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Autore: Swan_Time_Traveller    06/08/2022    0 recensioni
[Fanfiction sull'origine di Eddie Munson, partendo proprio da quando tutto ha avuto inizio.]
Andarsene, in un posto lontano. Ovunque, purché i giudizi affilati della gente di Hawkins non la raggiungessero: nella mente di Liz però, quelle parole sarebbero risuonate ugualmente, a prescindere dal suo nuovo inizio. E davvero si parlava di questo, di un capitolo da aprire ex novo? Era tutto nelle sue mani, e tutto dipendeva da lei, inclusa la vita che nove mesi dopo avrebbe cambiato la sua esistenza per sempre: forse era proprio quello il punto, settembre. Il momento in cui quella nascita sarebbe stata concreta, l'attimo in cui sarebbe diventata una madre.
Le incognite erano però troppe, così come la vergogna, le lacrime versate mentre suo padre, Christopher Munson, le ripeteva di non tornare a casa mai più.
Tutto quel di cui Liz era sicura era scappare. Fuggire, allontanarsi per sempre da una cittadina che le aveva voltato le spalle, assieme alla sua intera famiglia.
Genere: Avventura, Drammatico, Fantasy | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Eddie Munson, Nuovo personaggio, Sorpresa
Note: Missing Moments | Avvertimenti: nessuno
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It was cold and there was you 

“William si è intestardito, e non ha voluto sentire storie. Credici! A me sembra assurdo. E' l'unico della famiglia che compie gli anni in inverno, e si ostina a proporre tutti gli anni dei posti assurdi dove festeggiare. Che vuoi che ti dica, almeno c'è da bere.” 

Davina Sinclair aveva letteralmente estratto a forza dal suo armadio almeno dieci vestiti, senza averne trovato ancora uno che la convincesse del tutto: Elizabeth, che era la sua migliore amica, di quelle scene ormai ne aveva viste tante, e tutte a ridosso di qualche festa o compleanno. 

“Forse proprio perché è l'unico che compie gli anni in inverno si convince a scegliere posti generalmente estivi dove organizzare il tutto. E comunque che vuoi di più? E' pure una bella serata, il che è strano considerato che siamo al 5 di dicembre.” Elizabeth non credeva ancora all'idea che i suoi genitori avessero, per una volta, acconsentito a mandarla alla festa di William Sinclair, il fratello maggiore della sua migliore amica: tra l'altro si parlava del suo ventesimo compleanno, e sicuramente la maggior parte degli invitati sarebbe stata più grande di lei e di Davina. Probabilmente il giorno dopo avrebbe ringraziato sua madre, che era riuscita a convincere assieme al figlio più grande, Wayne, l'intransigente Christopher Munson a lasciare libera la figlia quella sera. 

La logica comunque quello voleva: era sabato in fin dei conti, ed era sempre stata abituata ad uscire, anche solo per una passeggiata. Quella festa però portava con sé chiara fibrillazione nell'aria, probabilmente perché per la prima volta nella sua vita, Liz Munson sarebbe stata ad un compleanno con fiumi di birra e ragazzi più grandi di lei. 

“Mi puoi svelare il tuo segreto? Come hai fatto a scegliere così velocemente cosa indossare stasera?” Chiese esasperata Davina all'amica, indicando la gonna nera a tubino che cingeva alla perfezione i fianchi di Elizabeth, e quella camicetta grigio scuro a pois neri che, pur essendo inserita all'interno della gonna, presentava qualche arriccio. 

Liz sorrise e replicò: “E' stato tutto merito del tuo prestito scarpe. Sai benissimo che se avessi indossato quelle che mi hanno comprato i miei poco tempo fa, questa gonna sarebbe ritornata diretta nell'armadio.” Mosse i piedi allegramente, mentre era ancora stesa sul letto di Davina. 

Non era tutto merito suo, alla fine: Christopher Munson aveva controllato ben bene cosa stava pensando di indossare sua figlia quella sera, e aveva subito incaricato la moglie Ella di proporle il paio di scarpe bianche, piuttosto sportive, che non aveva ancora mai utilizzato. 

Ma se da una parte il padre era intransigente e attento ai movimenti della sua famiglia, Elizabeth aveva imparato ad essere un passo avanti a lui: aveva già nascosto la sera prima, nello zaino di scuola, la gonna e la camicetta che già era convinta di indossare alla festa di William Sinclair, d'accordo con Davina, che le aveva immediatamente promesso un paio di scarpe col tacco nere, comprate col permesso della signora Sinclair. 

“Vero.” Ammise Davina, abbozzando una smorfia non appena il suo sguardo ritornò nell'armadio. “Temo che punterò sul trucco questa sera. Mentre tu già sai che non potrai tornare a casa senza aver conquistato qualcuno.” 

Entrambe scoppiarono a ridere, specialmente perché sapevano tutte e due che quella festa al lago di Hawkins, allestita debitamente da William e dagli amici con tanto impegno, sarebbe stata meravigliosa con o senza aspiranti fidanzati. 

Del resto, nessuna delle due aveva grandi progetti: chi mai li avrebbe avuti a quell'età? 

 

 

“Grazie signor Sinclair del passaggio.” Disse Elizabeth, uscendo dall'auto del padre di Davina, che aveva deciso quella sera di diventare l'autista ufficiale della famiglia: quest'ultimo ricambiò con un sorriso e salutò le ragazze, con le consuete raccomandazioni. Liz era davvero contenta, nonostante il freddo fosse quasi il protagonista principale di quella serata: aveva scelto un cerchietto bombato dello stesso colore della camicetta, e i quintali di lacca che erano stati spruzzati sui suoi capelli garantivano una tenuta perfetta di questi, a prova di qualsiasi ventata sgarbata dell'inverno. 

Davina invece aveva insistito per il trucco, che Liz non indossava praticamente mai, per paura di non sapersi agghindare bene e risultare ridicola: quindi quella sera si era affidata totalmente all'amica, che aveva provveduto a riempire le sue labbra, carnose e regolari nella loro forma, di un rossetto rosso acceso. Era stata poi sempre Davina a convertirla all'applicazione dell'eyeliner e del mascara, che rendeva gli occhi scuri e profondi di Elizabeth, magicamente più grandi ed intensi. 

 

“Per fortuna che le scarpe che ti ho dato hanno un tacco affrontabile. Stai comunque attenta che c'è fanghiglia in giro.” Borbottò con disappunto Davina, guardandosi attorno per cercare suo fratello, il quale iniziò a sbracciarsi dopo poco, rovesciando un po' della birra che aveva in mano. 

“Finalmente siete arrivate! Lì potete prendere da bere, dall'altra parte John ha allestito il tavolo degli stuzzichini. E per quanto riguarda la band...” Si interruppe un istante, perché dagli alberi si levò una voce: “... Non hai certo consultato noi, Sinclair!” 

Liz non riconobbe subito la voce ma, scrutando nel buio, non appena la sagoma si avvicinò ai lampioni, ebbe un sussulto: Robert Rossdale, il bassista disadattato più conosciuto ad Hawkins, e forse anche l'unico. Liz restò impietrita, a fissarlo: lo aveva ascoltato svariate volte, specialmente quando era più piccola. Lui ovviamente, addirittura poco più grande di William Sinclair, non l'aveva nemmeno mai considerata. 

“Sì è vero, piccolo dettaglio. Quest'anno ho dato una chance agli amici di John, che suonano dei brani inediti. Denunciami, Bob.” Ammise William, alzando gli occhi al cielo. Davina sogghignò, mentre Robert, abbozzando un sorriso, replicò: “Ci penserò, Sinclair. Ci penserò.” 

Dopo pochi secondi, sempre quel bassista aggiunse: “Fanculo al suonare stasera! Ho più scuse per bere birra e divertirmi. A proposito, ne vado a prendere subito una.” E squagliò, con un sorriso gigantesco sul viso. 

Elizabeth era rimasta zitta, ma per fortuna fu Davina a scuoterla da quell'incontro, invitandola al banco delle bevande. 

“Per me una birra grazie.” Mormorò con un sorriso quasi imbarazzato Liz, mentre uno dei compagni di William si era offerto a servire da bere agli invitati (e ad approfittarne quando non c'era nessuno al banco). 

Davina si era già volatilizzata, ma Elizabeth non aveva assolutamente nulla da dire: sapeva che la sua amica avrebbe colto qualsiasi occasione per conoscere gente, e probabilmente era già riuscita nel suo obiettivo. Quanto a lei, forse sarebbe rimasta per i fatti suoi tutta la serata, ma almeno non con il bicchiere vuoto. 

Lì a fianco al banco però, c'era ancora Bob Rossdale, che si era voltato verso di lei e, con sorpresa di Liz, l'aveva riconosciuta. 

La piccola Munson, così aveva esordito lui: tutto sommato però, anche lei era cresciuta e nessuno dei due poteva negarlo. 

Dopo una breve conversazione, basata perlopiù sulla nonchalance e sull'intenzione, da parte di Liz, di nascondere quella cotta assurda che aveva avuto per lui da ragazzina, fu Robert a rompere il ghiaccio: “Allora, visto che adesso hai quasi diciassette anni ... Non mi sento in colpa a invitarti a fumare un po'. Che dici Munson? Dall'altra parte del lago c'è un bello spot. Prendere o lasciare.”

L'offerta di Robert l'aveva lasciata perplessa, specialmente perché nemmeno si aspettava che la conversazione proseguisse, in un qualsiasi modo. 

Liz annuì, e assieme a lui si allontanò dalla festa e dalla musica di quella band che, a giudicare dalle espressioni di Robert, poteva fare decisamente di meglio. 

“Non ti vedevo ad Hawkins da un po'.” Esordì Elizabeth, dopo aver iniziato a camminare a fianco del ragazzo, che quella sera non sembrava affatto un musicista di una cover band dei Beatles, quanto più un rocker molto, molto all'avanguardia. Indossava però un pantalone nero e una camicia bianca, stropicciata e fuori dai pantaloni: qualche bottone non era nemmeno chiuso. 

Liz notò anche che i capelli di Bob, castani e leggermente più chiari dei suoi, si erano allungati a vista d'occhio dall'ultima volta che lo aveva intravisto per strada. 

Tutto sommato però, quel look trasandato gli donava. 

“Sai com'è, qui ormai tutti sanno chi sono e mi evitano. Per fortuna Sinclair ha ancora qualche simpatia e mi invita a quelle poche feste dove non sono bandito.” Ridacchiò e, rivolgendo uno sguardo interessato a Elizabeth, proseguì: “Ma dimmi di te. E' impressionante quanto tu sia cresciuta! Insomma ... Non avrei mai pensato di beccarti qui, e nemmeno di vederti indossare ...” Non proseguì il discorso, ma Liz non aveva intenzione di lasciare cadere la conversazione e, quasi indispettita, ribatté: “Cosa? Questa gonna? Ti sembra così assurdo?” Robert spalancò la bocca, decisamente divertito ma anche sorpreso del caratterino della ragazza e, scuotendo la testa si fermò e, guardandola negli occhi, rispose: “No. Questi abiti da donna. Sei molto affascinante, lo ammetto.” Elizabeth abbassò immediatamente lo sguardo, arrossendo e proseguendo la camminata, per non dare un'idea sbagliata a Bob. 

Quale idea, poi? Stavano andando a fumare una canna (precisamente la prima per Elizabeth, ma questo lui non l'avrebbe scoperto) e basta. Nulla di più. Ma quelle parole l'avevano lasciata sorpresa e piacevolmente sconvolta. Certo qualche anno prima, osservando quel ragazzo suonare il basso con così tanta energia e dedizione, non avrebbe mai immaginato uno scenario del genere, dove lui si sarebbe accorto della sua presenza. 

 

 

La panchina era davvero dall'altra parte del lago, e ormai la musica era così ovattata da essere nascosta dai rumori della natura: il fruscio degli alberi, che si erano fatti sempre più fitti, e il rumore dei loro passi sull'erba umidiccia. 

“Non riesco più a camminare su questi trampoli.” Esclamò sbuffando Elizabeth, appoggiandosi alla panchina e togliendosi con nonchalance entrambe le scarpe. Robert si era già seduto e aveva acceso la canna, senza però distogliere lo sguardo dai movimenti della ragazza, che inspiegabilmente sembravano averlo rapito. 

“Sei molto femminile, Elizabeth Munson.” Dichiarò lui, estremamente ironico. Dopo essersi seduta a fianco, Liz scoppiò a ridere e replicò: “Se mi conoscessi non saresti così sorpreso, fidati!” 

I due stettero in silenzio per un po', a passarsi la canna e a fumare: per fortuna, la giovane era riuscita a inspirare regolarmente senza tossire, cosa che avrebbe chiaramente fatto capire a Robert quanto fosse poco avvezza al fumo. 

“Accidenti, è forte.” Commentò lei, con un sorriso sornione sul volto. “Sì beh, mi tratto bene.” Replicò lui, a bassa voce. Guardando poi il cielo, continuò a parlare: “Non venivo qui da tempo, e mi ero dimenticato quanta pace mi trasmetta questo luogo.” 

Elizabeth sorrise e, osservandolo, ribatté: “Non pensavo che avessi bisogno di tranquillità. Mi sei sempre sembrato così energico ...” Non finì il discorso che Bob saltò su: “Disadattato è l'aggettivo giusto. Almeno, è quello che tutti qui ad Hawkins ormai usano per descrivermi. Ma va bene così, del resto so io come sono davvero.” 

Liz deglutì nervosamente e commentò: “Non avrei detto questo. E sentiamo Bob, chi sei realmente? Mi piacerebbe saperlo.” Lui diede un tiro alla canna e, dopo averla finita e picchiettata sul terreno, tornò a guardare la ragazza nei profondi occhi scuri. 

Lo stava ammettendo sempre più liberamente, si era fatta davvero carina e quella sera sembrava semplicemente perfetta ai suoi occhi. “Non avresti tempo nella tua vita per questo, Elizabeth Munson.” Rise, con un filo di amarezza. “Ho uno stile esistenziale tale che nessuno potrebbe corrermi dietro. Chiunque si stancherebbe.” 

Liz fece spallucce e, dopo aver dato un sorso di birra, replicò: “Mettimi alla prova.” 

Si guardarono negli occhi, nello stesso momento e Liz sentì un tuffo al cuore, quasi da non farla respirare per un istante. Robert abbozzò un sorriso e, avvicinandosi sempre più a lei, le sfiorò la mano e sussurrò: “Va bene.” 

Quello che successe dopo sembrò così veloce in quel momento da non permettere ad Elizabeth di reagire in altro modo, se non di farsi accompagnare, come un corpo in mezzo alle onde del mare, in balia di esse. Le mani di Robert presero il suo viso, dapprima dolcemente, per poi avvicinarlo al suo: quando le labbra sottili di lui si appoggiarono su quelle rosse di lei, entrambi ebbero un sussulto. Dopo il primo bacio però, il tocco di Robert si fece più deciso, e così le sue mani, che iniziarono a stringere i fianchi di Elizabeth così sicure di sé, che la ragazza pensò di morire letteralmente tra le sue braccia. 

Non c'era nulla in quel momento che potesse impedirle di seguire gli istinti, perché di quello si parlava: istinto e desiderio, curiosità di andare fino in fondo. Di avverare uno di quei sogni ad occhi aperti, del quale si era sempre un po' vergognata per la mancata purezza di questo, e farlo lì, quella sera, lontana da occhi indiscreti. 

Le loro lingue si intrecciarono più volte, mentre Elizabeth sembrava perdere sempre più il controllo di sé e affidarsi maggiormente a lui e alle sue mani, che ormai l'avevano trascinata su di lui. 

Tra i respiri affannati, Robert parlò: “Non voglio che tu ti senta ... Costretta.” Liz si fermò ad un centimetro dalle labbra di lui e, guardandolo negli occhi intensamente, scosse la testa e replicò: “Voglio questo, e ora.” 

Bob non se lo fece ripetere due volte e, rivolgendole un sorriso, tornò a premere le sue labbra su quelle carnose della ragazza che ormai sembrava davvero essere cresciuta. 

“Per favore, se fa troppo freddo dimmelo.” Sussurrò lui, mentre la sua mano destra sbottonava velocemente la camicetta di Liz. Quest'ultima ansimò e, dando uno sguardo al cielo, non rispose. Era freddo, ma in fin dei conti lì c'era Robert. E c'era lei. E niente poteva rovinare quel momento.

   
 
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