata rabbia e recriminazioni da Tobia, tuttavia la pacatezza surreale con cui aveva accolto la notizia del suo sacrificio la frustrava. Aveva voglia di prendere spaccare qualcosa, ma si limitò ad un tiro secco di sigaretta.
Tobia allungò la mano sul tavolo per posarla sulla sua, contratta in un pugno. “Non sto dicendo che la perdono,” disse piano. “Sto dicendo che la capisco … e che sono contento di non avere la morte di un ragazzino sulla coscienza.”
“Ringraziamola allora,” si staccò malmostosa dal palato. “L'eminenza grigia di Malacena.”
“Dopo ieri pomeriggio non lo è più,” argomentò Tobia tirandosi su e schivando una capriola di Gobbo, che pareva trarre grande diletto dal cercare di farlo inciampare. “Adesso abbiamo Don Doriano.”
“Lui e Marian Radu. Non la vedo bene per Elia. Carlo farebbe meglio a farlo andare in vacanza a Roma o in qualche altro posto ancora più lontano...”
“Non potrà nasconderlo per sempre, le mani delle Confraternite arrivano ovunque,” osservò Tobia svitando la moka e cominciando a riempirla con attenzione. “Non ci vorrà molto perché si scopra la verità, ora che Carlo e Marina hanno le mani legate.”
Rosi guardò fuori dalla finestra; quella giornata si preannunciava come al solito grigia e afosa. La Montagnola non sembrava aver intenzione di scaricare altra acqua sulle loro teste, non per il momento ...
Era in attesa però.
“Secondo te Elia è pericoloso?” domandò giocherellando con il pacchetto di sigarette.
Tobia accese il gas con un cerino, raddrizzandosi e imitandola nelle sua contemplazione del bosco. “La bestia che ho incontrato cinque anni fa era spaventosa …” mormorò. “A volte me la sogno ancora la notte. Però in questi anni non ci sono state vittime. Ogni tanto ho incontrato qualche carcasse di cinghiale, ma in fondo dicono tutti che i lupi sono ritornati nel senese.”
“Non solo quelli a quanto pare.”
Tobia si strinse nelle spalle. “In qualche modo comunque l'hanno gestito fin'ora, e quando Elia non è trasformato, è poco più che un bulletto di paese, no?”
Rosi si allungò sul tavolo, seppellendo la testa tra le braccia. “Abbiamo fatto un casino?” domandò. Udì Tobia muoversi di fianco a lei, e poi le sue dita lunghe e forti le sfiorarono i capelli in una carezza.
“No,” rispose. “Il serpe regolo è controllato da un essere umano, è molto più pericoloso. Se non ce ne fossimo accorti a quest'ora poteva esserci scappato il morto.”
“Continuo ad avere l'impressione che stiamo giocando un gioco di cui non conosciamo le regole...”
“Per questo dobbiamo insistere nell'essere coinvolti.”
Rosi alzò la testa ed incontrò l'espressione determinata del vecchio amico. Si accorse che le era mancata da morire e la cosa venne notata, da come Tobia, dopo una lieve esitazione, si chinò per baciarla.
Rosi ricambiò prendendogli il viso tra le mani, sentendo pizzicare i polpastrelli per la barba.
Era bello.
“Giusto per essere chiari … puoi baciarmi tutte le volte che vuoi.”
“Lo farò,” sorrise Tobia. “Sei d'accordo con me allora?”
“Sulla parte del baciarci?”
“Anche,” rispose divertito. “E sull'essere coinvolti.”
Rosi sospirò. “Va bene… solo come? Don Doriano e Radu sono stati chiari nel volerci fuori dai piedi, ed Ettore concorda con loro.”
Tobia andò a spegnere il fornello, dato che la moka gorgogliava segnalando che il caffè era pronto. “Ad Ettore basterà raccontare di Elia … non lo vorrà morto più di quanto non lo vogliamo noi.”
“Però le regole sono chiare. I Mannari vanno eliminati.”
“E i serpi regoli non vanno portati in un territorio abitato. Qui nulla viene fatto secondo le regole, Roisin... tanto vale cominciare a farne di nostre.”
Rosi suo malgrado sentì un ghigno premere sulle labbra. “Hai qualche idea?”
“Salva l'essere umano che viene creduto un mostro pericoloso, trova l'essere umano che è, di fatto, il vero pericolo. Che dici?”
Rosi prese la tazzina bollente che l'altro le porgeva. Non amava particolarmente il caffè, ma quello di Tobia l'aveva sempre bevuto volentieri. Era l'unico che lo preparasse come piaceva a lei.
“Mi piacciono queste regole.”
 
***
 
 
  
Leggi le 1 recensioni
Segui la storia  |        |  Torna su
Cosa pensi della storia?
Per recensire esegui il login oppure registrati.
Capitoli:
 <<  
Torna indietro / Vai alla categoria: Storie originali > Soprannaturale / Vai alla pagina dell'autore: Dira_