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Autore: Evali    30/07/2022    0 recensioni
Un villaggio isolato, un popolo spezzato in due in seguito ad una terribile calamità, due divinità da servire, adorare e rispettare in egual modo: Dio e il Diavolo.
"- Io amo gli uomini.
- E perché mai io sono andato nella foresta e nel deserto? - replica il santo. – Non fu forse perché amavo troppo gli uomini? Adesso io amo Iddio: gli uomini io non li amo. L’uomo è per me una cosa troppo imperfetta.
- È mai possibile! Questo santo vegliardo non ha ancora sentito dire nella sua foresta che Dio è morto!"
Genere: Fantasy, Sovrannaturale, Storico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash, FemSlash
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti
Capitoli:
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Gli déi siamo noi
 
 
La bambina gironzolò per la fucina, ora totalmente ristrutturata.
Sistemata in quel modo, con tutti gli oggetti e le cianfrusaglie tolte, l’ambiente era molto più arieggiato e respirabile. Sembrava persino vi fosse più luce.
Bonnie curiosò un po’ in giro, sorridendo. – Potrei addirittura dormire qui, per quanto mi piace!
- Tu non puoi dormire – le rispose quella voce secca.
A ciò, la bambina si voltò verso di lui, trovandolo di spalle, con il volto rivolto verso la fornace spenta.
Bonnie mise il broncio e gli si avvicinò da dietro.
- Prima che tu facessi lo sbruffone stavo per complimentarmi con te, per come l’hai sistemata bene, in soli pochi giorni. Deve essere stato sfiancante, considerando tutti gli impegni che hai alla galleria.
Il ragazzo continuava a non guardarla, così lei gli si avvicinò ancor di più, fino a far scontrare il fiato con la bassa schiena di lui. – Blaaaaaake – lo richiamò allungando le vocali in mezzo al nome, in modo infantile. – Perché non ti giri a guardarmi?
- Perché non esisti, esattamente come il Mostro Dietro di Te, come la strige, gli Incubus e come tutte le altre stupide leggende che ci raccontavano.
- Quindi speri che, esattamente come il Mostro con cui ti spaventavano da piccolo, io esista solo perché rimango dietro di te?? – domandò lei ridendo. – Ma è ridicolo! Parli più con me che con qualsiasi persona che conosci. È un po’ preoccupante, non credi?
- Lo è, ma me ne sono fatto una ragione oramai.
- Posso farti una domanda?
- Io non ho potere decisionale quando io e te comunichiamo.
- Non credi che, se il conte Agloveil riuscisse ad arrivare qui e a prendersi Bliaint, vi considererebbe feccia proprio perché quasi nessuno qui sa leggere e scrivere?
Nel mondo là fuori è una cosa scontata, saper leggere e scrivere.
Chi non sa farlo è giudicato un bruto, una persona da tenere alla larga o da trattare in maniera inferiore.
Lo sai?
- Certo che lo so.
- Beh, tu non saresti trattato in maniera inferiore… dato che sai leggere, scrivere, e addirittura fare calcoli! Sei più intelligente di loro e sai un sacco di cose che persino la gente del mondo là fuori non sa… e per cui ti ammirerebbe.
- Dove vuoi arrivare? – le domandò con un cipiglio snervato, voltandosi finalmente verso di lei.
- Eccoti qui! – esclamò la bambina allargandosi in un grande sorriso. – Stavo solo ipotizzando che… magari, potresti scappare via di qui prima che il conte ti raggiunga – disse casualmente, guardando altrove mentre gongolava a destra e a sinistra, spostando il peso da un piede all’altro come amavano tanto fare i bambini.
- Cosa…?
- Pensaci, Blake: puoi fare come Selma e Sybil e metterti in viaggio per cercare qualsiasi cosa tu stia cercando, altrove, lontano di qui. Insomma, tanto avresti comunque voluto andare via da Bliaint, no?
- Oramai mi sono battezzato, ho il marchio di Bliaint. Se scappassi via non potrei tornare mai più.
- Ed è una cosa negativa?? Insomma, il conte verrebbe qui e non ti troverebbe. Renderebbe tutti schiavi, e Bliaint non esisterebbe più comunque.
Ma tu saresti salvo, a differenza di tutti gli altri.
- Sono colpito, Bonnie. Sentiamo: quale sarebbe il tuo “brillante” piano? – le domandò affilando lo sguardo, incuriosito.
- Innanzitutto, potresti prendere tutto il denaro che hai qui, e ne è davvero molto, considerando l’attività che hai ereditato da tuo padre.
Porteresti il denaro con te e ti compreresti una barca, o una nave magari!
Poi viaggeresti e andresti in terre lontane, a studiare l’alchimia, a cercare l’elisir, e a diffondere il tuo sapere sulla polvere nera.
Potresti fare così tante cose se solo uscissi di qui! Insegnare agli altri, farti degli amici in ogni continente, essere ammirato e stimato da tutti, trovarti una donna esotica, quella che preferisci, e costruirti una famiglia con lei, ovunque tu voglia.
L’unica cosa che dovresti necessariamente fare per avere tutto questo, è nascondere le tue origini. Nessuno dovrà mai sapere che sei un servo del Diavolo di Bliaint. Mai. 
Non dovrebbe essere difficile, no?
Tu sai fingere bene.
- Non potrei mai fare una cosa simile.
- Perché no? Cosa ti frena?? Non hai nulla che ti lega davvero qui. Le persone che ami… quelle le dimenticherai.
- Ci sono delle persone che non si possono dimenticare, Bonnie. Tu dovresti saperlo bene – le disse, paziente, per la prima volta parlandole come avrebbe parlato ad una qualsiasi bambina, ancora incosciente, infantile, ingenua e non in grado di comprendere tutto sul mondo circostante.
Lei assunse uno sguardo incredulo, poi lievemente contrariato.
- Ci sono delle persone che non potrai dimenticare, Bonnie. Non è vero?
La bambina abbassò lo sguardo, sconfitta. – Mia madre. E mio fratello.
- Devono mancarti molto. Perché non fai visita a loro invece di fare visita a me?
- Perché loro non sono pazzi, Blake.  Tu sì, grazie al mercurio.
- Non è solo il mercurio – rispose lui. – Mio padre ha detto che altri membri della nostra famiglia hanno perso la testa a causa della galleria. A quanto pare non sono l’unico.
- Ma sei l’unico che ha aspirazioni e ambizioni così grandi e surreali. Quindi è per la galleria che non vuoi andartene via?
- Non solo – ammise.
- Oh… avevo dimenticato.
L’unico motivo per cui dici sempre di essere ancora qui...: Ioan.
Beh, puoi portarlo con te, no? Viaggereste insieme come due fratelli.
Potresti portarti dietro persino il prete e Quaglia! Loro sarebbero felici di venire con te.
- Non è solo per questo.
A ciò, Bonnie si rabbuiò, quasi un velo di innocente gelosia le aleggiasse sul bellissimo visino macchiato di terra. – Quella ragazza. Che cos’ha di tanto speciale, da spingerti a non volerla lasciare?
Blake non rispose, serrò le labbra e restò a guardarla.
- Lei ha perso la memoria, non si ricorda più di te! Che cosa speri??
- Nulla. Ma se la lasciassi qui, in balìa di tutto il male che pullula e sfrigola sotto e sopra il suolo di questo dannato villaggio, non me lo perdonerei.
- Portala con te – sputò lei, offesa.
- No, non posso. Non posso andarmene, Bonnie.
- Allora resta qui e marcisci qui.
Spreca tutto il tuo potenziale, spreca tutto ciò che sei e che hai… per rimanere qui!
Prima o poi finirai sepolto in quella dannata galleria, esattamente come me, lo sai?
Oppure finirai bruciato. È molto più probabile che finirai bruciato, sì.
L’odore delle tue carni arse dalle fiamme salirà fino al cielo, compiacendo il Creatore che tu tanto miscredi.
Lo sai che non lasceranno mai che quel conte ti prenda con sé, vero?
Pensano che il Creatore e il Diavolo ci proteggeranno nel momento del bisogno… ma se tu hai già sdegnato e disonorato sia il Creatore che il Diavolo… allora non meriti la loro protezione.
E piuttosto che lasciarti ad uno straniero… preferirebbero farti divorare dalle fiamme.
“Ogni anima di Bliaint è sacra. Nessun abitante di Bliaint legittimamente battezzato può finire nelle mani del nemico” – recitò lei fintamente solenne.
Blake non rispose. Di contro, voltò il viso verso la finestrella, da cui entrava più luce di quanto si aspettasse.
- Blake?
Stavolta la sua voce era dolce, quasi timida.
Il ragazzo si voltò di nuovo verso di lei.
- Cosa farai quando avrai imparato tutti i segreti per maneggiare la polvere nera? Ora che Judith non ricorda più niente non può ricordarsi neanche del vostro patto.
- Lo porterò a termine io.
- Pensi che i monaci ti daranno ascolto?
- Probabilmente no. Però potrebbero ascoltare lei. Potrei parlargliene, fingendo sia stata solo una mia idea, e lei mi aiuterebbe sicuramente. È quello che vuole, d’altronde. Anche se si è dimenticata di volerlo.
- E se nessuno vi ascoltasse? E se i monaci non ci fossero più?
- Userò la polvere nera in altro modo.
- Ma prima devi scoprire se l’oro-
- No – la interruppe, categorico. – Niente oro. Non voglio più scoprire nulla che riguardi l’oro, il piombo e la trasmutazione. Non mi interessa più.
Bonnie lo osservò, sorridendo sorniona.
- Blake?
- Che cosa vuoi ancora?
- Mi fai vedere quel trucchetto che mi piaceva tanto? Quello del sasso.
Blake sgranò gli occhi a tale richiesta.
- Non me lo hai più chiesto. Non me lo hai mai chiesto da quando-
- Ti prego – lo supplicò con uno sguardo tristemente lacerante, uno sguardo sin troppo adulto per appartenere ad una bambina.
Blake annuì e si accovacciò. - Hai trovato un sasso appuntito per me, Bonnie? – le domandò, come faceva sempre un tempo, quando la scorgeva da sola, ad attendere che il suo papà uscisse da quel buco senza fondo.
Bonnie annuì e infilò la manina nella tasca ma, come accadeva sempre, non lo trovò. – Dov’è finito? -chiese. - Ricordo di averlo messo proprio qui…
- So io dov’è – le rispose Blake infilando la mano nella sua di tasca, e tirando fuori il sasso di Bonnie.
- Come hai fatto?
Di rito, il ragazzo chiuse la mano destra a pugno con il sasso dentro, poi avvicinò l’altra mano all’orecchio di Bonnie, la mosse come per afferrare qualcosa, e vi tirò fuori lo stesso sasso, il quale era miracolosamente scomparso dall’interno della mano destra.
Bonnie batté le manine entusiasta. – Mi piace questo nuovo trucchetto.
- Bene. Dopodomani … te ne mostrerò un altro.
Un magone intenso e deflorante lo colpì, mentre la guardava in quegli occhi tanto familiari e tanto infantili, rivedendoci di nuovo, per la prima volta, la stessa bambina che era morta quel giorno, sepolta da chili e chili di terra scura, e non il suo fantasma ossessivo e perseguitante.
- “Lei si sta per svegliare...
Lei si è svegliata...” – iniziò ad intonare la piccola.
Ora. Ora la riconosceva. Riconosceva quello stesso fantasma tormentante.
- “Ha cercato tutti i suoi pezzi e li ha rimessi per bene insieme.
Hanno iniziato a muoversi da soli
Hai visto il mio sudario, madre?
È tutto bagnato dalle lacrime.
Ti prego, smetti di piangere, mamma
Altrimenti non riesco ad addormentarmi nel mio lettino sottoterra” – concluse, prendendogli poi una mano, visibilmente più grande e lunga delle sue, stringendola. – Resterò con te – gli promise tra le lacrime, e il ragazzo non capì inizialmente. – Resterò con te anche quando sarai su quel soppalco e il fuoco consumerà ogni parte di te, reclamandoti.
Goditi il sole, Blake.
Cerca di osservarlo il più a lungo possibile.
Il sole ti illuminerà quando brucerai e tu, tu, quel giorno, dovrai essere in grado di guardarlo.
E con quella profezia nelle orecchie, Blake aprì gli occhi, incontrando la luce del sole che lo colpiva, dalla finestra alla sua destra.
Era un sogno. Uno dei tanti, uno dei migliori, forse.
Si ritrovò semisdraiato sul divano di pellicce accanto all’entrata, di fronte al camino spento, i piedi a terra e la schiena comodamente poggiata sullo schienale.
Si voltò verso il sole che entrava dalla finestra, come richiamato dalle parole di Bonnie.
Stava arrivando la primavera, e con essa il caldo.
Il sole si stava intensificando ed ora entrava in ogni spiraglio libero della casa.
Si godette quel piacevole calore, fermo e in silenzio, le palpebre ancora semichiuse, fin quando Quaglia non proruppe nel suo campo visivo.
L’uomo gli rivolse un sorriso quasi paterno e si sporse verso di lui, afferrandogli una ciocca di capelli castani e tastandola, per capire quanti granelli di terra vi fossero imprigionati. Quando lasciò andare la ciocca dalla consistenza farinosa si ritrovò le dita piene di quei granelli.
- Buongiorno – gli disse.
- Che ore sono…? – domandò Blake con un fil di voce.
- Come vedi il sole è già alto in cielo e ti sta illuminando da qualche oretta, suppongo, incoraggiandoti a sorgere e a splendere. È tarda mattinata.
Ti sei addormentato qui, in soggiorno. Esattamente come ieri e come il giorno prima.
Sei stato tutto il pomeriggio, la sera e mezza nottata alla galleria, a scavare con gli scavatori, con la testa sepolta sottoterra dove ti piace tanto stare; poi, sfinito, sei tornato a casa e ti sei abbandonato qui, addormentandoti. Qualche vago ricordo al riguardo?
- Qualcuno, sì.
- E mentre tu ti ustionavi qui al sole nell’incoscienza, sai cosa ho fatto io, invece?? – domandò con una certa fierezza.
Blake non disse niente, lo guardò dal basso in attesa, sempre con gli occhi semichiusi dal sonno, e un vago sguardo interrogativo.
- Ho terminato di ristrutturare la fucina! Insomma, il grosso lo abbiamo fatto insieme negli ultimi giorni, certo, ed era già un ottimo lavoro, però mi sono preso questa mattinata per rifinire i dettagli rimanenti, ed ora è davvero perfetta. Vuoi venire a vederla?
- Ho bisogno di un bagno, prima – rispose il ragazzo stiracchiandosi e aderendo ancor di più alle pellicce su cui era abbandonato, voltando il viso dalla parte opposta al sole.
- Sarebbe il nono bagno in cinque giorni.
- Quaglia. Lo hai constatato anche tu: ho terra conficcata in ogni piega del corpo, anche dentro i calzoni. Azzarderei a dire che ne ho bisogno.
- D’accordo, ma stavolta al rifornimento di acqua ci pensi tu.
- C’è stata una sola volta in cui non ci abbia pensato io…?
- Ah, e un’altra cosa – disse l’uomo accostando ancora il volto verso di lui e affilando lo sguardo. - Dovresti evitare di addormentarti di nuovo sotto al sole: il tuo naso si sta spellando. D’altronde, hai il naso come quello dei gatti, non è strano che sia la prima zona a spellarsi.
- Che cosa…?
- Il naso come quello dei gatti. Che tende all’insù. Verso il sole. Come altro posso dirlo?
- Quaglia..
- Che c’è? Guarda che è molto amato e invidiato il tuo tipo di naso, le donne ne vanno pazze.
- Quaglia…
- Comunque non lo sapevi? Che restare troppo sotto il sole fa male a chi non vi è abituato?
- Quaglia, è troppo chiedere di darmi tregua, per cortesia? – la voce del ragazzo era pericolosamente vicina al truce, nonostante la sua postura fosse rilassata e la testa adagiata indietro.
L’uomo sorrise divertito, lasciandosi cadere seduto accanto a lui.
- Ad ogni modo, ho preparato anche la colazione. Immagino avrai una fame da lupi.
Blake accennò un impercettibile sorriso. – Ho un buco nello stomaco grande quanto la tua inappropriatezza. Mangerei persino quella stomachevole poltiglia che preparava mio padre e che spacciava per zuppa d’avena.
Quaglia si voltò a guardarlo, spostando lo sguardo verso l’opale appeso al suo collo.
- Senti la sua mancanza?
Blake, il quale si aspettava una domanda simile, restò con gli occhi fissi sul camino spento. – Qualsiasi cosa io risponda sarebbe la risposta sbagliata. Lo sarebbe per te, lo sarebbe per me, o lo sarebbe per gli altri. E no, ora non cominciare ad introdurre un discorso sul rapporto difficile tra te e tuo padre, di cui hai ricordi frammentati, perché non sono in grado di reggerlo.
Quaglia accennò un sorriso in risposta. – Quando mi sono svegliato e mi sono ritrovato dinnanzi alla tua faccia, e a quella di Ephram, mi sentivo vuoto, perso, spaesato.
Letteralmente “nessuno”.
Ma mi è bastata una giornata con voi e con Selma per comprendere che mi aspettasse molto da vivere, che il futuro aveva qualcosa per me, nonostante non ricordassi chi ero.
Siete stati il mio baluardo di speranza, un po’ come lo sono dei genitori per i neonati.
Non dirò mai una parola di tutto ciò ad Ephram, o il suo ego si gonfierà ancor di più – disse, sorridendo tra sé.
- Non dovresti dirlo neanche a me – rispose Blake. – Ephram è una persona migliore di quanto non creda.
- Strano vederti in vena di complimenti – constatò l’uomo, facendo abbassare il volto del ragazzo, che si delineò in un amaro sorriso.
- Sto riflettendo su un paio di cose.
- Hai uno sguardo strano. Colpa di uno dei soliti incubi?
- Non sono solo incubi – rispose serio. – Dobbiamo accettare il fatto che siano allucinazioni e che io sia più folle di quanto la gente creda. Dovresti accettarlo anche tu.
- Io l’ho accettato.
- Non credo proprio – gli rispose di getto, voltandosi a guardarlo.
- Per quanto possa sembrare conveniente da dire, Blake, nel corso della mia vita passata ho conosciuto uomini, alchimisti, molto più folli di te. Non basta essere tormentati da spiriti e allucinazioni per perdere il senno. Mio nonno era un pazzo, la cui ossessione è arrivata a rischiare di decimare un intero villaggio. Non esercitava l’alchimia per fare del bene.
- Non lo faccio neanche io.
- Ah no?
Hai passato la tua intera, seppur breve, vita ad annullarti per dare qualsiasi tipo di cura a tuo fratello, a provare letteralmente di tutto per guarirlo.
Poi, quando sei riuscito a farlo stare meglio, ti sei messo alla ricerca della polvere nera per un nobile fine, di cui ancora quasi nessuno è a conoscenza.
Per quanto tu possa essere un mascalzone, algido, cinico e indisponente.. tutto ciò che vedo nelle tue azioni è bene.
- La trasmutazione non ha nulla di nobile.
- La trasmutazione dell’anima sì.
- Ma non è quello che sto cercando.
Neanche ciò che ho fatto al Giudice ha nulla di “buono”.
Il fine dell’alchimia dovrebbe essere positivo, mirato a raggiungere la luce.
Io non sento di star percorrendo quella strada.
- Qualunque strada tu stia percorrendo, Blake, è la strada che ti sei scelto.
Non credi in Dio, ma hai una morale. È questo l’importante.
Sai cosa è giusto e cosa è sbagliato, conosci qual è il limite da non superare – dicendo ciò, si voltò a guardarlo, di nuovo. Solitamente Blake appariva sempre più grande, più maturo dell’età che aveva. Quella fu la prima volta in cui, in lui, vide il ragazzo di soli diciassette anni che era in realtà, con quel viso giovanissimo e delicato rivolto verso il basso, gli occhi grandi e persi chissà dove.
Ma qual era il vero fine dell’alchimia, alla fin fine?
Forse padre Craig avrebbe saputo cosa dire in quel momento.
Loro tre erano riusciti a stabilire una bella connessione reciproca.
Il pensiero del giovane prete cacciato di casa gli invase la mente, e fu come se Blake lo percepì distintamente, in quanto gli diede improvvisamente un’informazione che non aveva chiesto:
- Sta bene. Padre Craig ha chiesto ospitalità a Judith e lei gliel’ha data. Sta vivendo alla cattedrale del Creatore.
- Chi te lo ha detto?
- Judith.
Quaglia non fece ulteriori domande.
Sapeva non fossero affari suoi, e la speranza di poter un giorno anche lui ritagliarsi uno spazio dentro il cuore di Judith era stata soppiantata da altri ideali ben più importanti e urgenti al momento.
Nonostante tutto…
- So che hai tentato di approcciarla – disse improvvisamente Blake, senza alcun tono di accusa.
Quaglia si voltò a guardarlo, studiandolo ancora. – La cosa ti disturba?
- Come non provo gelosia verso Imogene, non la provo verso di te, né la proverò verso nessun altro che l’avrà in futuro. Ho rinunciato a lei settimane fa.
- Ma lei non ha rinunciato a te – affermò quella verità oggettiva, con calma e tranquillità.
Blake sembrò non capire.
- Vi ho visti. Alla cerimonia funebre. Lei… non appena ti ha visto, era come se avesse visto qualcosa di raro, intenso e prezioso.
- Crede di non conoscermi, Quaglia. È normale che mi guardi come si guarda qualcosa di nuovo e inesplorato, uno sconosciuto interessante, specialmente se tal sconosciuto è in lutto.
- Credeva di non conoscere nemmeno me e padre Craig. Eppure, non ha mai guardato nessuno dei due così.
Nemmeno Imogene.
Credo non abbia mai guardato nessuno come guarda te.
Ti guarda come si guardano le cose importanti. Davvero importanti.
Blake si voltò verso di lui, con lo sguardo di qualcuno che non crede ad una sola parola che gli è stata detta, ma che permette comunque allo speranzoso seme del dubbio di insinuarsi in lui.
- Tutto quello che avevamo non c’è più – confermò ugualmente.
- E se il suo sentimento rinascesse, daccapo, esattamente come prima? Come reagiresti? – lo mise alla prova. Voleva sentirgli dire che la voleva, che la desiderava, per una volta.
Non perché volesse soffrirne, ma perché voleva vederlo, voleva sentirlo desiderare qualcosa che non fosse lo scavalcare la natura o il sostituirsi a dio, per una volta.
Qualcosa che non fosse la galleria, che non fosse la polvere nera, che non fosse la trasmutazione o una cura per una malattia incurabile.
Qualcosa di essenzialmente umano, come umano era l’amore.
L’amore che era convinto Blake provasse verso il rarissimo fiore scarlatto che era Judith.
Ma non accadde. Non ammise nulla davanti a lui.
Eppure, quando quel sentimento fosse nato di nuovo in lei, esattamente come era prima.. era certo che Blake avrebbe colto l’occasione stavolta, rimediando all’errore di non averla colta in passato, quando avrebbe dovuto.
Ed era giusto così.
In tale equazione, lui e padre Craig ne uscivano inevitabilmente sconfitti.
Ma ciò non sarebbe importato.
Eppure, la preoccupazione per padre Craig non poté evitare di farsi strada in lui.
Quaglia, così come Philippus, teneva ai suoi amici, aveva sempre tenuto a loro.
Craig, quell’uomo sin troppo candido e buono per il mondo in cui si era ritrovato a vivere, ne sarebbe uscito distrutto, molto probabilmente.
Era un’eventualità che Quaglia voleva evitare, o almeno tentare di evitare.
Ma qualsiasi cosa avesse fatto, avrebbe potuto peggiorare la già delicata situazione dei due, perciò doveva essere cauto e maneggiare quel filo spinato con cura e dovizia.
- Ti sei interessato di padre Craig – disse, riprendendo il discorso di prima. – Hai chiesto a Judith se fosse con lei per sapere come stesse. Dunque tieni a lui – tentò, guardandolo di sottecchi.
Blake non ebbe particolari reazioni, ma fece ricadere ancora la testa all’indietro, sopra lo schienale morbido, volgendo il volto verso il cielo.
- Perché ne sembri tanto sorpreso? Ovvio che io tenga a lui.
Quaglia alzò le spalle in risposta. – Il tuo atteggiamento nei suoi confronti è criptico, talvolta. Sembra quasi che da lui tu pretenda più che dagli altri. Cosa deve farsi perdonare da te, Blake?
Il ragazzo vi pensò su. – È ancora qui. Dopo tutto quello che è successo, è ancora qui, a Bliaint.
Quaglia aggrottò le sopracciglia, cercando di non dire una parola di troppo. – E per quale motivo credi lui sia ancora qui?
- Non vuole staccarsi da me. Da me e da Judith.
L’uomo sgranò gli occhi. Forse, al contrario di quello che pensava, Blake sapeva… forse lo aveva già capito da tempo.
- La sua è una vera e propria dipendenza – continuò il ragazzo. – Non capisco cosa voglia dimostrarmi con questo. Non lo capisco. E lui non capisce me.
Oppure no. Non lo aveva capito, invece, perché per lui era inconcepibile.
Persone come Ephram o Beitris dimostravano subito, in maniera diretta e palese, cosa volessero da qualcuno. Blake era avvezzo a questo tipo di atteggiamento, quello di persone affatto discrete nel mostrare un interesse carnale, che non avevano paura di guardare troppo, di parlare con lo sguardo.
In parte anche con Judith era stato così, anche se il processo era stato più graduale.
Padre Craig, invece, era tutta un’altra storia.
Era un uomo davvero particolare e interessante, padre Craig.
Padre Craig aveva paura del proprio sguardo. Ne era terrorizzato.
Padre Craig non conosceva il proprio corpo, non sapeva di cosa fosse capace, doveva ancora imparare ad accettare i propri sentimenti, le proprie emozioni viste e sentite come dannose e peccaminose.
Padre Craig aveva paura di se stesso e di quello che era in grado di provare.
Quel giovane uomo possedeva tutto l’amore del mondo dentro di sé, e lo avrebbe donato tutto, senza remore, ad una sola persona. O meglio, a due.
Ma quella persona, la persona che gli aveva rubato il cuore dal primo momento in cui aveva posato gli occhi su di lui, non voleva amore.
Non lo voleva, faceva fatica a non rigettarlo persino da colei che aveva l’onore di essere ricambiata da lui, e ciò rendeva il tutto ancor più complicato e straziante.
Non era un rifiuto, non vi era mai stato un vero e proprio rifiuto, altrimenti sarebbe stato tutto più semplice, e quel giovane prete dal cuore grande avrebbe potuto farsene una ragione. Sicuramente ci sarebbe voluto del tempo, molto tempo, ma forse, andandosene via da Bliaint e non tornando più, avrebbe potuto seppellire quell’amore impossibile e velenoso da qualche, sostituendolo con altro.
Oppure, nella peggiore delle ipotesi, si sarebbe lasciato deperire e morire lentamente.
Ma dato che un rifiuto non c’era mai stato, così come non vi era mai stata un’esplicitazione dei suoi sentimenti, la speranza continuava a piantare radici insidiose e solide in lui, aggrappandosi a letteralmente qualsiasi cosa, pur di sopravvivere.
Un circolo vizioso terribile e scandalosamente intrigante insieme: padre Craig continuava ad amarlo follemente di nascosto, e Blake continuava a non accorgersi di essere guardato e desiderato in tal modo, poiché, fin quando la realtà dei fatti non gli fosse stata sbattuta in faccia con violenza, non l’avrebbe notata neanche vagamente.
Il suo non desiderare alcun tipo di attenzione, portava a questo.
Ma padre Craig non riusciva a non dargli attenzioni, neanche con una grande dose di impegno.
Eccolo, il fulcro della loro eterna discordia.
Se solo Blake lo avesse saputo… avrebbe posto fine alle sue sofferenze, rifiutando tutto il suo amore forse con più garbo di quanto credeva fosse capace, e sarebbe finita.
Probabilmente Judith lo aveva già fatto, considerando quanto la fanciulla fosse sensibile e perspicace sotto tal punto di vista.
Non vi era alcuna possibilità che il ragazzo ricambiasse. Nessuna.
Quella situazione andava avanti da mesi. Quaglia non riusciva neanche ad immaginare quanto dovesse essere sfiancante per padre Craig tutto ciò.
- Non dovresti essere così duro con una persona che pende dalle tue labbra – lo disse senza pensare, spinto dalla frustrazione e dalla tristezza nei confronti di quel sentimento devastante che stava consumando quello che oramai considerava un amico.
In ogni caso, Blake non avrebbe interpretato quella frase nel modo giusto.
- Sono duro con lui proprio perché pende dalle mie labbra – rispose il ragazzo voltandosi a guardarlo.
- Per quale motivo?
- Non ho bisogno della devozione di nessuno.
- Dunque, lo stai punendo per la sua devozione? Perché gli importa tanto di te da donarti delle attenzioni che non dà ad altri?
- Oh Quaglia, non lo tratto diversamente da come tratto te e qualsiasi altro.
- Ma lui si merita di più da te.
- Cosa si merita da me?
Quella domanda lo fece ammutolire.
Era in una strada di non ritorno.
- Non fraintendermi. Lo so che qui a Bliaint nessuno fa nulla senza interessi. Ogni azione ha sempre la finalità di ottenere qualcosa in cambio. Ma non è quello che volevo dire.
Lui non vuole nulla in cambio, da te. Nulla – affermò con convinzione, come per convincerlo, ma scoprì subito che non ve ne fosse bisogno:
- Lo so – gli rispose Blake accennandogli un sorriso. – Lo so bene. Il giorno in cui lui arrivò a Bliaint da Armelle, lo accolsi con molta diffidenza. I miei genitori mi diedero il compito di fargli da guida, e io avrei preferito fare letteralmente qualsiasi altra cosa, pur di non trascorrere la giornata a fare da balia ad uno straniero.
Lui aveva un atteggiamento buffo ed estremamente impacciato, e nonostante avessi percepito che fosse un uomo buono, non riuscivo a fidarmi di lui.
Però mi divertiva stuzzicarlo giocosamente, qualcosa che ho sempre amato fare con le personalità come la sua.
Padre Craig non mi tratta diversamente da come mi ha trattato quel primo giorno, in cui ci siamo conosciuti.
Io ero volutamente irritante, ma lui mi ha sempre trattato con bontà, una bontà traboccante di attenta premura, celata dietro quell’aria impacciata, fintamente accigliata e sostenuta.
Piano piano, con infinita pazienza e grazia, è riuscito a guadagnarsi la mia fiducia.
Per questo so che non vuole nulla in cambio.
Non l’ha mai voluto.
Ma ciò non toglie il fatto che non capisco cosa voglia dimostrarmi.
Quaglia aveva la bocca schiusa per la sorpresa e gli occhi sgranati, a tale influsso di informazioni.
L’ha sempre amato.
L’ha amato nonostante il suo atteggiamento scontroso e provocatorio.
L’ha amato senza rendersene conto, nonostante qualsiasi altra persona avrebbe recepito i segnali e gli sarebbe stata alla larga.
Forse lo ha amato proprio per questo.
Ha perseverato sempre e lo ha amato dal primo attimo.
Motivo per cui lo avrebbe amato fino all’ultimo.
Tale pensiero lo fece immergere nuovamente in una fitta tristezza, persino più angosciosa di prima.
Per quanto Quaglia tenesse a Blake, lo rispettasse infinitamente, lo ammirasse, nutrisse un immenso amore fraterno nei suoi confronti, non poté fare a meno di pensare che Blake non se lo meritava un amore così.
Si voltò a guardare il suo profilo, di nuovo, riconfermando la sua ipotesi: Blake era strano quel giorno.
Perso in luoghi dove Quaglia non poteva accedere e ciò, inevitabilmente, lo allarmava.
Chissà se la ragione del suo stato erano Ioan ed Heloisa, lontani da lui.
- Questi giorni ho pensato spesso a tua madre. Alla sua situazione, e a come possa stare Ioan soprattutto. Credi si stia ribellando o che si sia adattato a stare con lei? Pensi… che stiano bene? Non vorresti chiedere qualcosa a Imogene a riguardo?
Blake strinse i pugni tra loro, involontariamente. – È troppo rischioso. Non voglio mettere mio fratello in pericolo, in alcun modo – rispose. Razionale e pratico, come sempre. – Mi manca – ammise, sottolineando qualcosa che sì, era ovvio, ma che era molto difficile sentirgli dire.
- Vedrai che presto-
- No, non dirlo. Non dire menzogne tali a cuor leggero. Sai che non è così – lo bloccò il ragazzo. – I monaci la stanno già cercando. La cercheranno ovunque. Questa faccenda non si risolverà in poco tempo. Non sappiamo quanto dovranno restare nascosti – concluse, atono e apparentemente rassegnato.
A ciò, Quaglia stava per rialzarsi in piedi e incoraggiarlo a fare altrettanto per fare colazione insieme, ma Blake parlò di nuovo:
- Quaglia?
- Sì?
- Cosa credi avrebbero fatto le genti del tuo villaggio se un servo del Diavolo di Bliaint fosse approdato lì, con l’intenzione di restarci?
Tale quesito improvviso lo destabilizzò un poco. – Intendi chiedermi se si sarebbero comportati come si sono comportati a… Carbrey, con te?
Blake non rispose, dandogli una muta conferma.
- Beh.. non so dirtelo con certezza.
Sarebbe bello poter dire non si sarebbero comportati in maniera tanto bestiale e brutale.
Ma, a dir la verità, non lo so. Il mio villaggio non era un villaggio particolarmente religioso, quindi, forse…
- Ho capito – lo bloccò Blake. – Ti manca Philippus?
- Che cosa…?
- Ti ho chiesto se, talvolta, ti manca Philippus – ripeté il ragazzo, voltandosi a guardarlo.
Il mio vecchio me?
Mai.
- Forse.
I due vennero interrotti dal bussare della porta.
Blake si accigliò. – Aspettavi qualcuno?
- A dir la verità sì – rispose Quaglia, dandosi dell’idiota per essersi dimenticato a chi avesse dato appuntamento a casa quella mattina.
Scattò in piedi e andò ad aprire la porta, trovandosi davanti la figura scura di Hinedia.
La ragazza se ne stava a debita distanza, almeno a tre metri dalla porta, come se la sola idea di avvicinarsi a quella casa la impaurisse e tentasse insieme.
- Buongiorno – la salutò cordiale, vedendola alzare gli occhi su di lui e ricambiare con un debole sorriso.
- Buongiorno a voi.
- Non volete entrare?
- Preferisco rimanere qua fuori – disse lei, a disagio. – Vi aspetto qui.
Quaglia annuì. – Allora entro dentro e prendo l’occorrente. Possiamo spostarci nel retro della casa, così non saremo disturbati dai passanti – detto ciò, osservò i vestiti larghi, modesti e affatto agevoli che indossava la fanciulla. – Non potete combattere con quegli abiti – le disse senza filtri, vedendola sgranare gli occhi scuri.
Ella si diede un’occhiata da sé, poi rialzò lo sguardo imbarazzato sull’uomo. – Cosa… cosa dovrei indossare?
- Ora entro e vi prendo degli abiti giusti. Non vi vergognate ad indossare abiti maschili, vero? Se non volete entrare, potete cambiarvi nel retro della casa. Non passa mai nessuno di lì – detto ciò, senza attendere la risposta di Hinedia, rientrò in casa e prese tutto il necessario.
Dopo circa venti minuti, erano entrambi nel retro della casa, con la giumenta che li osservava annoiata, un bastone lungo e resistente stretto nelle mani di ognuno, e un’Hinedia quasi irriconoscibile: con dei pantaloni lunghi e non eccessivamente larghi, le forme morbidamente fasciate, una maglia leggera che le lasciava le braccia scoperte, Quaglia dovette ammettere che, nonostante il viso lasciasse indubbiamente a desiderare, la ragazza possedeva delle forme corporee niente male.
Non era eccessivamente bassa, e aveva la carne disposta nei punti giusti.
Era stata una bella trovata farle indossare alcuni dei propri abiti, e non solo perché in tal modo sarebbe stata più comoda e facilitata, ma anche per farle acquistare un po’ più di fiducia in se stessa.
Era la loro prima lezione e non era più nella pelle all’idea di insegnarle a combattere: per quanto non fosse la sua attività preferita, era una vita che non lo faceva.
- Prima regola da sapere nel combattimento: guardate sempre il vostro avversario, mai distogliere lo sguardo da lui – si raccomandò, mettendosi in posizione, e lei lo imitò, annuendo.
Andarono avanti per un po’, egli le insegno le tecniche base, fecero alcuni affondi, la fece esercitare con calma nell’attacco e nella difesa.
Hinedia era volenterosa, attenta e sorridente. In appena un’ora, l’espressione sul suo volto si era alleggerita e distesa totalmente. Si stava divertendo, e Quaglia non poté che esserne fiero.
Forse era anche merito del sole che li stava illuminando dall’alto.
Dopo l’ennesimo affondo da parte della ragazza, si aggiunse una figura a loro, la quale si affacciò dallo spigolo esterno della parete. Blake appoggiò la spalla al muro, rimanendo in disparte e a braccia conserte.
Non appena Hinedia lo vide, una serie di emozioni diverse si alternarono nel suo volto, Quaglia le riconobbe distintamente: imbarazzo, vergogna, senso di colpa, felicità, trepidazione.
- Buongiorno – lo salutò lei, distraendosi dal combattimento.
- Buongiorno a te – ricambiò il ragazzo.
- Come stai? – non poté fare a meno di domandargli la fanciulla.
- Non c’è male – rispose lui, sapendo bene che gli occhi stanchi e i vestiti sporchi di terra lo tradissero.
Se Quaglia voleva riacquisire pienamente l’attenzione di Hinedia su di sé per continuare la lezione, sapeva che avrebbe dovuto mettercisi d’impegno. L’alternativa sarebbe stata esortare Blake a rientrare in casa, ma non voleva farlo.
Per quanto Hinedia fosse di certo in soggezione davanti allo sguardo e alla presenza di Blake, si trattava di una soggezione positiva, che la spronava a fare di più, a fare meglio, per sorprenderlo.
- Stai distraendo la mia sfidante – gli disse giocosamente, continuando a guardare Hinedia, la quale emise un fugace sorriso imbarazzato, poco prima di parare un colpo di Quaglia.
Blake alzò le spalle in risposta, continuando ad osservarli incuriosito. – Non sapevo sapessi combattere.
- Beh, che te ne pare?? – gli domandò Quaglia, continuando a parare colpi.
- Discreto.
- “Discreto”?! – esclamò l’uomo fintamente offeso da quell’aggettivo provocatorio. – Come vedi, la mia allieva, a differenza tua, apprezza i miei insegnamenti – disse fiero, poi abbassando il bastone e voltandosi verso di lui. – Vuoi provare tu? – gli domandò in tono di sfida, porgendoglielo. – Dovresti provare.
Ma Blake, con un sorriso di superiorità, negò con la testa. – Non ne ho bisogno.
- Oh certo, giusto: scavare tutto il giorno e sbattere un martello su un’incudine ti insegnano già tutto quello che ti serve sapere per difenderti da un attacco armato – disse pungente, tornando su Hinedia, la quale sorrise di nuovo e riprese a parare i colpi.
Blake sorrise a sua volta in risposta, un sorriso che Quaglia non poté vedere, in quanto gli dava le spalle, un sorriso illuminato dal sole che lo colpiva, donandogli un calore lenito dal venticello che gli muoveva i capelli.
Si sentì spensierato per un attimo, solo uno, mentre guardava quella coppia improbabile andare inspiegabilmente d’accordo, e sfidarsi a colpi di bastoni in maniera scattante e intrattenente.
Chiuse gli occhi, godendosi quel vento e quel sole rigeneranti, mentre ascoltava i colpi di bastoni in sottofondo, il rumore dolce degli stivali che pestavano l’erba e lo sbruffare di Aliya.
Hinedia si distraeva a guardarlo ogni tanto, perdendo lievemente la concentrazione, ma non tanto da farsi atterrare dai colpi del suo maestro.
Vederlo così in pace, etereo nel suo stato di dolce trance apparente, solo lievemente infastidito dal sole a causa dei suoi occhi chiari, ma non turbato da ciò… la fece sentire bene.
Come se potesse essere perdonata.
- Signore! – esclamò la voce di un bambino piombato all’improvviso lì, rompendo quel piccolo idillio.
Il piccolo si stava rivolgendo a Blake.
- Cosa c’è? – gli domandò il ragazzo.
- Siete voi Even Blake?
- Sì.
- Ho una lettera per voi.
Blake ringraziò, prese la lettera e rientrò in casa.
Hinedia lo osservò andarsene, ignara che vi fosse anche un’altra presenza a poca distanza da loro, la quale li stava fissando da diversi minuti: Van Naren, nascosto nel retro di un’altra abitazione, scrutò ogni dettaglio di quella scena, per poi infilarsi le mani in tasca e andarsene nel momento stesso in cui il ragazzo era rientrato in casa.
 
I sensi di colpa per non aver detto nulla a nessuno lo stavano divorando vivo.
Il solo pensiero che per colpa sua a quel ragazzo potesse venir fatto del male…
Padre Craig non era riuscito a dormire a causa di ciò, a causa del proprio egoismo.
Avrebbe potuto dirlo comunque a qualcuno, a padre Thomas, ad esempio, per non mettere in pericolo Judith direttamente. Oppure parlarne proprio con padre Cliamon, per capire cosa lo avesse spinto a prestarsi ad un incantesimo tanto crudele e peccaminoso.
Tuttavia, se lo avesse fatto, Myriam avrebbe sicuramente fatto avverare la sua minaccia, e lo avrebbe fatto risvegliare la mattina seguente nel corpo di un’altra persona. Facendolo restare lì.
Poteva essere chiunque: un bambino orfano, una locandiera della Taverna, un vecchio sul letto di morte… a quel punto, nessuno gli avrebbe più creduto e la sua vita sarebbe finita.
Scese le scale e raggiunse una delle stanze più inesplorate della cattedrale ora semivuota.
 
Imogene terminò di scrivere la lettera e la imbustò.
Guardò tutto il denaro guadagnato in quei giorni ben insacchettato.
Era arrivato il momento. Sperava che le due pesti si sarebbero fatte leggere la lettera da qualcuno, o che avessero imparato a leggere nel corso di quei mesi.
Presto avrebbe compiuto l’incantesimo che avrebbe fatto arrivare ai suoi nipoti tutto il denaro di cui avessero bisogno, sperando che ciò potesse aiutarli.
Glielo doveva. Lo doveva a Drusilla in particolar modo.
L’unica famiglia rimastale ora, era sua cugina Heloisa.
Per quanto potesse amare Judith (oramai aveva imparato ad ammettere di amarla), la famiglia rimaneva sempre la famiglia. Nemmeno il rischio di mettere in pericolo Judith avrebbe potuto impedirle di aiutare la sua famiglia.
Rifletté sul perché fosse lì, su quando fosse iniziato tutto.
Il desiderio di crescere i gemelli di Judith come fossero i suoi si era trasformato in un amore puro e genuino nei confronti della ragazza.
Nei suoi sogni più proibiti, lei e Judith crescevano quei bambini insieme.
Ma Judith non li voleva i suoi bambini.
Voleva continuare a vivere la sua vita autonomamente, indipendente da tutto e da tutti, a raggiungere i suoi obiettivi senza nessuno ad intralciarla.
Pazza. Ingrata. Ma la amava proprio per questo.
Non aveva conosciuto nessuna donna tanto coraggiosa, decisa e ostinata.
Tuttavia, quei gemelli, nascendo, l’avrebbero uccisa.
E lei ne era consapevole. Eppure, non riusciva ad ucciderli.
Poteva esistere rapporto più tossico e morboso di quello?
Ripensò ai suoi, di bambini.
Al primo, il maschio, la sua perdita più grande, morto in grembo.
Alla seconda, la femmina, il suo rimpianto più grande, morta per mano sua.
Poi ripensò ad altri bambini.
Ai bambini sciagurati. I bambini prigionieri ai quali era stato rubato tutto, una vita intera.
Se i suoi figli non fossero morti e fossero vissuti al villaggio, avrebbero incontrato un destino simile a quello di quelle povere creature immacolate, bramate e massacrate dai monaci?
Le sarebbero stati strappati in culla?
Anche a quelli di Judith sarebbe toccato un destino simile?
No, i bambini di Judith rischiavano molto di più.
I bambini di Judith erano un abominio: figli del frutto di un servo del Creatore e di una serva del Diavolo, qualcosa che non accadeva da centinaia di anni.
Judith avrebbe dovuto ringraziare i due signori e qualsiasi altro dio del cielo esistente, per il fatto che i gemelli somigliassero molto più a lei che al loro padre.
Imogene aveva potuto vederli in visione, li vedeva ogni volta che entrava in contatto con loro, toccando il ventre gonfio della sua amata.
Sarebbero stati belli e forti.
E avrebbero potuto sviare ogni sospetto dei monaci e del villaggio, somigliando tanto alla madre.
Il suo pensiero ritornò ai bambini sciagurati, abusati nel corso dei secoli.
Oramai lei e Heloisa erano arrivate troppo lontane per poter tornare indietro.
Aveva svelato troppo. L’unica cosa da fare, ora, era scoprire, scoprire sempre di più, scavare più a fondo per non poter più tornare indietro.
E solo gli dèi potevano sapere quali altre abominevoli atrocità avrebbero scoperto, andando avanti in quella proibita ricerca nelle cripte.
Imogene aveva il terrore che avrebbero svelato qualcosa che avrebbero preferito non sapere, e che le avrebbe perseguitate per il resto della vita.
Esisteva un villaggio più turbe e mostruoso di Bliaint?
Un luogo in cui le perversioni e nefandezze sessuali fossero più disumane?
E lei, lei che portava il nome di Imogene, era davvero meglio di quei monaci che per secoli avevano perseguito tale strage?
Lei, che aveva ucciso la sua bambina nella culla, strappandole via una vita che le spettava di diritto dopo tanta fatica per ottenerla, era meglio di quelle bestie con la tunica monacale?
Ad ogni modo, non vi era scampo: i servi del Diavolo erano da sempre stati in pericolo tra le grinfie dei monaci.
Che fosse per il loro aspetto desiderabile, che fosse per la libertà di praticare la magia nera, che fosse per le invidie che suscitavano nei servi del Creatore, loro sarebbero stati sempre in pericolo.
Non vi era via di fuga che non fosse andarsene via di lì, il più lontano possibile.
Maroine e Maringlen, alla fin fine, avevano preso la decisione più giusta.
Ephram e Myriam l’avevano pregata di aiutarli a fare l’incantesimo di protezione per il villaggio, per difendere Bliaint dagli attacchi degli stranieri.
Non capivano che gli unici nemici da cui dovessero essere difesi, non erano gli stranieri, bensì gli abitanti di Bliaint stessi.
Erano tutti in pericolo, allo stesso modo.
Il disgusto verso se stessa e verso il mondo intorno a sé la invase, fin quando il rumore di nocche che bussavano alla sua porta non la riscosse dalle sue elucubrazioni.
Si voltò verso la porta aperta dello stanzino di scrittura, mettendo a fuoco la figura del prete straniero che Judith stava ospitando alla cattedrale.
Lo scrutò e, per una volta, si concentrò su di lui nel dettaglio invece di guardarlo con sufficienza e disinteresse: quell’uomo, fuori da Bliaint, sarebbe potuto essere considerato discretamente di bell’aspetto, ne era certa.
Gli standard fuori di lì non erano molto alti, e padre Craig era anche troppo gradevole alla vista per una donna straniera comune.
Non era particolarmente basso, non aveva pochi capelli né troppi, i suoi lineamenti non erano fini, ma neppure troppo duri e marcati.
Il suo corpo era coperto da una semplice maglia di tela e dei pantaloni di stoffa scura che, tutto sommato, non gli stavano male.
Non indossava mai la tunica monacale e nessuno gli domandava mai il perché, nemmeno Judith. Semplicemente, accettavano la cosa.
- A cosa devo l’onore? – gli domandò, risultando meno sarcastica di quanto avrebbe voluto.
Padre Craig forse notò il turbamento e la stanchezza mentale nel suo sguardo, in quanto la sua espressione inizialmente scontrosa mutò in una lievemente incerta e attenta.
Che animo premuroso…
O forse era solo l’aver scorto la potente e algida Imogene in un rarissimo momento di debolezza ad avergli fatto quell’effetto.
- Avete udito che i monaci hanno dato inizio alle ricerche di vostra cugina?
Sono convinti sia stata lei, oramai. Non ne hanno alcun dubbio e sono decisi a trovarla – le disse, come se si aspettasse qualcosa da lei.
Imogene si voltò maggiormente verso di lui, girando il busto fino allo schienale della sedia, e lo guardò affilando lo sguardo. – Dunque? Avanti, ditemi ciò che volete dirmi da una settimana, vi ascolto. D’altronde è questo il motivo per cui Blake vi ha cacciato di casa, no? Non condividete la loro decisione, ed ora smaniate di sapere se Heloisa e Ioan sono al sicuro. Potevate anche abbassare la testa e accettare il tutto senza fiatare, e sareste rimasto in casa con loro; e invece no, avete sentito l’esigenza di farvi cacciare di casa e di venire qui a ronzare intorno a Judith come una mosca fastidiosa.
Non voleva essere tanto dura con quell’uomo, in realtà.
Tuttavia, lui sembrò non battere ciglio. – Ditemi dove li avete nascosti. Voglio solo sapere se stanno bene. Non lo dirò a nessuno, ovviamente. So bene che, in una situazione tanto delicata, dirlo a qualcuno, anche ad una persona fidata, li metterebbe in serio pericolo. Non lo dirò neanche a Blake.
Imogene rise a quell’ultima frase. – Blake non vi rivolge la parola.
- Me la rivolgerebbe se sapessi dirgli dove sono suo fratello e sua madre, e se stanno bene. Ma, come ho detto, non lo dirò a nessuno, nemmeno a lui. Voglio solo essere sicuro che state avendo cura di loro.
- Diffidate di me, prete?
- Sarei un pazzo se non diffidassi di voi.
- Questa famiglia… la famiglia di Rolland, vi sta molto a cuore, vero?
- Ovviamente – ammise. – Sono diventati anche la mia famiglia, in parte.
- Sono anche la mia famiglia. Heloisa è mia cugina, ve ne siete dimenticato? Credete davvero che io possa far del male a mia cugina?
- Siete una sciamana e siete sbucata fuori dal nulla quando Judith ha perso la memoria. Non so quali siano i vostri veri scopi. È legittimo da parte mia diffidare di una donna come voi – le disse senza filtri.
- Non ne dubito – gli rispose. – Ma non posso dirvi dove sono, mi rincresce: se i monaci, per qualche motivo, dovessero interrogarvi e decidere di torturarvi, anche l’animo più nobile cederebbe. Meglio non rischiare.
- Ioan è malato – disse improvvisamente padre Craig. – Non so se vostra cugina ve lo ha già detto… oramai sta bene da mesi, ma non sottovaluterei il suo malanno. Il modo in cui è stato guarito non è affatto convenzionale, perciò la sua situazione è imprevedibile – la avvertì.
- Lo stiamo tenendo sotto controllo, non temete. È tutto?
- C’è un’altra cosa: vi ho sentito parlare di un incantesimo qualche giorno fa. Vi ho sentito nominare anche i nomi di Ephram e Myriam. Cosa state tramando?
Imogene rise ancora. – Accidenti, non vi sfugge nulla! Questa sfacciataggine da dove arriva? Come potete pensare che io possa darvi tali informazioni solo perché le avete chieste?
- Ho imparato a mie spese che a Bliaint se non si è sfacciati, non si ottiene nulla.
Vi ho fatto una domanda, so bene che, se non voleste, non mi rispondereste.
Imogene lo scrutò ancora.
- Lo sapete che il vostro amato padrone di casa che vi ha cacciato ha attirato l’attenzione di persone molto potenti, vero?
Padre Craig deglutì a vuoto, ma il suo sguardo rimase deciso. – Sì, ne sono a conoscenza. Cosa c’entra ora?
- Il conte che lo sta cercando potrebbe sbarcare nelle coste del nostro continente da un momento all’altro, e a quel punto non sarebbe difficile per le sue truppe trovare la collocazione di Bliaint e venirselo a prendere, per poi decimare e saccheggiare l’intero villaggio a suo piacimento.
Io, Myriam e Ephram abbiamo fatto in modo di evitarlo.
L’uomo sgranò gli occhi per la sorpresa. – In che modo…?
- Con un potente incantesimo di protezione, quello di cui mi avete appena chiesto. L’incantesimo richiedeva la forza unita di tutti e tre per essere portato a termine.
- Dunque, in questo modo, non siamo più minacciati dal conte Agloveil, né da qualsiasi altro invasore straniero? – domandò speranzoso.
- Non è così semplice, prete – disse la sciamana alzandosi in piedi. – Tale incantesimo perdura solamente fin quando tutti e tre gli stregoni che l’hanno messo in atto rimangono in vita.
Se uno di noi tre dovesse morire o dovesse perdere il suo potere… sarà come se non avessimo fatto nulla, e saremo nuovamente esposti agli attacchi esterni – terminò dandogli le spalle. – Ora andate, prete. Non abbiamo più nulla da dirci.
Padre Craig fece per andarsene e lasciarla sola, ma prima che lo facesse, la donna parlò ancora:
- Ditemi una cosa.
- Vi ascolto.
- Nel vostro villaggio di provenienza vi sono mai stati episodi di abuso di bambini da parte dei preti? – gli domandò a bruciapelo, facendolo impietrire dall’orrore.
- Intendete dire quello che è accaduto a Judith da bambina…?
- Esatto, molestie e violenze sessuali.
Attese, attese che il prete rispondesse.
- Non che io sappia – disse infine l’uomo, con un fil di voce.
- Bene – detto ciò, la donna uscì dallo stanzino, diretta verso un luogo in particolare.
Siamo noi ad essere sudici fino al midollo, dunque.
Siamo solo noi.
Ed io, io che ho ucciso la mia bambina in fasce, sono meglio di loro?
Camminò spedita, controllando, come di consueto, di non essere vista né seguita.
Giunse alla solita cripta, alla solita “tomba dei bambini”.
Illuminò l’ennesima porzione di muro, una delle tante non ancora lette, nella quale le parole incise con cura si estendevano sempre più precise e marcate.
Poteva seguire la loro crescita in tal modo, la crescita di Dominic in particolare, quel bambino che non faceva altro che scrivere e scrivere, rivelando le atrocità a cui venivano sottoposti e che, inevitabilmente, assorbivano come spugne.
Dominic aveva spirito di sopravvivenza. Lo spirito di sopravvivenza e i soprusi subìti lo avevano trasformato in un bambino intelligente e crudele. Una crudeltà ingenua e inconsapevole, la più pericolosa di tutte.
A questo lo avevano costretto.
A questo erano stati ridotti, tutti loro.
A lottare con le unghie e con i denti per sopravvivere, pensando solo a se stessi.
Non c’era nessuno a proteggerli. Non c’era nessuno a vegliare su di loro. Non c’era nessuno a rassicurarli e a spiegare loro cosa fosse la morale, la giustizia, la bontà e la cattiveria.
Non c’era nessuno.
Solo bestie che li usavano e li gettavano come bambole di pezza.
Non sapevano di essere umani perché non conoscevano la differenza tra umanità e bestialità.
Tutto ciò che avevano erano loro stessi e la necessità di continuare respirare.
Non conoscevano altro e non desideravano altro.
Ma io che ho ucciso mia figlia… sono meglio degli aguzzini dei bambini sciagurati?
Qual è la mia giustificazione?
Quali sono le mie scuse?
Iniziò a leggere, illuminando sempre più estesamente quelle macabre scritte:
“I monaci oggi ci hanno detto che se vogliamo mangiare dobbiamo procurarci il cibo da soli.
Ma come possiamo farlo se non possiamo uscire di qui?
Sono sempre stanca ultimamente, e anche solo scrivere sui muri mi provoca dolore.
È dallo scorso inverno che non scrivo, quando il dono di madre Moreen è stato l’unico a salvarci dal freddo e dalla fame.
I monaci continuano a portare altri neonati ma noi non sappiamo come sfamarli.
Non possiamo sfamare noi stessi, come potremmo sfamare loro?
Li odio.
Odio i monaci e odio i neonati.
Abbiamo deciso con madre Suzan che, dato che siamo diventati tanti a scrivere, dobbiamo firmarci ogni volta che finiamo di scrivere.
Che altro? Oggi Tommy mi ha toccata là sotto per farmi dispetto, ma io non ho sentito niente.
                                                                                                                                      Sarah”
Imogene passò oltre:
“Cantiamo le canzoni che ci sono nei libri ma non sappiamo cosa vogliano dire.
Ogni giorno che passa abbiamo sempre più domande a cui nessuno ci risponde.
Oggi ci stiamo chiedendo tutti quanti anni abbiamo.
Gli anni si misurano in 365 giorni, c’è scritto nei libri.
365 è un numero altissimo, quindi credo che non dobbiamo avere tanti anni, nessuno di noi.
O forse sì, dato che da quando sono qui me ne sembrano passati diecimila di giorni.
Non sarei mai capace di contare fino a diecimila, non so nemmeno che numero viene dopo ‘1000’.
Lilian sicuramente lo sa, lei è bravissima con i numeri, sta sempre a contare, tanto da darmi urto.
Con i neonati in più stiamo iniziando di nuovo a stare stretti.
Quanti anni ho?
365 più 365 più 365… forse dieci. Oppure di più.
                                                                                                                                 Cameron”
La sciamana proseguì ancora:
“Credo di avere otto anni e di chiamarmi come mi chiamo perché sono stati i bambini più grandi a scegliere il nome per me.
Ma i bambini più grandi sono tutti morti, quindi non lo scoprirò mai.
I bambini più grandi erano poco più grandi di noi e sono morti per i motivi per cui potremmo morire noi.
Non so se ho paura della morte. Se non so cosa succede quando chiudi gli occhi per sempre allora non posso averne paura, no?
Ad ogni modo, Harper dice che ho un nome terribile, ma io penso che il suo sia più brutto.
Madre Moreen dice che tra qualche anno potrebbe arrivarmi il sangue perché sono molto procace e quindi diventerò donna prima delle altre.
Che significa diventare donna?
Significa avere il seno come madre Moreen e le altre monache?
Io non voglio averlo il seno.
A padre Derk piaccio così come sono, me lo dice sempre.
Che l’avessero solo le altre, il seno.
Io voglio rimanere così. Per sempre.
                                                                                                                      Nadia”
 
“Quando un bambino cresce diventa uomo e quando diventa uomo si trova una moglie e fa dei figli.
Figli come noi.
Ce lo ha detto madre Faye, un giorno.
Ma noi siamo ancora bambini o uomini?
I monaci dicono che siamo bambini.
Ma quando saremo uomini avremo dei figli?
Non so cosa implica essere o avere dei figli, è strano pensarlo.
Tutti si fanno domande qui, ma sono in pochi quelli che vogliono davvero trovare le risposte.
Vorrei rassegnarmi alla morte, sarebbe più facile, perché i monaci dicono che tanto, prima o poi tutti moriamo.
Si nasce, si cresce e si muore.
Che senso ha la vita, allora?
Qual è lo scopo?
Non so perché scrivo ancora su questi muri. Forse perché lo fanno tutti ultimamente.
                                                                                                                                      Devin”
Imogene aveva già le lacrime agli occhi ma proseguì comunque, quasi ne avesse bisogno, quasi fosse una necessità:
“Mi odiano tutti.
Mi odiano tutti qui perché so quello che va fatto e dico cosa penso.
Mi odiano ma a me non importa.
Mi chiedo come mai non mi importi mai, forse dovrebbe importarmi.
Ieri è successa una cosa. Una cosa che non era mai accaduta prima.
Necessaria, per sopravvivere. Ma nessuno, nessuno lo capisce, e nessuno vuole raccontarla.
Se porti una preda nella tana delle bestie affamate, non puoi aspettarti che queste si cuciano la bocca e la accudiscano.
Questo l’ho appreso dai libri.
Ieri due dei neonati sono morti di fame.
Una volta morti, ce li siamo mangiati.
Tutto, anche gli organi, tanto avevamo fame.
Ma non ci è bastato. I neonati erano pelle ossa e noi eravamo tanto affamati.
Fortunatamente, dopo, è morta anche Margaret, così ci siamo mangiati anche lei.
Lei ci ha saziato.
Le monache dicono che non dovevamo farlo, i monaci ci hanno guardato con disgusto.
Avrei voluto dire loro che se ci hanno portato questi neonati per sfamarci hanno fatto bene, altrimenti, se ce li hanno portati perché realmente speravano di farli crescere e diventare come noi, senza cibo né acqua, sono stati stupidi e hanno sbagliato tutto.
Ma non ho potuto dire loro nulla, perché Nadia mi ha tappato la bocca e mi ha supplicato di stare zitto, altrimenti mi avrebbero picchiato e avrebbero fatto quella cosa che amano tanto fare quando li facciamo adirare: mi avrebbero preso tutti, a turno, uno dopo l’altro.
A me non sarebbe comunque importato. Sono abituato a di peggio.
Stamattina, tutto è tornato come prima.
I monaci sembrano essersi dimenticati di quello che abbiamo fatto, e ci richiamano a scaldare loro il letto, come sempre.
È un bel termine. ‘Scaldare il letto’.
Mi sembra di avere un’utilità migliore, di essere usato meglio, se dico così.
Non capisco perché tutti quanti si sentono strani e sbagliati dopo quello che abbiamo fatto ieri, comunque.
Margaret avrebbe fatto lo stesso con noi, e ugualmente quei neonati, se solo fossero vissuti qualche anno in più e avessero provato la fame che abbiamo noi.
Non è questione di affezione, ma di praticità, di sopravvivenza.
Non li abbiamo mica uccisi noi, non abbiamo fatto loro del male.
Loro erano comunque morti, le loro anime non erano più dentro di loro.
Quello che succede al loro corpo dopo la morte, non è più affar loro.
Prima di ieri tutto ciò che riuscivo a pensare era fame, fame, fame, fame, fame.
Adesso invece, riesco a pensare anche ad altro, ed è solo merito loro.
Ci abitueremo anche a questo, a mangiare i morti per sopravvivere, così come ci siamo abituati al buio e alla puzza che c’è qua dentro.
Mi sono accorto di quanto puzzasse la cripta e di quanta poca luce ci fosse solamente quando i monaci mi hanno richiamato per la prima volta nelle loro stanze, anni fa, e ho notato la differenza.
Ci si può abituare a tutto.
Vorrei che anche i monaci fossero rinchiusi qui dentro, così si abituerebbero anche loro a vivere come viviamo noi.
No, non ce l’ho con loro.
Non ce l’ho con loro perché il mondo là fuori è peggio di qui, l’ho visto dai libri.
Loro ci hanno salvati e ci hanno anche condannati, perché non ci lasciano andare e non ci lasciano scegliere.
Ci vogliono e ci pretendono, come si fa con le cose, e questo l’ho capito tanto tempo fa.
È da troppo tempo che sono qui. Da settimane, mesi, anni. Perché è così che si divide il tempo fuori di qui.
In settimane, mesi, anni.
Oggi madre Moreen mi ha detto una cosa che non ho mai saputo.
Lei si ricorda quanti anni ho e dato che volevo saperlo, me lo ha detto: sembra che ho dieci anni.
Stamattina sono stato con padre Joyjon, e lui era di buonumore.
Così abbiamo parlato di Dio, delle divinità in generale.
Mi ha finalmente spiegato che ci sono i figli del Creatore e i figli dei Diavolo.
Il Creatore e il Diavolo sono due signori, due dèi, onnipotenti e onniscienti, che regnano su di noi e che vanno pregati e adorati.
Ognuno è figlio di qualcuno, di un dio.
Allora gli ho chiesto di chi siamo figli noi, che viviamo dentro la cripta, se del Creatore o del Diavolo.
Mi ha guardato e si è messo a ridere.
‘Non ti ho fatto ancora tagliare la lingua e cucire la bocca solo perché sei troppo bello da guardare, Dom’. Queste sono state le sue parole.
Poi mi ha detto qualcos’altro.
Mi ha detto che noi non siamo figli di nessuno.
Di nessuno.
Beh, se non siamo figli di nessun dio, allora ciò vuol dire solo una cosa: gli dèi siamo noi.
                                                                                                                                           Dominic”
Imogene crollò in ginocchio e pianse, pianse tutte le lacrime che aveva in corpo, fin quando il sole non tramontò.
Ma quando fece ritorno alla casa nella palude, quella sera, una notizia ben più terribile la attendeva.
Non appena rientrò in casa, trovò Heloisa accasciata a terra, in lacrime.
Non comprese cosa fosse accaduto.
- Cugina? Cugina, che succede…?
Heloisa alzò il bel volto stravolto dalle lacrime su di lei. - È finita. Ora è davvero finita.
 
Judith attese la sua “ospite” in una delle stanze inoccupate della cattedrale.
Aveva fatto portare del cibo in abbondanza, decisa a farla sentire in un ambiente più confortevole possibile.
Padre Petrit bussò alla porta e lei le diede il permesso di entrare.
L’uomo reggeva strettamente il braccio di una ragazza bellissima, dai lunghissimi capelli corvini e gli occhi di giada. Nonostante ella fosse pelle ossa, praticamente uno scheletro oramai, puzzasse del sudiciume che regnava nelle segrete, e fosse sporca dalla testa ai piedi, restava comunque tanto bella da far impallidire.
Judith le sorrise cordiale non appena il monaco le lasciò sole nella stanza.
- Venite accanto a me, sedetevi.
Siete Virve Beitris, giusto?
La ragazza prigioniera non rispose, né si avvicinò a lei.
La guardava con uno sguardo indefinibile, orgoglioso e che nascondeva abilmente tutta la sofferenza che provava.
- Ti ho quasi uccisa durante la rivolta che ho istigato – le disse, dandole finalmente modo di udire la sua voce.
Dunque la conosceva, prima di perdere i ricordi, come sospettava.
- Ti ho quasi uccisa, ma, nonostante tutto, tu non hai mai nutrito risentimento nei miei confronti, neanche quando possedevi ancora i tuoi ricordi – continuò la prigioniera con freddezza, restando in piedi dov’era.
Judith le sorrise. – Sedetevi, vi prego – ripeté.
Questa volta, la prigioniera obbedì, prendendo posto accanto a lei.
- Questo tavolo è stato imbandito per voi. Immagino abbiate fame.
- No, grazie – rifiutò la strega, sorprendendola.
- Non vi ricapiterà più l’occasione di fare un pasto completo come questo.
Siete condannata, Beitris.
Dovreste approfittarne.
- Ho imparato bene a sopportare la fame e molte altre cose, da quando sono rinchiusa là sotto – le rispose con ferma determinazione, penetrandola con i suoi occhi magnetici e chiarissimi.
- Come preferite.
Ho saputo che la vostra sentenza di morte è stata rimandata, in quanto i monaci ora vi sottopongono giornalmente a dei riti di purificazione, per guarire la vostra anima dal peccato.
Beitris accennò un sorriso di scherno in risposta. – La parte più dura sono le frustate, devo ammetterlo. Ma oramai vi sono abituata. D’altronde, se un ragazzino di appena quindici anni prende il quintuplo delle frustate giornaliere che prendo io, come potrei non sopportarlo?
- Sembrate una donna forte.
- Dovrei sentirmi lusingata?
- Niente affatto. Non è questo il mio scopo, oggi.
- Bene. Qual è, dunque, il vostro scopo?
- Vorrei farvi delle domande in merito alla notte di festeggiamenti in cui, presumibilmente, vi è stato un collettivo scambio di corpi, che ha portato il mio corpo ad essere ingravidato senza il mio consenso - le disse diretta.
Gli occhi attenti di Beitris si spostarono sul ventre di Judith. – Quanto manca?
- Pochi mesi.
- Spero per voi che la somiglianza con il padre non sia visibile.
Judith sgranò gli occhi. – Dunque, voi lo sapete?
- L’ho compreso quel giorno in cui ho minacciato la vostra vita, durante la rivolta: quel servo del Creatore vi avrebbe fatto scudo col proprio corpo se avesse potuto. Era a dir poco palese, ma tutti erano sin troppo spaventati per prestare attenzione ad una cosa come quella.
Il fatto di non ricordare nulla dell’accaduto turbava la fanciulla dai capelli cremisi in maniera indicibile.
- Voi rimembrate qualcosa di cosa sia accaduto quella notte?
- Chi vi ha detto che fossi presente anche io? La mia domanda è legittima, dato che, da come mi hanno detto, non dovreste ricordare nulla di ciò che è accaduto negli ultimi mesi.
Judith ammutolì per un attimo.
Non voleva rivelargli il nome di colui che l’aveva informata a riguardo.
- Rispondete alla domanda, se la cosa non vi destabilizza troppo, Beitris – insistette.
A ciò, Beitris sorrise. – Tutto ciò che posso dirvi, è a chi appartenesse il corpo che ho abitato quella notte, e chi abbia abitato il mio. Ciò potrebbe esservi utile?
- Ogni informazione potrebbe essermi d’aiuto – confermò.
- Un prete straniero. Se non sbaglio, era vostro amico.
Judith raggelò ma non si scompose. - È ancora mio amico.
- Io e padre Craig ci siamo scambiati di corpo e abbiamo giaciuto l’uno con l’altra, come se stessimo giacendo con noi stessi, davanti ad uno specchio.
Perversamente macabro, non trovate?
Judith non si lasciò prendere dalla sorpresa e rimase compostamente seria.
Doveva essere stato un trauma indicibile per padre Craig venirlo a sapere, e non sapeva neppure se lui ne fosse a conoscenza o no. Quella notte nessuno di loro era in sé, e nessuno ricordava.
Tranne qualche eccezione, come la donna dinnanzi a sé.
- Ricordate qualcun altro quella notte?
- Pian piano, i ricordi hanno iniziato a diventare più chiari nella mia mente.
Ne ricordo solo alcuni.
- Ditemi tutto quello che ricordate – l’urgenza nella sua voce dovette apparire palese alla strega.
- Credo stiate interrogando la persona sbagliata, Arley Judith.
Per i motivi sbagliati.
Eravamo tutti fuori di noi quella notte.
Ognuno ha compiuto obbrobri inesplicabili: madri hanno giaciuto con figli, padri con figlie, fratelli con sorelle, uomini con uomini, donne con donne. E tutto ciò, solo perché possedevamo corpi diversi, corpi nuovi, da usare a nostro piacimento; e perché avevamo qualsiasi senso annebbiato, i freni inibitori completamente svaniti. Vi suona strano? Non lo è. Accadono costantemente cose come questa.
- Voglio sapere chi abitava il mio corpo quella notte.
- Un ragazzo o un uomo, di certo. Probabilmente lo stesso di cui il corpo avete preso possesso voi. Quella notte erano presenti decine e decine di servi del Diavolo. Come credete di riuscire a scoprire chi ha preso possesso del vostro corpo?
Solo scavando nei vostri ricordi riuscireste a venirne fuori.
- Ricordo solo sensazioni, null’altro.
A ciò, Beitris affilò lo sguardo. – E com’è stato? Abitare il corpo di un uomo. Per me è stato divino. Sensazioni diverse, forme tutte nuove, stimoli e pulsioni estranee alle mie e molto gradite.
- A qualcuno è stato fatto del male quella notte – disse Judith.
- Come è naturale che sia.
Incantesimi del genere provocano sempre delle vittime.
C’è chi ne gode e c’è chi ne soffre, e c’è chi prova entrambe.
- Parlate come se un trauma non valga nulla per voi.
- A Bliaint non possiamo permetterci di risentire dei traumi subìti.
Lo sapete bene anche voi.
Io so solo che quella notte ho provato un piacere inaudito.
Perché tale faccenda vi tormenta in tal modo?
- Perché se non fosse stato per quella notte, ora non porterei in grembo dei bambini che non desidero.
- Il seme piantato nel vostro ventre è di un uomo e di un uomo soltanto, che conoscete bene.
Dovreste chiedere a lui, dato che era l’unico cosciente, l’unico nel proprio corpo e l’unico non sotto l’effetto di alcun incantesimo.
Forse avrebbe dovuto. Mettere da parte l’orgoglio e parlare con Naren.
Eppure Judith, nel vederla, era come se ricordasse la consistenza del corpo della ragazza dinnanzi a sé.
Ricordava com’era stringerla a sé, avere le sue cosce strette al bacino, in quel corpo che le era estraneo, e ciò era davvero anomalo.
Se quella notte aveva giaciuto anche con Beitris, in un corpo diverso dal suo, ciò significava che aveva giaciuto anche con padre Craig, inconsapevolmente, e che quest’ultimo non sapeva vi fosse lei dentro quel corpo, ovviamente.
Era tutto sin troppo complicato.
 
“Caro Blake,
Ho parlato con la vostra amica e un tempo amante, ma, purtroppo, non sono riuscita ad ottenere le risposte che desideravo.
Forse mi sto concentrando troppo su qualcosa che dovrei mettere da parte.
Ciò che è stato, è stato, d’altronde, e nulla si può fare, per cambiare l’avvenuto.
D’altro canto, ci tengo ad informarvi che il vostro nome non è uscito fuori davanti a Beitris.
Volevo preservare la vostra riservatezza, perciò non vi ha affatto nominato, e lo stesso non ha fatto lei.
È una donna schietta, forte, intrepida, l’ho notato subito. Capisco perché abbia attirato la vostra attenzione. Sono anche curiosa di sapere come mai le vostre strade si sono divise, ma forse, credo di averne un’idea.
A proposito, oramai ci stiamo scrivendo ogni giorno, e io ancora non so se questa nostra affiatata corrispondenza epistolare possa infastidire qualcuno che vi è molto vicino. Come una promessa sposa, ad esempio. Non me lo avete mai detto e io non ve l’ho mai chiesto, perciò lo faccio ora.
Se le continue lettere che vi mando dovessero turbare un’eventuale vostra promessa, le limiterò, oppure potrei persino cessare di scrivervi. Questo dovreste deciderlo voi.
Nella scorsa lettera mi avete accennato che vostro fratello è sempre stato molto malato, e che la sua guarigione è solo temporanea.
Immagino avrete vagliato i tomi di tutte e due le biblioteche per trovare una cura al suo malanno.
Tuttavia, forse in questo potrei esservi utile anche io. Magari vi è sfuggito qualcosa e, cercando meglio, potrei trovare la soluzione che cercate.
Vorrei davvero aiutarvi a guarire vostro fratello.
Ad ogni modo, come vi avevo già detto, padre Craig mi è molto utile qui. Si adopera sempre per aiutarmi in ogni modo possibile, è sempre attivo e in moto.
Egli è un uomo premuroso e un buon amico, sono sicura ne siete pienamente cosciente anche voi.
Mi chiedo, dunque, cosa vi abbia spinto ad averlo allontanato in tal modo da voi e dalla vostra casa che l’ha ospitato per mesi.
Sicuramente deve esserci una grave motivazione alla base, ma lui non vuole parlarne, e forse non vorreste neanche voi.
Tuttavia, ciò che posso dirvi con assoluta certezza, è che gli mancate.
Gli mancate più di quanto dia a vedere.
Deve essersi legato molto a voi dopo tutto questo tempo trascorso nella stessa abitazione, a stretto contatto.
Sono brava ad osservare, e posso vederlo ogni giorno che passa, quanto gli mancate.
Forse c’è modo, per voi, di riconciliarvi?
In ogni caso, mi dispiace anche per il fatto che vostra madre sia stata accusata dell’assassinio di vostro padre. Non so se volete parlarne, ma sono certa che ella sia innocente, e, comunque sia, avete tutta la mia comprensione e il mio conforto. Non deve essere facile per voi.
Il fatto che lei sia sparita insieme a vostro fratello poi, deve essere ancora più arduo da sopportare.
Non so se la stiate nascondendo voi, e se anche così fosse, vi capirei.
Io avrei fatto lo stesso.
Sapete, a volte mi sento egoista.
Mi sento come se, dopo l’infanzia tremenda che ho vissuto, io abbia il diritto di pensare solamente a me stessa.
Mi riferisco ad Imogene in particolare, ora.
Sento che la sua è più di un’attrazione nei miei confronti.
Dai suoi atteggiamenti, dai suoi sguardi e dalle sue premure.. sospetto che lei si sia innamorata di me.
Non posso negare che anche io tenga a lei e ne sia attratta.
Tuttavia… sento che non è la persona giusta per me. Forse lo sarebbe, in altre circostanze, in un’altra vita, magari.
Non erano questi i piani iniziali tra noi, non avevamo messo in conto di provare qualcosa l’una per l’altra, ma, talvolta, l’amore accade per caso e noi non possiamo fare nulla per impedirlo.
Io non condivido la sua stessa dedizione, e mai la condividerò.
Vorrei essere chiara con lei, vorrei dirle di allontanarsi da me, perché starmi vicina le farà solo del male.
Non ho bisogno di una compagna ora come ora.
Ho bisogno di pensare a me e a me soltanto.
Spero capiate cosa intendo. Sento di poterlo dire a voi, perché sento che voi condividete questo stato d’animo.
Non è questione di desiderare di più, di volere di meglio, non è superbia né vanità.
È la necessità di voler bene a noi stessi più che agli altri, è consapevolezza di non potersi e volersi donare a qualcuno.
Per quale motivo sento che in questo siamo così affini, Blake?
A voi è mai capitato di non poter corrispondere i sentimenti di qualcuno? Di fuggire l’amore?
Non è facile sapere di non poter ricambiare l’amore che una persona vuole donarci.
Non credete?”
 
 
   
 
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