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Autore: gio194    04/09/2022    0 recensioni
Il protagonista è Sean, un personaggio, un uomo, una coscienza immerso/a in un viaggio “interiore” alla ricerca di risposte su sé stesso/a e sulle persone che ruotano intorno alla sua vita. Sospeso sulla soglia tra sogno e realtà, sanità e follia, Sean si trova ad interagire con il ‘mondo’ circostante… e lo fa in un modo tutto suo.
Genere: Drammatico, Introspettivo, Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Ventesima parte
[in ospedale]
Mi rivoltarono come un calzino per cercare in qualche modo di rianimarmi. In attesa di un evento miracoloso decisi di fare un salto da Polly.
-“Mattacchione buonasera! Ti vedo proprio in forma! Guarda un po’ che piumaggio lucido. Ti trattano come un principino eh?!”
-“She’s there in the room”, fece Polly in un inglese più curato del solito.
-“Chi c’è in stanza pennuto?”
Nemmeno il tempo di finire la domanda che Polly aveva iniziato a svolazzare su e giù per il corridoio. Era ansioso di condurmi da qualcuno o da qualcosa. Tra me e me pensai che tutte le volte che Polly si comportava in modo idiosincratico sarebbe successo qualcosa di estremamente interessante (nel bene e nel male). E anche questa volta andò esattamente così: non appena svoltai l’angolo del corridoio mi ritrovai davanti al mio destino. O meglio, c’era solamente una parete divisoria in vetro a frapporsi tra me e il mio destino. 
Ci fu immediatamente un turbinio di ricordi a invadere la mia mente (o il mio spirito?!). Ero così sopraffatto da quella visione che il mio viso aveva assunto svariate tonalità di colore: dal rosso al violaceo al bianco! Non riuscivo a comprendere il motivo per cui il pennuto mi avesse condotto qui. Non ero mai stato in grado di aiutarla mentre ero nel pieno delle mie forze e della mia linfa vitale. Perché venire qui proprio in quel preciso momento, privo di corporeità e sostanza? 
Il suo viso era intatto, proprio come il giorno in cui la vidi per l’ultima volta. Per render conto della sua bellezza basti pensare che c’era un tizio che la fissava a bocca aperta dalla parete. Gli infermieri e i medici del reparto dicevano che ogni giorno passava di lì e imbrattava tutta la parete vetrata con le sue rime amorose. 
-“Provaci ancora Jim! Un giorno lèggerà e ti risponderà!”
-“Jim, svegliati e fatti una vita. Finirai per trasformarti in una mummia dell’antico Egitto!”
-“Jim! Quello cos’è? Un endecasillabo falecio?”
C’era un brusio e uno sghignazzare continuo in quel lato del corridoio. Tutte le attenzioni erano rivolte a quest’uomo così strambo. E destò non poca ilarità anche in me!
-“Lei avrebbe dato tutto per te Sean. Tu sei sparito. Non hai portato sulle tue spalle nemmeno un briciolo del suo fardello. L’hai sotterrata senza nemmeno accorgertene.”
-“Chi caspita sei tu? Un giudice? Come ti permetti di giudicare le mie scelte senza conoscermi minimamente”, risposi d’impulso alle parole del profeta.
-“Faccio quello che avresti dovuto fare tu. Non sono tenuto a farlo, ma lo faccio. Nonostante venga dileggiato da chi dovrebbe impegnarsi a tenere viva la fiammella della speranza. È come se lei fosse invisibile. È da anni che va avanti con questa sua lotta solitaria per la sopravvivenza. Io sono solamente un tuo vicario, ma spetta a te intervenire.” Diedi una pacca sulla spalla di questo prode cavaliere e lo ringraziai per essersi preso cura di lei. 

Il suo viso era molto pallido; dovevano essere passati secoli dall’ultima volta che era venuta a contatto con della luce ‘naturale’! 
Mi ricordavo alla perfezione di quelle giornate passate sotto il sole cocente della baia… un pullulare di colori che avrebbe offerto attimi di gioia anche a coloro che non hanno alcun motivo per sorridere… E le tonalità di colore del mare: un acceso verde cristallino nel tratto adiacente alla spiaggia di sabbia bianca finissima; e poi man mano che si avanzava verso l’orizzonte, l’acqua cristallina cedeva al profondo blu, quasi come a rammentare che c’è sempre un retrogusto amarognolo, anche nei picchi di felicità della vita. Io e Iris ci eravamo quasi sempre limitati alla zona salvifica della battigia; solamente nei momenti in cui ci ‘sentivamo’ più distanti osavamo superare quella linea di confine. Lo facevamo ciascuno per conto proprio: delle nuotate solitarie nel profondo blu alla ricerca della riconciliazione con noi stessi. Solo dopo questa discesa negli inferi dei nostri alterchi, con un continuo rimuginare su tutte le ansie e i timori che ci separavano, eravamo pronti a riavvicinarci. Questo idillio infernale ci permetteva di trovare un equilibrio precario o forse un compromesso altrimenti irraggiungibile. Nei picchi e negli avvallamenti delle nostre vite la nostra parola-chiave era proprio ‘riconciliazione’. Potevano anche passare giorni di bronci e alterchi, ma infine arrivava sempre un sorriso buffo e distensivo da parte di entrambi, quasi all’unisono. Così si finiva per ridere increduli di quelle giornate trascorse con il voltastomaco e l’angoscia e ci si prometteva che non sarebbe mai più successo. Pia illusione.

Purtroppo a volte capita di non riuscire più a risalire, soprattutto quando la malinconia e l’angoscia prendono il sopravvento e lasciamo cadere tutte le barriere dell’inibizione; non si ha più consapevolezza di sé e si ha persino sprezzo del pericolo. Quando Iris si lasciò trasportare dal flusso del grande blu sperando di finire inghiottita nelle sue profondità, io non fui in grado di intervenire in alcun modo. Mi addormentai senza volerlo. Era la mia prima volta. Quell’episodio segnò uno spartiacque nella vita di entrambi: Iris fu tratta in salvo dalle acque apparentemente ‘voluttuose’ ed entrò in una sorta di limbo pre morte da cui non si sarebbe più ripresa; perlomeno la sua era una condizione stabile. Io invece ero destinato ad una vita non-vita da giocoliere che deve sempre destreggiarsi in un filo sottile, finendo per trovarsi paradossalmente sia di qua sia di là o, né di qua né di là; già, dove mi trovo da allora? 

-“Dunque, da quanto tempo non risponde più ad alcun impulso tattile?”
-“Fino a ieri la situazione era abbastanza stabile. Certo, il quadro clinico è senza dubbio complicato. Sembra una condizione irreversibile.”
-“Va bene, aspettiamo ancora qualche giorno prima di prendere qualsiasi decisione!”

Udire questi dialoghi non molto rassicuranti non era di certo il massimo per l’impalpabile me, una presenza fantasmagorica che aveva come suo unico interlocutore un pappagallo chiacchierone… che situazione grottesca! 

-“Bene, è arrivato il momento delle scelte cari miei! Che facciamo? Non è più nell’ordine naturale delle cose che questo brav’uomo torni tra noi; o meglio: nell’ipotesi più remota che si svegli, pensate che egli possa avere una vita dignitosa? Certo l’attività cerebrale è stranamente molto intensa, un po’ come se stesse vivendo una vita parallela!”
-“Interessante: res cogitans e res extensa si sono separate in modo netto! Quindi come faranno a sopravvivere entrambe?”
Erano più o meno queste le conversazioni di due specialisti che stavano disquisendo sul curioso caso di Sean. Charles Homes non faceva parte di questo team, dal momento che non nutriva particolare interesse per le discussioni filosofiche incentrate su concetti ‘cartesiani’ quali la sostanza e la materia. Non che le frasi del team non lo avessero colpito, anzi. Da quando Sean aveva deciso che forse, in fondo, di là non si stava poi così male, Charles non faceva altro che scavare nel passato del suo amico-paziente: leggeva e rileggeva i suoi blocchi di appunti le cui pagine erano ormai consunte. La sua forsennata ricerca non aveva prodotto alcun risultato di rilievo sino a quel momento. Era fermamente convinto che Sean sarebbe potuto tornare di qua solamente se avesse risolto i suoi problemi di là, ed egli avrebbe fatto di tutto per aiutarlo a tornare; già, ma come?


   
 
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