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Autore: Sakuminitan    16/07/2021    6 recensioni
La vita di una ragazza alta poco meno di un pollice nell'Italia dei nostri giorni, tra quotidianità e desiderio di realizzare sé stessi.
Genere: Introspettivo, Slice of life, Sovrannaturale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Il viaggio verso la cucina non era mai semplice.

Ciò che occorreva era la prestanza, sia fisica che mentale: la prima per coprire l'intera lunghezza del tragitto, e la seconda per fronteggiare prontamente qualsiasi tipo di ostacolo potesse capitarle davanti. Marina ormai non ci pensava quasi più, ma ciò che lei faceva ogni mattina era paragonabile a quello che un alpinista, un marinaio o un esploratore potevano forse fare non più di dieci, quindici volte nella vita. La pelle che loro rischiavano per una vetta himalayana, un mare tropicale o una foresta africana, infatti, lei la rischiava ogni mattina soltanto per andare a mangiare.

Tutto cominciava con una lenta scalata verso il basso. Il monitor del computer presente sulla scrivania sopra la quale dormiva era collegato al pavimento tramite un cavo nero, che si adagiava delicatamente sulle piastrelle prima di ricurvare su e inserirsi in una presa elettrica. Marina non aveva bisogno di scale o ascensori: sin da quando era bambina, e la sua altezza si poteva ancora misurare in millimetri, arrampicarsi era ciò che le veniva più naturale tanto quanto per i pesci lo è nascere in acqua e nuotare. Basti dire che le ci volle più tempo per raggiungere a piedi la parte posteriore della scrivania che per calarsi giù da questa lungo il cavo, benché quest'ultimo scendesse all'ingiù—dalla sua prospettiva—per quasi una trentina di metri. Toccò il pavimento nei pressi della presa, in un groviglio di cavi fra muro e scrivania. Cominciò subito a tossire a causa della polvere accumulata, che era sempre troppa per i suoi piccoli polmoni; e questo non fece altro che farle allestire il passo ancor più in fretta per allontanarsi il prima possibile dal retro della scrivania.

Il pavimento della sua stanza, nonché della casa in generale, era al contempo il suo regno e il suo terrore. Era il suo regno, perché ogni stanza o corridoio della casa aveva delle sezioni sui lati chiaramente evidenziate con del nastro adesivo giallo, e coperte da una tettoia in scala fatta di ferro: lì camminava lei ogniqualvolta doveva spostarsi da una stanza all'altra. Ma era anche il suo terrore, per motivi altrettanto ovvi. ‘Non è peggio di chi cammina in strada’, si diceva per darsi coraggio mentre procedeva avanti: muoversi da sé era uno dei pochi modi che aveva per rendersi indipendente dai propri genitori e mostrarsi della sua età nonostante le dimensioni del suo corpo, e non vi avrebbe mai rinunciato nonostante la paura. Al massimo si rincuorava pensando al fatto che nemmeno un pedone che cammina sul marciapiede è del tutto al sicuro dalle macchine che corrono in strada; e così come il rischio aumenta di molto quando la strada la si attraversa, ma lo si fa in sicurezza in punti specifici e ben segnalati, così faceva lei quando doveva raggiungere il muro opposto passando per le sue strisce pedonali personali, dipinte anch'esse in scala in diverse zone del pavimento.

Uscita dalla stanza, cominciava l'incognita più grande: la camminata lungo il corridoio. Questa, che in base a quanto aveva dormito la notte precedente durava solitamente dai cinque ai dieci minuti, poteva rivelarsi una semplice scampagnata o una trappola mortale. Nel punto intermedio del tragitto, a metà strada fra la porta della sua stanza e quella della cucina, si sarebbe trovata perfettamente scoperta, senza alcun riparo oltre la tettoia e a più di due minuti di distanza dalla porta più vicina. Se le si fosse parato davanti qualcosa in quegli attimi, da una vespa a—non sia mai—uno scarafaggio, non avrebbe potuto fuggire o chiamare aiuto. Certo, le probabilità che una cosa del genere succedesse erano molto basse: senza contare che alle finestre di tutte le stanze della casa, da cui filtrava la tenue luce del mattino, erano rigorosamente fissate delle zanzariere per impedire anche alla più piccola mosca di entrare. Realisticamente parlando, Marina non avrebbe incontrato anima viva all'infuori dei propri genitori in quel corridoio. Loro, o il fratello.

Un'ombra la investì, e una scarpa da tennis gigantesca cadde sul pavimento accanto a lei appena al di fuori della zona protetta riservatale.

«Marina?» tuonò una voce dall'alto, mentre la mini-ragazza si teneva una mano sul petto dopo aver sussultato per un istante. Era Luca, suo fratello minore.
«Ciao...» gli rispose lei con voce timida, sporgendo la testa oltre la zona delimitata dalla tettoia e salutandolo con un cenno della mano: non avrebbe potuto sentirla dal pavimento, quindi non poteva limitarsi al solo parlare.

Il ragazzo fece altrettanto, ma con un gesto più indifferente e interrotto a metà; poi tirò dritto, e in due secondi fu già dentro la cucina.

Per Marina ci volle più tempo; ma non solo per via di quanto fosse piccola. La verità era che il suo viaggio era qualcosa che nemmeno la sua famiglia conosceva interamente. Marina aveva scoperto, già da qualche mese, una piccola fessura tra il muro del corridoio e il coprifìlo in legno della porta della cucina. Un'apertura impossibile da notare a occhio nudo, ma non per lei. Se la si attraversava, questa portava comunque all'interno della cucina: ma Marina veniva così nascosta dalla porta stessa, che la mattina a colazione era spalancata e si apriva verso l'interno della stanza. La porta formava così un piccolo triangolo scuro e polveroso coi due muri adiacenti: ed era un posto tutto suo, una specie di rifugio segreto che conosceva solo lei. Chi altri in quella casa, se non la ragazza alta una manciata di centimetri, poteva reclamare quell'angolino di cucina per sé e farne l'equivalente di una casetta sull'albero personale?

Come se non bastasse, da qualche giorno Marina aveva più di un motivo per andare lì la mattina. Anche quella volta entrò lesta nella fessura, e tossì ancora e più di prima a causa della polvere; ma tirò comunque dritto.

«Dove sei?» chiese con voce roca una volta uscita dall'altro lato, forte del fatto che dal pavimento, e in particolare da una parte così nascosta della stanza, nessuno potesse sentirla.

Si udì piccolo suono; qualcosa si avvicinò.

«A-ah! Eccoti qui!» Marina gioì. Un piccolo ragno si era appena avvicinato a lei.

Non si fece problemi a toccarlo, e lo accarezzò quasi come fosse un cane o un gatto; il ragno, dal suo canto, non la attaccò: benché alta solo quattro centimetri e mezzo, era comunque più grossa delle prede cui era abituato. Si limitò a zampettare su di lei, cosa che Marina interpretava come il suo modo di dirle che era contento di vederla. E quando questo le si staccò di dosso e tornò per terra, Marina prese a seguirlo come già aveva fatto nei giorni precedenti. Si stava dirigendo verso una zona ancora più priva di luce e impolverata, direttamente sotto uno dei mobili accanto al frigorifero. Era lì che aveva la sua ragnatela.

Ma da lì sotto era impossibile anche per Marina, di converso, capire per bene ciò che i suoi familiari stavano dicendo.

«Comunque... Marina dov'è?» chiese sua madre al fratello, dopo avergli porto la colazione sul tavolo. Non le era sfuggito che da qualche giorno la figlia aveva cominciato a ritardare un po' la mattina, e temeva che avesse qualche problema: se fosse dipeso da lei, l'avrebbe trasportata a mano dalla sua stanza alla cucina tutti i giorni.
«Era in corridoio, sta arrivando» rispose lui disattento, mentre controllava il cellulare con una mano e intingeva i biscotti nel latte con l'altra.
«E com'era? Tutto normale?» ancora preoccupata, chiedeva.
«Certo, che vuoi che ci sia?» lui invece rispose un po' stizzito, quasi infastidito dalla discussione. «Appena arriva, la vedi alla porta».

La madre cercò di calmarsi. Non voleva sbirciare oltre la porta e dare un'occhiata al corridoio, perché a causa della tettoia in miniatura avrebbe dovuto mettersi in ginocchio per controllare chi c'era sotto: Marina l'avrebbe vista, e non prendeva bene l'essere trattata come se fosse totalmente incapace anche soltanto di spostarsi da una stanza all'altra. Inoltre, il figlio non aveva tutti i torti: per entrare in cucina non poteva che passare dall'uscio. Prima o poi l'avrebbe vista arrivare.

«D'accordo» disse allora, adocchiando comunque il pavimento per sicurezza. Tra le gambe di uno dei mobili intravide dei fili luminescenti. Era una ragnatela.

«Di nuovo...» si disse. «Luca, prendimi una scopa».

   
 
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