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Autore: Corydona    26/02/2018    14 recensioni
Come in una partita a scacchi, due fazioni si ritrovano schierate l'una contro l'altra, pronte a dichiararsi una guerra che entrambe non vorrebbero. Da un lato gli Autunno, la cui potenza sembra inarrestabile, dall'altra i Primavera-Inverno, che possono contare su un'influenza senza eguali.
Una situazione di apparente stasi: apparente, perché nell'ombra i sovrani cadono e le successioni al trono sembrano più complicate del previsto. La guerra sarà dichiarata? Termineranno i regicidi? Quale delle due parti avrà la meglio?
Un'antica profezia annuncia la disfatta degli Autunno: si realizzerà? O rimarranno solo vaneggiamenti di un passato caduto nell'oblio?
Genere: Avventura, Fantasy, Mistero | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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(Capitolo revisionato)

 

Erik varcò la soglia della città di Mitreluvui quando l'oscurità si stava repentinamente facendo largo tra le sue strade, come avvolgendola in un incanto notturno. Nell'ampia via lastricata camminavano stanchi solo alcuni lavoratori della terra, che rientravano dopo una giornata di lavoro in campagna, e piccoli proprietari, che tornavano ai loro poderi dopo aver venduto i prodotti nei mercati del giorno. Qualcuno di loro rivolse un'occhiata ammirata in direzione di Erik, o forse di invidia per la sua vita ricca e molto più che agiata; lui non avrebbe saputo dirlo.

Un soffio di vento gli scompigliò i capelli e accarezzò il manto del fidato cavallo con cui si era messo in viaggio, scuotendo le cime dei platani che costeggiavano le sette vie principali della capitale di Cmune. Gli ultimi raggi del sole si riflettevano sulla sommità delle case e sulle tegole dei tetti, contaminando il colore rossastro di una velata malinconia.

Erik accarezzò la criniera di Peves con un sospiro. Si era accorto della stanchezza del purosangue, che aveva iniziato a trotterellare non appena aveva capito di essere vicino alla meta. Il principe Primavera-Inverno non era stato felice dell'incarico affidatogli dal padre: aveva avuto l'impressione di essere stato inviato lì come un messaggero qualsiasi; lui, che preferiva occuparsi di quello che accadeva nel proprio regno e non negli altri. Il giovane sbuffò, ricordando le sue accennate proteste, senza capire che dietro alla richiesta di Tancredi ci fosse molto di più.

Non si trattava del semplice legame di amicizia che univa la sua famiglia e la Lotnevi, lì regnante, e neanche della parentela che in poche settimane sarebbe diventata cosa fatta tra le due casate.

Tancredi aveva preso da parte il figlio maggiore, e gli aveva confidato la sua preoccupazione per una possibile invasione dello Cmune da nord. Il re Guglielmo Lotnevi aveva richiesto esplicitamente la sua presenza, per consultare la sua conoscenza delle arti belliche; ma quella spiegazione sembrava assurda ad Erik: perché il sovrano di un regno in pericolo avrebbe dovuto chiedere consiglio a lui e non a dei maestri di guerra? Il sovrano aveva la sua corte e i suoi uomini di fiducia, perché non rivolgersi a loro?

Tuttavia, Mitreluvui tutto sembrava fuorché una città pronta ad armarsi. Il silenzio era assoluto, escluso il cadenzato suono degli zoccoli di Peves, e dopo alcuni minuti cavallo e cavaliere non incontrarono più anima viva: probabilmente i cittadini erano nelle loro case ventilate a godersi la frescura serale dopo l'afa del giorno.

Erik si stupì di non essersi imbattuto neanche nelle guardie che di solito sorvegliavano le vie del regno; neanche nel tragitto percorso sin lì le aveva incontrate, ma non se ne era stupito: gli abitanti dello Cmune erano più preoccupati del loro lavoro che di rendere il posto un pericolo per gli altri. Popolo saggio, aveva constatato il principe in diverse occasioni.

Eppure lui sapeva bene che la città era sempre sorvegliata con attenzione, perché era al suo centro che si trovava la reggia dei Lotnevi e, nonostante la benevolenza dei sudditi, la prudenza non era mai troppa. Che tutte le forze armate fossero state condotte al nord, al confine con il Loavi?

Scosse la testa, perché sarebbe stata una mossa troppo azzardata che avrebbe lasciato privo di difesa il resto dello Cmune. Si accorse di essere quasi alla fine della lunga via, uno dei sette raggi pavimentati che partivano dal centro della capitale. Entro pochi minuti sarebbe giunto al palazzo reale e avrebbe domandato di persona delle delucidazioni a re Guglielmo.

Poco dopo, infatti, lui e Peves si trovarono in un'ampia piazza piena di aiuole, ancora verdeggianti nonostante la calura. Lì Erik aveva visto molte volte i bambini radunarsi e giocare a rincorrersi o a nascondersi dietro le botti di un'osteria, lasciate incautamente fuori dal locale. Lanciò un'occhiata all'insegna dell'Antica osteria di Mitre, con l'abbreviazione che gli abitanti usavano per la loro città, e pensò che avrebbe desiderato volentieri bere un bicchiere di quel vino pregiato che importavano dal Tuilla; ma l'entrata era chiusa, come tutte le sere dei giorni di lavoro, e il principe Inverno, dopo essersi fermato un momento, diede un colpo di redini a Peves, ordinandogli con quel gesto silenzioso di rivolgersi verso la scalinata che conduceva al palazzo reale.

Fu in quell'istante che la sua attenzione fu attirata da una figura che si allontanava da uno degli ingressi secondari del cortile esterno. La fissò imbambolato scendere gli scalini a passo spedito e poi dirigersi verso ovest, correndo. Nell'accelerare cadde il cappuccio del mantello scuro, scoprendo una folta chioma del colore del fuoco: una fanciulla. Erik si maledì per la sua mancata prontezza e diede un colpo di speroni a Peves nel tentativo di farlo galoppare verso quella giovane, fuggita tra i vicoli intorno alla piazza. Raggiunse la viuzza in un istante, ma il principe dovette scendere da cavallo, perché non c'era abbastanza spazio per far passare anche lui: con uno sguardo ammonì il purosangue che si fermò, compreso il tacito ordine di non muoversi di lì. Erik sorrise appena confidando nel destriero ma, quando si voltò per cercare traccia della fanciulla, non vide nulla. Tese anche l'orecchio, adoperando ogni sforzo per tentare di carpire qualsiasi indizio per ritrovarla.

Non sapeva perché fosse tanto importante, ma in qualche modo sentiva che era vitale riuscire a rintracciarla. Una sensazione che non lo abbandonava, che gli continuava a pulsare nelle vene, gli sussurrava che quella era la cosa giusta da fare.

Tuttavia quel silenzio che lo circondava lo frastornava, come se ci fosse nell'aria qualcosa che volesse frapporsi tra lui e quella fanciulla. Si affacciò circospetto a una delle finestre di un pianterreno, con il favore del buio serale che lo nascondeva e al riparo dietro delle tende spesse e logore, di un tessuto vecchio almeno un paio di generazioni. Scorse una famiglia seduta attorno a una tavola, con dei marmocchi in attesa che la madre versasse nei loro piatti del cibo che la donna portava all'interno di una grande pentola in rame. Una scena semplice, che contrastava con l'eccezionalità di quello che, Erik lo sentiva anche se non avrebbe mai saputo come spiegarlo, aveva appena visto.

Si portò le mani al viso, incerto su cosa fare: avrebbe guardato all'interno di tutte le case di Mitreluvui? Sarebbe stata un'inutile perdita di tempo, convenne tra sé e sé mentre riprendeva il passo verso il cavallo.

Peves lo accolse con un nitrito entusiasta: di certo il purosangue nero non vedeva l'ora di arrivare alla stalla e di riposarsi, dopo due giorni di viaggio. Erik salì sul suo dorso, ma non gli diede ordine di tornare alla piazza.

Il principe Inverno meditò per qualche istante, fermo in mezzo a una strada di media ampiezza. Il suo sguardo cadde sulla flebile luce di un lampione ad olio e gli venne in mente, in quel momento, che non aveva incontrato neanche gli uomini incaricati di accendere le candele poste su quei pali in ferro sparsi per la capitale: c'era qualcosa che non andava... ma cosa?

L'apparizione di quella fanciulla, inoltre, era stata improvvisa come in un sogno, ma lui non riusciva a credere che si trattasse di una visione prodotta dalla sua mente; per quale motivo immaginarla? Sospirò, confidando nella sapienza di re Guglielmo: forse lui sarebbe stato in grado di fornirgli una spiegazione.

A ridestarlo dalle sue riflessioni fu il cavallo che nitrì ancora, ma questa volta come per comunicargli il suo bisogno di terminare il viaggio e riprendere le energie.

«Buono, Peves, ci siamo quasi» gli sussurrò Erik accarezzandogli la criniera nera. Gli diede un altro colpo di redini e il destriero si slanciò verso la piazza antistante il palazzo reale, quasi disarcionandolo.

Una volta raggiunta la scalinata in marmo bianco, l'Inverno scese dal purosangue e salì insieme a lui i dieci gradini illuminati dai lampioni e dalle luci del cortile. Al di là di alcuni alberi si distinguevano i finimenti delle finestre dei piani superiori, abbellite forse con un eccessivo uso di ornamenti. La pietra brunastra in cui il palazzo era interamente costruito assumeva una sfumatura ocra per le illuminazioni artificiali.

Erik varcò il cancello in ferro battuto che dava verso sud, guardandosi alle spalle. Fuori dalla recinzione che circondava il cortile esterno del palazzo, tutto sembrava ancora avvolto in una quiete irreale. Si voltò, allora, in direzione della reggia, iniziando a camminare lungo un sentiero secondario, che si dirigeva con un percorso sinuoso verso l'ingresso principale.


Pochi istanti dopo, proprio da lì, vide uscire gruppi di cortigiani che parlottavano tra loro, superati da servitori che correvano da una parte all'altra, ubbidendo a chissà quali ordini impartiti da chissà chi. Due donne vennero condotte di peso fuori dal maestoso edificio, e lasciate adagiare su delle panchine del cortile esterno, evidentemente svenute. Il giovane principe non ebbe alcun dubbio sul loro stato, vedendo dei servitori sventolare grossi ventagli nel tentativo di farle riprendere; forse qualcuno aveva pensato che l'aria fresca avrebbe loro giovato, senza preoccuparsi degli abiti stretti che indossavano e che costringevano loro il respiro.

Ma cosa poteva essere accaduto di tanto grave perché due dame perdessero i sensi?

Erik intravide un trio di cortigiani che conosceva solo di vista e gli si avvicinò, continuando a tenere in mano le redini di Peves, che altrimenti si sarebbe messo a scorrazzare per tutto il giardino ben curato dei Lotnevi. I visi arrossati dei tre tradivano una forte agitazione interiore e un'urgenza relativa al loro chiacchiericcio sommesso, che si ammutolì nel veder comparire il principe Inverno.

«Cos'è accaduto?» domandò Erik, con solennità.

«Principe Inverno, per fortuna siete qui!» esclamò uno di loro, allargando le braccia, come se volesse abbracciarlo. «È avvenuta una disgrazia!»

«Una disgrazia?» esclamò lui, colto di sorpresa. Aveva immaginato che si trattasse di qualcosa di importante, ma non che fosse addirittura catalogabile come disgrazia.

«R-re Guglielmo...» balbettò quello al centro, con le mani che gli tremavano. Provò a intrecciare le dita, ma il tremolio non si arrestò, mettendo ancora di più in allarme il giovane.

«Re Guglielmo cosa?» sbottò lui, mal sopportando quelle teatrali esitazioni.

«È stato ucciso!» buttò fuori il terzo cortigiano, quasi in un'esplosione nervosa.

Erik inarcò le sopracciglia con stupore. Mantenne la sua compostezza e affidò ai tre cortigiani Peves, perché venisse condotto nelle stalle reali. Dopodiché si incamminò verso l'ingresso della reggia, tagliando il sentiero di ghiaia, invece di seguirne il corso sinuoso: aveva poco tempo da perdere, se Guglielmo era stato ucciso; e poco gli importava che l'erba umida per l'innaffiatura gli sporcasse gli stivali. Alcuni uomini e donne della corte lo videro e gli rivolsero parole di saluto, a cui lui rispose appena.

Superò i due gruppi attorno alle svenute, presumibilmente dame di compagnia della regina, senza curarsi troppo di chi lo fermava e gli parlava. Qualcuno si azzardò a proporgli di prendere lui le redini del regno di Cmune, ma lui non vi badò, ritenendo quello del nobile un vaneggiamento sciocco, dettato da uno stato d'animo spaventato e confuso. L'unica preoccupazione del principe Inverno era rintracciare Nicola Lotnevi, l'unico figlio di re Guglielmo, e confrontarsi con lui sia sulla morte del padre sia sulla figura che aveva incontrato.

Non pensò di domandare se qualcuno avesse visto la ragazza dai capelli rossi attraversare il cortile. Se lei aveva avuto l'accortezza di uscire da uno dei cancelli secondari, lui dubitava che avesse commesso l'imprudenza di lasciarsi scorgere da un mucchio di cortigiani. Tenne per sé il dubbio, risoluto a parlarne solo con Nicola e in attesa di scoprirne di più. Si inoltrò tra gli ampi corridoi del palazzo reale in cui il viavai di nobili era ancora più caotico, come se ognuno di loro volesse fare qualcosa per il proprio sovrano, ma senza sapere da dove iniziare per rendersi utile.

Re Guglielmo ucciso... chi mai avrebbe potuto? E perché? Il principe non sapeva darsi una risposta. Le guardie assenti, quella misteriosa apparizione... Pensò che fosse stato già tutto prestabilito, ma non aveva idea di chi avesse potuto commettere quel crimine, secondo lui immotivato: conosceva Guglielmo Lotnevi come un sovrano attento ai bisogni del suo popolo e che cercava di fare del suo meglio anche per mantenere l'equilibrio all'interno della corte. In realtà Erik aveva con lui poca dimestichezza, poiché aveva maggiore confidenza con il principe Nicola: era suo padre a curare i rapporti con il re di Cmune; motivo di più perché la richiesta del regnante di averlo lì lo aveva reso perplesso.

L'intera corte era gettata nello scompiglio, con i cortigiani che non smettevano di agitarsi e i servitori che cercavano di contenere la smania dei nobili, completamente disorientati dall'evento. La situazione era molto diversa dalle altre volte in cui Erik era giunto lì: l'unico dettaglio rimasto immutato dall'ultima visita era il palazzo, con gli arazzi appesi e i finimenti in oro sulle colonne decorative, come incastonate nelle pareti per sorreggerle. Dalla porta aperta di un salottino, Erik intravide una dama lasciarsi cadere su un divano imbottito, con lo sguardo stralunato e perso nel vuoto, sorretta e aiutata da alcuni camerieri in livrea.

Più l'Inverno si avvicinava alla sua meta, più la folla di cortigiani si faceva movimentata e il volume delle loro chiacchiere aumentava, ma questo non fu per lui un ostacolo: dignitari e funzionari del regno gli cedettero il passo per lasciarlo passare poiché, nonostante la giovane età, Erik era rispettato e godeva di buona fama.

Entrò nella sala del trono e lo vide.

 

(Ultima revisione: 22/05/2020)

   
 
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