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Autore: IndianaJones25    19/03/2021    2 recensioni
È una luminosa e calda giornata estiva di fine Ottocento quando, in una casa di Princeton, nel New Jersey, nasce l’unico figlio del professor Henry Jones Sr. e di sua moglie Anna.
Nel corso dei venticinque anni successivi, il giovane Junior vivrà esperienze indimenticabili e incontrerà persone straordinarie, in un viaggio di formazione che, tappa dopo tappa, lo porterà a diventare Indiana Jones, l’uomo con frusta e cappello, il più celebre archeologo del mondo…
Genere: Avventura, Generale, Introspettivo | Stato: completa
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Abner Ravenwood, Henry Jones, Sr., Henry Walton Jones Jr., Marion Ravenwood, René Emile Belloq
Note: Missing Moments, Raccolta | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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- Questa storia fa parte della serie 'If Adventure has a name, it must be Indiana Jones'
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XXII.
BEDFORD, CONNECTICUT, MARZO 1921

   «Un prestito» ripeté Marcus Brody, pensoso, guardandolo attentamente da dietro la scrivania, il mento appoggiato alla mano sinistra. Le dita della destra tamburellavano rapide sul ripiano ingombro di carte, libri, penne e oggettini di vario genere.
   Indy annuì, tenendo gli occhi bassi, incapace di guardarlo in faccia.
   Aveva davvero l’acqua alla gola. Da quando Colosimo era stato assassinato davanti al suo locale, nel maggio dell’anno precedente, si era trovato senza un impiego fisso, e quindi in ristrettezze economiche. In un primo tempo, questo non gli aveva creato troppi disagi, perché subito dopo era partito per il suo primo scavo insieme a Ravenwood; il professore lo aveva trascinato nel Delta del Nilo, in Egitto, e lo aveva tenuto lì a lavorare fino agli inizi dell’autunno. Un’esperienza che Indy aveva trovato fantastica e indimenticabile e che, nel tempo libero, gli aveva permesso di rivedere il suo amico Sallah, che abitava al Cairo.
   I veri guai erano sorti quando, tornati negli Stati Uniti, aveva deciso di trovare un altro lavoro, magari sempre come cameriere in un locale, dato che aveva ormai una certa dimestichezza con piatti e stoviglie. Inizialmente, aveva pensato di tornare nel locale di Colosimo, presentandosi a chiunque lo avesse ereditato, ma il ristorante aveva le porte sprangate e non sembrava più essere stato aperto dal giorno della tremenda sparatoria.
   Aveva quindi cercato di farsi assumere altrove, ma ormai la notizia che il buon Jim Colosimo fosse in realtà uno dei peggiori gangster mafiosi di Chicago si era sparsa dappertutto a macchia d’olio, e quindi la diffidenza si era estesa anche a coloro che avevano lavorato per lui, seppure inconsapevoli del vero volto di quell’uomo.
   A parte qualche lavoretto saltuario e un ruolo da comparsa in un film di John Ford - un diversivo momentaneo e divertente, doveva riconoscerlo, sebbene male pagato - Indy non aveva potuto beneficiare di molte entrate, in quell’ultimo anno. Per fortuna aveva messo da parte qualche risparmio, su cui aveva potuto contare per tirare avanti fino in primavera, ma la sua riserva si era andata esaurendo.
   Alla fine, pur di non rivolgersi a suo padre, si era risolto a chiedere aiuto al suo padrino.
   «Indy, io non intendo concederti nessun prestito.»
   Il ragazzo abbassò la testa, sconfitto. Si sentiva deluso e amareggiato; non a causa di quel rifiuto, che era più che legittimo, bensì per via di se stesso. Significava dover riconoscere di aver fallito. Quella sarebbe davvero stata la sua ultima risorsa. Se non avesse trovato in fretta dei soldi, avrebbe dovuto abbandonare gli studi, perché di certo l’Università non gli avrebbe fatto sconti sulle tasse, e la possibilità di entrare in possesso di una borsa di studio non sarebbe arrivata prima che fossero trascorsi altri sei mesi. Troppo tanti, per lui.
   Ma Brody non aveva ancora finito.
   «I soldi che ti servono io te li voglio donare senza se e senza ma, e non voglio assolutamente sentir dire che poi dovrai restituirmeli. Non ci devi nemmeno provare. Mi faresti un torto, se pensassi davvero che io possa dare del denaro al mio figlioccio per poi domandarglielo indietro, come un qualsiasi bancario.»
   Il ragazzo alzò di scatto la testa. Il volto affabile del curatore fu illuminato da un ampio sorriso.
   «In cambio, ti chiedo soltanto di ricordarti di quella promessa che mi facesti tanti anni fa» proseguì Marcus, unendo le dita. «Quando sarai diventato archeologo, mi aiuterai ad arricchire le collezioni di questo museo. Io, da solo, non posso farcela. Sai, fino a cinque anni fa sarei potuto partire io stesso per qualche ricerca, ma adesso… ho bisogno di qualcuno di giovane e abile che si occupi delle faccende pratiche, mentre io sono qui sommerso dalle scartoffie e dalla burocrazia. Insomma, io… anzi no: non io. Il museo del Marshall College ha bisogno di te, Indy.»
   «Marcus…» balbettò il ragazzo, sconvolto. «Io… davvero… non so che cosa dire…»
   Brody fece un cenno affabile.
   «Quando non si sa che cosa dire, Indy, è meglio rimanere in silenzio. È un buon metodo per evitare di dire sciocchezze, non lo sapevi?»
   Il curatore del museo si alzò dalla poltrona e girò attorno al tavolo per venire al suo fianco. Gli porse la mano.
   «Siamo d’accordo, allora? Potrò contare sul tuo aiuto, quando sarai archeologo?»
   Indy si alzò e gliela strinse con tutto il calore di cui sapesse essere capace.
   «Farò ogni cosa che mi sarà possibile, Marcus, e se necessario anche l’impossibile. Ti prometto che questo diventerà il più bello dei musei d’America.»
   Brody lo guardò in silenzio, mentre il suo sorriso si accigliava leggermente.
   Indy intuiva che cosa gli stesse passando per la mente. Marcus avrebbe tanto desiderato che, finalmente, padre e figlio Jones si riconciliassero. La crepa che si era aperta tra di loro era una ferita profonda che sembrava pulsare ancora più forte per Marcus Brody, che per loro. Probabilmente era il suo grande legame che li univa a entrambi a farlo soffrire tanto.
   Il ragazzo, però, non voleva saperne niente. Henry, sebbene ultimamente avesse rallentato il ritmo rispetto a un anno prima, di quando in quando gli spediva ancora delle lettere, tutte dello stesso tenore: insisteva con rara ostinazione nel dire che si stava rovinando, che stava gettando alle ortiche quella che sarebbe potuta essere una grande e promettente carriera in altri campi.

   “Io conosco i tuoi meriti, Junior. So quanto vali, perché sei mio figlio. Hai il mio sangue nelle vene. È ovvio che, avendo preso anche soltanto un poco da me, tu debba essere intelligente e dotato. Ma tu ti intestardisci a volerti umiliare inseguendo una professione degna soltanto di un operaio delle più basse classi sociali. Nessuno, tra i tuoi illustri antenati, ha mai dovuto maneggiare il badile per guadagnarsi da vivere. Ricordati che io sono uno stimato docente universitario - il più stimato, modestamente - e che tuo nonno era un ammiraglio di Sua Maestà Britannica, a sua volta figlio di un altro ammiraglio, il cui padre era invece uno dei più grandi avvocati del foro legale di Edimburgo, nientemeno: non credi che dovresti avere un po’ più di rispetto per le tue origini e per la tua stirpe, se pure non vuoi averne per te stesso? Ti esorto, quindi, a ripensarci, a tornare sui tuoi passi e a compiere la scelta migliore per la tua vita.”

   Questo era scritto nell’ultima missiva che aveva ricevuto. Indy l’aveva fatta a pezzi e gettata nell’immondizia prima ancora di finire di leggerla. Di quello che avrebbero potuto dire di lui i suoi antenati riuniti in consesso nei verdi pascoli dell’aldilà gliene importava ben poco.
   Ricambiò lo sguardo del curatore e fece un vago cenno con il capo.
   «So che cosa stai pensando: avrei potuto domandarli a mio padre, quei soldi» borbottò.
   Marcus ritrovò subito il sorriso di prima, mentre l’ombra che gli aveva offuscato per un istante le pupille scompariva in maniera repentina.
   «Non ho mai nemmeno pensato di poter pensare a una cosa del genere» commentò, ilare. «Perché pensi che io possa pensare questi pensieri?»
   Indy lo ignorò.
   «Be’ non lo farò, Marcus. Per lui sono soltanto uno spalatore di fango. Non avrà mai la soddisfazione di vedermi tornare da lui.»
   «Eppure tuo padre sente la tua mancanza, Indy» gli rammentò Brody. «Io lo vedo spesso e ti assicuro che si sente davvero molto solo…»
   «Lo ha voluto lui» tagliò corto il ragazzo, inacidito. «Era ciò che voleva, no? Potersene stare in pace e in solitudine a continuare i suoi studi sul Graal. Bene, l’ho accontentato.»
   Marcus parve sul punto di voler replicare qualcosa, ma poi preferì rimanere in silenzio. Dentro di sé conosceva la verità. Sapeva che era soltanto questione di tempo, e poi padre e figlio si sarebbero resi conto di aver davvero bisogno l’uno dell’altro. Poteva soltanto sperare che, tale consapevolezza, non giungesse troppo tardi.
   In quanto a Indy, quell’assenza dalla sua vita lo faceva soffrire moltissimo, anche se non lo dava a vedere.
   Sentiva un grande senso di vuoto dentro di sé, e aveva cercato di porvi rimedio cercando altrove una figura paterna. L’aveva trovata prima in Remy Baudouin, poi in Abner Ravenwood e in Jim Colosimo, ora anche in Marcus Brody. Eppure, tutti loro, non erano suo padre, bensì degli estranei: una dura e difficile realtà con cui era costretto a scontrarsi quotidianamente.
   Sollevò nuovamente lo sguardo che aveva abbassato per un istante e rivolse un sorriso al curatore.
   «Grazie, Marcus. Grazie di tutto. Ti sarò debitore per tutta la vita.»
   Brody non fu affatto d’accordo con quell’affermazione.
   «Toglitelo dalla testa, Indy, e non pensarci mai più» replicò. «Siamo amici, e tra gli amici non esistono obblighi, né debiti e crediti.» Fece un cenno verso la porta del suo ufficio, oltre la quale il museo aspettava soltanto di ricevere nuovi cimeli da esporre nelle sue teche. «Tra gli amici possono esistere soltanto fiducia e promesse.» Gli batté la mano sulla spalla. «E io ho piena fiducia in te, Indy. So che ce la farai e diventerai un grande archeologo… il più grande di tutti.»
   
 
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