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Autore: fiore di pesco    26/11/2023    3 recensioni
Vi propongo degli estratti dei miei pensieri più intimi, celata da un anonimato che dura da oltre un decennio.
Non è un testo delicato, non sono una persona eccessivamente sensibile e quindi potreste incappare in black humor, turpiloquio e considerazioni talvolta ciniche che potrebbero turbare i lettori più emotivi. Non voglio far finta che questo mi dolga, non sono mai stata ipocrita.
Potrete trovare capitoli composti da una vicenda che mi è successa di recente, altre molto lontane nel tempo, pensieri, aforismi, quello che mi va.
Alcune di queste riflessioni sono state scritte in bozze sul mio diario anni fa e non so perchè stasera abbia sentito l'esigenza di condividerle con qualcuno. Forse per strappare una risata o una imprecazione, ma sempre meglio della noia.
Questa "storia" è una raccolta disomogenea e non segue una trama, ogni capitolo è a sè e quindi non pubblicherò con scadenze, seguirà l'ispirazione.
Genere: Comico, Introspettivo, Slice of life | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: Raccolta | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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Di recente sono stata immersa in un universo particolarmente denso di questioni di genere… il che è stato assurdo, come se il tema del sessismo si fosse fatto imperante intorno a me.

Ho incontrato un fottio di maschilisti, compro un libro di criminologia e scopro che è quasi tutto su delitti commessi a discapito delle donne, comincio una serie su Netflix e viene fuori il tema della violenza domestica, le mie autrici preferite anche su EFP parlano dell’argomento, casi di cronaca nera sul tema, esce un nuovo film al cinema (della Cortellesi, devo ancora vederlo) sull’emancipazione femminile, rimango vittima degli algoritmi dei socials che cominciano a mostrarmi contenuti femministi e voilà, questa casa da oggi è un tribunale per i pari diritti.

Scherzi a parte, è stato un periodo particolarmente intenso per la mia parte femminista. Non mi capitava da un po’ di avere così tanta pressione e alla fine ho commesso l’errore di andare anche a leggere i commenti sotto ai video.

Potevo guardare il video e poi andare a farmi una birra e invece… sono andata a leggere i commenti. Forse perché il fegato stava troppo bene e volevo farmene marcire un po’, non lo so. Un sacco di “io sono uomo e non lo farei mai!” - “non tutti gli uomini sono così!” - “perché non parlate degli uomini che vengono maltrattati dalle donne?” ... Il fatto che dà fastidio in sé non è che qualcuno dica che non tutti gli uomini sono così. Grazie al cazzo, lo sappiamo. Speriamo bene che non siano tutti così, che discorso è? Ma in che modo ritieni sia utile affermare sotto ad un video di una ragazza uccisa dall’ex perché l’ha lasciato, che ci sono anche uomini maltrattati? Non riesci a comprendere quanto tu sia fuori luogo? Cazzo, se non hai niente di intelligente da dire, non parlare!

Il colpo di grazia me l’ha dato un cliente ieri, quando è entrato nel nostro ufficio e ha visto una delle nostre dipendenti allo sportello informazioni. Io, vedendo che c’era diversa gente in fila, sono uscita dal retro dove c’è la mia scrivania e sono andata a darle una mano, recandomi presso lo sportello adiacente.

Questo bavoso che potrebbe essere mio padre ha esordito con “Non avevo visto che c’erano due mucche!”

Confesso di aver avuto un momento di blackout e ho sentito il mio cervello fare contatto. Il sorriso (di circostanza, chiaramente) mi si è congelato sul viso e quando è stato sufficientemente vicino gli ho chiesto: “Che cosa ha detto? Ripeta quello che ha appena detto.” Forse l’ho domandato con troppa aggressività, me ne rendo conto.

Lui è subito impallidito e ha risposto velocemente “Ho detto che non avevo visto che c’erano due postazioni.”

L’ho osservato truce. “È proprio certo di aver detto questo?”

“Sì, sì!” ha risposto imbarazzato.

Tutto il resto della conversazione è avvenuto freddamente e se n’è andato molto in fretta. Io però ancora non mi spiego come sia possibile entrare in un esercizio pubblico, vedere due donne e chiamarle mucche. Non ci sono bestemmie o parolacce sufficientemente forti per poter esprimere l’incazzatura che questo fatto può provocare. Ma di che cazzo stiamo parlando? Ancora mi chiedo se non ho avuto un’allucinazione uditiva ma no… non l’ho avuta. Non sono ancora schizofrenica e non mi è mai capitato di averne. Avrei preferito non sentirlo. La cosa peggiore non è che io l’abbia sentito, quanto piuttosto che lui abbia ritenuto opportuno dirlo.

Nella mia vita gli episodi di sessismo si sprecano, non potrei raccontarli tutti nemmeno se volessi. Non perché sia una paranoica che vede il marcio ovunque, figurarsi, io stessa non apprezzo il politicamente corretto e sparo un sacco di cazzate. Più che altro perché ho scelto di addentrarmi in un ambiente che fino a dieci anni fa alle donne era praticamente precluso: finanza, alte sfere bancarie, forex, trading… Le donne sono sempre state assunte in questi settori, certo… come segretarie. La segretaria qui è sempre femmina, assurdo. Questo è sessismo verso i maschi! Dove sono i segretari?! E, puntualmente, la segretaria non sa un cazzo o peggio ancora non capisce un cazzo. Al punto che perfino io preferirei che rispondesse un uomo.

Questo triste aneddoto che segue avviene mediamente una volta al mese, ogni volta con una donna diversa. “Sì, buongiorno, dovrei fissare un importo.”

“Buongiorno, con chi parlo?”

(domanda inutile, i numeri sono tutti segnati con il codice di riconoscimento, basta che guardi lo schermo e lo sai, con chi stai parlando) “Con Alessandro.” Fun Fact, il mio cognome è che un nome maschile, no, non è questo quello vero.

“Ah, lei chiama per il Signor Alessandro?”

“No, io sono Alessandro. Vorrei fissare un importo. Facciamo in fretta perché la borsa sta cambiando in questo stesso momento.”

“Ehm, sì… le passo qualcuno.” Sento che si stacca dalla cornetta e dice a qualcuno “Scusate, ho qui in linea qualcuno che chiama da parte di Alessandro, per fissare la valuta odierna.”

MA PORCO…!!!! “Signora, io SONO Alessandro. È il mio cognome. Me li vuole chiudere o no questi soldi!?”

“Ah ehm… sì… un secondo… senta, la faccio richiamare subito perché i ragazzi sono tutti occupati.”

Mi richiamano dopo un quarto d’ora, che ormai il supporto di Fibonacci è stato raggiunto, superato e ha avuto il tempo di tornare al punto di pivot. “Alessandro? Scusa ma prima non abbiamo potuto rispondere, ci hanno detto che hai fatto chiamare dalla tua assistente e sai che senza la procura lei non può fare queste operazioni…”

“ERO IO!!”

“Ah. Ma la segretaria ha detto che…”

Così, ogni mese. Io veramente, un giorno li vado a trovare in sede, laddove nessuno può entrare e appiccico una mia foto alla parete con scritto “Questa tizia È Alessandro. Rispondetele, Cristo Santo”

Purtroppo, personaggi di questo calibro non tengono alta la reputazione femminile nel mio settore, ma come “non tutti gli uomini sono così”, dovrebbe essere chiaro che nemmeno tutte le donne lo siano.

Un episodio è capitato questa settimana, una cosa davvero ridicola che mi ha lasciata basita. Io sono anche consulente, come tale analizzo polizze e contratti, per farci la cresta. Non nego che sia un lavoro caino, ma è importante che tutte le assicurazioni siano in una adeguata qualità prezzo. I soldi pagati alle assicurazioni, negli ultimi 40 anni di esistenza di questa ditta sono stati praticamente sprecati, perché non abbiamo mai dovuto aprire un sinistro. Inevitabilmente, meno ci costano e meglio è. Da dieci anni a questa parte ho cominciato a fare pressioni affinché i prezzi venissero abbassati e rientrassero in linea con quelli delle altre assicurazioni. I nostri erano palesemente gonfiati, tutto grazie al signor assicuratore, amico del socio di maggioranza. Credevo che essere amici fosse un mutuo aiuto: proprio perché sei mio amico, hai un prezzo di favore. Invece qui è l’esatto opposto. Tutte le polizze erano stragonfie, motivo non pervenuto.

Siamo due soci di minoranza e un socio di maggioranza. Due uomini e una donna, io, che sono socia di minoranza. Ho diritto di voto ma, se gli altri la pensano diversamente da me, non posso che rassegnarmi alla maggioranza, e stesso discorso per loro. Qualche settimana fa mi sono fatta fare dei preventivi da una assicurazione concorrente alla nostra attuale e ho fatto notare agli altri soci come i preventivi per il 2024 fossero di nuovo troppo elevati, e che era il caso di convocare il rappresentante per discuterne con lui per farli abbassare (cambiare assicurazioni professionali sarebbe una rottura di balle burocratica, meglio tenerci questa, ma farle abbassare i premi).

Quando il rappresentante, un sessantenne leccapiedi, si è presentato tronfio, come al solito mi ha salutata per ultima, perché per lui sono una rotta in culo. Il che mi va bene, perché io lo disprezzo. Il fatto è che sono la persona con più titoli e quindi devo parlare io per esporre questi problemi. Ho spiegato le nostre posizioni diplomaticamente e cordialmente e la sua reazione è stata qualcosa a cui non sarei mai stata preparata.

Di norma si espone il problema, si trova un compromesso, si risolve e stretta di mano! Ma no, non questa volta, perché a parlare ero io. È diventato paonazzo, ha cominciato a dire frasi che non stavano né in cielo né in terra e quella che mi ha turbato più di tutte è stata “da quando ci sei tu la situazione qui è ingestibile, e tu, una ragazza, mi metti sempre in imbarazzo di fronte agli altri uomini!”

Sono rimasta sconvolta da queste sue parole. Io, lì, non sono una “ragazza”. A parte che ormai non mi considero nemmeno più, una ragazza. Io lì sono il cliente, sono un consulente, sono una socia, sono una figura professionale con i titoli adatti a poter trattare l’argomento. Da quando sono qui ti ho fatto abbassare i prezzi e ti ho rotto le uova nel paniere? Se fossi stato onesto non sarebbe mai successo! Di cosa cazzo stiamo parlando?!

Il fatto più grave però non è stato questo, quanto che gli altri due uomini presenti, i miei soci, stavano zitti a testa bassa mentre lui mi aggrediva a parole. In tutte le riunioni a cui ho partecipato non ho mai mai MAI visto una scena analoga. È vero però che ho sempre e solo potuto osservare riunioni dove gli interlocutori erano uomini, e gli uomini tra di loro non si dicono queste cose né si esprimono con questi termini.

Ho provato ad intervenire più volte per calmare i toni perché questo individuo era fuori di sé senza una ragione valida e nessuno dei presenti faceva qualcosa, ad eccezione della mia assistente che però non poteva prendere parola e strepitava al mio fianco. Questo tizio non mi lasciava prendere parola perché “ora stai zitta che sto parlando io” come se la sua parola contasse più della mia!

Dopo un dibattito durato oltre dieci minuti in cui la mia voce è stata ripetutamente sovrastata dalla sua, sono riuscita ad impormi e a dire ciò che dovevo, rimettendolo al suo posto e ponendo fine a quella scena indegna. Il cuore mi batteva fortissimo per il nervoso e ancora nessuno dei presenti aveva aperto bocca per sostenermi, nonostante io stessi facendo gli interessi di tutti lì dentro (ad eccezione di quelli del rappresentate, chiaramente).

Il tizio ha dovuto abbassare i prezzi e poi se n’è andato oltraggiato. All’uscita, i signoroni si sono finalmente alzati e hanno trovato fiato per comunicare, tutti gioviali e bonari, dandogli pacche sulle spalle e sorridendo sornioni. Appena siamo rimasti soli, prima ancora che io potessi dire qualcosa, mi hanno sommersa di complimenti per essere riuscita a far risparmiare tanti soldi all’azienda.

“Se la pensavate come me perché nessuno è intervenuto a mio sostegno?! Perché siete rimasti zitti!?”

Si sono guardati imbarazzati. “Beh, ma tu non hai mica bisogno di essere difesa, te la sei cavata benissimo da sola.”

Non avevo più parole per rispondergli. Quante volte loro sono stati in difficoltà e io sono intervenuta? Quante volte gli ho tolto le castagne dal fuoco e li ho difesi quando erano indifendibili?! Sono profondamente disgustata dall’accaduto.

Questo fatto e, il giorno dopo, il tizio che entra e chiama me e la collega “mucche”, mi hanno fatto capire che il mio limite di saturazione era molto vicino. Mi ha fatto ripensare a tanti fatti accaduti nel corso di questa vita e che ho sempre dovuto tollerare. La maggior parte sono fatti stupidi, che fanno innervosire e basta. Altri, purtroppo, sono particolarmente gravi.

Stasera ho analizzato delle statistiche per chiarirmi quanti sono davvero i casi di donne in Italia (perché è il mio Paese di provenienza e a cui sarò sempre legata) che hanno subito molestie. In Italia ci sono circa 31milioni di donne. Quasi due milioni hanno subito molestie e violenza nel corso della vita. È una percentuale di circa il 6%. In pratica, quasi una donna ogni 10 in Italia ha rischiato le botte o lo stupro. Il 2% ha subito violenza sessuale. È una cifra enorme, e non tiene conto di tutte coloro che non hanno mai denunciato.

Io, dal canto mio, non ho denunciato perché non ho potuto e quando è successo, non ero in grado. Ad oggi ho avuto la bellezza di due stalker e un tentato stupro, ormai 13 anni fa.

Il primo stalker che ebbi, a 16 anni, lo conobbi per casualità, andando ad un incontro di D&D dove giocava il ragazzo di una mia amica. Lì, uno dei giocatori si fece avanti e ammetto che a quell’età non mi era del tutto chiaro dove volesse andare a parare, anche perché lui aveva 15 anni più di me. Da quel momento è stata una tortura. Mi scriveva di continuo cose assurde, insisteva affinché uscissimo insieme, il tutto senza però mai cadere nella molestia sessuale. Affermava di non essere innamorato di me, ma che avrebbe tanto voluto conoscermi “meglio”. Da un certo punto di vista poteva sembrare romantico, mi regalava libri ogni volta che casualmente capitava nello stesso posto in cui ero io ma anche se gli avevo detto più e più volte che non avevo alcun interesse nei suoi confronti e che mi stava mettendo a disagio, ha continuato a starmi addosso, finché un giorno non mi sono venuti a dire che, in alcune delle chat dei giochi online in cui era, non faceva altro che parlare di me e di quello che mi avrebbe voluto fare. Peccato che era capitato in linea il ragazzo della mia amica, che mi aveva girato l’intera (nauseante) conversazione. Lo bloccai, segnalai, minacciai… niente sortiva effetto. In qualche modo, riusciva sempre a rintracciarmi.

Io non avevo un padre, un fratello o un cugino che mi proteggesse. Insomma, lo affrontai per telefono, perché di persona col cazzo che ci sarei andata. Se possibile divenne ancora più pressante. La mia amica fece una cosa che non avrei mai creduto possibile e per cui le sarò sempre grata. Lo disse a suo padre. Suo padre, con un gruppo di amici, andarono a fargli una visita di cortesia. Da allora non lo sentii mai più.

Pensavo che il peggio fosse passato e che tutto sommato me l’ero cavata abbastanza bene. Credevo di aver identificato un po’ il target di personaggio da cui tenermi alla larga. Ero ancora ingenua. Il tizio sarà stato uno stalker rompicoglioni ma era fondamentalmente innocuo. Il peggio lo incontrai l’anno successivo e in una maniera del tutto imprevedibile.

Ero uscita con una mia amica, lei aveva due anni più di me e quindi aveva già patente e auto. Io, ancora diciassettenne, dipendevo da lei per tornare a casa. Lei era presa da un ragazzo stupidissimo, un vero coglione di prima categoria. Un tipo che le disse “starei con te solo se tu avessi la testa della tua amica” (disse il mio nome) ma come ti salta in mente una cosa del genere? Di fronte a me?

Fatto sta che quella sera eravamo uscite a farci una birretta quando ecco il tipo che le piaceva, insieme ad un altro tizio di almeno trent’anni, impomatato. Lei li salutò, io tirai dritta, quando eccoceli a fianco. Molto strano, di norma quello lì evitava la mia amica come la peste e stasera addirittura tutta sta voglia di stare con lei? Con la scusa che lui voleva fare due chiacchiere con lei, mi disse se potessi tenere compagnia al suo amico, Angelo. Non ci vidi niente di male, quindi accettai.

Angelo aveva delle movenze che, ora che ho trent’anni anche io, erano inequivocabili. Un certo modo di fare nel linguaggio del corpo che rendeva chiarissimo che stesse flirtando con me, nonostante da parte mia ci fosse il trasporto del Deserto del Gobi. Visto che i suoi primi approcci non sortivano tanto effetto, prese a farsi più vicino fisicamente e a mettermi un braccio sulle spalle. Era inverno, ricordo bene che faceva freddo e accettai mio malgrado le sue attenzioni, che però ero troppo piccola per capire pienamente. Un gesto, in particolare, non avevo idea di cosa volesse significare: per tre volte in totale mi prese la mano con una scusa e passò delicatamente l’indice sul mio palmo aperto. Non capivo perché lo facesse, quindi toglievo la mano perché mi dava fastidio e continuavo a parlare come se niente fosse.

Dopo quasi due ore passate a parlare con questo tizio di cui non mi fregava assolutamente un cazzo, che scoprii avere 17 anni più di me, letteralmente il doppio della mia età e un divorzio alle spalle, che abitava in Sicilia ed era venuto al Nord per trovare degli amici, mi resi conto che volevo andarmene. Gli dissi che avrei chiamato la mia amica e che mi sarei fatta accompagnare, ma lui si propose di darmi il passaggio.

Rifiutai gentilmente e feci per telefonarle ma lui disse che avrebbe chiamato il suo amico, di non disturbarli che magari stavano facendo cose… non capivo: io li avrei disturbati e lui no? Si allontanò di qualche passo per parlare con il testa di cazzo al telefono e quando tornò mi passò il telefono dicendo che era la mia amica che voleva parlarmi.

Effettivamente era lei, mi diceva che avevano chiacchierato tutto il tempo e che il testa di cazzo si stava aprendo, quindi non poteva proprio fermare l’appuntamento e di fidarmi e prendere quel passaggio che mi offriva Angelo. Ero veramente arrabbiata con lei, perché mai mi sarei aspettata che gli eventi precipitassero così e fossi costretta a farmi dare il passaggio da questo tizio appena conosciuto. L’indomani mi sarei fatta sentire, nel frattempo accettai di salire in auto con Angelo, perché era amico di amici e aveva anche 34 anni, davo per scontato che era un uomo fatto e finito e si riempiva la bocca di concetti di giustizia e rettitudine al punto che gli credetti. Ora non accadrebbe più.

Gli indicai la strada per tornare a casa, ma ad appena 500 metri da casa mia, infilò l’auto in una via secondaria che portava al bosco. In quel momento capii che c’era qualcosa di profondamente sbagliato. Ricordo ancora il battito del cuore che scalpitava nel petto. Gli dissi che aveva sbagliato strada e si giustificò dicendo che ero proprio lì vicina a casa e che gli avrebbe fatto piacere continuare a parlare con me ancora per una mezz’ora. Stranamente però, non mi guardava in faccia mentre lo diceva. L’auto su cui eravamo era una Fiat Stilo truccata e aveva le serrature che si bloccavano automaticamente quando il veicolo raggiunge i 20 km orari e si aprivano solo quando si accendeva o da spenta, se lui avesse tolto le chiavi dal quadro. Riflettei su quel dettaglio quando per istinto pensai di scappare, ma sarebbe stato difficile con le serrature bloccate per i bambini. Quali bambini? I suoi, dato che aveva un figlio di 14 anni ed una bambina più piccola.

Fermò l’auto in una strada che sapevo nessuno frequentasse ad eccezione di quelli che andavano a correre al mattino e si voltò verso di me chiedendomi cosa volessi fare.

“Voglio andare a casa.”

“Tanto sei qui, quando abbiamo finito, vai.”

“Finito cosa? Abbiamo finito, stiamo parlando da tre ore ormai, non ho più niente da dirti.”

“Pensavo fossi d’accordo, non hai detto di no quando ti ho toccato la mano.”

Non capivo a cosa si riferisse, ma lo spiegò subito dopo: il gesto che aveva fatto, quello di passare l’indice sul palmo aperto della mia mano, era una proposta sessuale. Io, tacendo, avevo acconsentito, secondo lui. Rimasi sconvolta dal fatto e gli spiegai che no, assolutamente non ero interessata e che non conoscevo il significato di quel segno e quindi avevo taciuto perché pensavo che lo facesse per boh, non lo so! Non gli avevo dato importanza.

La conversazione a quel punto è degenerata. Le espressioni sul suo viso non dimostravano più simpatia, bensì una certa frustrazione. Insisteva che non me ne sarei pentita, che era bravo, che andare con uno più grande mi avrebbe insegnato tante cose. Dio, era delirante. Mi imposi con più forza e la cosa peggiorò la situazione. Ricordo che strinse con forza il volante dell’auto spenta fino a far impallidire le nocche e mi disse la frase che non scorderò mai, tra un farfugliamento su quanto mi desiderasse e una serie di scuse ridicole su quanto stava soffrendo per il suo divorzio e che io rappresentavo la salvezza per lui: “Se non vuoi venire con me, preferisco vederti morta.”

Se ripenso a quei momenti, ricordo i contorni sfumati e opachi, come se riuscissi a vedere solo un dettaglio alla volta, quello su cui puntavo direttamente lo sguardo. Il mio campo visivo si era ristretto fortemente per un fenomeno che poi scoprii essere un coinvolgimento spropositato di adrenalina. I suoi occhi pieni di odio però sono ben impressi nella mia memoria, perché li ho guardati molto intensamente.

Parlò ancora per qualche minuto mentre io non avevo idea di cosa dire per tirarmi fuori da quella situazione. Le risposte rabbiose non avevano sortito un buon risultato, prima. Le serrature erano bloccate e finché l’auto non si fosse riaccesa o lui le avesse sbloccate dai comandi posti sulla sua portiera, non si sarebbero aperte. Dovevo fare in modo che riaccendesse l’auto. Quando fece per spostare le sue mani su di me, ho finto di assecondarlo per qualche secondo, prima di raccontargli che per me era la prima volta (era una menzogna) e che non me la sentivo di farlo in auto. Sarei stata con lui più volentieri se fossimo andati in un altro posto, nel suo hotel ad esempio.

Dovetti insistere un po’ e concedergli di toccarmi più di quanto avrei voluto prima che si convincesse a portarmi altrove. Fui istantanea. Appena accese il veicolo, sentii il rumore dello sblocco della portiera e mi fiondai fuori. Riuscì ad afferrarmi la borsetta, ma tirai e si ruppe. Gliela lasciai e scappai nel bosco.

Conoscevo il bosco, abitavo lì da tutta la vita, lui invece no. Mi rincorse al buio per meno di venti metri prima di perdermi di vista. Mi nascosi nel buio e attesi in silenzio sperando per tutto il tempo che il mio cellulare non squillasse mai per non svelare la mia posizione. Non so quanto tempo passò prima che si arrendesse e se ne andasse bestemmiando. So che rimasi lì per parecchio tempo anche dopo, ferma, immobile. In totale furono tre ore. Quando tornai a casa le dita erano rosse e quando tornarono ad essere calde bruciarono fino al giorno dopo.

Gli avevo lasciato la mia borsa con le sigarette, i trucchi e le chiavi di casa. Il cellulare con il documento di identità, per fortuna, era nella mia tasca dei pantaloni.

Per un paio di giorni rimasi in casa depersonalizzata e poi giunse un sentimento di rabbia mai provato prima. Una rabbia cieca, furiosa, furibonda. Cercai amici per sostegno e andammo a cercarlo. Lo volevo uccidere.

Il suo amico finse di non sapere chi fosse e nessuno conosceva i suoi dati. Non era di quelle parti e quindi nessuno sapeva nulla. Poi scoprimmo che era ricercato dalla polizia in Sicilia per violenza domestica e che era agli arresti domiciliari, ma se l’era data a gambe e, dopo che gli ero sfuggita, era tornato di corsa in Sicilia per avere un alibi. Non sono mai riuscita a denunciarlo, perché non avevo idea di come potessi fare. La cosa che mi ferì ulteriormente fu la mia (ex)amica, che non prese veramente sul serio l’accaduto, lamentandosi anzi che il testa di cazzo, dopo aver ricevuto la chiamata da Angelo, quella sera, l’aveva sbattuta fuori di casa, perché si era stancato di lei. L’obiettivo ero io, fin dall’inizio.

E uno può pensare che dopo fatti del genere non ci sia più fiducia nel genere maschile, ma io dopo qualche tempo trovai un altro ragazzo che, per quanto deficiente, non avrebbe mai torto un capello a nessuna donna.

Dopo 8 anni di relazione, lo lasciai e mi ritrovai di nuovo single. Non avevo grandi aspettative, però accettai di uscire anche con altri uomini, soprattutto per divertimento. Ero diventata più brava a riconoscerli e a schivare quelli che mi davano anche il più piccolo sospetto. Poi arrivò Matteo, un personal trainer bodybuilder che sinceramente non capisco come cazzo io abbia fatto ad accettare di andarci insieme, forse perché volevo provare il fascino del palestrato? Che cretina che ero, e pensare che è stato solo due anni fa.

Sembrava un ragazzo normale, ci parlavo per ore e gli ero stata molto vicina per un fatto importante che riguardava la sua carriera, sebbene da lui non cercassi altro che carnalità, ed ero stata chiara fin dal principio. Non avevo previsto che lui si invaghisse di me al punto da ossessionarsi. Sebbene non mi ritenga brutta, non ho l’aspetto di una di quelle modelle palestrate che lui allenava e che gli sbavavano dietro, quindi non capivo per quale ragione volesse me quando letteralmente poteva avere quelle ogni volta che voleva. La sua giustificazione fu che con quelle non poteva fare le conversazioni che teneva con me. Rifiutai comunque garbatamente perché no, non lo volevo. Inventai la scusa che avevo un altro e che non ero più intenzionata ad uscire con lui.

Il suo viso cambiò, somigliando incredibilmente all’espressione che aveva Angelo quella sera. Non alzò mai la voce, durante il suo discorso disse più volte che lui, le mani addosso alle donne, non le metteva. Come se avesse dovuto convincere sé stesso più che me. Le sue mani però si stringevano a pugno ripetutamente con una forza tale da sbiancare le nocche. Questo dettaglio mi fece entrare in una forte risonanza, come se fossi tornata a quella maledetta sera nel bosco. Perché questo furore? Da dove arriva questo odio? Perché non accettare che semplicemente una donna non ti voglia?

Per fortuna se ne andò, dopo diverse ore in cui mi disse anche parecchie offese, e solo quando fu fuori potei tirare un sospiro di sollievo. Continuò a scrivermi, insultandomi di tanto in tanto. Alla mia minaccia di denunciarlo, finalmente, desistette.

Non so perché stasera abbia voluto parlare di questi tre individui (chiamarli uomini mi sembra un’offesa al cromosoma Y). Sentivo da diversi giorni il bisogno di parlarne, per esorcizzarli.

Anche per questo mi trovo fortemente contrita quando mi ritrovo di fronte a certe fantasie femminili che riguardano gli stalkers e il sesso non consenziente. Cosa c’è di attraente in un uomo che ti costringe a concederti? Cosa c’è di affascinante in un tizio che ti pedina e perseguita?

Potrebbero essere anche i più belli del mondo, ma un essere umano, sia esso femmina o maschio, perde qualsiasi attrattiva quando decide di sorpassare la linea del consenso. Forse questo genere di fantasie sono tipiche di chi è troppo giovane per capire il rischio o di chi non l’ha mai vissuto e pensa che uno stalker altro non sia che un innamorato premuroso e uno stupratore un uomo che ti desidera al punto da perdere il controllo di sé.

Ragazze, uno stalker è qualcuno che non tollera di perdere il controllo su di te perché ritiene che tu gli appartieni, sei una sua proprietà. Come il suo cellulare, la moka in cucina o il bagnoschiuma in doccia: sei un oggetto, non una persona. Un oggetto che fastidiosamente non resta fermo al suo posto e quindi va monitorato. Uno stupratore non ti ama, non ti desidera pazzamente, ti vuole annientare. Non vuole che tu provi piacere e non ha pietà di te, non sei un essere umano ai suoi occhi. Non c’è niente di attraente in questo.

Quando ero più piccola credevo che il maschilismo e la violenza sulle donne fossero attribuibili specialmente alle generazioni precedenti alla mia e che, in qualche modo, noi giovani l’avremmo sconfitta. Le notizie degli ultimi tempi, le esperienze che io stessa ho fatto, mi hanno fatto capire che questa piaga è più aperta e purulenta che mai e non so come e se ne usciremo mai.

  
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