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Autore: paige95    13/08/2022    3 recensioni
"La storia è un grande obitorio in cui ciascuno viene a cercare i suoi morti, coloro che si sono amati, o coloro ai quali si è uniti da legami di parentela." (Heinrich Heine)
1. Innocenza di mani straniere - Sophie d'Asburgo
È una sera buia quella del 29 maggio 1857 per gli sposi imperiali. Per Elisabeth e Franz Joseph d'Austria sarebbe diventata una notte da ricordare.
2. In nome degli Asburgo - Maximilian I d'Asburgo
La gioia per i neo sovrani d'Ungheria si spense in un giorno di metà giugno del 1867, quando loro erano ancora ignari.
3. L’altra metà dell’odio – Sophie di Baviera
L’odio è un sentimento autolesionista. Ci toglie dignità e grandezza, è come una catena. (Ingrid Betancourt)
Genere: Drammatico, Introspettivo, Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: Missing Moments, Raccolta | Avvertimenti: Tematiche delicate
Capitoli:
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L'altra metà dell'odio

 
 
L’odio è un sentimento autolesionista.
Ci toglie dignità e grandezza, è come una catena.
Ingrid Betancourt
 
 
Buda, Ungheria; 22 aprile 1868
 
Il numero dei travagli che Elisabeth aveva subìto non la rese più pronta ad affrontare il quarto lieto evento; solo la natura dell’avvenimento era gioiosa, la sovrana era confusa circa le proprie emozioni. Aveva trascorso una gravidanza serena, aveva risparmiato al nascituro ogni genere di fatiche, privando se stessa dei passatempi più graditi, quali l’equitazione e la ginnastica; era stato più difficile rendere limpida la mente da pensieri personali e politici: Rudolf era dipinto da tutti come l’erede al trono che avrebbe donato un rinnovato lustro all’Impero, ma agli occhi della madre restava un fragile bambino a cui veniva chiesto di essere un uomo ante tempus.
Alle prime ore dell’alba, il palazzo era inondato di luce; le stanze dell’imperatrice erano rivolte ad est, nel punto più luminoso. In altre circostanze Sissi avrebbe gradito la posizione dei suoi alloggi; l’intensa luminosità infastidiva la sovrana, la quale avrebbe preferito una camera buia e isolata fra le cui pareti esternare la sofferenza che la portava a contorcersi per le violente doglie, i tendoni candidi non assolvevano al loro compito.
Franz Joseph non assisteva al parto della consorte; stava discorrendo di politica dalle quattro del mattino chiuso nel suo studio e aveva chiesto di non essere disturbato fino al primo vagito del quartogenito: i doveri di Stato precedevano qualsiasi altra questione. Elisabeth non aveva mai biasimato il rigore agli impegni che il marito aveva assunto per diritto di nascita, al contrario, lo aveva seguito come sposa devota, mostrando apertamente in poche occasioni insofferenza verso le cariche ufficiali che ricoprivano. In cuor suo, in un frangente così intimo e personale per la sovrana, avrebbe desiderato fosse al suo fianco; nell’angolo riservato al consorte, Sissi soffocò in un pugno di lenzuola l’ansia sul sesso del nascituro. Oltre le imposte, buona parte degli ungheresi condivideva le sue stesse sofferenze in attesa del responso; ebrei credenti e praticanti erano riuniti in solenne preghiera, affinché al Regno d’Ungheria venisse donato un re che ne garantisse l’indipendenza.
Le false dicerie che avevano accompagnato la gravidanza non avevano gettato crepe tra i sovrani austro-ungarici; l’ultimo frutto della loro unione era il risultato di un legame che in tempi più recenti Sissi e Franz avevano rinsaldato. Avevano trovato la via per ricongiungersi, quando le traiettorie del mondo li spingevano sempre più alla deriva, a causa di affari politici tanto scomodi a lei – ad eccezione delle questioni che riguardavano la sua amata Ungheria - o per fuggire dalle mura opprimenti dei palazzi reali viennesi. Erano tornati ad essere intimi per riscoprire la pace che per un breve frangente si erano negati l’uno tra le braccia dell’altra e per riprovare la complicità che mai avrebbero potuto scorgere in sguardi diversi; insieme erano persino riusciti, dopo una serie di crudeli lutti, a svelare un nuovo e sincero sorriso sulle loro labbra. Per alcuna ragione avrebbe potuto intromettersi tra i due il dubbio che il conte Andràssy fosse il padre della creatura, l’imperatore conosceva l’unica verità.
Gli sforzi di Sissi risultavano meno opprimenti al pensiero del valore che possedeva già un bambino che non aveva ancora né visto né esperito sulla pelle la luce dell’alba. Era il simbolo di una rinnovata pace con lo sposo. La levatrice ungherese invitava la regina a resistere; le doglie del parto erano intense, le contrazioni sempre più frequenti le infondevano la certezza che presto l’agonia sarebbe cessata, ricordava questo dettaglio dalle maternità precedenti. Elisabeth gradì il contatto delle sue gambe con le mani della nutrice, era calore umano che le adduceva meno solitudine e più tenacia. Era una semplice giovane entrata in travaglio che stava vivendo le fasi finali di un ennesimo parto; si era spogliata degli abiti ufficiali nel momento di maggiore vulnerabilità per una donna, a qualunque rango essa appartenesse. L’imperatrice era fragile e poco propensa all’etichetta di corte, ancor meno rispetto al solito. Si fece poche remore, ma sperò comunque che lo studio nel quale il consorte stava presiedendo il Consiglio fosse abbastanza distante dalle sue stanze; l’urlo di Sissi fece tremare i vetri e l’ultimo scampolo di sforzo la lasciò sfinita sui cuscini imbottiti di piume che le dame avevano predisposto per creare un giaciglio comodo alla loro signora. Elisabeth fu gioiosa e sofferente, quando colse il pianto insistente di un neonato; il sesso della creatura non le era più importato nell’esatto istante in cui aveva percepito la vita esigente nei suoi polmoni. Le fatidiche parole pronunciate dalla levatrice in lingua ungherese persero ogni significato.
«Vostra Maestà. È una femmina»
La nota di delusione che racchiuse quella rivelazione non sfiorò l’imperatrice che si incantò sulla figura della figlia, mentre scalciava vivace tra le braccia esperte della nutrice. Un solo pensiero attraversò la mente di una madre segnata dal lutto più temibile: non avrebbe permesso ad alcuno di separarla da lei, di escluderla dai suoi primi anni di vita; non avrebbe consentito ad alcuna anima di ferirla, men che meno ai malanni di colpirla.
Quando le porte della stanza si spalancarono per consentire l’ingresso dell’imperatore, egli trovò la moglie intrisa di lacrime e sudore. Franz Joseph ignorò l’inchino che rivolsero alla sua persona le dame che avevano assistito la moglie durante il parto. I pochi e affaticati aliti di respiro rimasti all’imperatrice furono impiegati per comunicare al consorte la gioia che l’aveva investita negli ultimi minuti; lo informò provando ed esibendo una pace che rare volte in vita sua aveva avuto il piacere di sperimentare.
«Franz. È una bambina»
Nello sguardo festoso della sposa, il sovrano colse un concentrato di suppliche e amore materno. Marie Valerie, questo era il nome scelto per la piccola, fu la figlia che non avevano cercato, ma che scoprirono di desiderare; le sue spalle non avrebbero sopportato il peso di alcun compito da assolvere in nome dell’Impero, se non quello di essere amata. Gli ungheresi forse avrebbero perdonato a Sissi quel tiro mancino; gli austriaci non avrebbero considerato di buon auspicio quel sincero desiderio di maternità, dopo aver dato prova di ribellione circa l’educazione della prole e dopo le offese per le reiterate assenze della sovrana in patria.
Franz elargì un genuino sorriso e posò le stesse labbra increspate dalla commozione sulla fronte umida della consorte; la sua regina gli impedì di allontanarsi da lei, osò sfiorargli appena la bocca con un bacio attraverso cui il sovrano spense ogni preoccupazione sui giorni futuri che la loro famiglia avrebbe affrontato: la rassegnazione di veder crescere i suoi figli senza una madre non avrebbe più fatto parte della sua vita, a garantirlo era l’imperatore in persona.
 
 
Palazzo di Hofburg, residenza imperiale invernale – Vienna, Austria; dicembre 1869
 
La corrispondenza tra gli imperatori d’Austria era stata colma di parole affettuose. Mentre Franz Joseph era impegnato altrove a svolgere il suo ruolo di sovrano nei panni del tenente, Elisabeth si dedicava alla maternità, di cui altri avevano osato privarla. Sissi non rimase indifferente alle notizie che si profilavano sul panorama internazionale; la collaborazione tra il re e il primo ministro del Regno d’Ungheria, nella persona di Gyula Andràssy, la poneva a disagio; era stata lei a mediare, affinché i due uomini giungessero ad un pensiero comune e sventolassero in giro per il globo la medesima bandiera: l’aquila imperiale.
Elisabeth aspirò una nuvola di tabacco dall’elegante bocchino d’avorio in tinta scura che reggeva tra le dita mancine. Anche Sissi badava ai volti delle attrici teatrali più rinomate sullo scenario mondiale, le dive più famose dell’epoca; la francese Sarah Bernhardt, una fra tutte, fu per l’imperatrice sinonimo di fascino, libertà e intraprendenza.
Gli ultimi anni ’60 vennero ricordati dai giovani sovrani al pari di un’isola felice sul quale vivere il loro rapporto; la magnificenza di Corfù – sua àncora di salvezza dalle mura viennesi – non aveva nulla da invidiare alla pace che le infondeva l’amore coniugale.
La gelosia tra Elisabeth e Franz Joseph era diventata terreno fertile di beffe; l’imperatore a Suez, dove soggiornava da mesi in occasione dell’inaugurazione del canale, era in compagnia della consorte di Napoleone III – lo stesso sovrano che l’arciduchessa Sophie additava come assassino di suo figlio Maximilian; agli occhi del popolo i due regnanti formavano una coppia autorevole, un simbolo di alleanza tra Austria e Francia. La pratica della bellezza non aveva mai abbandonato Sissi, anzi lo scorrere degli anni aveva reso morbosa la ricerca della giovinezza che, suo malgrado, era sfregiata dai solchi permanenti del destino. L’imperatore conosceva i più reconditi timori della consorte e le risposte alle giocose accuse di infedeltà da parte di Elisabeth erano occasione per ricordarle quanto graziosa lei fosse e non dovesse temere il confronto con altre dame.
Eccoti nuovamente riunito alla tua cara Eugenie. Sono molto gelosa perché stai facendo il cascamorto con lei, mentre qui io sono sola e non posso nemmeno vendicarmi.[1]
La ragione della regina d’Ungheria si costrinse a credere nelle rassicurazioni dello sposo, mentre si dilettava nella cura maniacale della sua lunga chioma e del fisico dalla vita sempre più sottile, un modo come un altro per sopportare la distanza del marito e la dura legge dell’etichetta di corte.
La solitudine di Sissi veniva colmata dalla presenza della piccola Marie Valerie. Sua madre, la duchessa Ludovika, per vincere sulle innumerevoli infedeltà del consorte, il duca Maximilian, si era rifugiata nella cura della prole; per Elisabeth si era rivelata un modello di tenacia, anche con l’ombra di figli illegittimi che pesavano sull’unione dei duchi di Baviera[2]. Almeno finché il destino non aveva minacciato di infliggerle le medesime pene della madre, l’imperatrice aveva sempre trovato nella figura del padre un senso di libertà che l’Austria le aveva negato; il duca Max era custode di quelle idee liberali che all’epoca causavano più guai che profitti, ma che avevano condotto Sissi a vivere, insieme ai tanti fratelli e sorelle, un’infanzia spensierata nel cuore dei floridi boschi bavaresi di Possenhofen.
Feriva credere che Franz Joseph potesse intraprendere la stessa pratica di infedeltà dell’amato padre, anche se l’istinto materno della sovrana, infiammato nell’ultimo periodo, la costrinse a temere di più per le sorti dell’erede al trono d’Austria; oppresso da una rigida educazione militare, Rudolf si mostrava sempre più debole e fragile, una condizione di salute preoccupante che non si poteva chiedere ad una madre di ignorare. La carriera militare che il principino stava percorrendo in onore dello zio defunto, l’arciduca Maximilian, non era alla portata della sua giovane età.
Elisabeth era sfiancata dalle continue discussioni con la suocera; le ricordava senza alcuna remora che non stava allevando un futuro sovrano, ma carne da macello sacrificabile per gli interessi della reggenza. Sissi non era mai riuscita a conquistare alcuna influenza sulla zia, la quale non aveva mai ritenuto la nipote in grado di compiere le giuste scelte per l’Impero, anche se l’opinione di Franz Joseph e la conformazione geopolitica dei territori dimostravano altro. Le due donne avevano favorito strati sociali diversi; insospettì l’arciduchessa Sophie la generosità degli imperatori nei riguardi di vedove e zingari in Ungheria, si era sentita spodestata nel ruolo di guida e di madre sovrana, colei che avrebbe dovuto rendere sicura e potente la corona dei giovani sposi.
L’imperatrice attendeva il consorte al rientro da Suez. La carrozza imperiale tardava a raggiungere la Hofburg. Allo scadere della decima ora[3], gli zoccoli ferrati e i nitriti dei destrieri iniziarono a valicare i confini dei territori del palazzo. Elisabeth avrebbe distinto quei suoni fra mille altri. Non le fu utile scostare i tendoni delle sue stanze per assicurarsi che si trattasse di lui, si limitò a spegnere la cenere del mozzicone nel vaso di cristallo ricolmo d’acqua. Raggiunti i piani inferiori della residenza, Sissi scorse occhiaie scure sul volto dell’imperatore; dopo un viaggio tanto lungo – affrontato in treno e in carrozza -, si mostrò a lei in uno stato pietoso. Franz Joseph accennò un sorriso stanco alla moglie, che lei però non ricambiò, mentre scendeva gli scalini del mezzo e rimetteva piede sul suolo austriaco. L’imperatrice scelse di non infierire sulla spossatezza del consorte, gli concesse il tempo di varcare la soglia del palazzo, lasciando a lui il triste dubbio che potesse essere alterata per una qualche ragione che lo riguardava.
Più tardi la sovrana raggiunse le stanze del marito. Era certa che Franz si fosse premurato di essere fin da subito aggiornato sulle condizioni della corte in sua assenza. Il sovrano doveva essere al corrente del fatto che poche ore prima il principino Rudolf febbricitante era stato scortato alla Hofburg per volere dell’imperatrice d’Austria e che tutta la corte imperiale attendeva un responso da parte del medico. Il tempo per Elisabeth si arrestò accanto allo stipite portante degli appartamenti dello sposo; lo vide sciacquarsi il volto con acqua fresca, in ore più tranquille gli avrebbe domandato notizie sul viaggio. La sovrana, affranta, posò la nuca contro il legno di mogano della porta rimasta aperta e si strinse nello scialle di pizzo ricamato per ripararsi dal gelo invernale.
«Franz. Tuo figlio sta male. Rimanere a palazzo gioverebbe alla sua salute»
L’imperatore soffocò i pensieri funesti, che la voce della moglie aveva infuso, in un pezzo di stoffa premuto contro il viso umido. La reazione del consorte fece intuire a Sissi che lui fosse già informato delle condizioni in cui riversava l’erede. Franz Joseph slegò la spada dal cinturone e la ripose sul mobile; non era rimasto indifferente, ma non seppe come affrontare le richieste della moglie senza porre veti all’istruzione del bambino. Posò gli occhi stanchi su di lei e ridusse lo spazio che li divideva, potendo così quasi sussurrare senza che altri udissero la loro conversazione.
«Ora non posso discuterne con mia madre, è provata per la morte di Maximilian. Trascorre giorni interi sulla tomba di mio fratello»
«Quindi dovrei rischiare anche la vita di Rudolf?»
Sissi mostrò una pacata ribellione, le preoccupazioni erano la chiave della sua fragilità. Il consorte tentò di porgerle una carezza sulla guancia, ma Sissi gli impedì con decisione quel gesto d’affetto, non desiderava la sfiorasse; voltò lo sguardo altrove infastidita, le sue suppliche erano state ignorate ancora una volta.
«Il conte Andràssy mi ha chiesto di portarti i suoi saluti»
Il tono dell’imperatore non era sfumato dalla gelosia, il suo era un esile tentativo di infondere sollievo alla moglie.
Il dottor Seeburger non rilevò compromissioni nella salute del principino, aveva diagnosticato affaticamento dovuto alle pressioni della caserma in cui veniva istruito ad impugnare la sciabola e allo stesso senso del dovere che gli Asburgo gli avevano trasmesso da quando era in fasce – Elisabeth era fiera di non essere fra i nomi di coloro che gli avevano impartito simili insegnamenti. In prossimità degli appartamenti dell’erede, l’imperatrice si ostinò a non proferire parola, restando in compagnia del dolore di una madre impotente davanti ad una storia che si ripeteva da secoli. Fu l’imperatore a provocarla, insoddisfatto della situazione che si era creata in sua assenza.
«L’hai accettato sposandomi. I figli non sono nostri, ma del popolo»
«Ho accettato di sposare te. Ho accettato i miei sacrifici già da tempo, ma non quelli di un bambino di dieci anni!»
Aveva trascorso un’infanzia libera nelle campagne bavaresi, era esattamente ciò che le avevano sempre criticato alla corte viennese. Non aveva mai creduto fosse semplice; lei, priva di un’educazione adeguata alla corte, aveva compiuto il suo dovere per compiacere lo sposo, ma non riguardava più solo il destino della sua persona, a rischio vi erano gli affetti più cari all’imperatrice e perdere altri figli per mano di un arido protocollo le dilaniava il cuore. Più dolce Sissi si avvicinò al consorte, contando di conoscere la parte di lui più pura e genuina.
«Franz, ti prego»
I passi dell’arciduchessa Sophie la costrinsero a compiere un passo indietro fisico e intenzionale. Si rivolse alla nuora con sdegno. Il tono era rigido, ma non privo di inflessione; indossava gli abiti del lutto, doveva essere appena risalita dalla Cripta e riemersa dalle preghiere in suffragio dell’anima del figlio defunto. Il volto era segnato da sofferenza e disappunto.
«Con quale diritto l’erede si trova a palazzo?»
«Con il mio diritto di madre, zia»
Le convinzioni di Elisabeth non vacillarono, ma d’altronde davanti a lei non era ancora accaduto; ciò però non aveva mai intimidito l’arciduchessa.
«Charlotte avrebbe donato eredi più forti all’Impero»
Aveva scelto in coscienza il paragone che più avrebbe ferito la nipote; era puro disprezzo ammettere quanto fosse inferiore alla vedova di Maximilian; tra le cognate non erano mai scorsi buoni rapporti, non si erano mai abbandonate ad intime confidenze, le loro conversazioni si erano limitate alla sufficienza. Elisabeth si incupì, ma non si scompose non mostrandosi sfiorata dall’opinione della suocera, ormai abitudinaria in gelidi complimenti; si rivolse al consorte, non desiderava prendesse le sue difese, ma le stava comunque a cuore il pensiero dell’uomo che amava. Franz Joseph le comunicò tutto il dispiacere che era in grado di provare, ma lo fece in modo silenzioso, affidandosi al fatto che tra loro non servisse scomodare la voce per comunicare. Sissi si ritirò nella stanza del figlio, dove il ragazzino aveva superato l’apice più rischioso della febbre. Il pensiero che lei potesse aver dato alla luce un bambino cagionevole di salute e perciò di averlo condannato ad una vita di stenti provocò qualche scia salmastra sul suo viso. Non si ribellò più alla mano che sfiorò con affetto la sua spalla; al limite della desolazione accolse l’offerta di sostegno, si voltò repentina e si scontrò con il petto del marito, a cui si accostò per sfogare tanto dolore.
«Starà bene»
L’imperatore era convinto delle promesse che rivolgeva alla consorte, aveva ricevuto in passato la medesima educazione e non ne era stato travolto, tanto da privarlo della salute. La dignità di Elisabeth non era mai venuta meno; si divincolò dall’abbraccio dello sposo e raggiunse il bordo del giaciglio di Rudolf. Tastò la fronte del piccolo con una serie di baci e si accomodò in una esile porzione di materasso al suo fianco, intenzionata a passare la restante parte della giornata e la notte in quella camera. Nonostante i numerosi impegni diplomatici in programma, Franz Joseph prese posto sulla poltroncina accanto allo scrittoio per vegliare sulla sua famiglia. Sissi espresse gratitudine al marito attraverso la silenziosa complicità che erano in grado di scambiarsi.

 
 
Palazzo di Hofburg, residenza imperiale invernale – Vienna, Austria; 16 maggio 1872
 
Qualunque fosse il destino dell’Austria, Franz Joseph poteva definirsi soddisfatto per aver risparmiato ai sudditi nuovi torrenti di sangue che avrebbero intriso la terra fertile del Centro Europa. Scegliendo di non schierarsi in campo con alcun dei due contendenti nel corso del conflitto tra Prussia e Francia, aveva evitato che molti figli diventassero orfani e molte mogli precipitassero nella vedovanza. Era ancora fresca nella memoria dell’imperatore la disastrosa sconfitta di Sadowa per mano prussiana risalente a cinque anni prima; l’esercito era ancor meno addestrato e sarebbe stato destinato ad un’ennesima rovinosa disfatta, firmata da Otto von Bismarck. L’intera nazione, salvo pochi ribelli dall’animo prussiano, decise fosse più prudente parteggiare per la Francia di Napoleone III come pazienti spettatori.
La notizia della neutralità del popolo che, suo malgrado, l’aveva adottata rese lieta Elisabeth. Il consorte l’aveva rassicurata sul procedere pacifico degli eventi per quanto concerneva i loro interessi, ma il cuore dell’imperatrice non cessava di palpitare per le sorti di fratelli, cognati e cugini che invece erano impegnati al fronte per conto del patriottismo tedesco.
La temuta sconfitta di Napoleone III aveva gettato il futuro dell’intera Europa in un baratro di incertezza. Franz Joseph non era più sicuro di riuscire ad esaudire con devozione il volere della madre; divenne più arduo per il sovrano preservare l’Impero da minacce esterne. All’imperatore era mancato persino l’ottimismo della moglie, si mostrava più negativa rispetto a lui che poteva valutare con i suoi stessi occhi i progressi che Bismarck aveva conquistato in breve tempo, affidando alla Prussia il dominio sull’Europa.
In un clima così teso, da settimane Franz era stato privato del confortante sostegno emotivo e politico dell’arciduchessa Sophie. Circondato da oneri diplomatici e militari, rivolgeva di continuo i suoi pensieri verso gli appartamenti reali della genitrice, da giorni gravemente malata di polmonite, debilitata da febbre e dolori articolari. L’imperatore aveva posto in essere le più amorevoli attenzioni per strapparla al triste e impellente destino che ormai sembrava essere segnato; la paglia che il figlio aveva chiesto di apporre davanti alla finestra della sua stanza per preservarla dal rumore dei viaggiatori che partivano e giungevano alla Hofburg era un tentativo poco risolutivo sul piano concreto. Di fatto Franz fu costretto ad abituarsi all’eventualità di perdere colei che gli aveva donato la vita e il potere, che aveva tentato di renderlo felice e splendente agli occhi del mondo.
L’imperatore lasciò che la mente si beasse dell’unico sentimento equiparabile a quello per la madre inferma. A differenza dei viennesi, risentiti per le frequenti assenze della sovrana, Franz Joseph trovava sempre il modo per giovare della sua presenza. Conservava le missive della consorte e talvolta le rileggeva per ricercare conforto in quelle parole scritte di suo pugno, in attesa che giungesse presto il giorno di poterla rivedere. I ricordi più piacevoli della coppia imperiale avevano preso forma lontano dagli alloggi ufficiali della famiglia reale. Villa Kaiser, situata nella cittadina austriaca di Bad Ischl, rappresentava il dono di nozze offerto dall’arciduchessa Sophie; fin dai primi anni di matrimonio gli sposi prediligevano sopportare il caldo della capitale trascorrendo i mesi estivi in quella residenza. L’edificio, nel cuore di un suggestivo paesaggio naturale, non aveva sfiorito il suo fascino nel corso di anni ed eventi, non sempre felici. Per Franz e Sissi restava il regalo più bello e prezioso da parte dell’arciduchessa. Nel castello di Merano, nel Tirolo, i sovrani tornavano a respirare aria più pura e leggera dalle incombenze di corte; la salubrità della valle dell’Adige giovava alla salute cagionevole della quartogenita e così attraversare le Dolomiti percorrendo in treno la ferrovia del Brennero era diventata una buona abitudine. Il protocollo imperiale che tanto opprimeva lo spirito libero di Elisabeth veniva dimenticato. L’imperatore adorava ricordare le giornate condivise con la consorte tra battute di caccia e passeggiate; la presenza di Marie Valerie con le sue risate infantili allietava il soggiorno dei genitori. Fra le tappe dei momenti più felici non poteva mancare Gödöllö, il simbolo della conquista più luminosa per gli imperatori e il luogo in cui Sissi lasciava sempre un pezzo della sua anima. Lontano da Vienna era più semplice dimenticare le preoccupazioni, scordare le abitudini che accompagnavano le giornate di Franz Joseph fin dall’aurora; svegliarsi la mattina accanto alla moglie era un evento non previsto alla corte imperiale, gli appartamenti dei sovrani erano situati a debita distanza, affinché entrambi potessero tener fede ai loro impegni. Trovare caloroso affetto e attimi di intimità era molto più spontaneo nelle periferie austriache.
 
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Elisabeth non si riconobbe nelle emozioni che provava. La vicina nemica che nella sua vita si era impersonificata nelle vesti della morte la fece dubitare di se stessa. Non seppe spiegare per quale ragione il telegramma dell’imperatore l’avesse così profondamente turbata. La morte l’aveva gettata nel panico da quando ne aveva intravisto il volto attraverso gli occhi spenti della sua piccola Sophie. La grave malattia dell’arciduchessa non avrebbe dovuto sconvolgerla tanto, il peso dei suoi giudizi non l’aveva mai abbandonata; non riusciva a perdonarla, ma nemmeno a rallegrarsi al pensiero di doversi privare dei suoi rimproveri.
Giungere in tempo alla Hofburg era un obbligo, un fallimento avrebbe decretato per Sissi un rimpianto che non era certa di saper sopportare. Negli anni più floridi della sua vita, l’imperatrice aveva sperato che la zia scomparisse; con più maturità, rispetto alla giovane che era convolata a nozze, si rese conto che la morte dell’arciduchessa non avrebbe spazzato via l’infelicità che le aveva causato, non avrebbe vinto alcuna guerra contro quella donna, la sua assenza non avrebbe portato una ventata di serenità; al contrario, avrebbe continuato ad avvertire il medesimo sguardo giudicante su di sé, veicolo per tutti coloro che l’avevano sempre ritenuta inadatta a quel ruolo. La colpa e l’inutilità si accentuarono nel cuore per non essere riuscita ad ottenere di più in favore dell’amato Impero dell’arciduchessa.
Arrivata da Merano in compagnia di Marie Valerie, si sentì la ragazzina spaurita che aveva varcato per la prima volta i cancelli della Hofburg, indossando la pesante corona da imperatrice. Si mostrò ancora volubile ai rimproveri più duri, certa che a breve sarebbero giunti dall’arciduchessa a causa del suo ritardo. Si affrettò lungo i corridoi della residenza, ancora una volta contro l’etichetta che richiedeva misura e controllo; domandò notizie dell’imperatore al personale di corte. Sissi e la figlia, sempre saldamente attaccata alla gonna della madre, trovarono Franz chiuso nel suo studio, solo e devastato, circondato da incombenze politiche che non rappresentavano la priorità da svariati giorni. La sovrana si ricordò della presenza della figlia, quando la piccola prese l’iniziativa scattando in direzione del padre; circumnavigò il tavolo di lavoro con una tale naturalezza da bloccare Elisabeth sulla soglia per il timore che Franz Joseph, in abiti formali, potesse infastidirsi da un così evidente sfregio del protocollo. La poca lucidità con cui Sissi era giunta a palazzo non le suggerì la buona creanza di consegnare Marie Valerie alle dame, affinché esse la conducessero nelle sue stanze. Sfumando i dubbi della sovrana, le lacrime del consorte solcarono il viso senza pudore tra le braccia della bambina volte a consolare la sua sofferenza.
Il quadro che si dipinse davanti ai suoi occhi infuse all’imperatrice il rimorso di non essere tornata ore prima a Vienna.
 
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Il dottor Seeburger consigliò ai parenti di porgere un ultimo saluto all’arciduchessa, le sue condizioni di salute stavano precipitando e non seppe dire per quanto la malattia le avrebbe lasciato il senno.
Sophie si mostrò a Elisabeth debole e impaziente di vivere quell’incontro; desiderava rivederla per ricordarle quanto stimasse la nipote, senza tuttavia pentirsi nei suoi confronti. Sissi trovò sconvolgente di non essere stata rimproverata per il pessimo tempismo, a quanto sembrava l’ombra della morte non aveva indebolito il suo carattere.
«Non dimenticate che siete ciò che ha di più caro»[4]
La dimostrazione d’affetto verso l’imperatore scosse Elisabeth, la riconobbe però nell’autorità con cui la gravava di maggiori responsabilità; la sovrana visse quei momenti al pari di un passaggio di consegne di cui lei non si sentiva degna. L’arciduchessa non si era mai preoccupata del fardello che le riservava, men che meno se l’impegno riguardava la stessa vita del figlio. Stavolta l’imperatrice non provò l’istinto di ribellarsi al suo volere.
«Il mio amore per Franz non conosce limiti»
Sissi si inginocchiò al suo capezzale; accarezzò e tamponò la fronte ardente della suocera con un panno umido. Sophie rappresentava la sola persona al di sopra dell’imperatrice, l’unica davanti alla quale poteva osare quel gesto. L’odio che le due donne si erano professate venne visto da lontano; la morte rese vani il rancore e tutti quegli affanni umani che da sempre si intromettevano, considerati peccati per due fedeli praticanti al pari delle sovrane.
«E voi siete stata una madre per me»
Elisabeth si costrinse a crederci, annientò il dolore di sofferenze incancrenite per riuscirci. L’altra metà dell’odio che sarebbe intercorso tra loro fino all’ultimo respiro dell’arciduchessa, la più pura e sincera, era l’amore comune per Franz e nessuna poteva negarlo. Quegli ultimi istanti che dedicarono a sé stesse valsero più dei rigidi insegnamenti di corte, Franz Joseph era stato la chiave per sopportare la presenza l’una dell’altra nella propria vita, tanto da sentirne la mancanza all’alba della scomparsa della più anziana.
Elisabeth vegliò la moribonda nella solitudine della corte che fino a poco prima si era stretta intorno all’altezza imperiale per puro atto di dovere. Sophie aveva conosciuto poco amore nell’arco della sua tormentata esistenza, ad eccezione di quello ricambiato dei figli; non era mai stata amabile e forse non le importava di esserlo. Sapeva solo di dover compiere la sua vocazione all’infuori di qualunque questione.
La vita abbandonò lentamente il corpo sofferente dell’arciduchessa e si spense alle tre e mezza del mattino del 28 maggio alla sola presenza della nipote. Per assisterla fino agli ultimi respiri Sissi era rimasta a digiuno e in devota preghiera; quando si accorse che l’anima della suocera non apparteneva più al mondo dei vivi si lasciò andare a lacrime sincere.
Mia piccola Sophie, accogli colei che ha sofferto tanto per la tua scomparsa. Si troverà perduta senza le dame di corte, guidala, mia dolce bambina.
 
Così l’Austria salutò la donna che aveva considerato la vera imperatrice:
 
AEIOU
Austriae Est Imperare Orbi Universo[5]
 
 
Buongiorno, cari lettori e care lettrici!
Volevo innanzitutto avvertire di uno spostamento che ho effettuato nel capitolo precedente. Mi sono accorta di aver commesso un errore cronologico circa la morte della sorella di Sissi, Sophie Charlotte; si tratta solo di un veloce riferimento racchiuso in una frase (non modifica in alcun modo la trama del secondo capitolo, era solo un dettaglio) che aggiungerò nel capitolo in cui tratto degli anni 1897-1898 (in quell’occasione troverete questa ripetizione). Chiedo scusa per l’errore, io per prima sono entrata nel panico quando mi sono accorta di aver sbagliato così tanto le tempistiche, ma visto che lo avevo inserito come breve inciso è stato facile eliminarlo e spostarlo in modo indolore.
Dopo questa piccola e dovuta spiegazione, spero di non aver commesso errori grossolani in questo capitolo e soprattutto di non aver creato confusione; la Storia è un serbatoio infinito di eventi, sto cercando di intrecciarli a quelli personali dei personaggi e spero sia tutto ben amalgamato.
Grazie di cuore per la fiducia che riponete in questa raccolta! 🤍
A presto,
Un abbraccio
Vale

[1] Sissi. Vita e leggenda di un’imperatrice di Nicole Avril, p. 187.
[2] I genitori di Sissi.
[3] Quattro del pomeriggio.
[4] Sissi. Vita e leggenda di un’imperatrice di Nicole Avril, p. 198.
[5] Comandare il mondo spetta all’Austria, epitaffio per un’arciduchessa defunta. Sissi. Vita e leggenda di un’imperatrice di Nicole Avril, p. 200.
   
 
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