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Autore: mask89    06/06/2021    7 recensioni
Due ragazzi, nati e vissuti in luoghi completamente diversi, vengono uniti dal destino. Verranno coinvolti nelle vicende del continente di Thauras, dove sono in atto oscure macchinazioni sin prima delle loro nascita.
Genere: Avventura, Fantasy, Sovrannaturale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Capitolo VI

 

Era in cammino da diversi giorni; in tutto quel tempo non aveva incontrato molte persone sul sentiero che stava percorrendo, soltanto qualche viandante o commerciante. Si era fermata in qualche piccolo e povero villaggio tra i boschi; lì aveva incontrato gente onesta e perbene, che l’aveva accolta volentieri nonostante la scarsità dei mezzi. Piccole oasi di felicità nel mezzo del nulla, poi nient’altro di eclatante. 

Suo padre aveva ragione: il mondo fuori dalla foresta, dove avevano sempre vissuto, era diverso; ma, non riusciva a trovarlo migliore o più interessante. L’unica cosa che l’aveva stupita in positivo, era l’enorme quantità di vegetazione e di fauna che aveva potuto osservare. Aveva letto di quelle cose soltanto sui libri dei suoi genitori, ma vederle dal vivo era tutt’altra storia: i profumi che emanavano, i colori che avevano, la morbidezza che si poteva percepire al tatto, nessun libro, per quanto accurato e dettagliato, poteva eguagliare o restituire. Era rimasta ore incantata ad osservare quelle meraviglie della natura e altrettanto tempo aveva speso a chiedersi sul perché gli uomini non si soffermassero a godere di quello spettacolo. Aveva provato a chiederlo, nella sua ingenuità, ma come risposta aveva ricevuto solo qualche grugnito, nel migliore dei casi. Infatti, alla compagnia di quei pochi sparuti umani che aveva incrociato sulla strada maestra, aveva preferito quelle degli abitanti del bosco. Cervi, pettirossi, donnole, volpi, ricci e marmotte le avevano tenuto compagnia durante il giorno, mentre gufi, civette, barbagianni e lupi, la notte. Nei momenti di sconforto, quando la mancanza dei suoi genitori si faceva sentire maggiormente, stringeva nel palmo della mano destra il pendente che le avevano regalato e subito si sentiva rincuorata.

Avanzando, osservò che il paesaggio intorno a sé cominciava a cambiare aspetto, gli alberi si facevano sempre più radi e la natura sempre più silenziosa. Nuovi suoni giungevano alle sue orecchie: meno armoniosi, meno carichi di gioia e di voglia di vivere. Ora, dei rumori metallici  erano preponderanti, seguiti dal legno che scricchiolava sotto il peso di chissà cosa e di liquidi che venivano versati in enormi contenitori di terracotta. Nonostante il suo udito l’avesse vagamente preparata, non riuscì a non rimanere sbigottita nel vedere di cosa effettivamente si trattasse. Rimase sbalordita nell’osservare un mulino ad acqua; ora le era chiaro perché il legno facesse quello strano rumore. Notò, con suo immenso stupore, che il corso del fiume era stato deviato per permettere al meccanismo di funzionare. Era affascinata ed atterrita allo stesso tempo. Apprezzava ciò che l’ingegno umano era riuscito a creare, come aveva plasmato e piegato una porzione della natura per i propri scopi; era sgomenta, perché diverse piante ed animali erano stati sacrificati per quel benessere. Fece vagare lo sguardo attorno per curiosare fra le varie attività che popolavano quel luogo. Vide fornai e panettieri all’opera, bottai che approntavano botti che, molto presto, avrebbero contenuto al loro interno del prezioso vino. Più in lontananza, vide un fabbro intento nel martellare dei ferri di cavallo su un’incudine, mentre il suo apprendista si dava da fare con il mantice per ravvivare il fuoco. Alla sua sinistra sorgeva una vetreria; osservò con interesse i vari operai darsi da fare intorno all’enorme fornace, che aveva ben quattro bocche. Esaminò con attenzione i giovani apprendisti maneggiare la fritta e metterla a riscaldare nel primo forno e, nel mentre, ascoltare il loro maestro che li istruiva sulle successive fasi lavorative. Cominciò a camminare per quello che doveva essere il quartiere produttivo della cittadina, che si apprestava a raggiungere. Prima che si potesse fermare a chiedere indicazioni, il suo olfatto fu attratto da un odore acre, pungente; seguì quella scia per poter capire di cosa si trattasse.

Quando, finalmente, riuscì a districarsi da quell’intrico di stradine, seguendo quell’odore che diventava sempre più persistente ad ogni passo che faceva, rimase sbalordita nel vedere l’edificio che aveva di fronte. Era quattro o cinque volte più grande dei fabbricati che aveva osservato fino a quel momento. La fucina del fabbro e quella del mastro vetraio potevano tranquillamente convivere nell’ampio piazzale, delimitato dalle basse mura di cinta. In quel cortile vi erano oltre cinquanta persone, tra uomini e donne, che lavoravano senza un attimo di sosta. Le enormi vasche, che potevano contenere fino a venti uomini in contemporanea, emanavo quell’olezzo che si spandeva per tutta l’area. Si guardò bene intorno, per verificare che non la stesse osservando nessuno e pronunciò una formula magica sottovoce. Finalmente riuscì a capire perché quel posto risultava tanto sgradevole all’olfatto: in quelle vasche era contenuta una soluzione di acqua, soda e, con suo gran sconcerto, urina umana e animale. Trattenne un conato di vomito; quella magia, purtroppo, le rendeva anche molto più sensibile il suo senso. L’annullò, passando la mano sul naso, con un movimento rapido. Si avvicinò con circospezione alle vasche per vedere cosa contenessero; rimase alquanto stupita nel constatare il contenuto: vestiti, di ogni taglia, forma e colore. Sentì dei passi alle sue spalle, si girò e quello che vide la lasciò a bocca aperta. Uomini e donne le cui articolazioni delle mani e dei piedi erano orribilmente deformate, gonfie e con la pelle di un colore che tendeva al rosso, come fosse ustionata. Il suo cervello fu rapido nel collegare a cosa erano dovute quelle menomazioni, quando li vide entrare nella vasca centrale, quella che conteneva la maggior quantità di abiti. Gli uomini pestavano con i piedi i vestiti, mentre le donne con le mani li passavano su di uno stricaturo in pietra. Si portò le mani al volto, come a voler mascherare l’espressione di orrore che, lentamente, si stava facendo largo.

Quella soluzione, per quanto ottima per pulire le vesti, stava causando dei danni orribili a quelle persone. Provò ad avvicinarsi ma altri uomini, che trasportavano su dei lunghi pali di legno le varie vesti bagnate, le impedirono il passaggio. Continuò a girovagare per l’ampio spiazzo; per quanto la visione precedente l’avesse abbastanza scossa, era affascinata de come gli uomini avessero dato vita a varie attività, senza l’uso della magia.

Degli enormi pentoloni in peltro destarono la sua attenzione. Erano posti sopra un fuoco la cui fiamma circondava tutta la parte inferiore. In ognuno di essi ribolliva un liquido di diverso colore, mentre degli uomini con dei lunghi pali in legno rimestavano il contenuto. Da una porta di quello che doveva essere il magazzino, vide uscire dei bambini che trasportavano delle pesanti cassette in legno. Inorridì. Cosa ci facevano in quel posto? Perché trasportavano quelle casse pesanti? Perché non erano a giocare da qualche parte o con qualcuno che gli insegnasse a leggere e scrivere? Li vide avvicinarsi accanto agli operai in attesa. Dagli enormi pentoloni estrassero della lana colorata per poi essere malamente caricata in quelle casse. Dalle diverse smorfie sui visi dei ragazzini, poté intuire che il carico, da traportare chissà dove, era notevole. Avanzavano lentamente, gravati da quel fardello, verso la parte retrostante dell’edificio da cui erano usciti. Iniziò a seguirli per vedere dove fossero diretti, quando sentì un tonfo seguito da delle urla provenire da dietro l’angolo della costruzione, a cui si stava avvicinando con circospezione. La scena che le si presentò davanti agli occhi la fece raggelare. Un bambino era caduto rovinosamente a terra, poiché era inciampato su una pietra sporgente dal terreno, cadendo sul compagno che gli era davanti. La cassa che trasportava era caduta rovinosamente sulla gamba di quest’ultimo, fratturandola. Un uomo uscì furente dal magazzino, avvicinandosi al capannello che si era formato.

«Chi è che urla in questo modo?»

«Padrone, Settimo è inciampato, nella caduta la cassa gli è sfuggita finendo sulla gamba di Quinto, che gli era poco avanti.» Disse il bambino che sembrava essere il capo di quella piccola combriccola.

L’uomo li raggiunse, preoccupato, per comprendere meglio la situazione. Quando vide il prezioso contenuto delle due casse versato a terra, il colore del volto virò da pallido a rosso nel giro di pochi secondi; del bambino che urlava dal dolore e dell’altro che cercava di prestargli soccorso non gli interessava molto.

«Tu» sibilò verso Settimo «a causa della tua goffaggine, delle preziose vesti rosso porpora sono invendibili. Riesci a comprendere il danno che mi hai causato?» Gli tirò un manrovescio sul viso. Il labbro del bambino cominciò a sanguinare copiosamente. Successivamente, prese il bastone di legno che portava attaccato alla cintura e cominciò a picchiarlo.

Eir sentì montare la rabbia dentro di sé, corse verso quell’uomo, nonostante fosse il doppio della sua taglia e la superava in altezza di diversi centimetri. Bloccò il suo braccio che era pronto a colpire nuovamente l’inerme ragazzino.

«E tu cosa vuoi, biondina?»

«Fermarti!»

«E con quale autorità? Questi sono i miei schiavi e li tratto come voglio.»

«Sono solo dei bambini.»

«Sono schiavi e sono miei. E ora vattene, mi stai facendo perdere tempo. E poi chi ti ha fatto entrare? Guardie!» Urlò, ma nessuno arrivò, poiché il trambusto che vi era lì intorno sovrastava ogni voce.

Eir non si fece intimorire; lasciò andare il braccio e si allontanò di qualche passo, guardandosi attentamente intorno. Oltre all’uomo e al gruppetto di bambini non c’era nessun’altro. Poi cominciò a mormorare una formula magica sottovoce. Lentamente i suoi occhi virarono dal verde verso l’azzurro ghiaccio. Sferrò un pugno all’altezza della bocca dello stomaco dello schiavista, che svenne sul colpo. Quell’incantesimo aveva aumentato a dismisura la sua forza ma, in compenso, le prosciugava velocemente tutte le energie. Prima che fosse troppo tardi, si avvicinò al muro di cinta e con un colpo ben assestato ne fece crollare una piccola porzione, abbastanza larga da farci passare i bambini.

Annullò la magia, l’iride ritornò verde. Inspirò ed espirò lentamente; era abbastanza provata, ma aveva ancora energie sufficienti per qualche altro trucchetto. Raggiunse il bambino che era ancora disteso a terra, si accovacciò accanto a lui ed iniziò ad esaminare la gamba con attenzione. Era rotta, ma fortunatamente la frattura non era scomposta, chiuse gli occhi e si concentrò. Posò le mani sull’arto e mormorò qualcosa. Dai palmi scaturì una luce bianca che durò qualche secondo.

«Alzati.» Pronunciò con un fil di voce, visibilmente provata dallo sforzo.

«È guarita. Grazie! Sei una fata?» Chiese stupefatto il bambino.

Eir sorrise a quella domanda, mai nessuno le aveva dato della fata prima d’ora; la cosa la divertiva.

«Beh, se pensi che lo sia, allora lo sono!» E gli diede un bacio sulla guancia. «Ora va! Anche voi» disse agli altri bambini che le erano intorno «andate, fuggite via.»

«Non possiamo» ribadì Settimo «non sappiamo dove andare e poi…lui ha i nostri contratti.»

«Che contratti?»

«Quelli della nostra vendita.»

«Capisco…Ci penso io. Però, voi andate, su!»

«E dove?» Insisté Settimo.

«Seguite la strada che porta al bosco, quando vedrete gli alberi farsi più fitti noterete un bivio; prendete la strada che va a destra, vi condurrà all’interno della foresta. Inoltratevi, troverete un piccolo villaggio al suo interno, non è molto grande, ma è gente onesta e vi accoglierebbe volentieri.» Vide gli occhi dei bambini illuminarsi per la gioia. «Ora andate.»

«Grazie fatina bionda» Risposero in coro.

Rise. Quel nomignolo che le avevano affibbiato la faceva sentire piena di gioia.

«Mi chiamo Eir, ma fatina bionda va bene lo stesso.» Li vide andare via, quando l’ultimo di loro uscì, posò la mano vicino al muro e lo fece tornare integro.

Si avvicinò all’uomo che era ancora svenuto a terra. Mise la mano sulla sua fronte e cominciò a sondargli la mente; in pochi secondi riuscì a scoprire dove fossero i contratti. Prima di avviarsi verso la sua meta prese il corpo dell’uomo e lo trascinò sotto una capannina di legno lì vicino, prese gli abiti sparsi a terra e lo ricoprì; poi, con uno schiocco delle dita, trasformò quel mucchio di vestiti in balle di fieno. Non sarebbe durata molto quella magia, ma sarebbe stata sufficiente per ciò che aveva in mente.

Sbocconcellò un po’ di pane prima di attuare l’ultima fase del suo piano, aveva bisogno di recuperare le energie. Si pulì la bocca dalle briciole, poi giunse le mani davanti al suo volto. Una luce verde cominciò ad avvolgerla ed in pochi secondi si ritrovò trasformata nel padrone di quel luogo. Entrò nella casa che sorgeva adiacente al magazzino. Al contrario della parte esterna, lì dentro regnava la quiete ed il silenzio. Si avvicinò alle scale in legno e salì. Ad ogni suo passo gli assi emettevano degli scricchiolii; non era abituata a quei rumori, nonostante la sua casa nel bosco fosse in legno, non emetteva nessun rumore simile. Si addentrò nella stanza dov’era contenuta la cassaforte; lesta, chiuse la porta alle sue spalle. Sigillò anche le imposte delle finestre e poi, con uno schiocco delle dita, accese le candele di sego lì presenti. Aprì l’armadio che conteneva lo scrigno e con una magia divelse il lucchetto. Cominciò a scorrere i vari contratti; dopo una breve ricerca, finalmente riuscì a trovare quelli che le interessavano. Sorrise ironica; l’idea di chiamare i bambini in base al progressivo del loro numero di registrazione contrattuale, solo un uomo senza scrupoli poteva partorire un’idea simile. Mise i sette fogli di papiro in una ciotola di ferro presente sulla scrivania, avvicinò una candela e gli diede fuoco. Raggiunse nuovamente l’armadio per richiudere il forziere, quando i suoi occhi notarono uno strano sacchetto sul fondo. Incuriosita, lo prese e lo aprì: era pieno di monete d’oro. Lesta, lo attaccò alla cintura che portava alla vita. Rimise la stanza in ordine, riaprì la finestra ed uscì.

Una volta all’aperto riprese le sue sembianze, sistemò il denaro nel suo zaino, annullò l’incantesimo che nascondeva l’uomo e guadagnò l’uscita da quel posto infernale. Era ormai a diversi metri dalla fullonica, quando sentì delle urla di una voce a lei nota, provenire dal posto che si era lasciata alle spalle.  Alzò il passo, mentre un sorriso beffardo lentamente si faceva largo sul suo volto.

Forse suo padre aveva ragione, dopotutto il mondo dei senza magia poteva rivelarsi molto interessante.

   
 
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