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Autore: NyxTNeko    18/09/2022    1 recensioni
Napoleone Bonaparte, un nome che tutti avranno letto almeno una volta sui libri di scuola.
C'è chi l'ha adorato, chi odiato, chi umiliato e chi glorificato.
Ma siamo sicuri di conoscerlo veramente? Come si sa la storia è scritta dai vincitori e lui, il più grande dei vincitori, perse la sua battaglia più importante.
Dietro la figura del generale vittorioso e dell'imperatore glorioso si nasconde un solitario, estremamente complesso, incompreso che ha condotto la sua lotta personale contro un mondo che opprime sogni, speranze e ambizioni.
Un uomo che, nonostante le calunnie, le accuse, vere e presunte, affascina tutt'ora per la sua mente brillante, per le straordinarie doti tattiche, strategiche e di pensiero.
Una figura storica la cui esistenza è stata un breve passaggio per la creazione di un'era completamente nuova in cui nulla sarebbe stato più lo stesso.
"Sono nato quando il paese stava morendo, trentamila francesi vomitati sulle nostre coste, ad affogare i troni della libertà in mari di sangue, tale fu l'odioso spettacolo che colse per primo il mio occhio. Le grida dei morenti, i brontolii degli oppressi, le lacrime di disperazione circondarono la mia culla sin dalla nascita".
Genere: Drammatico, Guerra, Introspettivo | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: Violenza | Contesto: Rivoluzione francese/Terrore, Periodo Napoleonico
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Capitolo 139 - Solo chi ama ha il diritto di castigare -

Cherasco, 26 aprile

Ottenuta la vittoria contro l'esercito piemontese, il giovane generale Bonaparte si era stanziatio nella città di Cherasco, che aveva preso come sede per l'armistizio. Era il 25 di quel medesimo mese e il corso venne accolto, assieme al suo esercito, dalla cittadinanza e da alcuni dei rappresentanti del regno di Sardegna. Gli consegnarono le chiavi della città. Ora aveva la certezza del trionfo.

Un sentimento di appagamento straordinario lo travolse, sembrava la stessa di quando aveva ottenuto il grado di generale, no, forse era ancora più intensa. Era dunque così che si sentiva un vincitore? Non era la prima volta che aveva vinto delle battaglie, c'era già stato Tolone; eppure non si era mai sentito così, nemmeno lui sapeva come descrivere tale sensazione. Le parole gli sfuggivano, le aveva sulla punta della lingua, ma non uscivano. Percepiva soltanto eccitazione e soddisfazione: tutte quelle attenzioni, tutti quegli sguardi, nei quali leggeva lo stupore, la meraviglia, ma anche la paura, lo sollecitavano in una maniera indescrivibile.

Si sentiva al colmo della gioia e particolarmente ispirato, non poteva non congratularsi con i suoi uomini. Per questo, chiamato il fido Berthier, gli dettò il discorso che sarebbe poi stato letto ai soldati. Voleva farlo prima che gli impegni per firmare la pace gli impedissero di rivolgersi a loro 'Oggi con i vostri servigi avete eguagliato le Armate di Olanda e del Reno. Privi di tutto, avete dato tutto. Avete vinto battaglie senza cannoni, superato fiumi senza ponti, compiuto marce forzate senza scarpe, bivaccato senza brandy e spesso senza pane' ci teneva a ricordare delle privazioni e del disinteresse che il Direttorio aveva mostrato.

'Oggi venite ampiamente accuditi' l'atteggiamento quasi paterno, che provava per gli uomini che conduceva, era quasi del tutto innato. Erano come dei figli ai suoi occhi. Tuttavia, da bravo e, al tempo stesso, severo padre, decise quasi di stipulare un patto con loro 'Vi prometto la conquista dell'Italia, ma a una condizione: dovete giurare di rispettare la gente che liberate, e di reprimere l'orribile saccheggio in cui hanno indulto canaglie eccitate dal nemico'. Se ce ne fosse stata l'occasione avrebbe dato esempi terribili: non aveva dimenticato.

Subito dopo aver viziato la sua armata con simili complimenti, aveva cominciato ad attraversare, esplorare attentamente la cittadina, colmo di grande curiosità. Si era documentato a sufficienza anche su Cherasco, come aveva fatto per qualsiasi città nei paraggi. Non era solo per una questione di sopravvivenza, ovvero studiare il luogo per raggiungere il proprio scopo. Lo faceva anche perché affamato di conoscenza. Analizzare, visualizzare, assorbire ogni singolo dettaglio gli dava sicurezza, oltre a rivelare l'aura di uomo colto qual era.

Inoltre la città di Cherasco, nonostante non fosse grande e popolata, aveva una storia intrigante e soprattutto dei monumenti che suscitavano interesse: dalle classiche chiese costruite nel corso dei secoli, al castello dei Visconti del XIV secolo. Qui, in particolare, il comandante aveva ordinato che vi fosse piantato un intero viale di platani, poiché quello che vi era lì gli aveva fatto ombra e dato refrigerio in un momento di particolare afa e voleva dimostrarsi grato - E poi perché renderebbe la zona molto più elegante e arieggiata - disse poi sorridendo - È il mio dono a questo gentile e ospitale paese

Proseguendo ed inoltrandosi, si arrivava alla zona del ghetto ebraico, al cui interno vi era una delle sinagoghe più belle dell'intero regno di Sardegna, se non addirittura della penisola italiana: un perfetto connubio tra luogo di culto, anche se non cristiano, e lo stile barocco. Era stata edificata non prima del 1730, da quel che aveva letto, poco dopo l'istituzione del ghetto.

Gli sarebbe piaciuto tanto visitarla, raramente si aveva l'occasione di poter ammirare un luogo di culto diverso da quello cattolico "Chissà se ne avrò l'occasione..." Riflettè tra sé. Com'era ben noto, a Napoleone le questioni teologiche non creavano problemi. Era da sempre aperto a tutto ciò che destava in lui singolarità, fascino, attrazione, che fosse proibito o lecito. La sua moralità era decisamente malleabile e, molto spesso, discutibile.

Però era un altro l'oggetto del suo interesse, ed era stato ciò che lo aveva spinto a fermarsi proprio in quel posto: il palazzo Salmatoris. All'esterno pareva una costruzione come tante, anzi, addirittura anonima. La facciata non mostrava nulla che potesse far intendere che quello fosse uno degli edifici più importanti di Cherasco. Ma aveva notato che questa caratteristica accomunava tanti altri simili palazzi, sparsi in altrettanti paesi e città d'Italia e d'Europa.

Da tempo aveva deciso che avrebbe stabilito lì il suo quartier generale, non esisteva posto migliore per lui. Persino la capitale Torino pareva insignificante rispetto a quella piccola e ben fortificata cittadina. Lo faceva sentire perfettamente a suo agio, nonostante il palazzo iniziasse a riempirsi di gente. Un viavai, formato tutt'alpiù da delegazioni, che cominciava ad occuparsi delle trattative, nel mentre si attendeva l'arrivo dei plenipotenziari.

Come aveva ribadito più volte, Napoleone non era minimamente intenzionato nel coinvolgere il Direttorio, se la stava cavando egregiamente da solo. "Quelli a Parigi non sarebbero in grado di capire i vantaggi che potrò ottenere, non conoscono il territorio come me e i miei uomini" sorrideva malignamente "Ma con il denaro, l'oro che manderò, perché è di quello che hanno bisogno quegli avidi ingordi, diventeranno docili come agnelli".

Con grande abilità strategica, infatti, tramite l'armistizio, avrebbe liberato la strada dei rifornimenti. Il Piemonte non era più loro nemico e, utilizzando i passi della Tenda e della Maddalena, tutto il necessario che serviva per il proseguimento della battaglia contro l'Austria, sarebbe passato direttamente dalla Francia, senza dover percorrere la zona della Repubblica Genovese.

Mediante le pesanti contribuzioni che voleva imporre ai vinti, avrebbe potuto alimentare adeguatamente le proprie truppe, non dovendo ricorrere più a quel terribile saccheggio indiscriminato e, una parte del bottino di guerra doveva giungere a Parigi - Colonello Murat tenetevi pronto, sarete voi a tornare in Francia non appena tutto sarà pronto - lo avvertì immediatamente. La prima persona che aveva pensato per quel compito fu proprio quel riccioluto colonnello della cavalleria. Non aveva dimenticato la rapidità mostrata quel 13 vendemmiaio nel recuperare i cannoni. Probabilmente sarebbe arrivato prima di Junot, anche se era partito in anticipo.

- Sono più che convinto che resterete a bocca aperta dopo aver visto le sorprese che palazzo Salmatoris cela al mondo, voi siete tra quei pochi che avrete la fortuna di poterli vedere con i vostri occhi - esclamò il comandante. Tra una trattativa e l'altra trovava persino del tempo per istruire un po' i suoi: la reazione che ebbero alla vista dei capolavori che vi erano all'interno e, del ruolo nella storia, gli fece intendere che lo avevano compreso a pieno. L'edificio era stato fatto costruire nel 1620 dal nobile Giovanni di Audino Salmatoris, come residenza privata, da cui prese il nome.

Veniva chiamato anche Palazzo della Pace, perché furono firmati gli accordi nel 1631 che posero fine alla Guerra di Successione di Mantova e del Monferrato. Oltre ad aver accolto il re Vittorio Amedeo I e la moglie Cristina, mentre sfuggivano dalla peste che dilagava in quegli anni tremendi, nella zona.

- Tuttavia il tesoro che nasconde è soprattutto sulle pareti - Napoleone ricordava ancora delle descrizioni che aveva letto sui libri dedicati. Con la mente aveva provato ad immaginare come potessero essere quegli affreschi, adesso, però, aveva l'occasione di poterli ammirare. Senza perdere ulteriore tempo, si inoltrò nel palazzo e si diresse verso la sala che più lo aveva incuriosito: la cosiddetta Sala del Silenzio - Che aveva ospitato la Sacra Sindone ad inizio del secolo, per sottrarla ai nemici che assediavano Torino, per evitare che divenisse bottino di guerra - emise poi, sicuro di sé.

Il suo sguardo rapace si posò su quelle colonne, quegli absidi e cupole interamente affrescate e ricche di dettagli, figure, colori che riuscivano a creare l'illusione della profondità e dello spazio. Era come se davvero fossero presenti quegli elementi, tanto perfetti e curati: una gioia per gli occhi. Erano stati realizzati da un pittore non particolarmente famoso, un certo Sebastiano Taricco che, tuttavia, dimostrava di possedere un enorme talento artistico - Se la corte sabauda ha voluto averlo con sé, ciò stava ad indicare che era davvero capace... - spiegava ai suoi aiutanti. Questi lo ascoltavano rapiti, riusciva a coinvolgerli e ad appassionarli come pochi altri.

- La vostra meticolosa preparazione riguardo ogni aspetto del palazzo e della città ci lascia stupefatti, comandante - la potente voce di Murat irruppe come un tuono - Secondo me neppure gli abitanti più facoltosi conoscono la storia di Cherasco in maniera tanto approfondita come voi - Infatti Napoleone si era fatto procurare quanti più libri possibili, che fossero datati o meno, circa il territorio. Per lui non era mai abbastanza. Era fermamente convinto che per conquistare, dominare e sottomettere bisognava sapere, se si era competenti e scrupolosi qualsiasi impresa poteva essere realizzata.

Tutti si erano voltati in direzione della voce e alzarono il viso, annuendo convinti: quella considerazione e quegli sguardi non fecero altro che aumentare la vanità di Murat. Adorava essere osservato, al centro della scena, in questo modo poteva sempre ostentare il suo aspetto imponente e la sua divisa, sempre impeccabile e perfetta.

Bonaparte sorrise leggermente, ma controllandosi, voleva mostrare la sua natura di uomo amante della cultura e dal contegno controllato, posato, soprattutto in mezzo a tutta quelle persone. Ci teneva a fare una bella figura - Vi ringrazio per il sincero complimento, colonello Murat - emise poi il corso, a braccia conserte, ridacchiando, aveva colto il tono leggermente adulatorio del suo aiutante - Non potevo di certo non documentarmi su questo piccolo gioiello, poco distante dalla capitale - aggiunse poi, con voce ferma, decisa e pacata. Accanto a quel gigante riusciva a spiccare lo stesso: nessuno poteva mettere all'ombra Napoleone.

E di questo ne erano coscienti tutti quanti, era il loro capo e nessuno osava, né voleva metterlo in discussione. Se non fosse stato per quel suo innato talento di comandante, quella sua volontà di ferro e la determinazione granitica, sarebbero rimasti ancora a Nizza, morendo tra la noia e la fame.

Il breve momento di spensieratezza finì abbastanza presto, una delle guardie era corso come un fulmine, portando con sé delle terribili notizie - Comandante! - gridò nel mentre lo raggiungeva. Napoleone si fece attento e intuì, dal tono preoccupato, che qualcosa di spiacevole era accaduto. Sarebbe stato meglio se non ne fosse mai stato scoperto: alcuni soldati avevano rubato in una chiesa, contravvenendo deliberatamente al divieto, ancora una volta.

Tale notizia suscitò delusione, amarezza e profonda rabbia nell'animo del giovane Bonaparte. Non gli piaceva dover ricorrere a delle sentenze tanto gravi, tantomeno di dover adoperare il terrore come forma di educazione, però
gli ordini erano ordini e chi non li rispettava doveva essere punito: nessuno di quelli sarebbe stato risparmiato dalla fucilazione. Se non interveniva in modo implacabile, gli altri non avrebbero imparato la lezione definitivamente. Non bastava che il saccheggio fosse diminuito, voleva debellarlo completamente, eliminare il morbo prima che potesse diffondersi e diventare epidemia. Non era la prima volta che accadevano simili ruberie nei luoghi di culto.

Stavolta avrebbe scritto al Direttorio, ma come al suo solito era tutta una tattica che stava utilizzando per creare la propria immagine di comandante giusto, severo e comprensivo che aveva in mente. Voleva che simili notizie si sapessero, affinché a nessuno venisse il dubbio o soltanto l'insinuazione che fosse realmente coinvolto. La voce di tali furti sarebbe arrivata comunque e quindi doveva trovare una giustificazione plausibile, potendo trasformare così quell'atto barbaro e vergognoso in qualcosa di utile per la Nazione francese.

Tornò nella sala che aveva deciso di rendere la propria stanza personale, Berthier aveva già capito cosa doveva fare, quindi si sedette, prese un foglio e una penna. La intinse nell'inchiostro e aspettò che Bonaparte dicesse ciò che voleva riferire a Parigi. Napoleone iniziò a dettare: 'Il saccheggio è diminuito' riscriveva il capo di Stato Maggiore 'I poveretti sono da scusare: arrivano nella terra promessa e vogliono assaporare le sue delizie'. Riusciva a seguire e replicare quel fiume di parole.

Berthier poi notò una punta di tristezza sul viso del suo comandante, non era la solita malinconia che lo accompagnava da sempre, era ancora più radicata. Si percepiva la sua afflizione, il suo tormento nel dover ordinare una sentenza tanto inflessibile e inesorabile. In questo era ancora un ragazzo. Appena udite quelle frasi comprese il perché e, a malincuore dovette trascriverle 'Domani saranno fucilati alcuni soldati che hanno rubato in una chiesa' Il dovere non ammetteva tentennamenti 'Questa decisione mi costa una pena infinita e mi fa passare dei momenti molto brutti; sono state commesse azioni orribili che mi fanno rabbrividire'.

- C'è altro che devo aggiungere comandante? - chiese poi un accorto Berthier. Intravide la cupezza scesa di getto sul volto scavato di Bonaparte. Era diventato silenzioso e tetro in un attimo.

- Eppure io glielo avevo detto - esplose poi Napoleone, rammaricato e adirato, stringendo i pugni fino a fare diventare bianche le nocche - Li avevo avvertiti in ogni modo e credevo che le precedenti ammonizioni avessero sortito qualche effetto...

Berthier sospirò pesantemente, era incredibile la sua reazione, per Bonaparte ogni singola vita era importante, che fosse di un civile o di un militare. Però il rispetto era il valore più sacro di tutti, assieme all'ordine, alla disciplina e all'obbedienza - Non fatevene una colpa comandante, state compiendo il vostro dovere in fondo e con tutte le vostre forze state dimostrando un contegno esemplare - diceva cercando di allontanare per un po' quell'inquietudine che opprimeva il giovane - E credetemi se vi dico che non è da tutti mostrare tale struggimento, per molta gente, soprattutto ai piani alti, la vita di chi è al sotto di loro, che sia un servo o un mendicante, vale poco o nulla - Sospirò per poi riprendere - Figuriamoci quella di un soldato, considerata carne da macello, ampiamente dimostrato da questi anni di inerzia, prima che arrivaste voi

Napoleone sorrise leggermente e lo guardò, quell'uomo riusciva a toccare le corde del cuore e a penetrare nella sua anima, nella sua mente - Per loro non vale perché non l'hanno mai sperimentata o se lo hanno fatto vogliono dimenticarla, non che sia una colpa, il macigno del dolore è un fardello o una croce, come direbbero i credenti, che solo in pochi riescono a sopportare, ma il viscerale desiderio di eliminare la sofferenza e la cattiveria è insito nell'uomo, per questo esistono la razionalità e la religione, la prima riservata agli uomini superiori, la seconda ai popoli - tornò quasi in sé, si avvicinò al generale e gli riservò una forte e amichevole pacca sulla spalla - Avete ragione Berthier, vi ringrazio

Dopodiché riprese a camminare per aggiungere come nota finale al Governo di Parigi 'Questo bel paese ci offrirà delle notevoli ricchezze'. Il fido Berthier intuì perfettamente il significato di quella frase e approvava l'atteggiamento del comandante. Seppur temesse in una loro reazione, Bonaparte stava giocando con il fuoco. Aveva ottenuto una grande vittoria, che per la prima volta aveva fatto rivolgere le attenzioni di molti individui illustri verso quel piccolo esercito, la fortuna in guerra, però, era volubile. "E poi a simile gente non piace essere messa da parte".

- Ora dobbiamo soltanto aspettare che i plenipotenziari inviati dal re delle marmotte, Vittorio Amedeo III, arrivino così da poter finalmente ottenere l'armistizio, spedire il bottino e poter combattere liberamente gli austriaci - sentenziò alla fine Napoleone, ritto, in piedi, vicino la finestra, mentre la giornata stava per volgere al termine.

 

 

   
 
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