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Autore: SkysCadet    10/07/2021    0 recensioni
La cittadina di Filadelfia sembra un borgo tranquillo, in cui la gente comune passa la giornata senza occuparsi degli strani avvenimenti che accadono da diverso tempo. Tuttavia, Simon si ritrova - suo malgrado - a combattere per la salvezza delle anime sfuggite al potere dei Lucifer. Tra questi c'è Joshua, un ragazzo con un dono particolare. Il giorno in cui Ariel - una matricola impulsiva dell'università di Filadelfia - lo incontra per la prima volta, capisce che in lui c'è qualcosa di diverso dagli altri ragazzi. Solo un nome sembra in grado di cambiare il corso degli avvenimenti, un nome che i Lucifer non possono nominare...
(1 Nuovo aggiornamento ogni settimana)
Genere: Fantasy, Mistero, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate
Capitoli:
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Acab non aveva avuto il tempo di pensare; si ritrovò un sofficissimo tessuto al collo che, pian piano, gli stava facendo elemosinare ossigeno.

Fu allora che lasciò cadere al suolo il pugnale in un tintinnio metallico. Simon cadde in ginocchio, prima di accasciarsi al suolo. In quel preciso istante si udì un boato che fece vibrare le finestre; le statue e le panche si spostarono di qualche centimetro verso l'interno della navata, mentre i calcinacci iniziarono a cadere sui corpi dei presenti. I Capi delle Chiese si dileguarono in preda al terrore di aver compiuto un grave peccato e Acab sfruttò il momento di panico di Ariel a suo vantaggio.

Si girò bruscamente verso di lei e, con occhi venati di rabbia, le afferrò i polsi, li fece roteare in maniera innaturale verso l'esterno, provocandole un urlo di dolore straziante che colpì l'udito di Joshua.

Si era voltato e aveva osservato la scena da lontano, senza riuscire a intervenire. Poi, non scorgendo la figura di Simon si sentì sopraffatto dal terrore e, vedendo che i presenti si erano dileguati, uscì allo scoperto.

Corse tra le statue, incespicando in alcuni detriti, per poi scavalcare una panca fino ad arrivare al Padre, giacente esanime.

Si inginocchiò accanto a lui: il volto pallido e lo sguardo perso nel vuoto. Era ancora in grado di respirare, seppur ansimando; lo tirò sú, avvolgendo le braccia al petto, mentre gli arti superiori penzolavano lungo i fianchi.

Ariel scrutò il volto di Acab e mentre smorfie di dolore le comparivano in viso, si accorse di essere la preda di un feroce animale: lo stesso che l'aveva rincorsa fuori dall'università e che le aveva mostrato gli occhi zaffiro.

«Ora non fai più la spavalda, eh? Leone di Dio!» ringhiò l'adepto, mostrando i canini.

Le teneva i polsi e anche quando il tremore della terra cessò, continuò a fissarla nelle iridi brune che andavano via via appannandosi di lacrime.

Ariel, ormai vittima delle gelide mani di Acab, crollò con le ginocchia sul pavimento; il giovane dai capelli corvini sembrava provare un certo piacere nel dolore della ragazza, così continuò a stringere quei polsi minuti.

Ormai assuefatta dal dolore, se non fosse ancora non aveva sentito il suono delle ossa che si frantumavano, Ariel avrebbe avuto ragione di credere che, ormai, del suo carpo esistevano solo frammenti d'osso.

«Ti prego...» sussurrò con copiose lacrime che le rigavano il viso, divenuto pallido per la violenza subìta. Serrò le palpebre, affogando il dolore nelle lacrime che non provocarono alcun moto di pietà in Acab. Una vittima già implorante come Ariel era il sacrificio perfetto per quella notte di luna perfettamente tonda e pallida.

Tuttavia non era come pensava: «Gesù... Ti Prego...» pronunciò Ariel con un fil di voce, mentre il respiro veniva rotto dal pianto.

Acab, a sentire quel nome, si irrigidì. Sbarrò gli occhi e poi li accigliò: non stava pregando lui di liberarla, ma stava pregando Quel Nome che gli adepti non avrebbero mai dovuto nominare.

Così mollò i polsi della ragazza in un gesto di disgusto e sdegno, indietreggiando di qualche passo per poi allontanarsi definitivamente.

La giovane aprì gli occhi gonfi e rossi, fissandoli sui suoi palmi rivolti in sú, col dorso delle mani che toccavano le ginocchia. Ispirò come per riacquisire la vita che quel tocco gelido le aveva tolto e nel momento in cui alzò il viso, vide Acab in ginocchio davanti a Judas nel posto che poco prima era stato occupato da Simon. Non fece in tempo a capire cosa si stessero dicendo, che la mano di Judas si alzò per riservare ad Acab uno schiaffo così violento da farlo cadere al suolo.

«Sei una nullità!» gli urlò, poi. «Ti sei lasciato soffiare da sotto il naso il capo della Chiesa più forte delle Sette!» La rabbia incontrollata di Judas trasudava dagli occhi azzurri diventati pozze d'odio.

«Perdonami, padre.» Acab si rimise in ginocchio, asciugandosi con il lembo della manica il rivolo di sangue uscito dal labbro.

Ariel, alla vista di quella scena, ebbe l'impressione di aver provato una sorta di pietà e quando se ne accorse rabbrividì al solo pensiero.

Guardò i due sparire, avvolti in una sorta di condensa scura, come chi è nel bel mezzo di un sogno e pensa che sia tutto incredibilmente naturale.

Quando si accorse di non essere sola in quella Cattedrale silenziosa, si voltò in ogni dove alla ricerca delle figure di Joshua e Simon.

«No! Non puoi chiedermi questo!»

Joshua aveva fatto sentire la sua voce, che giunse fino ad Ariel in un ringhio di nervosismo. Le loro voci indistinte erano cariche di tensione e risuonavano come un'eco in quell'edificio dal soffitto ampio e altissimo.

Così si alzò, cercando di far forza solo sulle gambe, ancora tremanti. Camminò lungo la navata centrale, a contatto con le panche per non sbilanciarsi e ritrovarsi a terra.

La porta spalancata verso la Piazza delle Sette Chiese permetteva ai due superstiti di essere illuminati dalla luce pallida della Luna, ammantata del blu intenso del cielo notturno.

Simon tossì un paio di volte prima di alzare lo sguardo verso quella ragazza che, claudicante, si dirigeva verso di loro, probabilmente ancora nell'atto di singhiozzare per il pianto e per la paura di averli persi entrambi.

«Vai da lei...» disse Simon rivolgendosi a Joshua.

Lui accolse quel suggerimento come una mera richiesta, senza considerare che quel Mandato aveva il potere di scrutare nelle stanze più buie della sua anima. Quando lo guardò, Joshua capì che quella era la via che avrebbe dovuto prendere, lo avvertì in quegli occhi nocciola che sembravano contare i battiti del suo cuore accellerato. Quindi rivolse il capo nella direzione indicata dagli occhi del padre, inquadrando la figura di Ariel che li stava raggiungendo a fatica e con la pelle diafana.

Joshua, cosciente della sua mancanza di coraggio e del tumulto che agitava il suo animo, dedicò un'ultima occhiata a Simon con apprensione.

Prima di alzarsi, si assicurò che la posizione di Simon non provocasse alcun problema alla sua colonna vertebrale, già brutalmente messa a dura prova.

Iniziò a camminare nella direzione della ragazza con fare insicuro e sguardo colpevole. Mentre procedeva a passo trascinato avvertiva gli occhi di Simon su di sé e una voce nel cuore che gli ricordava chi- e cosa- avrebbe dovuto rappresentare, ma evidentemente ancora recalcitrava a quello stimolo, perchè non si sarebbe abbassato al suo volere e alla sua carne, di nuovo.

Era ancora poco lontano da lei quando si rivolse nuovamente a Simon, guardandolo dall'alto della spalla. Il padre annuì un paio di volte col capo, sfoggiando un sorriso rassicurante.

Va bene, padre...

Quando la raggiunse per premere le labbra sulla sua fronte, Ariel si ritrovò in un istante a contatto con il suo petto, nel quale si percepivano i battiti prepotenti. La guancia percepì il calore rassicurante dei suo respiro. «Perdonami, Ariel» le disse piano, mentre affondava il viso tra il suo collo e la spalla.

Ariel non riuscì a muoversi, rimanendo immobile, mentre qualche spasmo di dolore ai polsi la faceva ancora sussultare.

«Oh Dio! Perdonami tanto, io...» Joshua la scrutò a lungo, cercando i suoi occhi bruni e tenendo il suo viso tra i palmi caldi delle mani. Lei cercò di articolare qualche frase ma ancora non riusciva a capacitarsi di ciò che le era successo: sapeva solo di aver sventato un omicidio e di aver visto un ragazzo sparire inspiegabilmente nell'oscurità.

Mentre Joshua la teneva per un braccio, conducendola nel punto in cui aveva adagiato Simon, si ricordò di cosa aveva permesso la fuga di Acab: la preghiera - rivolta a Gesù Cristo - l'aveva salvata.

Simon era poggiato con la schiena al pilastro, con volto sereno e aria pacifica nonostante quello che aveva subìto.

«Ariel...» sussurrò nel vedere la giovane zoppicante e con i palmi delle mani al petto, mentre ad ogni passo il suo viso mostrava impercettibili smorfie di dolore. «Come stai?» le chiese con lo sguardo visibilmente preoccupato e la voce che lasciava trapelare apprensione, riscaldando il cuore della giovane, che, in quel momento, ebbe la sensazione di poter finalmente contare su qualcuno.

Tuttavia la vista della scia di sangue che lo precedeva costrinse Ariel a rimanere in apnea per diversi istanti.

«C...Come sto io?» gli domandò in tono acuto «Tu stai sanguinando! Con l'aggravante che non sei riuscito a spostarti con le tue gambe! Potrebbe esserci un problema alla colonna vertebrale!»

Concluse d'un fiato, lasciando che una lacrima di preoccupazione le arrivasse fino al mento.

«Oh, Ariel...» un sorriso tirato dal dolore «Non devi preoccuparti, Gilbert sta arrivando.»

Ma Simon, che non voleva mostrare alcun cruccio per la sua condizione, non riusciva a formare una frase complessa: forse per lo stato confusionale, forse perché il dubbio di Ariel era fondato.

«G... Gilbert?»

«Sì, Ariel, Gilbert è il padre di Lucia ed è un medico. Ha il suo studio presso la sede del nostro Centro dove presta soccorso a tutti, gratuitamente» spiegó Joshua, conquistandosi l'attenzione di Ariel, che si era posta accanto al padre, in ginocchio.

In quel momento avrebbe voluto abbracciare Simon, ma temeva di essere troppo impulsiva. Così strinse le labbra e si guardò i polsi, ancora una volta, sperando di avvertire qualche sensazione, ma invano.

«Ariel...» la richiamò lui, con una voce soffocata da un dolore improvviso, mentre la ragazza gli rivolgeva lo sguardo con un'espressione preoccupata.

«Dimmi, Padre...»

Non poteva credere alle sue orecchie: l'aveva davvero chiamato in quel modo e mentre cercava di capacitarsi della sua stessa affermazione, probabilmente scaturita da una specie di rispetto e ammirazione momentanea, Simon parlò: «Posso toccarti i polsi?»

Per un attimo, Ariel esitò; ma poi, quasi fosse un movimento necessario, mosse le braccia in direzione del Padre che aprì i palmi delle mani in attesa di accogliere i suo polsi arrossati.

Ariel non poté ignorare la delicatezza con cui lui le stava riservando quelle attenzioni; aveva lasciato i palmi aperti, osservando attentamente il rossore che circondava gli arti feriti; dopo un lungo sospiro, alzò gli occhi bruni, mentre tre lievi righe ornavano il suo sguardo ridente.

«Se vuoi» le propose «posso pregare per te.»

Ariel rimase con le labbra lievemente schiuse, senza sapere cosa rispondere. Non credeva nel potere della preghiera perché quando l'aveva fatto per chiedere il ritorno del padre sembrava che nessuno l'avesse ascoltata. Tuttavia, in quella Cattedrale si era verificato qualcosa...

«Lo farò solo se vuoi, Ariel. L'amore di Dio si manifesta nella libertà.»

Simon era intervenuto rispondendo a quelle silenziose domande che le impedivano di prendere una decisione.

«Sì, accetto.» aveva risposto, mentre il cuore aveva iniziato a palpitare come di fronte all'ignoto.

«Così come hai chiesto aiuto a Gesù Cristo nella libertà del tuo cuore che necessitava di un salvatore, così farò io. Ma stai tranquilla...» si fermò, mentre gli occhi di Ariel si sbarravano e la bocca rimaneva schiusa in un espressione sorpresa. Quelle parole somigliavano a una verità rivelata senza bisogno di riflettere su logiche di dottrine religiose: «Anche la fede di un granello di senape può smuovere le montagne della nostra incredulità.»

«Cos'è la fede?» gli chiese quando un dolce calore attraversava le sue braccia proveniente dai palmi aperti del Padre.

«La fede è certezza di cose che si sperano e dimostrazione di cose che non si vedono...» recitò Joshua, fissando un punto indefinito nel vuoto, guadagnandosi uno sguardo folgorante da parte della giovane, che non avrebbe voluto il suo intervento, intenta com'era nel apprendere una conoscenza che sentiva potesse provenire solo da Simon.

«Sì, Joshua, ma credo che la nostra Ariel volesse sapere come si manifesta. Non è forse così?» Simon la guardò fissamente per qualche secondo mentre Ariel cercava di mettere insieme una semplice particella affermativa senza sembrare troppo scossa dal modo in cui Simon riusciva ad entrarle nel cuore e scovare ogni suo minimo interrogativo.

«Sì.» rispose poi, annuendo un paio di volte.

«Cara Ariel, quel che sono io, quel che è anche Joshua, è solo il frutto di una vita vissuta per fede, a volte rinunciando ai propri desideri, per consentire alla volontà di Dio di fare il suo corso.»

Simon puntò gli occhi verso Joshua che aveva assunto un'espressione torva e uno sguardo fin troppo cupo per i suoi gusti.

«Quindi la fede è l'abnegazione di se stessi? Perché mai un Dio vorrebbe questo per le sue creature?»

Nonostante il dialogo con Simon aveva assunto toni decisi, la giovane non riuscì a levare i polsi dai palmi del Padre, come se una virtù guaritrice la stesse curando.

«Vedi Ariel, Dio non ha mai obbligato nessuno a fare la sua volontà. Per questo il mondo permette ai ai Lucifer di controllare ogni settore della società. Perché la luce è venuta nel mondo e gli uomini hanno amato le tenebre più della luce. Per questo noi abbiamo scelto la fede, perché abbiamo visto la differenza che c'è tra chi serve Dio e chi serve Satana.»

Ariel si voltò verso Joshua, considerando come tutto stava prendendo forma, ripercorrendo gli avvenimenti che l'avevano portata fin lì. La differenza che c'è tra me e Acab...

«E che differenza c'è?»

Simon fece un largo sorriso, sporgendosi lievemente verso di lei:«La libertà di scegliere anche il male.»

Fu così che Joshua avvertì una mano che prendeva quel muscolo martellante nel petto e lo portava davanti agli occhi di Simon, come se i suoi pensieri, ormai rivolti alla vendetta nei confronti di Acab e all'ossessione di non poter stare vicino a Ariel fossero stati letti e scritti su un libro aperto. D'altronde era così che il cuore di Joshua appariva agli occhi di Simon.

Ariel deglutì a fatica. A quel punto era semplice scegliere la via da prendere, ma se Simon gliel'avesse chiesto qualche giorno prima, sicuramente sarebbe rimasta in quella zona grigia dove i Lucifer trovavano le vittime migliori.

«I...Io ho scelto.» balbettò la giovane, guadagnandosi uno sguardo stupito da parte di Joshua e gli occhi lucidi di Simon.

«Bene, cosa hai scelto?»

Simon sapeva bene che quella affermazione poteva anche essere frutto di una mente sotto pressione, causata dagli eventi a cui aveva assistito, perciò, una eventuale conversione, doveva essere frutto di una consapevolezza cosciente.

«Scelgo la preghiera.»

Simon chiuse gli occhi, tenendo i polsi della giovane nelle proprie mani e iniziò: «Padre, ti chiedo di guarire Ariel dal dolore che porta nel cuore. Grazie, perché Tu mi rispondi sempre. Grazie, nel nome di Gesù Cristo.»

«Tutto qui?»

La ragazza si era guardata intorno per tutto il tempo, aspettandosi qualche folgorazione celeste o qualche mutamento nell'aria che sapeva ancora di incenso; contrariamente a ciò che si sarebbe immaginata, sia Simon che Joshua erano nella stessa posizione in cui si trovavano pochi secondi prima che iniziasse la preghiera, entrambi con gli occhi chiusi.

«Beh, Gesù Cristo resuscitò un uomo con una sola esclamazione.» intervenne Joshua, con le braccia al petto.

«Ma lui non è Gesù Cristo.»

Simon aprì i palmi, lasciando che la giovane muovesse le braccia e verificasse ciò che la preghiera le avrebbe rivelato.

«Ma non avevi detto che era lui il Cristo del tuo sogno e che gli avresti creduto?» sbottò lui, con un sorriso forzato, aprendo le braccia.

«Senti...» iniziò lei, scattando in piedi, senza accorgersi della buona salute dei suoi polsi «Cosa staresti insinuando? Credo proprio che l'averti considerato il Messia ti abbia dato alla testa!» concluse, puntellando l'indice sul braccio di Joshua, che la fissò con serietà prima di risponderle: «A quanto pare, la tua mano sta bene.»

La ragazza schiuse le labbra e fissò il dito che stava toccando il ragazzo, per poi considerare che il gonfiore e il rossore del polso erano svaniti. Così chiuse la mano in un un pugno che strinse al fianco.

«Hai ragione!» ringhiò acidula.

«E...» proseguì lui, mentre già la ragazza gli dava le spalle per preoccuparsi di Simon «Per la cronaca: San Paolo guariva solo con i suoi abiti. Non si tratta di essere Gesù Cristo, basta essere suoi mandati per ricevere il suo Spirito» concluse, facendo per andarsene. «Vado fuori ad aspettare Gilbert.»

Sebbene il ragazzo avesse ragione, a Simon non piacque l'atteggiamento superbo che aveva riservato alla ragazza. Non era lui. Solitamente avrebbe dovuto fare di tutto per allontanarlo, per modellarlo nell'affettività, ma in quel momento qualcosa lo stava tormentando, ne era sicuro.

«Joshua!»

La voce autorevole di Simon l'aveva raggiunto come un padre che richiama il figlio. «Chiedi subito perdono!»

«E di cosa?» era già giunto alla porta della Cattedrale e senza voltarsi si lasciò colpire dalla brezza gelida dell'esterno.

«Ti sei inorgoglito. Hai umiliato Ariel senza alcun motivo, non aspettando nemmeno una risposta da colui che tu consideri mandato. Esigo una spiegazione.» tossì il Padre, che aveva utilizzato tutte le poche energie per riprenderlo.

Lui parve ascoltare. Aveva gli occhi velati di un buio che adombrava anche i pensieri. Arrivato a quel punto avrebbe fatto a modo suo, dato che sia l'amore che l'anaffettività non sembravano essergli concessi in libertà. Un desiderio calpestato per diverso tempo, sembrò fare capolino nel suo petto.

Forse il fumo avrebbe coperto anche quella sua ultima decisione.

C'era una forza che lo spingeva lontano da chi gli aveva salvato la vita e che, in quel momento aveva bisogno del suo aiuto più di chiunque altro. La forza dell'orgoglio ferito, della vendetta.

E, mentre vedeva l'ambulanza avvicinarsi con le luci bluastre e intermittenti, rispose: «Ci vediamo al tuo studio.»

Scese i gradini a passo svelto, sotto lo sguardo attonito del Padre, stringendo le braccia al petto. Il vento tagliente gli ricordò di aver lasciato la giacca nell'auto in cui si diresse mentre qualche ciuffo castano si muoveva ribelle. Il maglione di cotone indossato in quell'occasione non poteva fermare il primo gelo della stagione.

Una volta indossato il cappotto, richiuse la portiera con forza, mentre i paramedici trasportavano Simon fasciato da stringhe elasticizzate su una barella.

Si sedette sulla parte anteriore del veicolo, osservando da lontano Gilbert che saliva sull'ambulanza e Ariel che dissentiva col capo. Quando capì che la ragazza era diretta verso di lui sentì un fuoco bruciare dentro.

Non venire qui, non ti avvicinare. Già mi hai rovinato abbastanza.

Non comprendeva l'astio nei confronti di chi aveva salvato Simon da morte certa, diventando strumento della mano divina inconsapevolmente. Lui, invece, che voleva diventare un ministro della Chiesa eletta si ritrovava a stringere tra le mani una sigaretta e ad accenderla in un battito di ciglia.

Non sapeva nemmeno chi avesse messo mano al suo cappotto, fino a mettergli tra le mani la sua morte.

Acab...lurido bastardo.

Solo lui avrebbe potuto conoscere la sua debolezza e aiutarlo a tornare alla vita da cui si era arduamente purificato; dopo tutto, la macchina era rimasta aperta e ai Lucifer era attribuito il potere di conoscere tutti i pensieri e i desideri di chi era pronto ad avvicinarsi al loro mondo.

Constatò infatti, come la Cattedrale fosse il punto nevralgico della città: da essa si diramavano le vie principali. Joshua aveva parcheggiato ai margini della piazza da cui partiva la Via del Corso: zona frequentata da ragazzi e persone d'alto rango e dai fedeli adepti del gruppo Lucifer, che si ritrovavano spesso in un locale notturno chiamato Lithium.

Con un soffio annebbiò nel grigiume del fumo la figura lontana di Ariel, prima di gettare in terra la stecca e pestarla sotto la punta del piede, con tutta la rabbia di cui, in quel momento, era capace.

La ragazza si era incamminata nella sua direzione, stringendosi nel largo maglione di lana, mentre una folata di vento le donava la sciarpa di cachemire che aveva avvolto al collo di Acab.

Si chinò sulle ginocchia e la prese con l'istinto di ispirare la sua fragranza preferita, ma quello che la colse impreparata fu l'intenso profumo sconosciuto, probabilmente attribuibile ad Acab.

La ragazza camminò a passo lento, sferzata di tanto in tanto dai capelli scuri che le coprivano la vista; il vento gelido che preannunciava l'arrivo del primo freddo la fece rabbrividire, costringendola ad avvolgere alle spalle la sciarpa.

«Come sta?» le chiese Joshua vedendola accostarsi a lui per appoggiarsi al cofano anteriore dell'auto, mentre l'alito di vento non accennava a diminuire.

«Se la caverà...» rispose atona.

«Ancora non so come tu abbia fatto...»

Joshua fissava un punto indefinito nel vuoto, oltre l'ampia piazza su cui sorgeva la Cattedrale.

Con un ennesimo spasmo di freddo si strinse le braccia e lo fronteggiò. Cercò un barlume di positività in quelle iridi accigliate e il volto cupo, ma invano, perchè non c'era l'ombra di alcun mutamento nel suo viso dai lineamenti perfetti.

«E' stata la paura di veder morire qualcuno davanti ai miei occhi.»

Lui strinse le labbra fino a farle scomparire in una linea sottile e annuì un paio di volte.

Fu uno spunto di riflessione per quel fedele seguace di Simon che, in quel momento, sentiva intorno a lui un muro di ghiaccio spesso come il suo orgoglio e il suo risentimento.

«Quindi, non hai paura di morire, ma di veder morire qualcuno...» intervenne, abbassando lo sguardo agli anfibi neri della giovane. «Interessante» il tono secco.

«Ma cosa c'è che ti turba, Joshua?» Gli occhi bruni di Ariel lo osservavano, cercando di trovare una fessura in quel ghiaccio cristallino, che lei non riusciva a vedere, ma che percepiva chiaramente attraverso il mutamento del suo gelido comportamento.

Il suo nome, pronunciato da Ariel, disciolse quel ghiaccio, lasciando scivolare via anche la maschera di uomo integro e dall'animo puro.

«Io ho paura di soffrire» confessò quasi in un sussurro, che veniva coperto dall'ululato del vento che giocava a sferzare i suoi ciuffi castani sul viso contornato da una barba leggermente sfatta. Bastarono quelle cinque parole a fare accartocciare lo stomaco di Ariel.

Quanta sofferenza nascondi dietro quell'armatura d'angelo?

«Ho paura di morire soffrendo...»

Il pugnale forse sarebbe stato meno doloroso di quella frase. «Beh...» sospirò lei. «Questo non è molto in linea con la tua fede, o sbaglio?» Realizzando che tutta quella perfezione altro non era che un muro di separazione verso tutto quello che lo aveva deluso in passato.

Quindi Ariel scavò, cercando di rastrellare quella roccia.

«La mia fede è in Colui che mi ha salvato, dandomi la speranza di una nuova vita in un luogo che non ha niente a che vedere con questo mondo.»

E lei l'aveva ben capito. Tuttavia nel suo volto spigoloso e dai tratti autoritari, Ariel non riconosceva niente di familiare, ma continuò ad indagare con lo sguardo turbato e il cuore palpitante.

«E che mi dici di Simon? Qual è la sua fede?»

«Lui crede che l'amore di Gesù Cristo sia l'unica nostra àncora di salvezza» le rispose serrando la mascella e continuando a guardare oltre la ragazza, quando ombre silenziose si allungavano silenziose e la luna pallida mostrava il suo pieno volto, spuntando oltre le colline.

«E' una bella cosa.» affermò infreddolita, attendendo un gesto da parte sua, che, però, tardava ad arrivare. «Non è quello che credi anche tu?»

«A volte penso che Simon sia troppo compassionevole.» Rispose, giocherellando con una foglia che gli era scivolata sul dorso della mano. «Il perdono immenso di Gesù Cristo, a mio modesto parere, non vale anche con un demone come Acab.» concluse, rinchiudendola nel pugno per poi farne volare via i frammenti.

Ariel trattenne il respiro: «Quindi Acab è un demone.»

Ormai la ragazza non riusciva a meravigliarsi di nulla: lobby, confraternite, ragazzi che subivano metamorfosi e uomini dalle capacità paranormali.

«Certo che no,» quasi fosse elementare «altrimenti non starei ancora qui a torturarmi l'anima al pensiero che non posso dargli una bella lezione.»

Quella confessione la lasciò interdetta, mentre lui si mosse per andare a prendere nel sedile posteriore la giacca in pelle nera della giovane infreddolita.

«Tieni, stai gelando.» commentò adagiandogliela sulle spalle.

«Forse non è colpa sua...» rifletté lei, frizionando le mani sulle braccia.

«Lo sapevo!» esclamò con una risata sommessa. «Sei come tutte le ragazze di questo ingiusto mondo:»

All'improvviso Joshua si rese conto di cosa fossero capaci i Lucifer: smerciare passione e seduzione in cambio dell'anima. Evelyn, forse, non era stata una Lucifer pura, ma una ragazza come Ariel.

«Vi affascina il cattivo ragazzo, bello e dannato, ma quando vi schiaccia con la sua prepotenza correte in cerca del principe azzurro.»

Disse tutto d'un fiato, mentre la ragazza aveva avvertito dell'astio in quelle parole piene di un sentimento di rancore perpetuato nel tempo.

Tuttavia non volle credere alle sue orecchie: Joshua non poteva aver insinuato una cosa del genere.

Al contrario, aveva sperato di significare qualcosa per quel ragazzo che appariva tanto diverso da tutti gli altri. Ma lui, stranamente, non l'aveva per niente capito. Quella capacità di leggerle nella mente e nel cuore era come appassita.

«Adesso stai esagerando!» Lo redarguì con voce roca e fissando il suolo grigio cercò di ricacciare dentro di sé quel nodo che dava ragione alla madre.

«Non sto esagerando...» continuò «Avevo già provato ad innamorarmi, ma con voi è sempre così!» dandole le spalle.

Ariel si chiese per un attimo se quel 'provare ad innamorarsi' fosse riferito anche a lei, mentre un calore acidulo le faceva bruciare l'esofago e il cuore palpitava feroce al ricordo di quella sera in cui, dalla finestra della sua camera, l'aveva visto con le mani intrecciate tra i capelli, andare avanti e indietro sul marciapiede, fin quando non aveva inflitto un pugno ad un lampione. La stessa sera che lui aveva provato a baciarla.

«Ho solo fotografato ciò che siete alla luce della mia esperienza. A nulla vale la galanteria, l'aspettare il momento giusto. Le ragazze come te andranno sempre dietro al cattivo...» considerò, prima di iniziare a camminare lentamente, alzando il bavero della giacca.

«Io non sono così!» ringhiò lei.

Joshua si fermò, per rivolgerle uno sguardo truce.

«Ah, no? Allora perché ti preoccupi tanto per lui? Perchè credi che non sia colpa sua tutta questa sofferenza?»

«Forse lui non ha scelta, forse lui ha bisogno di uno come te che gli mostri un'alternativa!» Un'alternativa... «Come tu lo sei stato per me.»

Lui la guardò, in attesa di quelle parole che non tardarono ad arrivare.

«Forse anche lui ha paura di morire... Come te. Probabilmente l'influenza della sua famiglia e di suo padre è tale da non permettergli altra via d'uscita. A volte, per combattere le nostre paure, ci cadiamo inconsapevolmente. Come io ho amato ragazzi che assomigliavano a mio padre e, come te, che hai iniziato a drogarti a causa di tuo padre. Non è forse così?»

Joshua scosse la testa un paio di volte, mordendosi il labbro inferiore prima di rivolgerle uno sguardo truce e puntare l'indice contro: «Sapevo di aver sbagliato ad aprirmi con te. Non ti permetto di farmi la predica. Per quello, mi basta Simon.»

Mentre quel dito puntato le infilzava il cuore, lo sguardo accigliato di Ariel le donò la capacità di fulminare chiunque avrebbe voluto calpestare la sua dignità.

«Da quel che ho capito, Simon ti ha salvato la vita con le sue prediche!»

«Siamo anche diventate delle maestrine!» esclamò con tono sarcastico. «Perché adesso non vai al Centro, dormi lì per cinque anni facendo la santarellina e poi vieni qui a redimermi, eh?»

Voleva colpire dritto al cuore come una freccia acuminata, dimostrarle che non gli importava niente, per far sì che se ne andasse lontano da lui e dal desiderio di bloccare quel fiume di parole in un bacio capace di ammutolire entrambi.

L'aveva desiderata solo per sé, mentendo a Simon, a Lucia, ad Ariel, a se stesso.

I suoi occhi grandi e le labbra schiuse lo immobilizzarono in una pausa che sembrava chiudere lì l'argomento.

«Sai che ti dico? Ne ho abbastanza del tuo bel faccino che oltre a farmi peccare mi fa anche da madre superiora.»

Aveva concluso così, senza rendersi conto di aver sputato la verità nel modo più brutale che Ariel avrebbe mai immaginato.

Non sei tu...Non lo sei più. Sembrava così diverso. In fondo, non erano passati che pochi giorni dal loro primo incontro; eppure, Joshua aveva avuto la capacità di farsi amare in pochissimo tempo.

Dopo un lungo silenzio, alternato dal fischio autorevole del vento, Ariel, con un'espressione sconvolta, si pronunciò: «Sparisci dalla mia vista.» Mandò giù quel sassolino fermo in gola e acqua trasparente le fece luccicare le iridi brune.

«Ai suoi ordini, Leone di Dio.» Ghignò lui, prima di girare i tacchi e mostrale la schiena.

Si diresse verso la Via del Corso, ma prima di continuare, le chiese ad alta voce: «Ma senza di me, chi ti salverà dai nostri nemici?»

Non fece in tempo a sentire la risposta di Ariel perchè solo il vento riuscì ad ascoltare, portando verso il Cielo la sua certezza: «Colui che ha mosso mia madre a darmi questo nome, continuerà a salvarmi!»

 

   
 
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