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Autore: Dira_    24/07/2022    2 recensioni
[Seguito de "Nella Selva Oscura"]
Castiglioscuro non è più un problema per le Silvani. Lo è il bosco, e ciò che contiene.
Un mostro si è risvegliato tra gli alberi e una barista di paese si è resa conto che non più essere soltanto quello.
Rosi deve tornare nell'Altrove, un mondo popolato da spettri, criptidi e mostri; deve trovare il coraggio di affrontarli e forse affrontare sé stessa.
Nell'Altrove è facile smarrirsi: puoi dimenticare di essere un mostro per scoprire il primo amore, puoi cominciare a dubitare che obbedire agli ordini sia sempre giusto. Puoi scoprire che no, non lo è.
Perché nell'Altrove vi è una sola certezza: una volta che lasci il sentiero, è allora che la storia comincia davvero.
Genere: Fantasy, Mistero, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, FemSlash
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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16.
 
Bice de' Silvani vive nel bosco. La società l'ha abbandonata, e lei ha abbandonato la società.
Le vesti sono stracciate, i suoi capelli sono pieni di foglie e polvere. È tornata quella che avrebbe dovuto essere: una figlia del bosco. 
Sua madre è vissuta a cavallo dei due mondi, ed ha preteso che le sue figlie facessero come lei, ma ora Bice conosce la verità: non c'è altra strada per estirpare il mostro alieno che occupa il suo territorio se non quella di perdersi tra gli alberi.
Bice arriva fino alle grotte: sono i lumicini a guidarla nel buio della notte. Le galleggiano attorno in una danza lunare.
Il mostro non c'è: non ne sente la puzza e quindi Bice si infila in uno dei pertugi, che sgocciola acqua e odora di zolfo. Passa le mani lungo le pareti della grotta, e sparisce nel buio ancora più denso della collina, mentre i lumicini rimangono fuori. Loro non possono proseguire. Lei è fatta di carne e volontà, ed è anche figlia degli uomini … lei può farlo.
Bice si addentra seguendo il cieco istinto. Sa che la tana del mostro è vicino al castello, vicino al padrone.
Benedetto.
Dovrà uccidere anche lui. È Benedetto ad aver chiamato lì il grande serpe, ad averlo invitato a passare dall'Altra Parte.
L’Orbis Alius è terra di demoni e angeli, non è fatta per i cristiani. Aderisce al loro mondo come una seconda pelle e in alcuni punti vi sono ferite che, una volta sanguinanti possono far fuoriuscire … prodigi. I lumicini, le processioni di anime bianche, lo spirito del bosco: vengono tutti da lì. 
Anche il grande serpe, ma il grande serpe non si è abituato al loro mondo. È stato violentemente portato lì e altrettanto violentemente dovrà andarsene.
Bice striscia nelle profondità della collina e le spalle nude vengono graffiate dalla pietra. Il passaggio è stretto, il petto le si comprime, ma va avanti. 
Deve trovare il mostro e ucciderlo. Non trova una falla nel suo piano, perché falle non ve ne sono. Alternative, non ve ne sono.
Arriva ad un grande spiazzo. Il cunicolo si allarga, fino a quasi diventare una stanza. Pinnacoli di pietra si innalzano dal basso verso l'alto e viceversa, e Bice vi sbatte contro con un sussulto di dolore.
In quel buio non vede.
Poi un bagliore alle sue spalle. Bice si acquatta in quella foresta di pietra, tanto simile eppure diversa dal suo bosco.
Potrebbe essere la gente del castello venuta a cercarla. Potrebbe essere Benedetto. La ragazza  ha con sé la scarsella, presa di fretta quando è uscita a cercare Fortunato. Dentro vi è il coltello con cui taglia erbe e radici: non è molto affilato ma può conficcarsi nel punto più tenero della gola di un uomo.
Qualcuno è entrato nella grotta; forse l'ha seguita, ma ha camminato più spedito perché ha con sé una fiaccola, i cui bagliori arancioni illuminano l’ambiente, allungando le ombre, confondendole.
Bice si sposta per evitare di essere scoperta. Non ha una buona visuale, gli occhi le dolgono per la luce improvvisa, e sa solo che deve mettere la persona fuori gioco prima che ricambi il favore.
Si getta sull’intruso con un grido e quella cade come un sacco. La fiaccola cade a terra e rotola vicino a loro. L’intruso emette un verso di dolore. E’ una donna. 
Ha aggredito sua sorella Lietta. Bice si specchia nelle iridi scure e spaventate della ragazzina.
“Beatrice! Sono io! Fermati!” 
Beatrice si rialza di scatto, stringendo il coltello in pugno. Scuote la testa, si schiarisce la mente e le tende la mano, che l'altra afferra tirandosi in piedi. “Pensavo fossi Benedetto.”
“Non lo sono,” risponde Lietta chinandosi a prendere la fiaccola. “Stavo cercando te!” 
“Non tornerò a casa.”
Lietta alla luce della fiaccola ha il viso stanco. Sembrava aver pianto. “Lo so, non sono qui per convincerti a tornare.”
“Allora perché?”
“Avevi ragione... Benedetto è dietro a tutto.” La voce di Lietta trema. “Ha ammesso di aver portato qui il mostro e di aver ucciso Fortunato. Rideva … rideva mentre lo diceva. Perdonami, avrei dovuto darti retta!”
Bice abbraccia il corpo magro della sorella scosso dai singhiozzi, e ne respira l'odore familiare. Controlla il pianto, perché non è il momento. “Sono felice che tu abbia finalmente aperto gli occhi, ma devi tornare a casa… penserò io a sistemare lui e il grande serpe.”
“Come?”
“Ancora non lo so. Devo prima trovarli.”
“Forse dobbiamo capirlo e poi trovarli,” suggerisce Lietta incerta. Si stacca. “Vuoi vendicarti, ma questo non basta. Abbiamo bisogno di capire come.”
“Il bosco è con me.”
“Il bosco non può aiutarci se lo cerchiamo qui sotto. Io ti darò una mano, ma dobbiamo uscire di qui. Qui siamo solo due donne e siamo in pericolo.”
Quello che dice Lietta raggiunge le orecchie di Beatrice. La sua sorellina ha ragione. “Da quando hai cervello?”
Lietta sorride tra le lacrime. “Ne ho sempre avuto più di te. Lo diceva anche la mamma.”
“Questa cosa non me la ricordo.” Bice si guarda attorno. “Usciamo e ragioniamo sul da farsi.”
Mentre tornano indietro si prendono per mano. 
 
All'ingresso, gli occhi di Bice vengono catturati da un simbolo scavato nella parete. La fiaccola lo illumina, portandone in evidenza le scanalature anomale. Senza la luce di una fiaccola non avrebbe potuto notarlo.
Bice si ferma e lo traccia con le dita. Ritrae una porta, al cui interno vi è la raffigurazione cruda di un occhio spalancato. Sembra fatto di recente. 
“Cosa stai guardando?” domanda Lietta avvicinando la luce. 
“Un simbolo. Forse l'ha inciso Benedetto. L'hai mai visto?”
Lietta cerca di ricordare e poi annuisce. “Sì! Nei libri che legge. Io non so leggere, ma questo simbolo me lo ricordo. Che vuol dire?”
Bice fa una smorfia. “Non ne ho idea, ma non importa. Non dobbiamo preoccuparci dei simboli, ma delle cose vere.”
 
***
 
I went down to the river to wash away the things I've done
And all the names I've traced into my skin since you've been gone
(Hangman hands – Flower Face)
 
“Assolutamente no.”
Rosi e Tobia si scambiarono un'occhiata che la diceva lunga su quanto poco credessero alla presa di posizione del Maresciallo Mangiola. 
I tre amici erano seduti ad uno dei tavolini esterni del Bar,  e stavano facendo colazione in un mattino umido e pesante. Il napoletano bevve un sorso di caffè lasciando passare qualche attimo, prima di ribadire: “Non se ne parla.”
“Non vogliamo tornare nel bosco, vogliamo solo capire che sta succedendo!” argomentò Rosi.  
“Possiamo farlo rimanendo in paese, al sicuro,” le diede man forte Tobia. Ora che i due si erano riconciliati erano una macchina da guerra, allineata persino nel darsi il turno a parlare.
Doveva essere stato un incubo per le forze di polizia locale averli tra i piedi quando erano ragazzini, pensò Ettore, passandosi una mano tra i capelli. 
Sapeva di aver già perso in partenza, ma doveva quantomeno mantenere una parvenza di ragionevolezza. Almeno lui. “E che domande volete fare?”
“Vogliamo,” lo corresse Rosi. “O vuoi abbandonare l’indagine?”
Ettore esitò. Una parte di sé conosceva la risposta; ora che era stato messo in panchina da un'altra forza dell'Ordine non c'era molto che potesse fare, a parte sperare che i colleghi chiudessero rapidamente quella storia.
Un adolescente, un uomo in carrozzina e un prete. I miei colleghi. Come no. 
Ettore si mosse a disagio sulla sedia di plastica calda di sole. Un'altra parte di sé fremeva di insoddisfazione. Era quella parte che non gli aveva fatto chiudere occhio la notte precedente, e quelle ancora prima. Se il serpe regolo era controllato da una persona, chi era quella persona?
E la Confraternita l'avrebbe attivamente cercata o si sarebbe limitata ad eliminare il problema senza risalire alla fonte?
Così non avrebbe funzionato. Potevi mettere dentro uno spacciatore, ma se non trovavi i suoi capi ne sarebbe arrivato un altro subito dopo e poi un altro ancora. 
“Ettore ha le mani legate,” intervenne Tobia. “La minaccia del Sindaco non era campata in aria, vero?”
“Temo di no. A Napoli … ho usato le mie capacità e forse nel farlo ho pestato i piedi a qualcuno.”
“Eri un inconsapevole, e stavi comunque facendo del bene!” ribatté Rosi indignata. “Se non conosci le regole non ha senso punirti per averle infrante.”
“Non penso funzioni proprio così, Rosina...” sorrise Ettore, commosso da quell'afflato di genuina indignazione. “Però avete ragione, non mi è mai piaciuto abbandonare un'indagine a metà.”
Tobia gli rivolse un'occhiata soddisfatta. “Dobbiamo ripartire da dove ci eravamo fermati allora. Dalla ricerca di Matilde. Hanno strappato le pagine che parlavano del serpe regolo e del sistema di grotte in cui si spostava. Sono convinto che lo abbiano fatto per studiarle, per ripetere la storia.”
Ettore ci rifletté. “Già, a proposito della copia in biblioteca … non sarebbe bastato tenersi il libro?”
Rosi fece un sorrisetto, gemello con quello di Tobia. “Non si può. Una volta scaduto il termine di prestito il libro torna in biblioteca, che la persona che l'ha preso voglia o meno. Se lo riprende.”
“Chi se lo ... ah, il fantasma,” Ettore ispirò, “In che senso scusate?”
“Nel senso che il libro da casa tua torna alla biblioteca.”
Tobia annuì come se fosse una considerazione perfettamente normale. “Poteva funzionare solo separando le pagine dal libro. Matilde non può fisicamente controllare l’integrità dei libri, può solo riprenderne possesso. Sono le regole.”
“Non bastava allora fare delle fotocopie?”
“Forse nell'intenzione di chi l'ha preso c'era quella di rendere inaccessibile quelle informazioni a chiunque tranne che a lui,” osservò Rosi. “Non poteva sapere che c'erano altre copie in giro.”
“Quindi questo esclude tua madre,” disse Ettore. Rosi, dopo essersi irrigidita alla menzione della donna, sciolse in un'espressione di sollievo.
“Sì, direi di sì.” Tobia le mise una mano sulla spalla e la ragazza la strinse nella sua.
“Lei sa delle copie che abbiamo in casa. Non avrebbe avuto senso per lei vandalizzare quella in biblioteca.” 
“Dobbiamo guardare il registro dei prestiti con più attenzione allora. Maddalena è stata l'ultima a prendere la ricerca, e noi l'abbiamo avuta da lei, ma qualcun’altro l’ha presa prima di lei,” ragionò ad alta voce Ettore. Si passò una mano sul mento ben rasato. “Che ne pensate di Maddalena?”
Rosi asciugò con lo straccio che aveva sempre legato in vita una macchia sul tavolino. “Non penso che sia coinvolta…” commentò con aria meditabonda. “È sempre nel posto sbagliato nel momento sbagliato, ma … non lo so, non credo c’entri qualcosa con questa storia.” Aggrottò le sopracciglia, colta da un dubbio. “Pensate che ci stia ammaliando per non farci sospettare di lei?”
Tobia si strinse nelle spalle. “Se lo fa, sta facendo un lavoro pessimo. Perché non passo la giornata a pensare a lei…” e le rivolse un’occhiata che dava ad intendere come volesse continuare la frase.
… ma a pensare a te.
A Rosi scottarono le guance e rifilò una gomitata all’uomo, mentre Ettore ridacchiava.
“Quanto siete carini…” li prese per il culo, “ Però, scherzi a parte, teniamola comunque d'occhio finché non abbiamo altri sospetti.”
Sospetti?” gli fece eco Rosi imitando il suo tono da presa in giro. “Quindi stiamo di nuovo indagando?”
Ettore alzò gli occhi al cielo mentre Tobia ridacchiava. “Ja, Rosì, sei tremenda! Non stiamo indagando, ci stiamo tenendo informati.”
“Come no. Piuttosto, non abbiamo tempo da perdere. Chi va in biblioteca?”
Tobia si alzò in piedi. “Quello che vede i fantasmi direi.” 
 
***
 
Caterina ce l'aveva con lei.
Quel pensiero si era posato come un panno umido e soffocante nella testa di Maddalena. La toscana era chiusa nella propria stanza dalla sera prima e non rispondeva ai suoi messaggi.
“Scusa, ma perché non vai a bussarle?” le domandò Michele. 
Maddalena fece una smorfia. “Perché magari sta arriposando e le scasso la minchia?”
Erano seduti all’interno del Bar, con le pale del ventilatore sopra le loro teste che tentavano sferragliando di dare refrigerio. Stefano era andato a fare una passeggiata e loro stavano facendo colazione. O meglio, Michele si stava ingozzando, lei non era riuscita a toccare nulla. Aveva lo stomaco serrato.
Michele si strinse nelle spalle. “Se dorme non ti risponde e la finisci lì. Se invece è sveglia e ti sei messa in testa che è arrabbiata cu'tìa le potrai chiedere se è vero.”
Maddalena lanciò un’occhiata fuori dal locale: nuvole scure, cariche di pioggia, stazionavano sul paese senza dar segno di spostarsi.
La Montagnola ti avverte quando c'è un pericolo. 
Michele le posò una mano sulla sua, distogliendola da quei pensieri. “Malù... Cate ti piace assai, vero?”
Maddalena avvampò incapace di smentire. Sarebbe comunque servito a poco.  “Sì,” mormorò, “non mi sono mai sentita accussì … ho scanto di sbagliare tutto.”
“Succede quando ci si innamora,” annuì Michele con una meravigliosa, noncurante scrollata di spalle. “Però basta essere onesti. Così non si sbaglia mai.”
Allora sbaglio sempre.
Maddalena percepì un peso affondare nello stomaco: stava nascondendo a Cate tante cose. La sua natura, il modo in cui doveva nutrirsi … e il giorno prima aveva visto anche lei l'ombra uscire dal bosco, quella che avevano investito. Era il serpe regolo. 
Non avrebbe mai potuto essere sincera con lei. 
Cercò di allontanare quel pensiero, concentrandosi su urgenze più pressanti. “Stefano sa che Caterina mi piace?”  
“No,” Michele appoggiò la tazza di cappuccino che tracimò parte del contenuto sul tavolo. Schioccò la lingua scontento, pulendosi le mani con un fazzolettino. “... minchia se si sente la mancanza di Rosi. Tea proprio non ha la mano!”
“Ste davvero non lo sa?” lo incalzò. 
“Io non gli ho detto niente … e manco tu a quanto pare,” Michele occhieggiò il suo cornetto alla crema appena toccato e dopo un suo cenno di assenso se lo ficcò in bocca soddisfatto. “Queste cose tue sono, Malù … tu ce le devi dire, non te lo dobbiamo tirare fuori noi.”
“Veramente è quello che hai appena fatto.”
“Picchì ne avevi bisogno!” rise Michele. “Tu e Cate vi dovete chiare, altrimenti vi guasterete gli ultimi giorni di vacanza… e sarebbe un peccato, no?”
Maddalena sentì di nuovo una vampata di calore salirle fino al viso. Si alzò. “Vado a parlarle,” borbottò mentre l'altro allargava il sorriso. “Pulisciti la maglietta, che hai fatto un casino,” e lo piantò lì nel continuo rombo dei tuoni. 
 
Maddalena salì le scale ma si fermò di fronte alla porta di Caterina; dall'interno proveniva della musica, segno che la ragazza era sveglia. 
 
Amore mio la logica non è sincera
Chissà se amare è una cosa vera 
 
Attese, sperando che il gatto dell'altra volta si presentasse dandole così una scusa per entrare, ma questo non arrivò. Era da sola stavolta. 
Aspirando aria e coraggio bussò. “Cate, Malù sono … posso entrare?”
Ci fu una lunga pausa dall'altra parte: poi la musica venne spenta e la voce di Caterina la invitò ad entrare.
 
Caterina era stesa a letto, la gamba offesa sollevata da un paio di cuscini. Quando la vide entrare distolse lo sguardo dallo schermo del telefono e abbozzò un sorriso, una pallida imitazione di quelli che le rivolgeva di solito. “Ohi,” la salutò.
“Ehi…” Maddalena, non avendo avuto indicazioni contrarie, si avvicinò e notò che la gamba aveva una fasciatura diversa dalla sera prima. Fatta sempre di garze, ma più spessa ed emanava un forte odore d’erba e alcool. “Come va?”
“Mamma m’ha messo uno dei suoi intrugli. Il dolore è quasi andato via e mi sembra che sia anche meno gonfia.”
Caterina non le sorrideva e questa era solo l’ennesima riprova che qualcosa non andava tra di loro. Avevamo risolto, ma poi è arrivata la Radu e dopo non ha più voluto avere nessuno in camera per tutta la sera.
“Sì, sembra anche a me che la gamba stia meglio…” disse per non rimanere in silenzio, giocherellando con il braccialetto che aveva al polso. Glielo aveva regalato l’altra ragazza, quando erano andate al mare, togliendolo all’infinita collezione che aveva ai polsi. “Pensi di scendere?”
Caterina abbassò lo sguardo sul telefono, come se da esso potesse provenire una risposta. “Boh … forse.”
“Stai ancora male?”
“No, no … è che non ho molta voglia di compagnia, tutto qua.”
“Allora … se vuoi … posso stare io qui con te.”
Caterina di nuovo non rispose e il peso che Maddalena sentiva nello stomaco si fece ancora più tangibile. 
“Cate, che succede?” 
L’altra si mosse a disagio sui cuscini. Aprì e chiuse la bocca un paio di volte, ma poi rimase in ostinato silenzio.
“Non ti leggo nella mente!” sbottò Maddalena, mentre l’ansia si tramutava in irritazione. “Ho capito che c’è qualcosa che non va, e che non mi vuoi qui, ma non capisco picchì!” 
Cate le scoccò un’occhiata infastidita. “Davvero non lo sai?”
“No!” 
Maddalena si sedette sul ciglio del letto, mettendole una mano sulla gamba sana, sentendola tiepida al tatto. Le mancava toccare Caterina, da morire: essere abbracciata da lei, tenerla per mano, baciarla. Era come quando sentiva i morsi di quella fame … era un’urgenza meno pressante, certo, ma comunque dolorosa. “Ciatu meu…” mormorò. “Pi’ favori parlami. Se ho sbagliato qualcosa posso rimediare.”
“Perché esci di notte con Stefano?”
Maddalena ritirò la mano. Le venne da vomitare.
Sa tutto. Sa che esco. Non posso rimediare a questo.
“Alina mi ha detto che uscite e andate fuori dal paese … da soli.” Il tono di Caterina era incerto. Dietro la rabbia, c’era anche confusione. Forse speranza che vi fosse una spiegazione innocente.
Non c’era, e Maddalena non poteva inventarsene una. “Andiamo in città,” rispose monocorde. “A Siena o a Firenze. Facciamo un giro.”
“E perché non invitate me e gli altri?” 
“E’ una cosa nostra.”
Caterina si morse le labbra. “Perché non me l’hai detto?”
“Perché non è importante,” la caccia, i suoi donatori, quel sesso sterile e utilitario non era importante. Era necessario, ma non era importante. Caterina lo era, più di qualunque altra persona avesse conosciuto. 
Però non serviva comunque a niente dirselo. 
“Sono la tua ragazza! Se non mi dici dove vai…”
“Quello che faccio quando non sono con te sono fatti miei.”
A questo Caterina sgranò gli occhi, quasi l’avesse pugnalata. Era la cosa sbagliata da dire, quella peggiore dalla reazione e Maddalena volle essersi mangiata la lingua.
“Non voglio stare con una persona che mi nasconde parti della sua vita!” 
Come pensavi potesse andare a finire? 
Era stata un’idiota a pensare che Caterina non avrebbe mai scoperto la sua doppia vita. Ancora non sapeva tutto, ma bastava il sospetto. Bastava sempre il sospetto per quelle come lei.
“Mi vuoi lasciare?” Maddalena si odiò per il tono tremante che le uscì, per le lacrime impotenti che le tremavano sulle ciglia. 
Potresti ammaliarla. Potresti convincerla a rimanere con te.
Alzò lo sguardo: sarebbe stato facile, perché Caterina non voleva davvero lasciarla, no? Era semplicemente arrabbiata. 
Sarebbe stato semplice e avrebbe risolto tutto … 
Appena lo ebbe pensato Maddalena si sentì un mostro: non poteva fare una cosa del genere alla ragazza che amava! Non poteva costringerla a stare con lei.
Caterina si asciugò due lacrime che le erano rotolate lungo le guance. “Non … non lo so. Cosa fai quando sei con Ste?”
Maddalena chinò la testa, inspirando ed espirando. “Non te lo posso dire.”
“Perché?!”
“Perché non ti piacerebbe.”
“Allora non voglio stare con te!”
Maddalena inghiottì il fiotto di dolore che le stringeva il petto come una morsa. L’ultima cosa che voleva era avere un attacco di panico di fronte all’altra. Non in quel momento, non quando Caterina la guardava con rabbia e dolore stampati in viso.
La odiava e aveva tutte le ragioni del mondo per farlo. 
Come pensavi potesse andare a finire? Sei una succuba. Non hai diritto a innamorarti e non lo avrai mai. 
Maddalena si alzò in piedi. “Va bene,” si udì dire da molto lontano. “Come vuoi…” ignorò l’espressione incredula dell’altra: forse si era aspettata che provasse a contestare quella decisione, a lottare.
Non poteva lottare quando non riusciva a respirare. Maddalena uscì fuori dalla stanza lasciando la porta spalancata, ignorando Caterina che le stava gridando di tornare indietro. Corse giù dalle scale, nella piazza e poi si infilò nei vicoli ombrosi del paese. Si fermò solo quando fu sola, quando fu assolutamente sicura che non c’era nessuno nei paraggi e che non era stata seguita. 
Si accasciò a terra e scoppiò a piangere.
 
***
 
La biblioteca accolse Tobia in un silenzio denso di polvere e lame di luce proiettate dalle persiane.
Tobia aveva passato infinite ore in quel piccolo mondo recluso. Assieme a Rosi e poi da solo. Non l’avevano mai spaventato gli improvvisi refoli d’aria, le ombre femminili che danzavano sulle pareti o il rumore costante di passi. Gli sarebbe piaciuto conoscere Matilde da viva.
Tobia si aggirò tra le scansie alte fino al soffitto, sfiorando con le dita le costole dei libri, scolorite dal tempo ma ben tenute. Sfilò un volume panciuto e dalla copertina celeste, raffigurante un drago scarlatto steso su una pila di monete d’oro.
“Lo hai preso in prestito tante volte…” disse la voce della bibliotecaria solleticandogli le orecchie.
Tobia sorrise. "Perché è il mio preferito.”
Si voltò e Matilde era lì, una ragazza snella dai capelli color fuoco stretti in una crocchia severa, vispi occhi celesti e vestiti anni ‘50. Non era un ricordo sbiadito come i fantasmi del cimitero: bibliotecaria e biblioteca erano un’unica entità. Un luogo infestato che aveva scelto il proprio guardiano e lo manifestava ogni qual volta ve n’era bisogno.
Principalmente, di giovedì.
“Vuoi prenderlo in prestito?” gli domandò.
“Lo rileggerò volentieri, dov’è il registro?”
Matilde indicò con un cenno la saletta d’ingresso e nel momento in cui gli occhi di Tobia seguirono la direzione indicata dalla mano, la ragazza scomparve. 
Tobia la trovò dietro il bancone dell’accettazione con un grande quaderno aperto davanti, in attesa silenziosa. Si avvicinò e prese la penna per appuntare i dati del prestito. Nel farlo scorse la lista dei nomi prima del suo: Maddalena Russo e poi …
Tobia notò una sequela di prestiti tutti richiesti dalla stessa persona e per i libri più svariati: dalla cucina alla narrativa. Si firmava con una sigla: B.S.
“Ci si può firmare così?” chiese. 
Matilde sorrise. “Sembra di sì.”
“Chi è?”
“Non lo so.” 
Non aveva senso: l’entità che una volta era stata Matilde Silvani aveva il compito di sorvegliare i libri. Avrebbe dovuto conoscere il nome completo.
“Non sai chi è venuto qui prima di Maddalena?”
“Esatto. Il registro però dice che è venuto più volte e tutti i libri sono stati restituiti. Vuoi vederli?”
“Sì, grazie.”
Matilde snocciolò le posizioni della mezza dozzina di titoli che il misterioso lettore aveva selezionato e Tobia si appuntò mentalmente le informazioni. Tornò indietro, tra gli scaffali, e trovò il primo. Era un libro di cucina regionale; lo sfogliò … mancavano delle pagine. Erano strappate, come quelle della ricerca di Matilde. Trovò il secondo, un romanzo d’amore: stessa cosa.
Non poteva essere una coincidenza: B.S. era la persona che aveva vandalizzato la ricerca di Matilde e si era presa i capitoli sul castello e sul regolo. 
Centro.
Tobia passò al terzo libro e anche lì, una consistente manciata di pagine era stata rimossa. Un refolo di aria fredda lo avvertì che Matilde era dietro di lui. “Da quanto sta andando avanti?” le domandò.  
“Da due anni,” rispose lo spirito passandogli a fianco, in un frusciare di cotone e polvere. Gli occhi azzurri riflettevano una luce incuriosita. “Non si trattano così i libri, specialmente se non appartengono a te, ma alla comunità … non credi?”
“Hai ragione,” convenne Tobia. “Mancano intere pagine …”
E sembravano strappate senza un criterio logico.
… una prova. Stava facendo una prova usando libri qualunque.
“Ci ha anche scritto sopra se è per questo.”
“Dove?” Tobia sfogliò rapidamente il terzo libro, una vetusta versione di Gian Burrasca dalla copertina verde opaca. Non c’erano segni di penna o matita. 
“In fondo,” gli suggerì Matilde e le pagine vennero voltate in un fruscio inanimato. Tobia portò il libro sotto una lama di luce per guardarlo meglio e finalmente lo notò: nel retro copertina c’era qualcosa, ma non era scritto con l’inchiostro … era come se qualcuno avesse preso una penna scarica e avesse provato a scrivere premendo sulla carta. Era un simbolo: una porta ad arco quadrato, al cui interno vi era la raffigurazione stilizzata di un occhio.
Tobia lo mostrò allo spirito, che annuì. “E’ questo a non farmi ricordare. Ne sono sicura.”
Magia? Ha usato la magia?
Tobia chiuse il libro di scatto, come se scottasse. L’Altrove era un mondo soprannaturale, ma la magia non era come quella che si immaginava il Chiaro. Non erano scintille e palle di fuoco, non era energia … Erano piuttosto mutazioni silenziose che davano effetti lenti e a volte impercettibili. Era una tisana che ti guariva da una polmonite pervicace, era il Beffardello che si mutava in fringuello librandosi in aria con una risata. Era un sussurro, non un pugno.
La magia generata dall’Altrove aveva le sue regole. E una di quelle era che non si violava ciò che apparteneva ai morti. Mai. 
Quella magia era opera umana. 
“Posso prendere in prestito anche questo?”
 
Tobia percorse la strada che dal paese portava al cimitero con una paura strisciante che lo fece voltare ad ogni rumore alle sue spalle, per quanto familiare.
C’era il regolo, che sovvertiva l’ordine della fauna del luogo. C’era qualcuno in grado di sovvertire le regole di una biblioteca infestata.
Non andava bene. Per niente. Aprì la porta di casa e se la chiuse dietro a doppia mandata. Si precipitò nella sua stanza; dovette però frenare l’agitazione quando vide la figura di Rosi stesa nel letto. 
Giusto … è venuta a sognare.
La ragazza dormiva supina, il petto che si alzava ed abbassava a ritmo regolare, un leggero velo di sudore, segnale che quel sogno era impegnativo.
Sta ricordando.
Le fece una carezza sulla fronte. Poi si sedette alla scrivania, tirando fuori da un cassetto la ricerca di Matilde, la copia dalle pagine strappate. In fondo, sul retro della copertina, c’era lo stesso simbolo. Non l’aveva notato finché non era stato lo spirito della biblioteca ad indicarglielo. 
… L’ha tracciato un mago? Abbiamo a che fare con un mago?
Li aveva studiati sui Bestiari, ma sapeva che si riunivano in congreghe ormai sparute, e non ve n’era nessuna a Malacena.  
Un leggero movimento dal letto segnalò che Rosi si era svegliata. La ragazza si tirò a sedere stropicciandosi gli occhi. “Che è quella faccia?” gli domandò.
Tobia non sapeva come spiegarlo in modo che avesse senso. Così decise di mostrarlo: prese un foglio di carta da uno dei cassetti, una matita, e disegnò il simbolo a tutta pagina. Poi lo girò verso Rosi. “Questo era su tutti i libri che un certo B.S. ha preso in prestito … l’ultimo era la ricerca di Matilde. A tutti mancano delle pagine.”
La ragazza, invece che fare domande, sbiancò. Fu subito in piedi e gli strappò il foglio di mano. “L’ho già visto,” disse.
“Dove?”
“Adesso. In sogno. Benedetto l’aveva scolpito su una delle porte per l’Inferno.”
Si guardarono muti: fuori le cicale frinivano impazzite e un lontano rombo di tuono minacciava pioggia. Non pioveva da giorni e l’aria era elettrica di attesa e frustrazione. 
“B.S … Benedetto?” disse Rosi interpretando il pensiero di entrambi. “Benedetto è ancora vivo?” 
 
***
  
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