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Autore: Zobeyde    25/08/2021    2 recensioni
[Storia riscritta]
Jim Doherty è l’unico tra i saltimbanchi del Circo O’Malley a possedere capacità straordinarie: conosciuto con l'altisonante nome di Khazam, vorrebbe spingere i propri numeri oltre i limiti imposti dal burbero direttore e portare sul palco la vera magia.
La sua vita cambia quando incontra Solomon Blake, che gli propone di diventare suo apprendista: egli è l’Arcistregone dell’Ovest e può rendere Jim grande oltre ogni immaginazione. Ma chi è davvero Mr Blake? Cosa nasconde dietro i modi raffinati, l’immensa cultura e la spropositata ricchezza? E soprattutto, cosa cerca realmente da Jim?
Nella New Orleans dei primi anni 30, tra Proibizionismo e Grande Depressione, paludi misteriose e vudù, il giovane allievo dovrà imparare a sopravvivere in un mondo dove niente è come sembra e dove il confine tra Bene e Male è sempre più sottile. Ma soprattutto, a trasformare i suoi trucchi da palcoscenico in qualcosa di più.
Genere: Azione, Fantasy, Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: Lime | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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PRIMA DI COMINCIARE...

 

Come si dice in questi casi... a volte ritornano. E a volte lo fanno prima del previsto! 

Questa storia risale al 2019, anno in cui sono approdata su EFP.

Da allora molte cose sono cambiate, e il motivo per cui ho deciso di rimuovere la precedente versione è che sentivo che non mi rispecchiava più. Inoltre mi ero impelagata in un progetto che non sarei mai riuscita a portare a termine, una trilogia con spin off, prequel e chi più ne ha più ne metta.

Così, la “me” più anziana (ma non per forza più matura!), che è sempre iper critica, ma detesta lasciare le cose a metà, ha deciso di soffiare via le ragnatele, prendere quanto di buono c'era e fare un po' d'ordine. Si tratterà questa volta di una vicenda autoconclusiva, con dei risvolti e un finale totalmente diversi.

L'idea era quella di scrivere un retelling della "Spada nella Roccia" ambientato in un'epoca e in un contesto moderni, ma ci saranno numerosi riferimenti ad altre opere, tra cui "Il Meraviglioso Mago di Oz", "Alice Attraverso Lo Specchio" e "Le Cronache di Narnia".

Se questa versione 2.0 sia migliore della precedente oppure no lo lascio giudicare a voi. 


Un grande abbraccio a tutte le vecchie conoscenze e un caloroso benvenuto alle nuove.

Passo e chiudo.

Buona lettura.

 




















«ll meraviglioso serve ad avviare il processo di guarigione di un'umanità sofferente.»

- Kindermann










 

IL MAGO

 
 
New Orleans, estate 1932.
 
 
Il circo arrivò all’alba, in un torrido sabato di fine giugno.
Il convoglio su cui viaggiava – un serpentone di vagoni rosso scarlatto e ruote dipinte a raggera – apparve su un binario morto alla periferia nord della città, annunciato da un violento stridore di freni e da una gran nube di fumo grigio.
Nella viscosa luce del giorno, che si faceva via via più intensa, tutti i portelloni si spalancarono fragorosamente; ne emersero una dozzina di uomini sporchi che, dopo aver imprecato, sputato per terra e acceso qualche sigaretta, cominciarono a circondare il treno come formiche, calando giù pedane e guidando per le briglie enormi cavalli da tiro.
Nel giro di un paio d’ore, quell’inconsueto movimento aveva attirato una gran folla, accorsa per vedere la stupefacente città mobile che prendeva forma sotto i loro occhi; a poco a poco, le tende cominciarono a spuntare come funghi colorati e proprio al centro di quel bizzarro giardino venne montato lui, il tendone. Di cotone sottile, rattoppato in più punti, ci vollero almeno dieci uomini alla fune per tirarlo su, mentre un caposquadra li incitava al grido di “oh–issa!”. Quando tutte le cime furono assicurate e il gigante di tela si erse maestoso sopra l’accampamento, fu issata la bandiera americana, e insieme ad essa il tricolore dell’Irlanda.
La gente del posto si accalcava lungo la staccionata che delimitava il campo, i più piccoli ansiosi di scorgere una proboscide, gli adulti qualche giarrettiera.
A Maurice O’Malley quella gente non piaceva. A dire il vero, erano ben poche le cose al mondo che gli andassero a genio, ma tra tutti i fermi[1] con cui aveva avuto a che fare, i fermi di città erano quelli che tollerava meno. I campagnoli non erano certo più ricchi, ma si trattava di gente semplice, abituata alla monotonia; perciò, non esitavano ad aprire il portafoglio con gli occhi spalancati di fronte alla promessa di esotiche meraviglie.
Ma i fermi di città erano diversi. Sembrava che ormai nulla sortisse il loro interesse. Perché sborsare venticinque cent per vedere una bestia feroce quando ce n’erano a dozzine esposte ogni giorno allo zoo? Quale acrobazia poteva reggere il confronto con gli effetti speciali di un film? I fermi di città erano spavaldi, cattivi. E lo erano diventati ancora di più con i tempi che correvano.
Il Paese se la passava male. Erano trascorsi tre anni dal Crollo di Wall Street e ancora i suoi effetti non cessavano di farsi sentire: salari da fame, attività fallite, intere famiglie in mezzo alla strada. Lo sconforto aleggiava ovunque come una cappa malsana, peggiorato solo dalla carenza di alcol per alleviarlo, e rendeva i fermi ancora più diffidenti del normale verso quelli come loro, i dritti[2], stranieri e senza fissa dimora.
O’Malley sospirò profondamente e scosse la testa, facendo oscillare il gibus di vernice aperto sul fondo come una scatoletta; mentre attraversava il piazzale pullulante di attività, si fermò per cedere il passo ad una coppia di Lipizzani bianchi diretti al serraglio e riprese il cammino, brontolando fra sé.
Si sforzava di non pensarci – dal direttore ci si aspettava risolutezza! – ma nelle sue vecchie ossa irlandesi lo sapeva, lo sentiva. L’epoca d’oro del circo stava tramontando. Le grandi compagnie venivano smembrate una dopo l’altra (prima i Gentry Brothers, poi i Christy, e persino il ricco e potente John Robinson), costringendo i saltimbanchi a vagare come morti di fame alla ricerca disperata di un impiego, che fosse arrampicarsi sull’impalcatura di un grattacielo in costruzione o infilarsi nei cunicoli bui di una miniera. La verità era che il mondo stava cambiando troppo in fretta. E quando questo succedeva, quelli come loro erano i primi ad essere lasciati indietro…
Per scacciare quei brutti pensieri, O’Malley sferrò un colpo di bastone sul polpaccio di un ragazzo smilzo e brufoloso che chiacchierava con altri galuppi[3] di fronte al padiglione di Frank Otto, L’Uomo Più Forte del Mondo, ancora privo di insegna. Il malcapitato imprecò, saltellando su un piede solo e si guardò attorno alla ricerca del colpevole, finché i suoi occhi si posarono su quell’ometto tarchiato, tutto vestito di verde, che gli arrivava a stento alla cintola e che in quel momento lo scrutava in cagnesco.
«Non ti pago per battere la fiacca» grugnì O’Malley, sbuffandogli contro una nuvola di fumo di sigaro. «Sbrigati un po’ con quello striscione e levati dai piedi, stiamo per aprire i cancelli!»
Riposizionò il sigaro all’angolo della bocca, mentre il ragazzo si precipitava sulla scala per fissare l’insegna. Sul suo esempio, tutti gli altri si diedero da fare prima che il bastone del padrone trovasse un’altra vittima.
«Occhio, gente» li sentiva bisbigliare al suo passaggio. «Il Folletto ce l’ha storta stamattina.»
Sono circondato da idioti, pensò O’Malley sconsolato; gettò via il mozzicone di sigaro ed entrò in una piccola tenda blu decorata con stelle e lune.
«Che ne dici di rilassarti un attimo, tesoro? Rendi tutti nervosi» lo accolse sommessamente Madame Margot, sua moglie; la trovò immersa in una penombra dal profumo di candele e salvia, di fronte ad un tavolino occupato da vari oggetti scenograficamente esposti, tra cui una sfera di vetro e un mazzo di tarocchi di Marsiglia. Era una donna longilinea, avvolta in un abito di satin borgogna e con lunghi capelli neri che scivolavano sulle spalle esili come una cascata d’inchiostro.
«Siamo in ritardo!» borbottò O’Malley. «C’è una calca spaventosa fuori all’entrata e non siamo ancora pronti!»
Si sedette sgraziatamente su un baule foderato, masticando un’imprecazione.
«Del ragazzo non c’è ancora traccia» aggiunse, tamponando il volto accaldato con un fazzoletto. «È tutta la mattina che lo cerco, nessuno lo ha visto. Gli avevo raccomandato di non allontanarsi, accidenti a lui!»
L’indovina sospirò, poi afferrò il mazzo di carte e cominciò a mescolarlo. O’Malley non poté fare a meno di pensare, mentre la guardava, che era ancora una donna incantevole, nonostante le rughe iniziassero ad incresparle la pelle olivastra. C’era da chiedersi cosa ci facesse una creatura così elegante con una canaglia come lui.
«Si starà esercitando da qualche parte» lo rassicurò Margot, mentre disponeva con cura i tarocchi a ventaglio. «Gli stai un po’ troppo addosso ultimamente, Maurice.»
«Troppo addosso? È uno scapestrato, me l’hai cresciuto tu così!»
«Ha diciassette anni, è normale che cerchi un po’ di libertà.»
«Di libertà ne ha fin troppa quello lì. Ma se se l’è svignata un’altra volta, ti garantisco che...»
«Dove vuoi che vada?» mormorò Margot. Passò lentamente una mano sui dorsi delle carte, ne scelse una e la sollevò. «Nessuno lascia la compagnia, lo sai. Del resto...»
Posò la carta scoperta di fronte a sé: Le Fou. «Tutte le star amano farsi desiderare.»

 
*
 
«Vuoi vedere una magia?»
Il ragazzo estrasse dalla tasca una moneta da mezzo dollaro; la tenne in vista tra l’indice e il pollice della mano destra, per poi nasconderla nel pugno. La cameriera che gli stava versando il caffè – una bionda carina, capelli tagliati alla maschietta e labbra tinte di rosso – si fece più vicina, per seguire ogni passaggio con attenzione. Sul petto era applicato un cartellino con scritto “Kitty”.
Si trovavano in una piccola tavola calda invasa da un forte aroma di cibi speziati conditi con un po’ troppa cipolla. Nonostante l’orario della colazione fosse passato da un pezzo, il ragazzo aveva ordinato una fetta di torta al limone e una tazza di caffè, emozionato come se fosse la prima volta che lo faceva.
In effetti, neanche si ricordava come fosse mangiare in un posto diverso dalla tenda della mensa, con la vecchia caldaia borbottante e l’onnipresente odore di frittura. Era impaziente di mettere piede a terra da quando New Orleans era stata annunciata come tappa del loro tour: la città del Carnevale e delle feste a bordo degli steamboats occupava da sempre un posto d’onore nella sua immaginazione. Così, appena il treno si era fermato, aveva approfittato della confusione per saltare sul primo tram diretto in centro, con l’intenzione di girovagare senza meta all’ombra dei famosi portici in ferro battuto, ascoltare le chiacchiere della gente e i quartetti che suonavano jazz agli angoli delle strade. E magari, conoscere un vero stregone voodoo.
Ma la realtà che si era trovato di fronte, appena sceso dal tram, era molto diversa: gli edifici storici versavano in condizioni pessime e in quasi tutte le vetrine dei negozi – quelli aperti, almeno – c’erano avvisi che informavano: non si assume. In più, per strada s’era imbattuto in due uomini malconci con dei cartelli appesi al collo, il primo con scritto: 45 anni, padre di famiglia e veterano di guerra. Datemi un lavoro, e il secondo: laureato in economia, dormo nella mia auto da un anno, e la coda alla mensa dell’Esercito della Salvezza era lunga almeno due isolati.
La crisi non aveva risparmiato neanche New Orleans, ma a dispetto di ciò, l’atmosfera della grande città lo aveva conquistato: le eleganti case bianche del Garden District, le variopinte botteghe del Quartiere Francese e le splendide ragazze creole nei loro abiti sgargianti. Come diamine faceva il vecchio Maurice a disprezzare tanto la città, al punto da evitarla come la peste, proprio non lo capiva.
«Adesso, Kitty» disse in tono solenne alla cameriera. «Avrò bisogno del tuo aiuto. Coraggio, soffia qui.»
Lei alzò un sopracciglio, dubbiosa, ma lo accontentò e, quando lui aprì il pugno, la moneta era scomparsa. Poi accostò le dita ai suoi capelli la fece ricomparire da dietro l’orecchio.
«Sei fortunata» commentò, facendo rotolare la moneta sulle nocche, dall'indice al mignolo. «Le monete magiche sono dispettose, una volta sparite non sempre si lasciano trovare.»
Lei però gli rivolse un sorriso indulgente.
«Non è una gran magia. Da queste parti bazzica un tipo con una scimmietta cappuccino. Sa fare un sacco di trucchetti come questo, solo che alla fine si fa uscire la moneta dal naso.»
«Elegante.»
«No, ma almeno è originale.» Kitty buttò un occhio sulla pila di manifesti appoggiati sul tavolo. Ne prese uno.
«“Lo Straordinario Khazam”» lesse ad alta voce. «“Il più giovane e potente mago dai tempi di Harry Houdini”. Saresti tu?»
«In persona.»
«Be’, sei simpatico, ma ti conviene aggiornare i tuoi trucchi. A New Orleans non ci si impressiona per così poco e di “maghi straordinari” come te ce ne sono un sacco.»
Lui bevve un sorso di caffè e ricambiò il sorriso. Carina e anche sveglia, proprio il suo tipo.
«Tesoro fidati, nessuno è come me. Facciamo una scommessa: se il prossimo numero non ti piace, puoi tenerti la moneta. Ma se riesco a sorprenderti, stasera ti porto a ballare.»
Lei scoppiò a ridere. «Che sfacciato!»
Eppure, dal modo in cui lo stava perlustrando da cima a fondo, era evidente che non lo trovasse poi così male: un giovanotto abbronzato, con capelli rossicci e l’espressione volpina.
«Va bene, sorprendimi.»
Lui chiuse la moneta ponendo le mani l’una sull’altra e le avvicinò alla bocca; dopo aver sussurrato qualche parola, le aprì, ma al posto della moneta era apparsa una minuscola farfalla dalle ali bianche. Una farfalla vera, viva e vegeta.
Kitty stavolta emise un piccolo strillo, attirando l’attenzione di qualche avventore e un’occhiataccia del proprietario, intento ad asciugare un bicchiere dietro il bancone. La farfalla svolazzò intorno al mago due volte e infine svanì in una nuvoletta di fumo. Nessun altro nel locale sembrò essersene accorto.
«Gesù, ma come hai fatto?!» boccheggiò la ragazza, guardando qua e là in cerca della farfalla. «Dove la tenevi? E dov’è finita?»
Il mago rise e si sporse sul tavolo. «Guarda che prima non scherzavo» le disse con voce suadente. «Al mondo non esistono maghi come me.»
Roteò in maniera teatrale la mano e afferrò dall’aria un mazzolino di nontiscordardimé. Kitty arrossì in maniera repentina e prese i fiori con un sorriso.
«Ehi, coso» disse una voce brusca alle sue spalle. «Hai finito di importunare la mia donna?»
Kitty trasalì con aria colpevole. Khazam invece si girò col gomito poggiato allo schienale della sedia, per incontrare il volto imbronciato di un ragazzo poco più vecchio di lui, che sembrava saltato fuori da una rivista sportiva: vestito di bianco, spalle larghe e capelli neri lucidi di brillantina.
«Non mi stava importunando, Donnie» ribatté Kitty, diventando ancora più rossa. «Mi ha solo fatto vedere un gioco. E per la cronaca, non sono più la tua donna! Da due settimane, se ti ricordi.»
Donnie la ignorò; esaminò invece con espressione disgustata l’abbigliamento del mago, il suo gilet in denim ricamato, i pantaloni rosso mattone e il cerchietto d’oro che pendeva dal lobo sinistro.
«Non sei uno di quei pagliacci che è arrivato stamattina?»
«Lavoro per il circo» rispose lui, tranquillo. «Perché non fai un salto anche tu, Donnie Bello? Hai l’aria di uno a cui servirebbe farsi una risata. Ma solo se ti comporti bene: non ci piace la gente maleducata, e ancora meno chi non è gentile con le signore.»
«Khazam è un mago» aggiunse in tono di sfida Kitty. «Il più grande mago dai tempi di Houdini.»
«Khazam?» Rise Donnie. «Cazzo, non sei riuscito a trovarti un nome migliore? E dimmi un po’, Khazam, sei uno di quelli che ipnotizzano i polli?»
«Qualche volta. Ma potrei provarci anche con te, il quoziente intellettivo sembra lo stesso.»
I pochi clienti interruppero le loro conversazioni per ascoltare e qualcuno iniziò persino a scommettere su chi dei due avrebbe mollato il primo cazzotto.
Donnie si rivolse a Kitty, rabbioso. «Non andrai sul serio a vedere questo imbroglione?»
«Illusionista» precisò Khazam. «Non imbroglio nessuno, quella che faccio io si chiama arte.»
«Non sto parlando con te.»
«Certo che ci andrò» replicò lei altezzosa, «e dopo andremo anche a ballare. Tu non mi hai mai voluta portare a ballare.»
«Oh, perdindirindina!» s’indignò il mago. «Questo è oltraggioso, tutte le belle ragazze si meritano di essere portate a ballare! E dopo a mangiare le cialde. Ti piacciono le cialde, Kitty?»
«Con sciroppo e panna?»
«Ovvio, non siamo mica barbari.»
«Ehi!» sbottò Donnie, rosso di rabbia. «Io sono ancora qua!»
«Senti, Donnie Bello» sospirò Khazam, un po’ spazientito. «Che hai deciso di fare? Perché a me sembra che l’unico che sta importunando la dolce Kitty sia tu.»
In risposta, Donnie spinse a terra la risma di manifesti con una manata. Al tavolo vicino, una signora trattenne il fiato. Khazam lanciò una rapida occhiata ai fogli sparsi sul pavimento.
«Questo non lo dovevi fare.»
«Ascolta, zingaro del cazzo!» Donnie afferrò il mago per il gilet e lo costrinse ad alzarsi, la faccia sbarbata e paonazza ad un palmo dalla sua. «Tu non sai con chi hai a che fare. Posso sbattere fuori da questa città te e i tuoi compari accattoni con uno schiocco di dita, perciò ti conviene levare le tende.»
«Ragazzi!» esclamò il barista. «Se morite dalla voglia di prendervi a sberle fatelo fuori, o chiamo la polizia!»
Nel locale era calato un silenzio teso e ormai tutti li fissavano. Kitty si era portata le mani alla bocca, facendo saltare lo sguardo da Donnie e a Khazam, che ancora non si era mosso. Poi, il ghigno volpesco tornò a farsi strada sul suo volto.
«Va bene, Donnie Bello» disse, sollevando le mani. «Mi hai proprio convinto, me ne vado. Ma prima, che ne dici di una piccola dimostrazione gratis, solo per te?»
Prima che Donnie avesse tempo di fare qualsiasi cosa, il mago ruotò un dito e i volantini si sollevarono come se nella sala fosse entrato un vento fortissimo.
«Ma che cazzo...?»
Presero a vorticare intorno a Donnie e gli si appiccicarono alle braccia, alle gambe, dappertutto. Poi, un manifesto raffigurante Khazam in abiti orientali gli si attaccò proprio sulla faccia e Donnie piombò a terra.
La folla era ammutolita. Poi, si sciolse in un’ondata di risate e applausi e qualcuno si alzò addirittura in piedi.
«Ben fatto!»
«Hai visto che roba?»
«Bravo, se l’è proprio cercata!»
«Signore e signori» disse a quel punto il mago; cacciò dalla tasca un dollaro per la colazione e la mancia. «Scusate se il mio amico ed io abbiamo disturbato il vostro pranzo. Se questo assaggio vi è piaciuto, non perdete il Fenomenale Spettacolo Errante di Maurice O’Malley! Altri prodigi vi attendono sotto il nostro tendone, al modico costo di un quarto di dollaro a persona! Mi raccomando, spargete la voce e accorrete numerosi!»
Detto ciò, si esibì in un piccolo inchino e, dopo aver strizzato l’occhio a Kitty, gettò a terra qualcosa: una nuvola verde esplose ai suoi piedi e si spanse per tutto il locale. Quando si diradò, di lui non c’era più traccia.
 
 

[1] Fermi: nel gergo circense, la gente che non appartiene al circo. Detti anche gaggi o contrasti.
[2] Dritti: gente del circo, girovaghi.
[3] Galuppi: nel gergo circense, gli operai.
  
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