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Autore: Kanako91    25/01/2023    0 recensioni
Chi erano l’Esterling Nero e il Re Stregone di Angmar prima di diventare famosi come Nazgûl?
Come sono entrati in possesso dei rispettivi anelli?
Nove erano gli anelli dati agli Uomini e questa è la storia di due di loro, tra Númenor e l’Est della Terra di Mezzo.
Genere: Drammatico, Introspettivo | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash | Personaggi: Khamûl, Sauron, Stregone di Angmar
Note: Lime, Missing Moments | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate, Violenza
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Parte II. Il capitano - Capitolo 5. Qualcuno che ricordi




Nomi utili:

Ciryandil: secondogenito di Tar-Ciryatan, in Adûnaic "Balkuzîr"
Ciryatan: dodicesimo Re di Númenor, marito di Nenilde, padre di Atanamir (canon) e Ciryandil
Nenilde: moglie di Ciryatan, madre di Atanamir e Ciryandil. Scrive componimenti poetici erotici sotto lo pseudonimo "Ciryanilde"
Tar-Minastir: undicesimo Re di Númenor, padre di Ciryatan, figlio di Isilmo fratello di Telperien (canon)
Hallariën: moglie di Minastir, madre di Ciryatan
Tar-Telperien: decima Regina di Númenor, zia di Minastir (canon)
Atanamir: tredicesimo Re di Númenor (canon), fratello maggiore di Ciryandil, figlio di Ciryatan e Nenilde, padre di Ancalimon e Loténië
Aldarian: nobildonna númenóreana, amante di Ciryandil
Lotérian: moglie di Atanamir, madre di Ancalimon e Loténië
Ancalimon: quattordicesimo Re di Númenor (canon)
Loténië: secondogenita di Atanamir e Lotérian, sorella minore di Ancalimon




5. Qualcuno che ricordi




Tornarono nella Terra di Mezzo nella stessa regione da cui erano partiti anni prima. Nessuno dei nativi sembrò rendersi conto del loro ritorno, ma erano più guardinghi quando si avvicinavano i mercanti stranieri ai loro villaggi.

Ciryandil quella volta non si mise in prima fila, non andò lui in esplorazione, e si chiese se in realtà fosse qualcosa a tenerlo indietro.

Forse sì.

Non voleva mettersi in mezzo finché non ci fosse stato da uccidere.

Si sentiva pericolosamente amico della morte e per nulla propenso ad avere a che fare con la vita, se non finché non si fosse trattato di reciderla.

Così quando ebbero individuato i villaggi da colpire, Ciryandil ebbe l’occasione di sfoderare la sua spada a due mani e tornare se stesso nel sangue dei suoi nemici.

Quando finalmente il primo villaggio fu saccheggiato, i tesori accantonati e i prigionieri portati fuori, si fermò a guardare l’opera sua e dei suoi uomini. La pioggia torrenziale spegneva gli incendi che avevano appiccato per tirar fuori la gente dalle proprie case, e cercava persino di pulirlo dal sangue che gli era schizzato addosso.

Ciryandil sollevò il viso al cielo, inspirando a pieni polmoni l’aria umida e odorosa di terra che copriva il puzzo di fumo e morte.

Una presenza familiare lo disturbò e non si trattava di uno dei suoi uomini. Li sentiva indaffarati a organizzare il bottino per condurlo alle navi. Sapevano muoversi senza che lui indicasse loro ogni passo da fare.

Così Ciryandil aprì gli occhi e si voltò.

La donna era lì.

I capelli ricci appesantiti dall’acqua, ma sempre gonfi e selvaggi intorno alla testa e alle spalle, come un mantello di tenebra.

«Cosa vuoi?» Non si chiese neppure se fosse un sogno o se lei fosse davvero lì.

In qualsiasi caso, non gli importava.

Era l’ultima persona che avrebbe voluto vedere. L’avrebbe pure dimenticata, se non fosse stato per quel sogno prima di partire e per il modo in cui sembrava ripresentarsi sempre davanti ai suoi occhi, come una punizione.

Lei disse qualcosa e lui non capì una parola.

Il che bastò a confermargli che non era un sogno: in quelli lei parlava la sua lingua.

«Va’ via» le disse e le diede le spalle, in attesa che lei capisse e obbedisse.

Una mano gli toccò il braccio e Ciryandil lo scostò, per gettarle uno sguardo oltre la spalla.

C’era qualcosa in quegli occhi. Sembrava compassione, ma era probabilmente un’illusione. Non poteva provare pena per lui: aveva bruciato il suo villaggio e ucciso la sua gente.

No, voleva qualcosa da Ciryandil. Quella era tutta scena, per ottenere qualcosa in cambio per il suo atteggiamento gentile e pietoso.

La scrutò, seguendo con gli occhi le linee dei fianchi, più morbidi di prima, e quella morbidezza si estendeva anche ai seni, al collo, al viso. Il segno degli anni era così chiaro su di lei da fargli venire la nausea.

«Se vuoi attribuirmi la paternità di qualche bastardo, puoi scordartelo» le disse e mosse un passo lontano da lei.

La donna corrugò la fronte, come se stesse tentando di decifrare le sue parole, e strinse la mano che lo aveva toccato con l’altra, per abbassarle davanti al ventre nascosto dalle vesti larghe.

Non era certo di aver intuito correttamente. Non sapeva neppure perché le stava dicendo quelle cose quando lei non capiva mezza parola.

Non aveva senso prendersela con la donna.

Era solo una perdita di tempo.

Schioccò la lingua contro il palato, si voltò e se ne andò, senza lanciarle un altro sguardo.

Ma sapeva che, se lo avesse fatto, lei sarebbe stata lì a guardarlo allontanarsi.


* * *


«Cosa facciamo con la donna, capitano?»

Ciryandil si massaggiò la radice del naso, gli occhi chiusi. Poteva averla mollata sotto la pioggia in quel villaggio, ma la donna aveva deciso di seguire la sua gente, sempre qualche passo più indietro, sempre celere nel nascondersi quando qualcuno si voltava a guardarla, ma non perdeva mai un passo che loro facevano.

Non gli era chiaro cosa volesse da lui.

Era sola, senza alcun bambino moccoloso dietro. E non mostrava alcun segno di desiderare vendetta.

Sembrava un cane che continuava a seguire il padrone, anche se questi gli aveva detto di stare al suo posto. C’era la stessa determinazione cocciuta, mista a una fiducia cieca, come se lei sapesse cose di Ciryandil che la autorizzavano a credere in lui.

Cosa pensava di sapere? Non le era bastato vederlo uccidere la gente del suo villaggio con pochi fendenti della sua spada? O bruciare il capovillaggio con una torcia tra le gambe?

Cosa diamine voleva?

«Possiamo catturarla e tenerla con le altre donne che seguono il campo» gli propose il suo tenente.

Ma quelle donne interessavano ad alcuni di loro. Lui non aveva alcun interesse per la donna. Lo aveva avuto finché gli era servita per ottenere informazioni sul villaggio da razziare, ma dopo? Cosa doveva importargli di lei?

«Oppure, se desidera tanto un uccello númenóreano da seguirci con una tale disperazione, possiamo dargliene un po’ finché non cambia idea» disse un altro dei suoi uomini e sghignazzò.

Quello fece sollevare la testa a Ciryandil e passare in rassegna chi gli stava intorno, con gli occhi stretti.

«Non ci provate nemmeno» disse, la voce dal fondo del petto come un ringhio. «Se è davvero quello che vuole, la stareste accontentando ed è proprio quello che sto cercando di non fare».

Alcuni dei suoi uomini si scambiarono occhiate, qualcuno inarcò le sopracciglia, altri convennero con lui, con un cenno del capo.

Ciryandil si alzò dallo sgabello, torreggiando su tutti gli uomini raccolti intorno al fuoco.

«Lasciate che ci segua» disse infine. «Prima o poi si stancherà di farlo».

E con quelle parole, si ritirò nella sua tenda per la notte.


* * *


Come si era illuso.

La Donna li seguì per mesi mentre si aggiravano nell’entroterra, al punto che Ciryandil considerò di tornare alle navi e muoversi lungo la costa per seminarla.

Ma non poteva cambiare i suoi piani per una donna cocciuta. Aveva un progetto iniziato anni fa, per queste terre, e intendeva portarlo a termine prima di tornare alle navi.

C’erano lapislazzuli da trovare.

In quei mesi, gli giunsero notizie da Númenórë: Loténië alla fine si era sposata, con l’erede del Signore di Andúnië, il che gli faceva porre qualche domanda sulla natura di quel matrimonio. Era stata davvero lei a volerlo o Atanamir aveva ceduto alla ragion di Stato e le aveva fatto sposare il nobile più influente di Númenórë per averlo sotto controllo?

Pensare alla politica della sua madrepatria serviva a poco quando ciò che lui stava facendo nella Terra di Mezzo non la riguardava direttamente. Non stava ancora stabilendo colonie, e Atanamir gli aveva fatto sapere che avrebbe voluto che fosse suo figlio a farlo.

Ciryandil sarebbe stato l’ariete che avrebbe sfondato le mura della città assediata. Gli andava bene quel ruolo. Dopotutto non aveva l’eleganza e la leggiadria di suo fratello e suo nipote.

Così continuò a farsi largo nell’entroterra e la Donna a seguire il suo gruppo.

Una volta, non vedendola, andò a cercarla.

La trovò intenta a lavare i capelli in un torrente, i vestiti bagnati appiccicati al corpo, mentre con le dita districava le ciocche ricce e crespe. Era ancora viva e in forma, il che gli bastava. Infatti si voltò per mollarla lì alle sue abluzioni, ma lei lo notò e si raddrizzò.

La Donna emise un verso che lui intuiva essere un invito ad aspettare, se non proprio il nome che lei gli aveva affibbiato.

Qualcosa lo fece fermare e guardare oltre la spalla, per vederla affrettarsi fuori dal ruscello e raggiungerlo.

Gli prese il braccio e gesticolò furiosamente, ma Ciryandil era troppo distratto dalla sua espressione animata e da come la stoffa e i capelli si erano appiccicati alla sua pelle per concentrarsi sui segni che lei faceva.

Si riscosse solo quando lei tacque, quasi aspettandosi una risposta.

Lui le mise le mani sulle spalle e la girò verso il ruscello.

«Torna pure a lavarti, che ti fa bene» le disse e se ne andò.

Questa volta non si fermò neppure quando lei riprese a chiamarlo.

Solo troppo tardi si rese conto che la Donna aveva cercato di dirgli qualcosa di importante. E si ricordò perché la tattica che lui stava adottando non era mai stata usata per un ottimo motivo: se i nativi sapevano che eri ancora in giro e ti stavi allontanando dal mare, si organizzavano.

Così, quando con il cielo coperto da nuvoloni neri entrarono in un villaggio deserto, non si accorsero subito di essere in trappola.

Credettero piuttosto che la gente fosse scappata per evitarli.

Ah! Illusi.

Non furono solo gli abitanti di quel villaggio a circondarli, ma probabilmente anche quelli dei villaggi vicini, uomini piccoli, magri e scuri, ma in numero sufficiente da mettere due dozzine di Númenóreani in difficoltà.

Il thangail resse poco agli attacchi, perché frenato in una parte fondamentale del suo utilizzo: erano bloccati in mezzo al villaggio, qualsiasi manovra preclusa.

Così Ciryandil diede ordine agli uomini al centro di uscire dai ranghi e attaccare le prime linee di selvaggi e lui uscì con loro, perché voleva dar da bere alla sua spada e per farlo non poteva restare dentro il thangail.

Uscì dal recinto di scudi e la sua vista bastò a congelare per un attimo i selvaggi intorno a lui. Era sempre stato il suo vantaggio, per quanto la sua stazza non lo rendesse il più agile.

Così calò la spada sulla prima fila, squarciando il ventre di tre uomini –e mezzo– prima che gli altri si risvegliassero, riscossi dalle urla.

Un fulmine squarciò il cielo e la pioggia si unì all’attacco.

Da lì, non fu semplice mattanza perché i numeri erano troppo a sfavore di Ciryandil e i suoi uomini, ma il thangail resse ancora poco, prima che tutti gli altri soldati si gettassero nella mischia.

Ciryandil non si rendeva conto di cosa faceva il suo corpo. Sentiva il rumore umido di carne squarciata e di ossa rotte, ma non vedeva quel che aveva davanti agli occhi.

Una mezza dozzina di volte sentì dolore, ma non prese nota nemmeno di quello, finché qualcuno non gli affondò una lancia nel fianco dalle spalle.

Quella la sentì, eccome.

Con un urlo si voltò, afferrando la lancia conficcata ancora nella sua carne e la spezzò, prima di tirare un fendente verso chi lo aveva attaccato. Non gli colpì il collo, ma la testa –con poca grazia e molta forza–, spaccandogli la parte superiore del cranio.

Il selvaggio crollò a terra senza vita, ma gli altri non stettero a guardare a lungo e ripresero ad attaccare Ciryandil, come se servisse mettersi tutti insieme contro di lui.

In effetti, non era del tutto sbagliato. Supponeva che dessero la caccia alle grandi bestie dell’Estremo Sud con quella stessa tecnica.

Erano fastidiosi, tanto che riuscirono a farlo imbestialire come mai prima, finché non si trovò davanti a un guerriero più alto degli altri –alto quanto Ciryandil–, armato come un ufficiale dei Regni del Sole e una lunga alabarda in mano.

«Ho sentito parlare di te» gli disse, in una lingua che non gli era chiaro se fosse Adûnaic, Sindarin oppure Quenya.

Ma lo capiva.

Fu quello a sconvolgerlo di più.

Chi era? Come faceva a farsi capire?

«Non posso dire lo stesso» disse Ciryandil, rigirandosi l’elsa bagnata tra le mani. «Chi saresti?»

Il guerriero rinserrò la presa sull’alabarda e gli allungò un affondo che Ciryandil ebbe tutto il tempo di schivare.

Faceva sul serio?

«Non importa chi sono io. Ti basti sapere che sono qualcuno, mentre tu devi invadere queste terre per esserlo».

Ciryandil strinse i denti e calò la spada sul suo avversario. Questo volteggiò via dal suo fendente e scattò in avanti, così rapido che lui sentì solo il dolore al fianco, dove c’era già la ferita di lancia.

Con un ruggito, Ciryandil si ritrovò in ginocchio. Un piede gli premette sulla spalla, spingendolo giù, la faccia contro la melma mista a sangue e pioggia.

«Questo è il tuo posto» disse il guerriero. «Sconfitto, tra i cadaveri che ti sei lasciato alle spalle. Dimenticato da tutti, perché non sopravviverà nessuno che si ricordi di te».

No.

Già aveva sentito qualcosa di simile da suo padre, ma c’era stata pena e dolore nella sua voce. Ciryatan non voleva che suo figlio andasse dimenticato.

Questo guerriero ne avrebbe goduto.

Ciryandil gli afferrò la caviglia e la torse, fino a far finire il guerriero nel fango con lui. Con uno slancio, gli si stese sopra e premette un braccio sulla sua gola, con l’altro gli bloccò la mano che teneva ancora l’alabarda.

«O forse sarai tu quello che verrà dimenticato» disse Ciryandil. «Dopotutto, quando avremo fatto di queste terre le nostre colonie, puoi star certo che almeno una città porterà il mio nome. Magari ne farò sorgere una proprio qui, dove te la sei fatta addosso contro di me».

Il guerriero rantolò e si contorse sotto Ciryandil finché non si afflosciò.

Solo dopo aver portato la spada sotto l’apertura del naso dell’elmo del guerriero, e aver verificato che il metallo non si appannava, Ciryandil si lasciò andare disteso al suo fianco.

Gli lanciò uno sguardo e gli venne da ridere: sembrava che avessero finito di far sesso e che stessero distesi fianco a fianco per riprendere fiato. Ma uno di loro due non lo avrebbe mai ripreso.

E, a giudicare dal dolore che lo assaliva in tutto il corpo, Ciryandil altrettanto.

La mano inerte del guerriero aveva qualcosa che luccicava all’indice. Ciryandil gliela prese e notò un anello d’oro, una semplice fascia lucida, molto ben fatta, che brillava anche nello sporco e nel sangue.

Un magnifico ricordo di quel combattimento.

Ciryandil gli sfilò l’anello dal dito, se lo rigirò davanti agli occhi e lo infilò all’indice.

I suoni intorno a lui si attutirono, i dolori svanirono, la pioggia cessò.

Uno strano senso di giustezza lo pervase.

Bene. Era così che doveva andare.

Con un sospiro, chiuse gli occhi.


* * *


Qualcosa gli bruciò contro il fianco e, con un sibilo tra i denti, Ciryandil aprì gli occhi. Una mano gli trattenne la spalla per terra e parole in una lingua incomprensibile giunsero da una voce che riconosceva troppo bene.

Aveva smesso di piovere. La Donna era inginocchiata vicino a lui, intenta ad applicargli strani intrugli al fianco, mentre con tono di voce rassicurante e calmo gli diceva qualcosa.

Per le tette di Uinen, se capiva cosa.

Era come quando sua madre gli parlava se lui si svegliava da un incubo, nel pieno della notte, e piangeva disperato. Solo che non si era risvegliato da un incubo: a giudicare dal dolore che sentiva lungo tutto il corpo, gli sembrava di essersi risvegliato dalla morte.

Tutte quelle ferite che non aveva minimamente percepito mentre lottava, ora si facevano sentire, eccome! Quelle peggiori erano sul fianco, dove la Donna stava applicando un cataplasma.

Con le palpebre a mezz’asta, la guardò mentre lei era tutta presa a schiacciare altre erbe e semi su una pietra, con un sasso, i capelli raccolti in una striscia di stoffa, qualche ricciolo ribelle che le ricadeva sulla fronte e lungo il collo.

Poteva essere invecchiata rispetto a quando l’aveva conosciuta, ma cos’erano stati? Sei, sette anni? Non era un vero invecchiamento. Era solo maturata, si era fatta se possibile ancora più donna.

Il suo viso concentrato fu l’ultima cosa che vide prima di scivolare di nuovo in un sonno senza sogni.


* * *


Quando Ciryandil si risvegliò, non era più nella fanghiglia in mezzo al villaggio in cui avevano subito l’attacco, ma in una tenda.

La sua tenda, a giudicare dagli arredi.

Qualcuno lo aveva riportato al campo e dubitava fosse stata la Donna. Piccola com’era, poteva averci messo tutta la forza che aveva in corpo, ma non sarebbe riuscita a muoverlo.

Si sollevò su un braccio e strinse i denti nel sentir tirare al fianco.

«Fai piano» giunse una voce da un angolo della tenda.

Ciryandil vi trovò uno dei suoi ufficiali, seduto su uno sgabello, le braccia incrociate sul petto.

«Eri conciato davvero male, Balkuzîr» gli disse l’uomo. «Per fortuna per quella donna che ci segue da mesi, o non ti avremmo trovato in tempo. E con te, tutti gli altri».

«Quanti erano feriti?»

«Dovresti chiedere quanti sono morti, perché tutti erano più o meno feriti».

Ciryandil gli fece cenno col capo di rispondere alla domanda non posta.

«Abbiamo perso nove uomini» gli disse il tenente. «Tu saresti stato il decimo».

«La Donna mi ha curato».

«Non solo». Il tenente si alzò dallo sgabello. «Quando siete partiti, vi ha seguiti, ma poco dopo è tornata indietro e ha cercato di parlare con qualcuno al comando. Con il trattamento che le hai riservato, tra coloro rimasti al campo nessuno la voleva prendere sul serio.

«Ma c’era qualcosa nel modo in cui si agitava che mi ha insospettito e sono riuscito a farmi spiegare quello che voleva dirmi. Lei aveva visto strani movimenti, sentito messaggi passati da un villaggio all’altro e seguendovi ha capito che era quello il giorno dell’attacco che stavano organizzando contro di noi.

«Così ci siamo armati e siamo arrivati in tempo per evitare che moriste tutti. Ci è voluto un po’ per scacciare gli ultimi selvaggi, ma ero tranquillo lasciandoti nelle mani di quella donna. Dopotutto ha dimostrato di avere il nostro –e il tuo– bene a cuore».

Ciryandil si lasciò andare indietro sul letto e si passò una mano sul viso, sentendo la presenza fredda dell’anello contro la pelle. Era mortificato e confuso. Si rendeva conto ora che quel giorno al fiume lei aveva cercato di avvisarlo e lui l’aveva ignorata. E trattata in malo modo.

Perché poi? Perché non la reputava degna di sé?

Era ridicolo. L’aveva reputata abbastanza degna per il suo uccello mentre cercava di ottenere informazioni sul suo villaggio e sui lapislazzuli.

Ma allora era stata un mezzo per un fine. Un oggetto con cui trastullarsi mentre cercava di raggiungere un obiettivo, e da gettare via appena quell’obiettivo era stato raggiunto.

Non provava pena per lei. Né voleva riprenderla con sé per compassione, perché non provava nemmeno quello.

Gratitudine? Era un sentimento troppo limpido per quel che si agitava nella sua testa in quel momento.

Si riaddormentò, come se fosse stato solo nella tenda, e quando si risvegliò lo era davvero. Si era fatta di nuovo notte e fuori si sentivano solo i versi degli animali notturni, il campo addormentato, salvo per le sentinelle.

Ciryandil si tirò a sedere e lasciò la brandina. Indossava solo un perizoma di lino, il resto del corpo coperto da bende che tenevano al posto cataplasmi e coprivano le suture. Si sentiva meglio di quello che appariva e di sicuro meglio rispetto al precedente risveglio.

Avventurò qualche passo nella tenda finché non tornò di nuovo padrone del suo corpo. Così uscì, percorse la strada principale dell’accampamento e, una volta fuori, fece un cenno di saluto alle guardie e si guardò intorno.

Era certo che lei fosse lì in giro.

Chissà dove dormiva.

Una rapida perlustrazione tra gli alberi gliela fece trovare su un ramo, cavalcioni contro il tronco, le braccia incrociate sullo stomaco. Era una posizione strana in cui dormire, ma ne capiva il senso.

Si avvicinò e tese le braccia sotto il ramo.

«Ehi, Donna» la chiamò piano, per non spaventarla e farla cadere. Era pronto a prenderla, ma non era sicurissimo della presa che avrebbe avuto nel suo stato.

Lei si riscosse e socchiuse gli occhi, per poi spalancarli nel riconoscerlo. Si raddrizzò e Ciryandil sentì un sorriso tirare sulle sue labbra.

La Donna indicò il suo fianco e disse qualcosa.

«Sta meglio, grazie» rispose a quella che supponeva fosse la sua domanda. «Vieni con me».

Mosse un passo indietro e, quando non la vide muoversi, le fece segno con la testa verso l’accampamento.

Lei sbatté le palpebre.

Ciryandil temette di doversi ripetere, ma lei balzò giù dal ramo e lo raggiunse con passo sicuro.

Si incamminarono verso l’accampamento, fianco a fianco, senza nemmeno sfiorarsi.






Nota dell'autrice


E siamo al penultimo capitolo ed è spuntato un certo qualcosa che ci è familiare, o sbaglio? ;)

Forse si capisce meglio perché ho definito Ciryandil lo scimmione di Angmar. Mettermi nei suoi panni, in capitoli come questo, mi fa sentire decisamente quanto sia uno scimmione.

Passando alle note serie, il thangail è una formazione númenórëana corrispondente alla testudo romana ed è quella che viene usata durante l’attacco a Isildur quando viene attaccato vicino all’Anduin (e perde l’anello). Mi piace un sacco avere questi dettagli dal canon ♥️

Grazie a chi ha letto fin qui e alla prossima settimana con l’ultimo capitolo di Angmar, ma non l’ultimo della raccolta!

Kan


   
 
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