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Autore: Nadine_Rose    24/05/2021    1 recensioni
Sarah ed Hermann sono rispettivamente due tra le tante vittime e i tanti carnefici nell’ora più buia della storia dell’umanità. Il campo di Fossoli, anticamera dell’inferno nazista, sarà la loro comune e perenne prigione d’amore malato.
Matteo, un giovane pescatore, sarà colui che proverà a sciogliere il cuore di Sarah dalle catene del tenente Hermann, nello speranzoso e disperato scenario del dopoguerra napoletano.
[Capitolo 51: Come suo padre]
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Genere: Drammatico, Sentimentale, Storico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate | Contesto: Olocausto, Dopoguerra
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Nella GIF, tratta dal film “Il club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey”, come immagino Sarah e Matteo in luna di miele a Ischia.

 

Capitolo 51

 

Come suo padre

 

“Il processo di filiazione contiene questo paradosso: la vita umana è attraversata dalla vita dell’Altro, porta dentro di sé non solo un patrimonio genetico come marca biologica della sua provenienza, ma anche le parole, le leggende, i fantasmi, le colpe e le gioie delle generazioni che l’hanno preceduta. È fatta, costituita interamente, dalle tracce dell’Altro.”

Massimo Recalcati, Il segreto del figlio

 

Matteo

 

In malo modo, aveva mandato via il giovane aiutante, retribuendogli le ore di lavoro perdute, per restare da solo con se stesso, in mezzo al mare, sulla barca che portava il nome di sua moglie, mentre la notte incombeva a schiarire i pensieri.

Non s’adoperò nel pescare, ma, sdraiato nell’imbarcazione, con le braccia incrociate dietro la testa e l’espressione arcigna che andava via via mitigandosi col dondolio lento delle onde, fissò gli occhi verso il cielo stellato per un tempo indefinito.

Guardandosi dentro, comprese che, senza accorgersene, in balia della volontà altrui, intrappolato nello sforzo di essere come gli altri volevano, stava diventando come suo padre e quegli uomini che, sin da piccolo, aveva rifiutato di prendere come modello di riferimento nella sua vita, e in quella matrimoniale in particolare.

Aveva lasciato che l’istinto della violenza prendesse il sopravvento, sotto la spinta delle proprie frustrazioni e l’influenza di una mentalità patriarcale retrograda, rozza e si angustiava per la fatica a imboccare la strada del pentimento e nel rendere più vivida alla memoria l’immagine del viso arrossato di Sarah, del suo naso sanguinante.

Essendone il primogenito, ricordava sua madre nei primi anni di matrimonio, l’ardore e la giovialità della sua giovinezza piegati dalle male parole e dalle mazzate di suo padre, il precoce sfiorire della sua bellezza coi tratti delicati del viso e del carattere che s’indurivano con la fatica del lavoro domestico e delle gravidanze e con gli stenti che una prole numerosa, inevitabilmente, comportava. A questa vita stava condannando Sarah e se stesso.

Ponendo nella dimenticanza gli eventi a cui aveva assistito da bambino, s’era precluso di essi l’elaborazione, ma, assorbiti inconsciamente, ne aveva accolto il retaggio. La catena non si sarebbe spezzata.

Un fulmine sull’isola d’Ischia, dov’erano depositati i bei momenti della luna di miele, precedé il lampo che gli restituì alla memoria un ricordo più lontano nel tempo.

Si rivide ragazzino, mentre, nascosto e accucciato nello sgabuzzino in cucina, guardava attraverso una fessura della porticina la lite fra i suoi genitori, i ripetuti tentativi di sua madre di sottrarre suo fratello a una punizione troppo dura per la marachella compiuta che spettava anche a lui, essendone complice.

Non ricordava esattamente che cosa avessero combinato per suscitare una reazione tanto iraconda, ma rammentò alla perfezione sua madre strattonata per i capelli e scaraventata contro il tavolo, le sue braccia protese istintivamente in avanti per proteggere dall’urto il ventre gravido, sul quale, ritrovato l’equilibrio, adagiò poi una mano con espressione sofferente e rassegnata.

Fu in quel momento che, con un linguaggio da bambino, aveva pregato dentro di sé la Madonna, affinché non diventasse come suo padre, ma, se tale eventualità ci fosse stata, di non permettergli di avere figli.

Una preghiera che somigliava più a un giuramento, frutto di un pensiero troppo maturo per la sua età che non riuscì a metabolizzare, obliato al dolore fisico ed emotivo della severa e ingiusta punizione paterna.

L’onnisciente Provvidenza e non il peccato di concupiscenza che, talora, ipotizzava avesse commesso Sarah con l’ufficiale tedesco impediva loro di procreare. L’esaudimento di una preghiera e non l’espiazione di una colpa. Il lato oscuro di sé e non l’ombra di un fantasma. Lui stesso e non quell’Hermann. Poiché sarebbe diventato come suo padre, anzi già lo era.

Fra le dita, come se fosse una sensazione reale, poté avvertire l’intrecciarsi dei capelli di Sarah, mentre, sul pianerottolo della casa che avrebbero abitato, glieli tirava, in preda alle suggestioni della gelosia, condizionato dalle opinioni altrui. Riguardando a tale evento, ne riconobbe l’inconscia emulazione e, in lui, rivide suo padre, in Sarah, sua madre nella scena del litigio a cui aveva nascostamente presenziato da ragazzino. E volle ritornare in quell’angusto sgabuzzino per poter meglio delineare, col medesimo lampo di discernimento d’allora, la verità su se stesso, guardando da una fessura, ovverosia come spettatore, alla propria vita.

Comprese il vero motivo della sua profonda avversione verso Davide per il quale avrebbe dovuto provare soltanto compatimento, dato il tragico vissuto ad Auschwitz e, prima ancora, a causa delle leggi razziali, scoprendosi completamente indifferente rispetto alla scelta di prendere in sposa una donna più giovane e solo in minima parte geloso del rapporto amicale con sua moglie.

Colto e dai modi raffinati, sensibile e dalle ampie vedute, in lui vedeva il padre che avrebbe voluto per se stesso e l’uomo che sapeva non sarebbe mai diventato. Frustrazioni queste dalle quali originava l’invidia che, alimentando la propria disistima, s’esplicitava attraverso un più ammissibile, onorevole sentimento di gelosia.

Sarebbe rimasto fermo sulla sua posizione, ma non avrebbe impedito a Sarah di partecipare alle nozze, usandole violenza, come lei gli aveva lasciato intendere di credere.

Si tormentò nel pensare a quale idea sbagliata si fosse fatta su di lui, poi un altro pensiero abitò la sua mente. Riconobbe di non voler ascoltare la verità sulla relazione di sua moglie con l’ufficiale tedesco per evitare di affrontare il confronto che, indubbiamente, avrebbe retto, se questi fosse restato un nazista stupratore.

Non si accorse del chiarore purpureo apparso nel cielo ad annunziare il sorgere del sole e il suo mancato rientro a casa diede adito al fraintendimento, interpretato, infatti, da Sarah come un abbandono.

 

“Così son diventato mio padre,

ucciso in un sogno precedente.

Il tribunale mi ha dato fiducia,

assoluzione e delitto lo stesso movente.”

 

Fabrizio De André, La canzone del padre

   
 
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