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Autore: federicaMalik    22/11/2022    0 recensioni
*la storia fatta eccezione per il prologo è raccontata dal punto di vista della protagonista due anni prima.
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Il lieto fine non è garantito e l’amore non è sempre fisico.
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Dal testo:
“Come ti hanno convinta a venire a questa festa?” Mi chiese riscuotendomi dai miei pensieri.
“Tuo fratello ed Izi” sospirai alzando gli occhi al cielo “non volevano lasciarmi a casa da sola” conclusi, scrollando le spalle.
“Ed il tuo ragazzo?” Mi domandò, gettando la sigaretta a terra ormai terminata, dopo averla spenta contro il muro.
“Cosa avevi mercoledì pomeriggio?” Ignorai la sua domanda, intenta ad indagare su quanto era successo, continuando a scrutarlo
attentamente.
“Non so di cosa tu stia parlando”
Genere: Drammatico, Introspettivo, Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Crack Pairing
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Contesto generale/vago, Universitario
Capitoli:
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*leggete la nota a fine capitolo*

Capitolo 8

 
Quel mattino mi svegliai con un moto di felicità incontrollata, a cui diedi una precisa definizione nel momento esatto in cui vidi il giorno segnato sullo schermo del cellulare.
Era ormai consuetudine, da oltre un anno e mezzo, che quasi ogni mese facessi visita a dei bambini che vivevano in un orfanotrofio non troppo lontano dal mio appartamento.
Il principale motivo che mi aveva spinto a prendere questa ormai consolidata abitudine si chiama Pablo.
Avevo incontrato quel bambino per caso, un pomeriggio di marzo, mentre frequentavo il mio primo anno di università, durante una passeggiata al parco.
In particolare, quel giorno stavo per rientrare nel mio appartamento, dopo aver trascorso il pomeriggio in biblioteca.
Tuttavia, la voglia di sgranchire le gambe e fare due passi, mi aveva spinto a percorrere il lungo parco verde e fu lì che lo vidi, un bambino di circa otto anni, dai capelli scuri e gli occhi grandi, rannicchiato vicino ad un albero, in lacrime.
Temendo che potesse essere in quello stato per aver sbadatamente perso i genitori mi avvicinai a lui, volendolo aiutare.
Ma, soltanto, dopo avergli fatto qualche domanda e cercando di non mettergli paura, mi confessò che era lì che lo portava la sua mamma a giocare il pomeriggio, prima di volare in paradiso.
A quel punto toccò a me, con grande difficoltà, dover riuscire a trattenere le lacrime.
Non potei non provare un immediato affetto per quel bimbo , per questo motivo dopo averlo preso per la manina lo accompagnai a prendere un gelato, cercando di fargli spuntare un sorriso.
Successivamente, lo riaccompagnai all’orfanotrofio dalla quale, mi aveva confessato, era qualche ora prima, incredibilmente, riuscito a scappare.
Da quel momento in poi, con il consenso della direttrice della struttura, che mi era immensamente grata per averlo riportato a casa, mi capitò spesso di passare il pomeriggio a prendere Pablo per portarlo a giocare in quel parco che gli ricordava tanto la sua mamma.
Fu così, che con il passare del tempo, strinsi un legame con quasi tutti i bambini di quella casa famiglia, passando spesso a trovarli portandogli giocattoli ed organizzando golose merende.
 
In particolare quel giorno, non sarebbe stata una visita qualsiasi e come tutte le altre; infatti, quel pomeriggio avremmo dovuto festeggiare il decimo compleanno di Pablo ed avevo chiesto il permesso alla direttrice di poter organizzare una piccola festa a sorpresa, portando merenda e regali per tutti i bambini.
 
Appena terminai di fare colazione, ripercorrendo con la mente i vari momenti trascorsi insieme a Pablo da quel giorno al parco e senza riuscire a trattenere un sorriso, per il grande regalo che il destino aveva deciso di farmi facendomelo incontrare, raggiunsi il bagno per fare una doccia veloce.
Dopo che finii di prepararmi presi il cellulare dalla scrivania e chiamai Edo, in quanto quest’ultimo aveva promesso di aiutarmi a portare i vari occorrenti per la festa.
Tuttavia, non rispose e dopo l’ennesima chiamata, gettai uno sguardo all’orologio e recuperai la mia borsa sulla sedia, uscendo di casa svelta.
 
Poco dopo mi ritrovai difronte la porta di casa del mio migliore amico a suonare con insistenza il campanello e proprio nel momento in cui decisi che avrei utilizzato le chiavi, che ancora avevo, la porta si spalancò.
“Dimmi che hai una buona ragione per avermi svegliato alle nove di domenica mattina!” lo sentii mormorare, con un’espressione decisamente contrariata ed assonnata.
“Buongiorno anche a te, Nick” esclamai sorridente e lo vidi sollevare gli occhi al cielo.
“Cercavo Edo!” dissi entrando dentro l’appartamento, dopo che si spostò dalla porta.
“Non è rientrato a casa ieri sera” affermò, mentre raggiungeva la cucina e si accingeva a preparare un caffè.
“Come no?” Chiesi allibita, aprendo le braccia con fare sconvolto. “Avevamo un appuntamento!” affermai contrariata.
“Di prima mattina?” mi chiese, voltandosi verso di me, dopo aver inserito la cialda nella macchinetta del caffè.
Annuii, recuperando il cellulare dalla borsa e ricominciando a chiamare con non poca insistenza il mio amico.
Dopo qualche minuto sollevai lo sguardo per incontrare quello di Nick, che mi osservava con un sopracciglio inarcato appoggiato al bancone della cucina, con indosso una semplice maglietta bianca a mezze maniche ed un pantaloncino blu, mentre sorseggiava il suo caffè.
Fu allora che una soluzione alternativa si fece largo nella mia mente.
“Beh, dato che Edo non mi risponde ed ormai tu sei sveglio” iniziai, facendo un piccolo sorriso e vidi il suo sopracciglio inarcarsi ancora di più.
“Magari puoi aiutarmi tu al suo posto?” chiesi mettendo su uno sguardo supplichevole.
“A fare cosa esattamente?” domandò titubante.
“Ho alcuni scatoloni da chiudere” risposi, scrollando le spalle e lo sentii sospirare.
 
Eravamo tornati da poco a casa mia, dopo che Nick aveva impiegato un tempo infinito per darsi una sistemata e svegliarsi totalmente.
Ero convinta che in quel momento mi stesse odiando particolarmente, dato che avevo trascorso più di mezz’ora seduta sul divano di casa sua, tamburellando nervosamente il piede destro sul pavimento e guardando in modo frenetico l’ora sul cellulare.
Mi alzai rapidamente dal divano solo quando, finalmente, mi raggiunse nel salone con indosso una tuta blu scuro, che metteva in risalto i suoi occhi verdi.
Avevo, comunque, interrotto bruscamente le mie silenziose osservazioni riguardo al suo abbigliamento e lo avevo costretto a seguirmi a casa mia, senza riuscire ad ignorare il suo sguardo terribilmente scocciato.
 
“Hai svaligiato un negozio di giocattoli, Ass?” mi chiese con le sopracciglia inarcate, risvegliandomi dai miei pensieri, e sollevando in malo modo una piccola bambola.
Non riuscii a trattenere un sorriso e scossi la testa con fare negativo, prima di recuperare lo scotch sulla scrivania per poter chiudere le varie scatole.
“Mi dici cosa dobbiamo fare con questa roba?” continuò a chiedere, mentre io procedevo ad imballare i contenitori e non riuscii a trattenere uno sbuffo.
“Devo portarli a dei bambini!” dissi cercando di colmare la sua curiosità.
“Ora puoi davvero aiutarmi?” chiesi in modo retorico, mettendogli fra le mani un grosso pacco e lo vidi sollevare gli occhi al cielo.
 
Fortunatamente Nick, ad un certo punto, aveva deciso seriamente di collaborare, smettendola di fare domande e prendendo la sua macchina per caricare le varie cose.
“Devi fermarti qui!” dissi appena intravidi la piccola struttura in cui viveva Pablo e non riuscii a trattenere un sorriso pieno di emozione.
Vidi Nick osservarmi con la coda dell’occhio e scuotere la testa, ma in modo meno scocciato ed annoiato rispetto a prima.
“È questo che fai la domenica mattina?” chiese mentre  parcheggiava accanto all’orfanotrofio. “Sei babbo natale per caso?” continuò ridacchiando ed io in risposta gli feci una linguaccia, scendendo velocemente dall’auto e decidendo di rinviare i battibecchi con lui ad un altro momento.
Mentre Nick si accingeva ad aprire il cofano dell’auto per scaricare i vari scatoloni, io suonai al campanello dell’edificio informando la direttrice del mio arrivo.
Qualche minuto dopo, con in mano un pacco l’uno, io e Nick varcammo il cancello della struttura e qualche secondo più tardi un viso ormai a me tremendamente familiare iniziò a corrermi incontro urlando il mio nome.
“Pablo” urlai in risposta, posando a terra la scatola che tenevo tra le mani e raggiungendolo per poi stringerlo in un caloroso abbraccio.
“Sei venuta a trovarmi!” mi disse, stringendomi a se, dopo aver gettato le sue piccole braccia al mio collo.
Risi al suo tono felice ed annuii energicamente.
“Certo che si!” risposi ovvia e con tono dolce “non mi sarei persa per nessun motivo al mondo il tuo compleanno” gli spiegai, dopo che si staccò da quell’abbraccio e dopo avergli dato un dolce bacio sulla guancia.
Il sorriso che mi riservò, insieme ai suoi occhi grandi e scuri che dalla felicità quasi brillavano, mi riempirono il cuore di gioia e quasi mi dimenticai che a pochi passi da noi ci fosse Nick, che aveva assistito a quella scena con un’espressione che non seppi decifrare.
“Dai su, raggiungiamo gli altri” dissi a Pablo prendendolo per mano, dopo aver recuperato la scatola da terra e cercando di trasportarla sottobraccio.
 
Sistemai, insieme all’aiuto di Nick e della direttrice, le varie decorazioni che avevo portato per la festa.
Decorai con cura il piccolo spiazzale sul retro dello stabile e quando finii guardai il tutto con aria soddisfatta.
Passammo il pomeriggio a giocare insieme ai bambini e a scattare tante foto ricordo che avrei conservato gelosamente.
Non mi sfuggii come anche Nick prese parte a quella festa, giocando insieme a noi e facendo breccia nel cuore di quei bambini.
Dopo aver tagliato la torta ed aver cantato in coro ‘Tanti auguri’ a Pablo ripulimmo tutto ed andammo via.
 
Raggiungemmo l’auto di Nick in assoluto silenzio ma non mi sfuggii il piccolo sorriso disegnato sul suo viso.
“Grazie per avermi aiutato!” esordii subito dopo aver varcato il cancello dell’orfanotrofio.
“Grazie a te!” disse, voltandosi verso di me e rivolgendomi un gran sorriso.
“Per cosa?” chiesi titubante, inarcando un sopracciglio.
“Per rendere il mondo un posto migliore!” disse lasciandomi letteralmente senza parole.
Continuò a fissarmi attento, facendo qualche piccolo passo verso di me e accarezzandomi una guancia con la sua mano.
Rabbrividii al suo tocco, incastrando i miei occhi nei suoi e, non so esattamente per quale motivo, trattenni il respiro.
Non eravamo mai stati così vicini, riuscivo a sentire il suo profumo e il suo respiro sulla pelle.
Una voce nella mia testa mi diceva che avrei dovuto indietreggiare, che quella vicinanza non era consentita tra due amici, ma rimasi bloccata sotto il suo sguardo attento, sentendo il mio cuore battere un po’ più forte del dovuto.
 
Fu un attimo, il suono di un cellulare interruppe quel momento, mi raddrizzai sulla schiena, mentre Nick allontanava la sua mano dal mio viso e recuperava il telefono dalla tasca.
Dopo quella chiamata, salimmo in macchina, Nick iniziò a scherzare come sempre, facendo finta che non fosse successo nulla, rendendo il tragitto verso casa decisamente meno imbarazzante ed io gliene fui immensamente grata.
 
La settimana passò velocemente, tra lezioni e prove intermedie, il tempo a disposizione per leggere era davvero poco, per questo quel giovedì pomeriggio decisi di fermarmi un po’ più del dovuto in biblioteca, attendendo che questa si svuotasse per dedicarmi con maggiore attenzione alla lettura di nuovo romanzo.
Mi persi, come sempre, tra le righe di quel racconto e quando mi riscossi mi accorsi che era davvero tardi.
L’orologio sullo schermo del telefono segnava le diciannove e questo significava che in meno di un’ora sarei dovuta tornare a casa e prepararmi per una cena a cui avrei preso parte, quella sera, insieme a Ric ed alcuni suoi colleghi.
Il rapporto con lui, dopo le discussioni nate a seguito degli ultimi avvenimento, era tornato come sempre.
Non ci vedevamo spesso, a causa dei suoi turni sempre più pesanti e del mio studio sempre più intenso.
Tuttavia, mi chiamava più spesso la sera, non so se perché avesse realmente voglia di sentirmi o, piuttosto, l’esigenza di controllarmi, ma quel suo ritrovato affetto ed interesse non mi dispiaceva affatto.
Ero immersa nei miei pensieri quando, giunta difronte al portone del mio appartamento, sgranai gli occhi con fare sconvolto.
“Nick” quasi urlai avvicinandomi al ragazzo, che se ne stava seduto sul muretto adiacente al portone d’ingresso, ma che con gli occhi sembrava essere distante anni luce da me.
Lo richiamai avvicinandomi a lui e mi abbassai sulle ginocchia in modo da far si che il mio viso fosse all’altezza del suo.
Era la terza volta che lo vedevo in quello stato e sapevo che nonostante non mi rispondesse mi stesse ascoltando, pertanto cercai di tranquillizzarlo.
Mi tolsi velocemente la grande sciarpa che indossavo e gliela misi addosso, dato che anche quella sera, come quel pomeriggio sul ponte, era uscito di casa con una misera maglietta a mezze maniche, incurante del freddo di novembre.
Lo vidi scrollarsi di dosso la sciarpa e stringere i pugni, senza comunque dirmi nulla.
“Non fare l’idiota, ti prenderai un raffreddore!” Lo ripresi, sistemandogli nuovamente l’indumento e guardandolo con preoccupazione.
Non so quanto tempo passammo in quel modo, lui con lo sguardo perso ed io a scrutarlo attento, fu solo dopo un bel po’ che lo vidi riscuotersi da quello stato di trance e rilassare le mani che fin ad allora aveva tenuto strette a pugno.
Subito dopo sollevò una mano, portandola con assoluta delicatezza dietro la mia nuca e spingendo leggermente la mia testa in avanti per stringermi in un abbraccio.
“Grazie” soffiò a pochi centimetri dal mio orecchio ed io sorrisi leggermente, era tornato in se.
“Posso salire?” mi chiese poco dopo sciogliendo quell’abbraccio, io annuii mettendomi in piedi e recuperando le chiavi di casa.
 
 
“Ti senti meglio?” gli domandai, porgendogli una tazza di tè caldo, lui annuii in risposta ringraziandomi.
Fortunatamente Izi non era in casa quel pomeriggio e dunque, anche questa volta, nessuno si era accorto del malessere di Nick.
“Vuoi parlarne?” tentai, scrutandolo con attenzione.
Rimase in silenzio per un tempo che mi parve infinito, ma poi mi rispose.
“Non oggi” ed io annuii, era già un inizio.
Se avesse deciso di parlare con me, o con qualsiasi altro, di questo suo problema, avrebbe anche potuto trovare una soluzione.
Avevo compreso che ci fossero dei momenti in cui lui perdesse totalmente il controllo di se stesso, come se fosse posseduto da qualcos’altro ed avevo anche compreso che in quei momenti provasse un forte dolore ed un immenso senso di angoscia.
Tuttavia, il motivo sottostante a quel malessere rimaneva per me un totale mistero.
Il flusso dei miei pensieri venne interrotto dal suono del campanello ed in automatico sgranai gli occhi, mi ero totalmente dimenticata del mio appuntamento.
“Ric!” Affermai, portandomi una mano sulla fronte, per evidenziare la mia sbadataggine e vidi Nick inarcare un sopracciglio.
“Devo andare a cena con lui.” gli spiegai velocemente.
“Ti dispiace se mentre finisci il tè corro a cambiarmi?” gli chiesi titubante.
“Certo che no, vai pure, sto bene!” mi rassicurò e io gli rivolsi un gran sorriso, prima di correre al citofono ed informare Ric che avrei perso giusto qualche minuto.
Mi cambiai velocemente, legando i lunghi capelli biondi in una coda e passando un generoso strato di mascara.
Indossai un vestito blu morbido sui fianchi e delle calzature color nocciola a punta, non poi così alte.
No mi ero mai preparata così rapidamente, pertanto non mi ero dedicata come al solito a scegliere con cura cosa indossare, ma per quella sera, me lo sarei fatta andar bene.
Esattamente dieci minuti dopo uscii di casa, raggiungendo Ric, insieme a Nick, che mi salutò con una mano prima di incamminarsi verso il suo appartamento, sotto lo sguardo leggermente contrariato del mio fidanzato.
 
 
 
 
 
 
 
Buon pomeriggio,
Ho bisogno del vostro parere.
Mi piacerebbe raccontare in maniera più approfondita l’incontro tra Asia e Pablo ed allo stesso tempo, approfondire le personalità e le dinamiche riguardo anche gli altri personaggi, che nella mia mente hanno delle loro particolari caratteristiche sulla quale mi piacerebbe potermi soffermare.
Come ad esempio le improvvise sparizioni di Edo ed i problemi di Isabel, Scarlett e Lucas. (Di cui avrete maggiori informazioni a partire dal prossimo capitolo)
Mi rendo conto di non poter inserire questi aspetti in questa storia, sia perché non ho lo spazio per farlo, sia perché finirei per allontanarmi dal focus principale di questo racconto (Asia e Nick ed il loro “farsi bene” reciprocamente) e finirei soltanto per confondervi.
Quindi ho pensato di realizzare dei veri e propri Missing Moments  per ciascun personaggio, da leggere separatamente.
Considerando che sviluppare questo tipo di testi sarà non poco impegnativo, vi chiedo se effettivamente a qualcuno potrebbe interessare lanciando una sorta di sondaggio tra voi lettori.
Grazie per l’attenzione,
A presto.
Fede.

 
  
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