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Autore: SkysCadet    07/09/2021    0 recensioni
La cittadina di Filadelfia sembra un borgo tranquillo, in cui la gente comune passa la giornata senza occuparsi degli strani avvenimenti che accadono da diverso tempo. Tuttavia, Simon si ritrova - suo malgrado - a combattere per la salvezza delle anime sfuggite al potere dei Lucifer. Tra questi c'è Joshua, un ragazzo con un dono particolare. Il giorno in cui Ariel - una matricola impulsiva dell'università di Filadelfia - lo incontra per la prima volta, capisce che in lui c'è qualcosa di diverso dagli altri ragazzi. Solo un nome sembra in grado di cambiare il corso degli avvenimenti, un nome che i Lucifer non possono nominare...
(1 Nuovo aggiornamento ogni settimana)
Genere: Fantasy, Mistero, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate
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"Caro Simon, ti ho mai parlato del nome di Gesù Cristo?"

"No, padre."

"Bene, iniziamo oggi. A te che sei stato con me e mi hai seguito come un figlio. A te, che non hai ceduto di fronte alla seduzione dello spirito di Judas. Proprio a te, spiegherò il significato del Suo Nome."

"Ascolto."

"Ti sei mai chiesto perché Gesù Cristo dice che pregando nel suo nome otterremo ciò che chiediamo e che nel suo nome scacceremo i demoni?"

"No, padre."

"Non possiamo vivere questa missione se non conosciamo il suo vero significato, caro Simon. Ricòrdati il significato del nome di Gesù Cristo: Gesù in ebraico si dice Yehoshua, e a sua volta questa parola significa 'Yahweh che salva', ovvero "Io sono colui che salva".

È questo figlio mio, è questo il nome di Gesù, è questo il suo significato, ed è questa la nostra missione."

"Ma padre... chi dobbiamo salvare? Non ha già compiuto tutto lui?"

"Fortunatamente, ti ho preso in tempo..."

"Che intendi dire?"

"Se pensi che abbia fatto tutto Lui e che la sua opera si sia fermata al tempo dei discepoli, come mai egli dice di mandarci come pecore in mezzo ai lupi e ci incoraggia ad operare perché faremo addirittura opere maggiori delle sue?"

"Non comprendo, padre."

"Noi siamo portatori del suo nome. Siamo piccoli Cristi: i mandati. In quanto portatori del suo nome, conteniamo in noi tutta la potenza di quel nome: la potenza di chi salva le anime dal potere dei demoni attraverso l'amore.

Un amore che dà la sua vita in sacrificio per le anime."

Era ormai da quando aveva iniziato il digiuno che, Simon, faceva ogni notte il medesimo sogno: parlare con Padre Peter del nome di Gesù Cristo.

Era un sogno in cui si udivano solo le parole pronunciate dai due, in quella che era stata la giornata della dipartita del predecessore.

Si svegliò anche quella mattina all'alba, con un rivolo di sudore ghiacciato che gli colava fin al mento lievemente barbuto, spalancando gli occhi in un attimo e scattando seduto nel letto disfatto, con indosso gli abiti della sera precedente.

Al lato del letto, sul comodino, le Sacre Scritture venivano illuminate da un raggio di sole che faceva brillare il pulviscolo nell'aria, indicando al giovane pastore di Filadelfia un verso del Salmo che aveva iniziato a leggere, ma che non aveva concluso crollando sotto il peso del sonno.

Lo fissò a lungo prima di allungare la mano per portare il libro sulle ginocchia e leggere: "Poiché egli comanderà ai suoi angeli di proteggerti in tutte le tue vie. Essi ti porteranno sul palmo della mano, perché il tuo piede non inciampi in nessuna pietra. Tu camminerai sul leone e sulla vipera, schiaccerai il leoncello e il serpente. Poich'egli ha posto in me il suo affetto, io lo salverò;

lo proteggerò, perché conosce il mio Nome."

Non seppe dare un significato preciso alla lettura, ma fu un ottimo modo per infondersi coraggio e iniziare un'altra calda giornata estiva al Centro di Aggregazione Giovanile della Chiesa di Filadelfia.

Il cinguettio caotico dei passeri ornava quella calda mattina, mentre fili di luce passavano dalle fessure della serranda della finestra di una delle tante stanze del Centro.

In una di quelle stanze, dall'aspetto semplice ed essenziale, dormiva, o almeno tentava di farlo, la giovane Ariel.

Da qualche mese aveva deciso di trasferirsi lì, per abbandonare definitivamente quella villetta posta dirimpetto all'abitazione che per così poco aveva ospitato il giovane Joshua.

Era finita la sessione estiva dell'università, ed era lì, girata sul fianco destro, in posizione fetale, mentre aspettava che le giungessero le forze necessarie per portare i piedi sul pavimento e scendere al piano terra per la colazione.

Ogni mattina, da circa un mese, si ritrovava a pensare al gesto di Simon, che l'aveva accolta lì senza alcuna pretesa, ma quasi implorandola di rimanere il più a lungo possibile.

«Rimani qui... Te ne prego» le aveva detto, quando ormai Ariel si ritrovava a frequentare così tanto il Centro di Aggregazione, che tutti i fedeli iniziarono a pensare che fosse diventata una credente.

Ma non era propriamente così. Almeno, era quello che pensava lei.

Si girò nuovamente dall'altro lato del letto, fissando l'armadio color ciliegio, mentre la mente ritornava alle parole del padre.

«Rimani ora che la notte si fa più buia e...» sospirò «dormi qui, se vuoi...» continuò con occhi lucidi e un sorriso amaro «anzi, te ne prego, perché in te vedo qualcosa di lui...»

Si era riferito a Joshua con un nodo in gola che gli fu difficile mandare giù.

Quel ragazzo l'aveva trafitto, tanto che, dal giorno del suo addio, Simon digiunava cinque giorni su sette, pregando e versando lacrime.

Quel pensiero la costrinse a puntare il viso nel cuscino per affondarvi le labbra e urlare in silenzio.

E poi, come ogni singolo giorno, tornò indietro nel tempo con la memoria, fino a quel giorno che vide Joshua per l'ultima volta.

«Sì, se n'è andato...»

Dopo quel bacio che le aveva impresso sensazioni devastanti nella memoria come passione, desiderio, rimorso, odio e rabbia, si era ritrovata nuovamente sull'uscio dell'ufficio di Simon, fissandolo di spalle, con i palmi posti sul davanzale dell'ampia finestra. e il capo completamente rivolto verso il basso.

«È tutta colpa mia!» aveva urlato, colpendo il vetro con il palmo della mano destra, lasciandolo lì come un saluto nel vuoto.

«Simon, no, non dire così...»

Ariel aveva sentito un dolore pungente alla bocca dello stomaco, che le annientava tutte le difese.

Quell'uomo aveva amato il ragazzo come e più di un padre che porta lo stesso patrimonio genetico del figlio; un amore a cui Joshua aveva rinunciato e che lei avrebbe voluto ricevere con tutta se stessa, se solo avesse potuto e voluto.

Aveva sospirato e l'aveva raggiunto a passo lento, ponendosi accanto a lui, fissando il suo volto corrucciato, mentre le labbra erano scomparse dietro quella folta barba rossiccia.

«La verità...» iniziò poi Simon «è che non è colpa mia. Hai ragione, Ariel.»

La fissò, sbarrando gli occhi, mentre la giovane continuava a sentire un peso sul cuore che le riempiva gli occhi di lacrime.

«Alla fine» continuò «ha fatto la sua scelta. Non è forse questo l'amore del tuo sogno?» le domandò con un sorriso tremendamente dolce e compassionevole, che la indusse ad abbassare lo sguardo al tappeto bordeaux che ornava il pavimento dello studio del padre, comprendendo in quel momento il perché dell' urlo straziante di quella donna che pronunciava il nome di Joshua, mentre l'uomo che riceveva quelle frustate, col volto di Simon, sacrificava tutto se stesso.

«L'amore di un padre che muore per chi lo trafigge...»

Così fu trafitta anche lei da quelle parole, sentendo un dolore all'altezza dello sterno che la portò a fissare gli occhi sbarrati verso il viso inspiegabilmente ridente di Simon e a schiudere le labbra, sorpresa.

Lì, in quel Centro, insegnavano, parlavano e operavano riferendosi alla figura di un Cristo che non aveva mai conosciuto. Quel Cristo di cui aveva studiato a scuola con tanta noncuranza, non era quello che le si stava mostrando in quel momento.

Era come se avesse potuto toccarlo, sentirlo, percepirlo in maniera vivida attraverso di Simon. Ed era assurdo.

«Questo è l'amore contenuto nel Nome di Gesù Cristo e per cui sto dando la mia vita.»

Quell'ultima frase le rimbombò nella mente, mentre si sistemava i capelli di fronte al piccolo specchio, posto sopra la scrivania.

In quel tavolo disordinato, tentò di trovare un fermaglio per gli ultimi ciuffi ribelli andando a tastoni e, non riuscendo a trovare nulla se non il fard e qualche mascara, aprì il cassettino sottostante notando all'interno solo una boccetta contenente un liquido color giallo oro.

Lo prese sul palmo, accarezzandone i contorni tondeggianti e, mossa dalla curiosità, svitò il tappo. La colpì un profumo intenso, che, successivamente preferì non aver mai inalato.

Una fragranza fruttata e fresca, ma acre al tempo stesso, le fece palpitare il cuore nello sterno, mentre nella sua mente appariva chiaro e vivido il ricordo del proprietario di quel profumo.

E si ricordò di averlo assaporato nel palmo della sua mano, che aveva sfiorato quella di Joshua, il giorno che si erano presentati; prepotente nel cappotto di jeans, mentre riaffioravano nella memoria i suoi occhi verdi vividi e lucenti, dopo averla aiutata sull'autobus in corsa; ricordò di averlo inalato sistemando i cuscini del divano, che li aveva così tanto avvicinati; e ancora, l'aveva avvolta quando, nella Cattedrale delle Sette Chiese, lui l'aveva stretta a sé...

Simon...

«... Perché mi hai fatto questo, Simon?» chiese, stringendo la boccetta di quell'essenza al petto, mentre nuove lacrime le rigavano il viso.

Si lavò il viso e, con aria torva, si diresse a passo svelto verso l'ufficio di Simon, che si trovava nello stesso piano della stanza di Ariel.

Una volta di fronte alla porta, allungò la mano per bussare, ma delle voci all'interno dello studio del padre le impedirono di muovere muscolo.

«L'ho cercato ovunque, Simon. Senza le forze dell'ordine dalla nostra parte, non possiamo far altro che pregare.»

Ariel riconobbe quella voce calda e profonda, riconducibile al primo ministro anziano di Simon: Nathan.

Un uomo sulla trentina, sempre pronto come un soldato alla chiamata del suo generale, che trasmetteva autorevolezza e rigore, ma che aveva visto sempre in prima linea per la risoluzione di tutti i più svariati problemi delle anime.

L'aveva visto abbracciare calorosamente uomini e donne in lacrime e in difficoltà, ma anche ridere e scherzare come un ragazzino insieme ad Heliu, di cui si prendeva cura come un fratello maggiore.

«No, Nathan. Dobbiamo continuare le ricerche mentre indaghiamo su Judas. A tal proposito ti volevo chiedere cosa hai visto la notte che mi hai chiamato d'urgenza.»

Ariel al sentire che il discorso stava prendendo una piega diversa, avvicinò l'orecchio alla superficie ruvida della porta.

«Come sai, la sede dell'amministrazione locale chiude alle ore ventuno, ufficialmente, ma questo non vale per quei personaggi come Judas e il suo team.»

«Continua.» intimò Simon con voce ferma.

«Ho aspettato a lungo in quelle panchine malmesse della Piazza Centrale, abbandonandomi di tanto in tanto al sonno, non così tanto da notare che il gruppetto di entourage e Judas stesso, si erano ritrovati all'uscita del Palazzo.

Dunque aguzzai la vista, cercando, tra le siepi e gli alberi bassi, di seguire i loro movimenti.»

«E quindi? Cosa hai scoperto?»

«Li ho visti sparire, Simon. Sparire tra le onde del mare nero del Lido.»

«Spiegati meglio.»

«C'è un solo Lido di proprietà del Locale Lithium, di cui è titolare Judas, e, in quel Lido, tutto il gruppetto satanico si è dato appuntamento, e, con mio enorme stupore, al solo gesto delle loro mani, le onde hanno creato un vortice in cui, uno per uno, sono entrati negli abissi senza alcuna difficoltà!»

Ariel inarcò un sopracciglio, ricordandosi di quel che aveva visto mesi prima, quando aveva deciso di seguire Judas e Acab, inoltrandosi in quella proprietà di cui conosceva solo la fama tra i ragazzi più in voga dell'università.

Il Lido Lithium prendeva il nome dal locale posto al centro della Via del Corso.

«Non mi meraviglio più di tanto...» sospirò Simon. La sua voce era un misto di fredda consapevolezza e resa disperata.

«Ma... Simon...» lo incalzò Nathan «Sono demoni a piede libero!»

«Non mi meraviglio dei demoni, Nathan» aggiunse Simon, con voce pacata. «Mi meraviglio dei figli di Dio soccombenti nelle loro mani. E poi,» proseguì dopo un profondo sospiro «quelli non sono altro che piccoli uomini. Ricordati Nathan: i demoni sono solo spiriti che agiscono servendosi della volontà degli uomini che hanno deciso di ribellarsi a Dio. Non hanno forza propria.»

«Come noi siamo portatori di Gesù Cristo, non è forse così?»

Ariel non seppe cosa fare: se rimanere lì ad ascoltare quei discorsi di fede e dottrina, oppure correre in mensa, sentendo gorgogliare rumorosamente lo stomaco.

«Potrebbe trovarsi lì?»

D'un tratto, quando sentì che il discorso aveva iniziato a riguardare Joshua, si rannicchiò alla base della porta per ascoltare.

«Non credo. Io lo sento vicino, Nathan. In questa città, in questo tempo, in questa dimensione spirituale.»

A quelle parole, così ferme, così certe e cariche di sicurezza, Ariel avvertì un colpo al cuore e poco mancò che iniziasse a urlare per la gioia.

«Che consigli di fare, dunque?»

«Continuare ad indagare. Continuare a pregare.»

Nel mentre sul viso di Ariel ritornava ad illuminare la speranza di poter un giorno rincontrare Joshua, la porta si aprì alle sue spalle, mentre si trovava ancora in ginocchio.

«Toh! Guarda chi c'è! Il leone di Dio che origliava alla porta di due ministri.»

Ad Ariel le si fermò il cuore: gli occhi scuri di Nathan la sovrastano austeri, così come la sua figura. Non ci impiegò molto a rimettersi subito in piedi e quasi sull'attenti, con un velo di amaritudine per quel tono con cui le si era rivolto.

«Nathan, lasciala entrare. Accomodati, Ariel.»

Simon l'aveva invitata ad entrare con un viso disteso e un sorriso dolce, che le placò l'animo irritato.

In quel momento però si ricordò il motivo per cui era arrivata fin lì: Simon le doveva delle spiegazioni.

Così, rivolgendo uno sguardo sfrontato al giovane ministro, gli passò oltre senza staccargli gli occhi di dosso.

«Ariel...»

Il Padre la chiamò con un tono perentorio ma con una flessione che ricordava il lieve rimprovero di padre al piccolo che sta per avvicinarsi al pericolo.

«Perdonami Simon...» disse, sedendosi dopo che Nathan ebbe chiuso lentamente la porta.

«E' pur sempre un ministro di Dio, Ariel, anche se, a volte, è un po' irritante.» sorrise sotto la folta barba rossiccia, stimolando la giovane a mostrare il suo di sorriso, che non tardò ad arrivare.

Ariel non credeva alle sue orecchie: in una frazione di secondo era scomparso tutto il suo astio nei confronti del Padre, che la osservava con le mani congiunte, in attesa della sua richiesta.

Un profondo e lungo sospiro precedette le parole della giovane mora.

«Cos'è questo?»

Ariel prese dalla tasca la boccetta di fragranza che aveva trovato nella sua stanza e la pose sullo scrittoio, sotto gli occhi sbarrati di Simon.

«E' essenza di bergamotto.»

«So leggere le etichette, Simon.»

«E allora, cosa vuoi sapere?» domandò il Padre con voce lievemente alterata.

«Voglio sapere perché me lo hai messo nella stanza. Oppure dovrei chiederti: perché mi hai dato la sua stanza?»

Simon la guardò con sguardo torvo e, prendendo la boccetta nel palmo della mano destra, la contemplò a lungo, con fronte aggrottata.

«Davvero pensi che l'abbia fatto a posta?»

«Spero di no.»

«No, infatti Ariel, non l'ho fatto a posta. E, per tua informazione, pensavo che Joshua avesse portato tutto con sé il giorno del trasferimento nel quartiere degli studenti...» sospirò «Non avevo altre stanze da offrirti.»

«Eppure...» Intervenne Ariel «è strano che l'avesse sempre addosso, nonostante fosse qui la boccetta...» fu solo in quel momento che Ariel si accorse di aver confidato a Simon di ricordare benissimo il profumo del giovane Joshua, e mentre il suo viso esplodeva in un rossore, Simon continuava a fissare la boccetta, facendo ondeggiare il liquido dorato, immerso in pensieri che disegnavano una curva nel suo viso, come un sorriso intriso di tristezza.

«Ti racconto la storia di questa essenza e del perché apparteneva a Joshua...» iniziò Simon, rilassando la schiena sulla sua poltrona, senza smettere di far ondeggiare la boccetta.

«Il Bergamotto, da cui si ricava questa essenza ricercatissima, viene coltivato solo qui, nelle colline che circondano la nostra cittadina.

È un frutto molto particolare e pregiato, il cui nome significa "Pero del Signore"...»

«Casualmente...» Intervenne la giovane, mentre, ascoltando la storia, roteava le falangi attorno al ciondolo a forma di leone che portava al collo. «Sì! » rise Simon e continuò: «Dunque, notando che Joshua, venendo ad abitare qui quando aveva circa quindici anni, non aveva nulla, gli fornii tutto il necessario in una busta anonima, con questa essenza all'interno.

Questa essenza, il frutto in particolare, è molto importante per la nostra Chiesa, perché rappresenta un po' l'elezione della nostra Città come luogo santo e dimora di un albero che frutta un oro unico nel suo genere.

Fu per questo che lo regalai a Joshua: per farlo sentire a casa. Cosa che feci anche con Lucia e Caleb...»

«Caleb?» la ragazza, al sentire quel nome, inarcò un sopracciglio incuriosita «Sarebbe?»

Ariel aveva la capacità di far tornare Simon indietro nel tempo, ai ricordi più sgradevoli, a volte.

«E' una storia lunga che ti racconterò un altro giorno...» le rispose fissando il vuoto. «Per concludere la storia: Caleb sfidò Joshua in una gara di corsa. Joshua vinse e gli chiese la boccetta di essenza che possedeva Caleb. Ecco perché ne aveva due...» concluse, roteando la poltrona nella sua direzione.

«Ti senti meglio, adesso?»

Nel suo animo continuava ad esserci un senso di vuoto, che scosse le sue membra.

«Credo di sì» mentì. «Vado a fare colazione...» aggiunse, mentre lo stomaco faceva sentire i suoi gorgoglii.

«Certamente. E, Ariel...» la chiamò prima che lei uscisse «fai gli auguri a Lucia da parte mia!»

***

Nella Chiesa di Filadelfia, ogni singolo compleanno era speciale e Padre Simon non mancava di far recapitare almeno una torta a tutti coloro che dormivano al Centro. Così, sia chi aveva le possibilità, sia chi non se lo poteva permettere, tutti avevano una festa con l'amore di un padre e la gioia di fratelli e sorelle.

Era questo il tratto riconoscibile di Filadelfia: far sentire il calore di una famiglia a tutti gli ospiti e i residenti; era questo Filadelfia: la Chiesa dell'amore.

Ariel, però, doveva ancora abituarsi a tutto questo; ragazza introversa e riservata, catapultata in un mondo che andava contro tutti i suoi schemi e che infrangeva tutti le sue difese di cristallo.

Ed ecco che, avvicinandosi alla sala mensa, sentì le urla di gioia di tutto un gruppetto di bambini, donne e qualche ragazzo - tra cui Heliu e Nathan - che acclamavano a gran voce la dolce Lucia.

Lei, sempre timida e incline ai rossori paonazzi della vergogna, era in un angolo, con le mani che le coprivano il viso, mentre la cuoca la spintonava dolcemente verso la folla che, ad un tratto, iniziò ad intonare un 'buon compleanno'; la giovane Ariel assistette alla scena con larghi sorrisi, avvicinandosi pian piano e, incollata alla parete, prese il cellulare per immortalare quel momento; quel momento in cui le risate di Lucia risuonavano in quella sala dopo sette mesi di lacrime, lontana da Joshua.

Aveva vissuto quei momenti pensando e ripensando a quell'ultima visione fatta di sangue e pareti di pietra, convincendosi del fatto che avrebbe potuto fare qualcosa se non fosse stata vittima della debolezza. Così passava le giornate con lo sguardo perso nel vuoto, abbozzando un sorriso solo quando incontrava lo sguardo di Heliu.

Ariel conobbe realmente Lucia solo in quei mesi, in cui passava le giornate standole accanto in tutti i suoi compiti da svolgere per l'aiuto delle donne in difficoltà del Centro.

Un giorno di fine inverno, mentre l'aria cristallina emanava il suo ultimo alito di vento gelido, Ariel aveva convinto Lucia a stare un po' con lei, sotto le fronde degli alberi di pepe rosa che contornavano il cortile della Chiesa.

«Ho tante domande a cui ancora non ho trovato risposta...» iniziò Ariel, atona, scivolando sulla panchina di legno e ferro, accartocciandosi per il freddo, mentre Lucia fregava le mani per riscaldarsi.

«Non hai parlato con Padre Simon dei tuoi quesiti?» le domandò la biondina, dentro il cappuccio della sua felpa.

«No, Lucia.» fu la risposta secca di Ariel che la fissò con sguardo accigliato «Come potrei? Non vedi che Simon vive con cinque giorni di digiuno a settimana?»

«Sì, hai ragione.» sospirò, alitando condensa. «Vedrò di riuscire a darti delle risposte...»

Ariel corrugò la fronte in un'espressione di malinconico dispiacere, ferendosi il labbro inferiore per non aver avuto riguardi del suo dolore, serbato nel cuore come un macigno.

«Grazie.» aggiunse prima di posare il capo moro sulla spalla destra della biondina e iniziare a parlare.

«Penso sempre a come tutto sia iniziato...»

«Che intendi dire?»

«Intendo dire che ho conosciuto Joshua sempre in situazioni inusuali o di pericolo...»

«Quindi?»

«Non lo so, è come se fossi stata io la causa di tutto!» esclamò Ariel acuendo il tono.

«E poi, c'era sempre quel maledetto Acab...»

«No, Ariel!» la bloccò Lucia, ponendo le mani sulle spalle della giovane. «Non commettere anche tu lo stesso errore di Joshua...» la implorò con occhi lucidi. «Ti prego, non maledire nessuno! Noi non siamo come loro: non malediciamo e non cerchiamo vendetta. Riponiamo la nostra fede in un Dio giusto.»

Ariel rimase a bocca aperta e occhi sbarrati per qualche secondo.

«Tu hai vissuto tutto molto velocemente: la salvezza, per te, è stata quasi una via obbligata» interruppe il silenzio, Lucia. «Hai visto tutto ciò che io non ho mai sognato di vedere: hai visto i tre arcangeli proteggerti dalle mani delle tenebre, hai visto un figlio di Dio incarnare il nome di nostro Signore e hai trovato un padre celeste...» Nella curvatura del sorriso di Lucia comparve un luccichio, di una goccia argentea che le solcò le gote. «Tutto questo per proteggerti dai piani delle tenebre e per rivelarti che Dio opera attraverso uomini di carne.»

«Ma Lucia...»

Ariel aprì la bocca cercando di fermare il fiume di parole provenienti dall'amica che, a parer suo, le stava rivelando troppe cose a quel suo cuore ancora scombussolato dalla vicenda di Joshua.

«Ariel, ora tu devi conoscere ciò è nascosto agli occhi degli uomini, e che ti è stato mostrato per salvare Simon, per salvare Filadelfia.»

Ariel continuò a puntare gli occhi sgranati verso Lucia, i cui lineamenti apparivano evanescenti sotto quella enorme luna piena che le sovrastava, aspettando di ricevere altre dolci parole.

«Fin da quando ero bambina, le visioni mi hanno mostrato che Filadelfia è il luogo che Dio ha prescelto per salvare il mondo dalle grinfie del Signore delle tenebre, incarnato nella persona di Judas e del suo team.

Il motivo di tanto odio nei confronti di Simon e dei suoi fedeli, sta nel fatto che è l'unica Chiesa eletta fin dalla Rivelazione dell'apostolo Giovanni, l'apostolo dell'amore, il più vicino a Gesù Cristo.»

Ariel sentì il cuore ardere a quelle parole, come se si stesse delineando una via ben precisa da seguire, mentre Lucia sentiva accendere il suo cuore di una rinnovata fede nell'intervento divino.

«Ecco la rivelazione di Padre Peter, sigillata nel cuore di Simon; ecco perché Joshua ha tentato, con le forze umane, di imitare un modello elevato quale è quello del Mandato: custode della Chiesa Eletta.»

«Quindi...» Ariel si girò verso l'asfalto di cemento del cortile e ponendosi le mani sul viso, cercò di mettere ordine tra i suoi pensieri «Joshua non doveva seguire il desiderio del suo cuore di diventare il Mandato?»

Ariel liberò il viso aprendo le falangi, piegandosi con i gomiti sulle ginocchia e serrando gli occhi lucidi.

«Non come si era proposto di fare.» sentenziò Lucia con voce ferma. «Sta Scritto - senza bisogno di tante interpretazioni - che chi sente il bisogno di avere una compagna o un compagno deve sposarsi...» sospirò profondamente prima di continuare: «lui ha sempre serbato nel suo cuore il desiderio di essere amato da una ragazza e di amare come nostro Signore ci ha mostrato...» la bionda posò il palmo gelido sulle gote roventi di Ariel, cercando i suoi occhi «...Solo che Dio non aveva deciso questo per lui. Il discepolato non comporta l'obbligo del celibato: l'Apostolo Pietro, colui al quale era stata affidata la prima Chiesa di Gerusalemme, era sposato.»

Fu allora che Ariel iniziò a comprendere l'errore di Joshua: si era imposto, contro la volontà di Dio, una volontà che non gli apparteneva.

«Le nostre scelte» continuò Lucia «danno il corso alla nostra vita.»

La mora mosse lo sguardo verso Lucia che concluse alzandosi in piedi «Solo noi abbiamo la libertà di scegliere di seguire o la missione che risiede nel Nome di Gesù Cristo, oppure di seguire noi stessi.» le allungò la mano sorridendole dopo tanto tempo, mentre Ariel stringeva le dita dell'amica sommessamente, immersa in un turbinio di pensieri.

«Un'ultima domanda, Lucia...» sbuffò Ariel in difficoltà «Perché Acab ha tentato di uccidermi e perché il gruppo Lucifer mi ha bruciato la macchina quel giorno all'università?»

Lucia, che si era incamminata verso l'ingresso del Centro, la scrutò a lungo prima di risponderle:«Perché anche i demoni credono in Dio e lo temono. Tu profumavi di Lui fin da quando ci siamo incontrate.» le sorrise commossa «In fondo, ha mandato un Lucignolo come me a indicare la via a un Leone. Un Leone di Dio capace di salvare la vita al Mandato della Chiesa eletta.»

 

   
 
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