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Autore: Giorgi_b    03/08/2022    5 recensioni
Non avevano mai più parlato di cosa era successo in Cina, fatta eccezione, il giorno del matrimonio andato a monte, per la “velata allusione” a quello che lui aveva detto o meglio: a cosa lei credeva che lui avesse detto ma che in realtà non aveva detto, e che - in tutta sincerità - non avrebbe mai voluto averlo nemmeno pensato, perché dal momento in cui quella gigantesca verità si era fatta strada prepotente e rumorosa tra i suoi pensieri, nulla era più stato lo stesso. E lui detestava i cambiamenti.  
(...) Quanti anni relativamente felici erano già passati in questa maniera? Uno? Due? Dieci?! Secondo il suo modo perverso di vedere le cose, avevano trovato un equilibrio perfetto in questa eterna adolescenza, dunque perché complicare tutto dicendo parole che avrebbero avuto il peso di bombe atomiche radendo al suolo la loro - la sua - tanto cara isola felice?
Genere: Fluff, Romantico, Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Akane Tendo, Kasumi Tendo, Ranma Saotome, Ryoga Hibiki, Tofu Ono
Note: Missing Moments, Raccolta, What if? | Avvertimenti: nessuno
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Lettera.
 
[Ciao a tutti, questa os racconta un missing moment di “L’uomo col marchio dei fiori di ciliegio” (ed. Neverland, n°29 cap. 216-218). Per chi non avesse letto il manga questo è il relativo episodio dell’anime (nº149): “Chi è l’uomo giusto?” in lingua originale con i sottotitoli in inglese. Buona lettura!]
 
 
 
Carissima Akane, 
io ti amerò per sempre con passione immutata. 
È dunque       sta la felicità?
Il cuore    mbra dirmi: perché no? 
La testa, invece                 imposs      che tu sia finalmente mia!                          
Mia     lce Akane, ti domando: perché no? 
Tu sei il mio unico,    nde, vero am              come te          ‘è nessuna!
Amo   tto di te, la tu    ergia luminosa, la tua forza, persino       manicaret
Pe   hè no, Akane?
                                            la mia vita                            un sogno che finalmente 
                                       io e te 
Giuro                 ascerò mai sola
                      ti tratterò con rispetto                                    
sono affidab   , un uomo leale e sinc
      cellente artista marziale, non temer          rrò a parlare con tuo padre
del nostro fidanza    to, non potrà opp     al nostr  more
il dojo Tendo sarà in buone mani perchè io                                                              
                                      non sono          
              quell’idiota 
di Ranma
                               
Perché no, A    e?
 
Tuo
Ry  a Hibiki



La risposta era lì, chiara e tonda, in quelle misere, naufraghe parole abbracciate strette in un mare di inchiostro: isole in un oceano di solitudine. 
 
Perché io non sono quell’idiota di Ranma.
 
Quando Ryoga riuscì a tornare alla sua tenda nel parco di Nerima, trovò tutto come lo aveva lasciato. Lo zaino, la vaschetta con la china rovesciata a terra e lei: la pergamena sulla quale, due giorni prima, aveva iniziato a scrivere ad Akane una lunga lettera d’amore. 
Si cullò nel tepore del ricordo della felicità che aveva accompagnato quel momento, forse il più bello della sua giovane vita. 
Si accucciò sull’erba, raccolse la lettera e la osservò con uno sguardo vuoto. Era per lo più illeggibile, la china schizzata da Ranma e la rugiada notturna avevano trasformato quelle che un tempo erano state parole in liquide rose azzurrine. Qui e là qualcosa si era ancora salvato, concetti e pensieri come semi d’amore che non sarebbero mai sbocciati negli amati occhi di Akane. 
Scosse la testa e si alzò in piedi sulle gambe malferme.
Doveva farsene una ragione: era la fidanzata di Ranma. La bella, dolce, intelligente, solare, generosa, testarda e maldestra promessa sposa di quel fortunatissimo bastardo arrogante.
Strinse i pugni e accartocciò la lettera tra le mani, digrignò i denti e poi abbandonò le braccia lungo i fianchi, completamente senza energia. 
Tu sei un proprio gran casino, Ryoga
Fece per ridere, ma invece di una risata, un grugnito si alzò al cielo e un’ombra scura attraversò i suoi occhi sbarrati: P-chan stava cominciando a prendere il sopravvento.
Urlò di rabbia mettendo in fuga alcuni bambini che erano venuti a recuperare un pallone rotolato vicino al suo accampamento. 
Odiava profondamente il suo alter ego, eppure se non fosse stato per lui non avrebbe mai conosciuto la vera Akane, quella privata, oscura a chiunque, perfino a Ranma. 
P-chan aveva accesso a tutti i più reconditi segreti della ragazza, aveva il privilegio di viverla e osservarla quando era sola, quando tutte le sue difese erano abbassate, quando canticchiava sovrappensiero mentre faceva i compiti, quando parlava davanti allo specchio immaginando botta e risposta ad effetto con Shampoo, Ukyo o Kodachi, quando camminava avanti e indietro con i libri sulla testa per acquisire una postura elegante o quando tirava fuori dal suo nascondiglio il libro di esercizi che prometteva di aumentare il seno di una taglia. 
Solo P-chan poteva sapere che ogni notte, appena spenta la luce, sdraiata nel letto nel buio della propria stanza, Akane avesse l’abitudine di avvicinare teneramente la propria mano alla bocca e, simulando con pollice e indice delle labbra, facesse le prove generali per un bacio che Ryoga avrebbe ucciso per ricevere.
Solo P-chan sapeva quante volte Akane nel sonno - quando era più vulnerabile e più sincera, specialmente con se stessa - tra denti serrati, lacrime disperate o sospiri accaldati avesse pronunciato il nome di quell’idiota baciato dai kami.
Ogni tanto capitava che Ryoga si confondesse e le si avvicinasse con la stessa familiarità e confidenza del suino e a quel punto lei, pur trattandolo con gentilezza, ripristinava la giusta distanza tra loro, facendogli capire bene quale fosse il posto dell’uomo: sicuramente non al proprio fianco. Figuriamoci tra le sue braccia o tra i suoi seni. 
Mentre P-chan sì. P-chan era entrato a pieno diritto nel cuore e nel letto di Akane: quel dannato maiale era oramai molto più di un animaletto domestico per lei, era un amico indispensabile, un confidente speciale, un compagno insostituibile. 
Ryoga invidiò e odiò il porcellino nero con tutte le sue forze, lo maledisse imprecando contro il cielo, contro le sorgenti di Jusenkyo e, ovviamente, contro Ranma; poi, si bloccò all’improvviso. Il lampo di luce negli occhi iniettati di sangue e il ghigno affilato comparsi sul suo volto spaventarono a morte una vecchietta con un cagnolino al guinzaglio che si era inoltrata nel parco fino alla sua tenda.
La risata cavernosa e folle che seguì - che mise in fuga anche la giovane coppia in cerca di un angolino tranquillo dietro qualche cespuglio - annunciò l’idea ancora più folle appena partorita dalla sua mente.
Che male ci sarebbe stato se avesse preso le sembianze dell’animale di compagnia di Akane fino alla fine dei suoi giorni? In questo modo avrebbe potuto accompagnarla per il resto di quella vita di cui lui, l’uomo Ryoga, mai avrebbe potuto fare parte se non come comparsa: lo sfortunato eterno disperso, l’acerrimo amico di Ranma ovvero il suo migliore nemico
Con un sospiro sognante si immaginò di lì a dieci anni, un maialino un po’ sovrappeso accoccolato sulla pancia di Akane, seduta sul letto, la schiena adagiata su soffici cuscini contro la testiera e le gambe distese: sarebbe stato bello, già sentiva il calore del suo corpo scaldarlo e coccolarlo.
Lei, più luminosa che mai, avrebbe sferruzzato senza sosta una massa non meglio identificata di lana gialla e lui l’avrebbe guardata tutto il giorno adorando la sfericità perfetta del suo seno, le guance palpitanti e rosate come peonie in procinto di sbocciare, le labbra rosse e insolitamente turgide dischiuse in un sorriso.
Sarebbe stato lì in religioso raccoglimento, annichilito da tanta bellezza, finché dalla pancia stranamente arrotondata di Akane un calcetto non lo avrebbe colpito con una forza inaspettata, cogliendolo alla sprovvista e facendolo rotolare giù dalla sua amata e dal letto. Dannato moccioso! Tale padre, tale figlio! 
Con la protezione di Akane e un po’ di fortuna, sarebbe uscito indenne - o quasi - dall’infanzia dispettosa della nidiata di piccoli Saotome che lei avrebbe messo al mondo in rapida successione. 
Anno dopo anno, stagione dopo stagione, sarebbero ingrigiti insieme; con lei avrebbe festeggiato le nascite dei figli dei suoi figli e con lei avrebbe pianto la scomparsa dei suoi cari. Nella gioia e nel dolore, in salute e in malattia, finché morte non li avesse separati. Lui e lei. Lei e lui.
E Ranma?
Ryoga si riscosse dal suo sogno a occhi aperti. 
Ranma avrebbe vissuto davvero la propria vita al suo fianco, con due vere braccia per stringerla, due vere mani per accarezzarla, una vera bocca per baciarla, un vero corpo per amarla.
Sbuffò cercando di ignorare il nodo che lo stava strangolando. 
Che tristezza Ryoga Hibiki, nemmeno nei tuoi sogni riesci ad ottenere ciò che più desideri al mondo. 
Si lasciò cadere esausto con la schiena sull’erba, braccia e gambe aperte, sconfitto. 
Nel cielo gonfie nuvole bianche correvano veloci. Per un momento si distrasse perdendosi nelle storie raccontate da quei giganti di panna montata. Vide un elefante. Una scodella fumante di ramen, una balena e una volpe. Poi una sedia che si trasformò in una giraffa con il collo lungo. Molto lungo. Talmente lungo che presto dichiarò la propria indipendenza proseguendo la sua storia da ombrello, mentre il resto del corpo dell’animale continuò la propria tramutandosi in una puledra. No: un unicorno. Sulla sua groppa comparve il primo cavallerizzo, poi il secondo; Ryoga riconobbe commosso in quei due se stesso e Akane che galoppavano felici. Ma ecco un cumulonembo più scuro e veloce passare sopra di loro; a guardarlo bene sembrava che avesse il codino… al suo passaggio, il nuvolone portò via con sé Akane, mentre il fantino Ryoga, rimasto solo, si dissolse insieme al suo destriero in tante tristi nuvolette. 
Onore a te, prode cavaliere Hibiki, che tu possa piovere sulla testa di Ranma Saotome, quel bastardo fortunato!
Cercò da qualche parte la forza di ridere, ma non trovò nemmeno un briciolo di energia per farlo. 
Certo, questo sì che sarebbe stato interessante, chissà se da qualche parte in Cina esisteva un maestro che gli potesse insegnare una tecnica con la quale controllare le nuvole… per il resto della sua vita l’avrebbe lanciata su quell’idiota trasformandolo in ragazza ogni qualvolta si fosse avvicinato ad Akane, rendendo quantomeno imbarazzanti certi momenti intimi tra di loro. O l’avrebbe usata su Shampoo ogni volta che si fosse aggrappata al collo del bastardo finché non fosse morto di paura o si fosse gattizzato in maniera talmente radicale da dimenticarsi persino di essere un uomo. 
Ma sarebbe servito a qualcosa? Akane avrebbe smesso di cercare le attenzioni di quel buzzurro? Ryoga tentennò. Il ragazzo e il porcellino avrebbero risposto diversamente a questa domanda: ciò che uno sapeva, l’altro aveva deciso di ignorare con ottusa ostinazione.  
Sbuffò e si portò un braccio sugli occhi, cercando di alzare un argine che impedisse alle lacrime di scorrere. In quelle ultime ore aveva assaporato la speranza di essere corrisposto, ed era stata così dolce… 
Certo, ad essere sincero, quella di Akane non era stata propriamente la dichiarazione dei suoi sogni: “Se vuoi, Ranma, amerò sul serio Ryoga!” sembrava più che altro l’intenzione di un dispetto, ma era comunque un inizio sul quale lavorare e se c’era una cosa che amava tanto quanto amasse Akane, era infastidire quel deficiente di Saotome! Quindi, perfetto: due piccioni con una fava, anzi, due piccioncini con un sakura-mochi!
E allora perché quel senso di amaro in bocca? 
A dirla tutta, non gli era piaciuto nemmeno scoprire che Akane avesse affidato a dei dolcetti magici la scelta del suo uomo del destino, tuttavia, trattandosi proprio di lui - io? L’amore della vita di Akane Tendo?! - se l’era fatta andare bene e si era consolato pensando che lei avrebbe imparato con il tempo a volergli bene e che, prima o poi, lo avrebbe apprezzato e amato tanto e più di P-chan e Ranma messi insieme. 
E allora perché quel senso di vuoto? 
«Veramente io mi sposerò con Ryoga?» aveva chiesto a bruciapelo al maialino. 
Ryoga poteva prendere in giro Ranma - e l’aveva fatto, oh, se l’aveva fatto - ma non poteva ingannare se stesso. Aveva visto perfettamente lo sguardo cupo di Akane, aveva colto l’inflessione preoccupata della sua voce, come se cercasse negli occhi puri e sinceri del fido P-chan la rassicurazione che no, non sarebbe andata così, che mai e poi mai avrebbe sposato Ryoga. 
La sua felicità già precaria si era sgretolata completamente quando, vedendo le impronte del porcellino sul volto di Ranma, Akane aveva esclamato raggiante: «Pensavo di rompere il nostro fidanzamento, ma se sono comparsi così tanti petali non possiamo certo separarci!».
Quelle parole riecheggiarono nella sua mente, colpendolo una per una come fossero martellate e, ciliegina sulla torta, il sorriso smagliante che lei aveva dedicato a Ranma, a commento di quella frase, non era sfuggito a nessuno dei due ragazzi.
Il maledetto destinatario di quelle attenzioni era arrossito e si era ammutolito, le mani che stringeva intorno al collo di P-chan si erano fatte all’improvviso calde e sudate e il porcellino aveva sentito chiaramente il suo battito cardiaco accelerare. 
Se Ryoga fosse stato al suo posto l’avrebbe stretta forte tra le braccia, poi, dopo averla guardata a lungo negli occhi, avrebbe posato le labbra su quelle di Akane, permettendole finalmente di mettere in pratica quanto aveva provato e riprovato sulla propria mano ogni notte da quando l’aveva conosciuta.
Lui, invece - l’imbecille, l’imbranato, l’ingrato - aveva farfugliato qualcosa e, senza avere il coraggio di muovere un dito, l’aveva lasciata rientrare in casa guardandola imbambolato camminare felice a un metro da terra. 
Per tutti i kami, si può essere più cretini di così?!
Ryoga si alzò a sedere e guardò assente la palla di carta ancora stretta nel suo pugno. La riaprì e il suo sguardo si posò su una riga a caso: 
 
ti tratterò con rispetto.
 
All’improvviso gli saltò agli occhi quanto fosse inopportuna quella parola nella sua bocca. Lui, che l’aveva sempre ingannata con la sua doppia identità, come osava parlare di rispetto? Come osava definirsi sincero e leale?
Ryoga prese su due piedi la decisione più importante della sua vita: avrebbe scritto una nuova lettera in cui le avrebbe raccontato tutto, per filo e per segno. Avrebbe lasciato a lei la possibilità di decidere se allontanarlo per sempre o estendere il suo affetto nei confronti del suino anche all’uomo Ryoga. Era finalmente pronto.
Rinvigorito dall’impresa, corse dentro la tenda e dopo qualche secondo uscì stringendo tra le mani un nuovo foglio e la china: è giunto il momento della verità, Akane, ora o mai più!
 
*
«Ho vinto!»
Akane batté il palmo della mano sul portone di casa Tendo ridendo. Aveva il fiatone, il cuore che sembrava voler uscire dalla bocca ed era completamente inzuppata di pioggia, ma sprizzava gioia da tutti i pori per essere riuscita a battere Ranma in qualcosa. Poco prima, mentre tornavano da scuola, un acquazzone li aveva colti di sorpresa senza ombrello costringendoli a fare una corsa fino a casa. 
«Non vale! Ho dovuto rallentare… ho visto il mo-mostro peloso dei vicini che mi-mi guardava con uno sguardo gia-giallo e cattivo na-nascosto sotto una macchina pa-parcheggiata! Mi-mi guardava, Akane, capisci?! Mi gua-guardava d-dritto n-negli occhi… Co-come se volesse mi-minacciarmi…» Esclamò Ranma-chan rabbrividendo con un'espressione terrea mentre strizzava la treccia rossiccia.
«Sì, come no. Abbi il coraggio di ammettere che sono più veloce di te almeno come ragazza, vigliacco che non sei altro!» 
«Ti ho fatto vincere solo perché sono gentile e sensibile. Con quei fianchi larghi e quelle gambette corte mi facevi quasi tenerezza!» le rispose Ranma beffardo esibendosi nell’indubbia imitazione di un nano storpio che correva.
Un grugnito allegro alle sue spalle interruppe appena in tempo lo tsunami di insulti che stava per vomitare addosso a quel deficiente.
«P-chan!» Akane si inginocchiò a terra incurante delle pozzanghere e prese in braccio il porcellino che le saltò al collo, felice. «Sono due mesi che non ti fai vedere, dove eri finito? Sai quanto mi sei mancato, sciocchino?» 
«Oh, sì. Sai quanto ci sei mancato, sciocchino?» le fece eco sarcastico Ranma, le braccia conserte e gli occhi a fessura. 
«Baka, smettila! Ma cos’hai qui, piccolo?» Akane sfilò dalla bandana intorno al collo di P-chan un foglio arrotolato, piuttosto logoro e macchiato; lo aprì e lo lesse. 
«Di che si tratta?» chiese Ranma avvicinandosi incuriosito.
«Chissà! Purtroppo è illeggibile, con la pioggia l’inchiostro si è sbiadito» appallottolò la pergamena e la passò a Ranma che la lanciò facendo canestro nel cestino dall’altra parte della strada. 
Il cielo lampeggiò con un brontolio e ricominciò a piovere. «Andiamo dentro, abbiamo tutti bisogno di un bagno caldo. Anche tu P-chan!» Akane lo sollevó all’altezza del proprio volto ma il sorriso che gli stava dedicando le morì sulle labbra. L’animaletto era esanime, con gli occhi rivoltati, in uno stato di incoscienza. 
«P-chan! Che ti succede?» Akane urlò scuotendolo con forza, il maialino si riprese dal suo stato catatonico e, dopo averla guardata intensamente con occhi sgranati e liquidi, si divincolò come un forsennato, saltò giù dalle sue braccia e scappò via sotto la pioggia battente, più veloce della luce. Akane avrebbe giurato di vedere delle lacrime scorrere sul suo musino.
«P-chan!» gridò con tutto il fiato che aveva in gola.
«Non ti preoccupare, tornerà» intervenne Ranma flemmatico. 
«Tu dici?» con il pianto in bilico sulle ciglia e la terribile sensazione di aver profondamente ferito in qualche modo il suo piccolo amico, avrebbe voluto rincorrerlo e cercarlo, ma il fulmine che la attraversò quando Ranma la trattenne per le spalle avvicinandosi e guardandola dritta negli occhi, la inchiodò sul posto. Anche se in quel momento aveva l’aspetto di una ragazza, ormai per Akane non c’era più differenza. Ma poi, c’era mai stata?
«Torna sempre. Stai tranquilla, non ci libereremo così facilmente di lui!» le disse Ranma con voce calda e un ampio sorriso che le fece quasi cedere le gambe.
«Ci libereremo? Noi? Tu che c’entri, ti ricordo che P-chan è il mio animaletto, la cosa non ti riguarda affatto!» Fingendosi arrabbiata, Akane si voltò bruscamente per liberarsi dall’imbarazzo e dal batticuore oltre che dalla presa di Ranma. 
«E io che volevo consolarti! Sei sempre la solita scorbutica e per niente carina! Sai che c’è...? Chi se ne frega di quel suino maledetto!» Ranma entrò in casa sbattendo il portone e continuando a inveire contro di lei. 
Akane aspettò ancora qualche minuto sulla porta di casa sperando che il maialino si facesse di nuovo vivo, poi, prima di rientrare, diede un ultimo sguardo al cielo. 
La pioggia stava diminuendo, pesanti nuvoloni neri si muovevano rapidi svelando già ritagli di cielo azzurro. Il suo sguardo fu attirato da una vaporosa poltrona argentea che si era evoluta in fretta in una teiera, poi in una pagoda, un grosso cane-ippopotamo plumbeo ed infine… possibile che… ma certo, non poteva sbagliarsi… quello era proprio il suo P-chan! Akane lo prese come un segno di buon auspicio e sentì la sua anima distendersi. 
Inspirò profondamente e strillò a pieni polmoni contro il cielo: «Torna presto! Come farei senza di te?!» In tutta risposta l’allarme dell’auto parcheggiata poco più avanti cominciò a suonare, il gatto dei vicini schizzò fuori dal suo nascondiglio con un miagolio che sembrava una sirena dell’oltretomba e i cani del quartiere si unirono in concerto abbaiando e ululando, sollevando le proteste di tutto il vicinato.
«Akane! Ti ho sentita gridare, tutto bene?!» Ranma si affacciò ansimante alla porta di casa, scalzo, di nuovo ragazzo, i capelli gocciolanti, un asciugamano intorno alla vita e nient'altro addosso. Ci volle tutta la sua volontà e la sua proverbiale ostinazione per non spalancare gli occhi facendoli correre su e giù su quel corpo statuario e tenere la mascella al suo posto… balbettò qualche sillaba slegata poi, con uno sforzo immane, deglutì, riprese possesso di sé e rispose: «Se avessi corso così anche prima mi avresti certamente battuta…» poi continuò con una punta di malizia, sporgendosi leggermente verso di lui e incrociando le braccia: «non mi dire che ti preoccupi per me!?» 
L’espressione di stupore, imbarazzo ed infine fastidio di Ranma fu impagabile: mentre si arrampicava sugli specchi impastando insulti misti a scuse, Akane rise con il cuore leggero pensando: questa devo proprio raccontartela la prossima volta che ci vedremo, P-chan!
 
 
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Carissimi, siamo quasi giunti alla fine di questa raccolta, grazie di cuore per avermi seguito fin qui! Questa volta siamo alle prese con i pensieri di Ryoga che, come tutti sappiamo, vede P-chan come una malattia, come una vergogna terribile e un ostacolo alla sua felicità (ancora rido quando ripenso al primo dialogo del manga tra Ranma e Ryoga: “Ranma Saotome distruggerò la tua felicità!” Il baka si gira verso Akane e le chiede serio ”Secondo te sono felice?”). Invece proprio il tanto odiato P-chan, ironia della sorte della Divina Rumiko, è l’oggetto dell’affetto incondizionato di Akane, quello a cui Ryoga non avrà mai accesso. Nei capitoli del manga a cui faccio riferimento, come sapete, con un triplo carpiato di abusi psicologici e maltrattamenti nei confronti di un proprio personaggio (XD), la Takahashi si accanisce contro il povero Ryoga facendogli credere di essere lui l’uomo del destino di Akane a causa di un malinteso creato proprio da P-chan…! 
Ehm… Vabbè, scusate l’accollo, mi sono lasciata trasportare, ma non smetterei mai di elucubrare sul magnifico manga di Ranma ½! 
Un ringraziamento immenso a chi mi ha scritto e commentato finora, siete preziosissimi! Vi prego di continuare a supportarmi, il vostro sostegno è fondamentale!!
Infine un GRAZIE macroscopico alla mia Tiger Eyes che, come sempre, ha avuto la pazienza di leggere per prima e correggere: un inchino alla mia grande sensei!
Un abbraccio e a presto con “Testamento. (Dieci pensieri prima di morire)”
 
 
   
 
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