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Autore: Cladzky    05/08/2022    1 recensioni
Leggendo l'Eneide l'autore si addormenta e finisce in un terribile oltretomba scritto in terzine ma anti-Dantesco, dove non sono i morti a essere puniti, ma i suoi peccati letterari. Il buon Virgilio, come al solito, recupera la sua funzione di guida in questo inferno laico, traghettandolo da un'anima furiosa all'altra, pronta a randellarlo. Un'opera per ridere, ma anche di riflessione interiore e soprattutto di insulti, piena di personaggi storici.
Genere: Hurt/Comfort, Introspettivo, Parodia | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash, FemSlash
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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"Dicer mi devi e acconciamente

Come tu lesto fosti a ricordarmi

Chi presentommi e in quale lente?


Commemora, orsù, scevra risparmi

Lo dì c'odisti per pria il di mi dire

E si fosser questi ingiuri o carmi".


Così pregommi il latino mio sire

Con occhi, lucidi, c'appena stana

Di chi, già crede, null'ha da offrire.


"Ti cognoscetti per bocca germana

T'andava, infatti, studianti mi sora

Che maggior, negli anni, era lontana


E vedendola io coi libri de fora

Di figur c'ancor null'intendevo

Sbirciavo, chiedevo a chi non ristora.


Nei numeri interesse men che mai avevo

Ma precoce fui pel'letteratura

Sicc'ancor d'analfabeta godevo.


Vidi un'imago, di stampa fier e dura,

Da sembrar incisa col foco nel legno,

Che nel pensier rinova la paura!


Sensibil li bimbi sono e dan segno

Che la mi sora in braccio mi colse

E toccò il violento, vivo disegno


Sì orrendo, temevo, ch'il dito le torse

Ma idarno mordeva e avegnacché

Fosco fosse "Da carta nien sorse!"


Sussurrommi ciò ch'imparar dové

Sia per amore che in suo ripasso 

"Incisa è inver, da Gustave Dorè."


Presommi il dito lo dolcia sul passo

A farmi sentire un corpo appiattito

Ch'il timor fu quasi ritrasso.


"O amor fresco de primo vagito

C'ancor succhi il dito e sai di latte

Hai di Caron dimonio mai odito?


Qui, col remo, roinoso ei batte

Chi s'attarda a recarsi all'inferno

E niente porno le anime matte


Se non bistimare il verbo eterno."

Pell'erebo iudicio tornai lagrimante

E consolar debbe con far più materno.


Disse ch'ellero tal quale a Dante

E lei a te si associa per me

Sì vate passato ma  d'un passo avante


E se sei la metà degno di te

Nulla io stimo l'abisso infame

Protegger potraimi come lei fe"


Di lusinghe credetti saziargli la fame

E invece se stava a capo chin mogio

Rimuginando in spettral trame.


"Sia forse il tuo un gran bell'elogio?

Esser ricordo già nei ricordi?

Non per mio merto ma altrui necrologio?


Chi mi stimava tu non ti scordi,

Che dotta sora trattò come autore,

Ma me mi tratta d'attore a primordi!


Fittizio mai fui, vivetti le mi ore;

D'historia nessuna se non quella umana

E poeta fui, e della maggiore.


Creder debbo ogni speme vana

D'esser letto pei miei poemi

Sanza passare al fiò de Toscana?


Non scrissi finali merti di premi?

Troppo rubai al Polifemico Omero?

Gli dei, ex machina, solvetter problemi?"


E via si portava, sciupandosi nero

Quanto Memnone tanto è furioso.

Sgomento, lo seguo a passo leggero


Quali moritte sanza riposo.

(Le note al testo, in fondo, non servivano)

   
 
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