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Autore: EmmaJTurner    07/02/2024    5 recensioni
Un cancello aperto illegalmente; un'accusa di terrorismo interno; una botanica, un ragazzino e un gatto in fuga in pieno inverno. Cosa potrà mai andare storto.
Genere: Avventura, Azione, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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- Questa storia fa parte della serie 'Cercasi Ammazzamostri'
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Bastoni, Bastardi e Balsìk

“No, aspetta. Perché andiamo di qua?”.

L’espressione interrogativa di Theo era corredata di guance a chiazze rosa e di labbra screpolate dal freddo. Si era accorto che stavano tornando al passo di Costoi e non quello per Berg.

“Scendiamo a Andarèz” dichiarò Meli. Lo aveva deciso quella mattina. La tosse di Theo stava peggiorando, e non potevano affrontare altre notti ghiacciate con l’angoscia di essere aggrediti nel sonno nel bel mezzo del nulla. 

Theo sollevò le sopracciglia. “Ma avevi detto…”.

“So cosa avevo detto. E ho detto anche che saresti stato al sicuro con me, giusto?”.  

Theo assentì timidamente. Poi fu scosso da un colpo di tosse.

“Appunto. Tenerti al sicuro implica che non puoi morire di polmonite. Dobbiamo trovare un posto dove poter stare al chiuso, al caldo e con pasti regolari e decenti”.

Dove potessero trovare un posto del genere, Meli non lo sapeva. Ma Dag forse sì. E poi Andaréz era una città grande: c’era una maggiore possibilità di poter entrare inosservati mescolandosi al continuo viavai di viaggiatori e mercanti. Una volta laggiù, avrebbe pensato a qualcosa.

Ci sarebbero voluti tre giorni per scendere a valle evitando i paesini lungo il percorso. In poche ore raggiunsero il fiume che portava al lago di Soc, riempirono le borracce e pranzarono seduti lungo la riva con quel poco che era rimasto dall’ultimo bottino di caccia. Il bosco era sereno attorno a loro, e piacevolmente vuoto: niente viandanti né mostri, solo gli uccelli con i loro melodiosi richiami e il rassicurante fluire dell’acqua. Perfino le anguane si erano finalmente levate dalle scatole, ritiratesi nel loro letargo invernale.

Esaurito il pranzo frugale, Meli slegò dallo zaino un fagotto di stoffa marrone.

“Questo” disse Meli porgendo l’oggetto a Theo “è per te”.

Il ragazzino afferrò il fagotto e lo svolse con sospetto. Quando il panno cadde a terra, rivelando il bastone intagliato, lo fissò per qualche secondo. Poi scoppiò in un pianto dirotto.

Meli, ragionevolmente nel panico, balbettò qualche confusa spiegazione; Theo cercava di rispondere tra le lacrime, ma i singhiozzi inghiottivano le parole e non si capiva un accidenti.

“Grazie” riuscì infine a dire il bambino. “È bellissimo”.

A disagio ma rincuorata di non aver fatto un errore madornale, Meli lo lasciò sfogare finché ne ebbe bisogno. Non era abituato a ricevere regali, dedusse la donna; ma dopo il primo impatto turbolento il bastone si rivelò un successone. Era troppo lungo per Theo per tirare di scherma, ma perfetto per combattere all’orientale come Meli aveva imparato da bambina. Gli insegnò le quattro figure base dello stile e il bambino assorbì ogni informazione come una spugna felice.

Per tutto il giorno Theo usò il bastone per camminare, cercare funghi, scostare foglie e esercitarsi sulle nuove mosse che aveva imparato. La sua risata cristallina si univa ai cinguettii dei pettirossi che svolazzavano tra i rami sfuggendo ai fallimentari agguati di Polpetta. Quell’entusiasmo instillò in Meli un’ondata di energia positiva. Avrebbero potuto farcela. Sarebbero arrivati a Andarèz. Avrebbero trovato qualcuno disposto ad aiutarli a risolvere quell’enorme disastro — concernente l’apertura illegale di antichi cancelli, l’accusa infondata di terrorismo interno e una ragazzina inquietante con la brutta abitudine di cambiare aspetto.

Carica di quella prospettiva positiva, Meli accelerò il passo.

***

La notte li colse prima di aver raggiunto la meta — una vecchia grotta sotto il Lutei, nascosta dal sentiero — e si ritrovarono a camminare nella luce soffusa di una timida mezzaluna. Il crepuscolo era passato da quasi un’ora, e il freddo intirizziva le dita dei piedi.

Passarono dei floridi cespugli sempreverdi. Al fruscio delle foglie si mescolarono voci sottili che bisbigliavano nel buio. Dapprima piano, poi più insistenti, ma sempre lontane, come sott'acqua, ai lati del campo uditivo.

Intimorito, Theo le strattonò il mantello. “Che cosa…?”.

“Shhh. Non fare rumore”.

Theo tacque, ma non mollò la presa. Meli gli afferrò la mano e in silenzio lo invitò a camminare davanti a lei.

Nel buio, i bisbigli continuavano. Erano parole inintelligibili, musicali, che provocavano brividi di piacere lungo la nuca. Come ombre dotate di brillanti occhi gialli, creature con pelle color dell’inchiostro si mossero suadenti tra gli alberi immersi nell’oscurità. Meli fremette, chinò il capo in segno di saluto e, senza concedere troppa attenzione ai misteriosi osservatori, avanzò a passo sicuro lungo il sentiero.

Presto, così come era arrivato, il basso vociare svanì, e lo scricchiolio delle foglie sotto i loro passi tornò ad essere l’unico suono udibile. Erano di nuovo soli nel limpido silenzio della notte invernale. 

“Che cos’è stato? Non volevo fare rumore… scusami” sussurrò Theo contrito.

Meli rispose con voce ferma. “Non scusarti. Abbiamo appena passato una colonia di balsìk”.

“Oh”.

“Non averne paura. Sono creature pacifiche. Vivono qui da molti anni e non disturbano, se non disturbati”.

“Avevano gli occhi luccicanti come quelli di Polpetta” sentenziò Theo dopo una breve riflessione.

Meli sorrise nel sentire la timida meraviglia nella voce del bambino. “Hai ragione; riescono a vedere nel buio. E hanno anche grandi antenne pelose con le quali possono sentire ogni cosa”.

“E perché bisbigliano?”.

“Bisbigliano sempre. In questo modo manifestano la loro presenza e si dichiarano non ostili. Per questo li ho salutati” spiegò Meli. “Ma se volessero attaccare, non sentiresti nulla: verresti solo inghiottito dall’oscurità”.

Theo scrollò le spalle in un brivido a metà tra la paura e l‘eccitazione.

“Che cosa mangiano?”.

Meli si ritrovò senza una risposta. Le preferenze alimentari di quelle creature oscure andavano al di là delle sue conoscenze. “Non ne sono certa. Escono solo di notte — non sopportano la luce — quindi… animali notturni, credo”.

Theo continuò con le domande entusiaste e il chiacchiericcio del torrente fece loro compagnia lungo la discesa verso il lago. Doveva mancare poco ormai, si disse Meli, forse giusto un paio di-

Una freccia le sfiorò il braccio e andò a conficcarsi nel tronco alle sue spalle. Ignorando lo strillo di terrore, Meli agguantò Theo per il cappuccio e lo nascose dietro di sé. Valutò di fuggire, ma sarebbe stato come giocare a tiro a segno. Evitò anche di mettersi in posizione con il bastone, perché tutta l’ abilità del mondo con quell’arma non avrebbe potuto nulla contro dardi letali scagliati dal buio. Ingoiando la rabbia e la paura, scelse la via della diplomazia.

“Fermi! Fermi! Ci arrendiamo”.

Si udì uno scalpiccio di passi; ombre goffe e massicce si mossero nell’oscurità, ma nessun'altra freccia volò nella loro direzione. Meli lo considerò un buon segno.

La sagoma di una balestra si delineò tra gli alberi alla flebile luce lunare, seguita dalla figura slanciata di un uomo. No, non un uomo.

Un elfo oscuro.

Con gli occhi truccati di nero, le orecchie a punta e i lunghi capelli d’inchiostro, l’elfo era quasi indistinguibile dal buio che lo circondava. Avanzò con passi leggeri, tenendola sotto scacco con la freccia puntata.

Meli alzò le mani in segno di resa. “Abbassa l’arma”.

“Non sei in posizione di dare ordini, mi pare”.

Due uomini emersero dagli alberi ai lati dell’elfo; uno estrasse una gemmaluce gialla e Meli poté finalmente dare un volto a queste nuove simpatiche conoscenze.

I due uomini erano muscolosi, con lunghi mantelli di lana marrone; uno con una cicatrice che gli deturpava la bocca; l’altro con capelli a spazzola sparati in tutte le direzioni. L’elfo era alto, esile, e incazzato. Il pensiero di Meli corse inesorabilmente a un altro elfo incazzato, e considerò che forse era un tratto caratteristico della specie. 

“Il bambino. Mostracelo” ordinò l’elfo.

Dovrai passare sul mio cadavere, decise Meli. Ma non lo disse. Non sembravano tipi da figure retoriche, quei tre; ci mancava solo che la prendessero alla lettera.

Tre uomini armati contro una donna e un bambino: il cervello di Meli lavorò strenuamente alla ricerca di una soluzione mentre dissimulava la paura dietro un’espressione di pietra. Theo, nascosto sotto il mantello della donna, tremava; Meli sentiva le sue piccole dita terrorizzate artigliarle la cintura.

“Mostracelo” incalzò l’aggressore con le orecchie a punta, indicando con la balestra in modo eloquente.

Non vedendo ancora vie d’uscita, Meli ritenne che obbedire fosse l’opzione più indolore. Afferrò gentilmente la spalla di Theo e lo espose alla luce gialla della fluorite.

“È lui” confermò uno dei due uomini dopo averlo studiando per pochi secondi. “Quello del volantino. 1000 navok”.

“Perfetto. Prendetelo” ordinò l’elfo. Doveva essere lui il capo di quella banda sgangherata, dedusse Meli. Un feroce disprezzo la fece vibrare da capo a piedi; il sangue le arrivò al cervello e cominciò a batterle nelle orecchie. Intensificò la presa sulla spalla di Theo.

“E la donna?” domandò dubbioso il tizio con i capelli a spazzola, a cui non era sfuggita l’espressione di odio puro sulla faccia di lei.

“Mmh. 200 navok sono ridicoli, ma sempre meglio di niente. Prendete pure lei, se non è troppo d’intralcio”.

Meli stabilì di essere d’intralcio. Oh, sarebbe stata il più grosso intralcio del mondo.

Serrò le dita sul bastone, ma non lo sollevò da terra. Impugnarlo come un’arma in quel momento le avrebbe garantito solo una freccia dritta in mezzo agli occhi. No: prima di combattere doveva togliere di mezzo quella balestra del cazzo.

“No!” singhiozzò, a sorpresa, Theo. Si liberò dalla stretta di Meli e si piazzò tra i contendenti a braccia aperte. “Lei non c’entra niente, lasciatela stare!”. Piangeva ed era scosso da tremiti. Meli sbatté gli occhi stordita da quell’azzardata dimostrazione di coraggio.

I tre cacciatori di taglie scoppiarono a ridere.

“Che fai, ti sei innamorato della stronza che ti ha rapito, moccioso?” sghignazzò l’uomo con la cicatrice.

Theo continuava a singhiozzare. Meli strinse gli occhi e tornò a concentrarsi sull’elfo con la balestra. Quello, metà divertito e metà infastidito dalla ridicola esibizione emotiva a cui stava assistendo, sbuffò. 

“Su, prendetelo” ordinò. 

Polpetta scelse proprio quel momento per balzare fuori dallo zaino e lanciarsi nel bosco; colto di sorpresa dal movimento improvviso, l’elfo fece scattare la balestra verso il nuovo obiettivo peloso.

Fu sufficiente.

In due passi Meli gli fu addosso e con il bastone scagliò a terra la balestra ancora carica; il dardo partì e si conficcò da qualche parte nell’oscurità. 

L’elfo imprecò e fece per estrarre qualcosa, ma Meli lo colpì forte sotto il mento con la base del bastone e poi lo finì con una stoccata precisa alla giugulare. L’elfo crollò a terra. Non era morto, probabilmente; di sicuro però aveva avuto giorni migliori.

Fece per voltarsi ma un uomo la bloccò da dietro; una mano le serrò la bocca e un’altra le afferrò il polso sinistro. Meli agì senza pensare: scartò di lato verso il braccio che le cingeva il viso e abbassò la testa fino a sgusciare via sotto l’ascella dell’aggressore; sfilò il polso imprigionato con uno strattone e con la destra assestò un colpo violento, dal basso verso l’alto, ai genitali dell’uomo. Mentre l’aggressore si piegava sulle ginocchia con un rantolo di dolore, Meli agguantò Theo e lo spinse tra gli alberi bui. 

“Corri!”.

Si lanciarono a perdifiato nel bosco, scivolando su radici umide e foglie fangose. A causa della gemmaluce gli occhi di Meli si erano disabituati all’oscurità e non vedeva un accidenti. Perlomeno i loro inseguitori avrebbero avuto lo stesso problema; una buona cosa, si disse, quando non vuoi essere cecchinato da una freccia.

Un rumoroso scalpitare li seguiva a breve distanza. I tre cacciatori di taglie non avevano nessuna intenzione di lasciarsi sfuggire la preda e stavano guadagnando terreno con preoccupante rapidità.

Correndo a rotta di collo tra i castagni — rischiando di slogarsi una caviglia ad ogni passo — nella mente di Meli si delineò un’aborto di idea. “Theo!” farfugliò ansimando. “A sinistra, risali il torrente”. 

Theo, che era piccolo ma correva come un demonio, seguì fedelmente le istruzioni. Presto si ritrovarono su un sentiero conosciuto e, insieme al mormorio del ruscello, un quieto bisbigliare si levò dagli alberi, udibile solo alle orecchie abbastanza attente per coglierlo.

Pregando che non fosse stata un’idea del cazzo, Meli cacciò Theo dentro un cespuglio di rododendro, dove si acquattarono immobili. Meli sollevò appena la testa per spiare i loro inseguitori.

L’alone giallo della gemmaluce, impugnata dall’energumeno con la cicatrice, si avvicinava dondolando sempre di più. Presto li avrebbe raggiunti.

Tutt’attorno a loro i bisbigli si fecero intensi e stratificati.

I balsìk non disturbano, se non disturbati.

Le parve di vedere muoversi qualcosa, tra gli alberi bui, ma non ne era certa. I suoi occhi stavano solo ora tornando a abituarsi all’oscurità. 

Un levarsi di imprecazioni li avvertì che i cacciatori erano ormai vicinissimi. Meli e Theo attesero col cuore in gola mentre i bisbigli dei balsìk crescevano di intensità fino a diventare un ronzio fastidioso. Theo cercò di guardare cosa stava succedendo, ma Meli gli ricacciò giù con decisione la testolina riccia.

Infine, la gemmaluce gialla rischiarò i cespugli. I tre uomini apparvero; si guardavano attorno furiosi. Meli trattenne il respiro.

Il ronzio era sparito.

I balsìk si avventarono sulla luce come falene scomposte, aggredendo coloro che la portavano. Con gli occhi spalancati davanti a quell’agitarsi di luci e ombre, Meli represse un brivido di orrore nell’udire il rumore di carne strappata seguito da lancinanti urla di dolore.

Sarà oggi il giorno in cui scoprirò se la dieta dei balsìk comprende anche elfi e esseri umani…? Si augurò di no.

La colluttazione fu intensa ma breve. Le creature notturne avevano attaccato in massa, coordinate e letali come api, e in qualche modo avevano fatto sparire — o disintegrato? — la gemmaluce. I tre farabutti erano ora a terra nel buio pesto. Vivi o morti? Meli non si sarebbe trattenuta per indagare.

I balsìk, lentamente, tornarono a confondersi con le ombre dense del bosco. La notte si riempì di nuovo di dolci mormorii diffusi.

Ragionevolmente certa che il peggio fosse passato, Meli strisciò fuori dal cespuglio, si alzò e ingoiò l’urlo che le salì alle labbra quando si ritrovò faccia a faccia con un mostro.

Il balsìk aveva grandi orecchie pelose, simili a antenne di lepidottero, poste in cima alla testa umanoide. Gli occhi erano distanziati, piccoli e luminosi, incastonati in un viso paffuto incorniciato da una massa di capelli ricci. Capelli, pelle e antenne erano completamente neri, quasi blu. Solo gli occhi aguzzi brillavano gialli nell’oscurità.

“Sono delle farfalle!” sussurrò Theo incantato. Meli pensò che l’emozione della corsa a perdifiato doveva avergli fatto dimenticare il buon senso di essere paralizzato dal terrore. Ma aveva ragione: due ali dall’aspetto vellutato erano ripiegate sulla schiena della creatura, facendola sembrare a tutti gli effetti un inquietante ibrido tra un bambino grassottello e una falena pelosa.

Il balsìk dischiuse la piccola bocca nera. Ne uscì un sussurro vibrato e dolcissimo. Stava cercando di parlarle? Sconcertata, Meli restò immobile. Non capiva la sua lingua.

La creatura tacque e scosse la testa; le larghe antenne pelose accarezzarono l’aria in un silenzioso ondeggiare. 

Per qualche istante nessuno parlò. Il balsìk, col suo viso senza espressione, era insondabile. Meli stava elaborando un modo grazioso per ringraziare e prendere congedo quando quello — o quella? O forse non esistevano generi, tra i balsìk, e tutti erano similmente androgini? — prese fiato e enunciò con voce ronzante:  “Bambino. Cancello. Magia di sangue?”.

Meli sollevò le sopracciglia. La tonalità delle parole le aveva fatto intuire che quella del balsìk fosse una domanda, quindi balbettò: “Ah. Eh, sì. Un cancello è stato aperto con la magia di sangue. E questo… questo è il bambino che è stato…” le venne il voltastomaco al pensiero di utilizzare la parola usato, “rapito per risvegliare il solco. Uno dei bambini, in verità. Tanti sono spariti”.

Gli occhietti gialli della creatura si spalancarono per poi assottigliarsi. “Chi?”.

Meli, esausta, confusa e esagitata dal recente inseguimento, riversò su quell’essere tutte le ansie che la tormentavano da giorni. “Chi è stato? Una mutaforma. Una ragazzina con occhi rossi e un caschetto di capelli bianchi. Legge nel pensiero. Era da sola, ma potrebbe avere dei complici” elencò.

Aveva parlato di squadra, laggiù al sesto livello. 

Nonostante tu sia uno schifoso ammazzamostri, saresti stato una buona aggiunta alla mia squadra…”.

Il balsìk fece un verso acuto che Meli stabilì essere di disappunto. Le venne in mente che forse era stata una cattiva idea condividere quelle informazioni. E se i balsìk fossero stati in combutta con la mutaforma? E se i suoi complici fossero le creature senzienti del piccolo popolo? 

Troppo tardi, si disse Meli, irrigidendosi.

“Cercare. Informazioni” disse invece il lepidottero.

“Cercare… io? Voi? Voi cercherete informazioni?”.

Il balsìk, le antenne fruscianti, annuì una sola volta.

Dopo un istante di vuoto, una corrente di energia positiva le scaldò le vene. “Sì. Sì! Per favore. Stiamo cercando aiuto. Tutto l’aiuto possibile. Il podes- i capi umani non ci hanno creduto. Ci credono terroristi. Credono che siamo stati noi. Ma non è vero”. Le parole le uscivano in un fiume di angoscia e incredula speranza.

Iniziò a raccontare del dungeon mentre il balsìk la fissava impassibile. Dopo un po’ Meli si chiese che cosa quella creatura stesse effettivamente capendo. Conosceva la parola terrorista? E come faceva a sapere che non stava mentendo, e che non era stata lei a usare la magia di sangue su Theo per aprire il cancello? Forse percepiva che in lei non scorreva nemmeno una goccia di potere magico? Esasperata e confusa dai suoi stessi pensieri, Meli si zittì.

Un piacevole ronzio si levò dal balsìk. I suoi compagni, celati dell’oscurità, risposero al richiamo. Meli comprese di essere stata congedata. Fece cenno a Theo e insieme si districarono dalla bassa foresta di rododendri. Erano già sul sentiero quando le venne in mente una cosa importante. Due, in realtà.

“Aspetta” disse, rivolta al buio. “Grazie per averci salvato la vita. E questi tre… sono morti?”.

Due occhi gialli si accesero su di lei. “Non. Disturbare”.

Ritenendo che fosse meglio non indagare oltre, Meli annuì. “Grazie; e in caso servisse come posso, err, contattarvi di nuovo?”.

“Noi. Tu. Trovare”. 

Poi nient’altro: il buio tornò a essere buio, e i sussurri si levarono di nuovo, placidi e sereni, nella natura circostante.

Incerta sul significato di quell’ultima sciarada —Noi troveremo te” o “Tu troverai noi”? — Meli prese per mano Theo e scavalcò i tre aggressori forse-cadaveri accasciati in mezzo alle foglie ghiacciate.

Stavano per rimettersi sul sentiero quando un miagolio li bloccò sui loro passi.

“Polpetta!”.

Theo le lasciò la mano e si chinò a salutare il gatto che si stava già strusciando contro le sue ginocchia. Theo lo sollevò e lo soffocò in un abbraccio stretto stretto. “Sei stato coraggiosissimo contro gli uomini cattivi” sentenziò con grande serietà. Il gatto, imperturbabile, si lasciò manovrare e chiudere di nuovo dentro lo zaino.

Pensando che l’intera vita di Polpetta fosse un incredibile inanellarsi di coincidenze fortuite che nulla avevano a vedere con il coraggio, Meli si accinse a risolvere l’ultima rogna di quella notte sgradevole: dove fare campo. Erano ancora distanti dalla meta e, anche a causa dei recenti avvenimenti, non avevano alcun desiderio di dormire nel bosco. In comune accordo decisero di proseguire a camminare fino all’alba; solo allora si concessero una pausa, facendo a turno per sorvegliare l’ingresso di una piccola grotta sotto il Lutei, rifugio originario di quella porzione di viaggio.

Il cielo aveva già tinto di rosa le montagne mentre Meli si rigirava incessantemente nel duro giaciglio di foglie secche. Aveva confessato il più grave reato della storia recente a una creatura di un’altra specie; e quella le aveva creduto prima di qualsiasi altro essere umano. Per quanto bizzarra e spaventosa, quella consapevolezza la fece sentire meglio. Qualcuno, almeno, sapeva la verità.

   
 
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