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Autore: Enchalott    13/09/2021    2 recensioni
Dopo una guerra ventennale il popolo dei Salki viene sottomesso dai Khai, una misteriosa stirpe che presenta numerose analogie con i demoni delle leggende. Tra gli accordi di pace è presente una clausola matrimoniale, secondo la quale la primogenita del re sconfitto andrà in sposa a uno dei principi vincitori. La prescelta è tanto terrorizzata da pregare gli dei di morire, ma sua sorella minore non è dello stesso avviso. Pertanto propone un patto insolito a Rhenn, principe della corona del regno nemico, lanciandosi in un azzardo del quale non potrà che pentirsi.
"Nessuno quel giorno stava pensando alle persone. Yozora non sapeva nulla di diplomazia o di trattative militari, le immaginava alla stregua di righe colorate e numeri tracciati su una mappa. Era invece sicura che nessun segno posto sulla carta avrebbe arginato i sentimenti e le speranze di chi ne veniva coinvolto. Ignorarle o frustrarle non avrebbe garantito nessun tipo di equilibrio. Yozora aveva un'unica certezza: voleva bene a sua sorella e non avrebbe consentito ad alcuno di farla soffrire."
Genere: Avventura, Introspettivo, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Il peso del tylid
 
Nella stanza adiacente il caldano era già acceso, le fiamme sgroppavano basse, pronte ad essere attizzate e a scandire il tempo. Il bracciale con la luna crescente riposava sul cuscino di seta scarlatta, ignaro del proprio compito di arma imparziale.
Mahati si sfilò la casacca color tortora e rimase con la camicia smanicata di lino bianco, le cui trasparenze lasciavano intuire il fisico prestante. Riempì d’acqua fresca il recipiente posato a terra e sedette a gambe incrociate davanti al braciere. Sollevò la mano in un gesto cortese e invitò la principessa a fronteggiarlo.
Yozora si accomodò trepidante, osservando le tende d’organza tirate e la porta sprangata dall’interno. Si domandò se Mirai fosse là fuori o se gli interi appartamenti fossero volutamente rimasti deserti.
«Non ci sono testimoni…» mormorò inquieta.
«Nessuno deve sapere quali verità ci scambieremo.»
«M-ma potremmo imbrogliare e non affrontare la prova.»
Mahati sorrise scaltro e conficcò gli occhi nei suoi.
«Lo vorreste?»
«No.»
«Allora indossate questo» rispose ironico, porgendole il bracciale «Se aveste risposto di sì, non ne sarebbe neppure valsa la pena.»
Lei sgranò gli occhi nell’apprendere che l’asheat in realtà era già iniziata.
«Vostro fratello non me l’ha detto!»
«Bene, ha adempiuto con discrezione al suo compito.»
La ragazza si chiese quanto altro Rhenn le avesse nascosto, ma non ebbe tempo di farsi catturare dall’angoscia poiché il fuoco raggiunse l’altezza desiderata e fu costretta a infilare il tylid. Il suo peso risultò familiare così come la sensazione di indispensabilità dello scambio con l’uomo che avrebbe sposato. Lui certo non esitò.
«Vi sentite attratta da me?»
«Io… s-sì.»
«Come ne siete certa, se non avete esperienza con altri uomini?»
«Oh, desidero conoscervi a fondo. Mi attirate come persona.»
Il bracciale scese nell’acqua appena tiepido e fu Mahati a inserirlo al polso.
«E voi? Mi considerate attraente?»
«Fisicamente.»
«È solo metà della domanda.»
«Non vi ho frequentata a sufficienza, devo ancora stabilire se per me siete insolita o dannosa. Ciò che guardo mi soddisfa.»
Yozora accettò la risposta gelida ma sincera e passò il turno.
«Deduco che prima abbiate parlato di personalità» riprese il principe «Forse ho posto la questione in modo confuso, intendevo sapere come reagisce il vostro corpo alla mia presenza. Se per me provate un desiderio fisico.»
Lei avvampò, ma si fece forza.
«Siete… l’uomo più bello che abbia mai incontrato. Ma non posso scindere la pulsione carnale da tutti gli altri sentimenti che costruiscono un rapporto e, come avete dichiarato voi, siamo all’inizio. È troppo presto per capire.»
Mahati assottigliò le palpebre e la trapassò con lo sguardo.
«Vale come un no. In caso contrario ve ne sareste accorta. Il vostro sangue ora scorrerebbe come un fiume in piena, il calore invaderebbe ogni vostro recesso. Portereste tutti i pensieri su di me, immaginando come rendermi vostro, come lasciarmi senza respiro e come ottenere da me pari piacere. Tanto per cominciare.»
Al quadro molto chiaro la ragazza arrossì fino alla radice dei capelli.
«Non accade.»
Il tylid fluttuò nel recipiente e tornò al braccio del Kharnot. Yozora approfondì.
«Provate questo mentre siete in mia compagnia?»
«Non in modo così vigoroso poiché avverto il vostro rifiuto, la vostra incomprensibile paura. Anche se, a essere franchi, la sua emanazione sta scomparendo.»
«Lo avete sperimentato per altre donne?»
«Sì, ma è perdurato poche notti.»
«Per Mirai?»
Mahati avrebbe voluto imprecare, tuttavia stabilì di analizzare con obiettività il trascorso privo d’importanza, che invece per la ragazza possedeva una valenza opposta: sorprese se stesso con quel ragionamento veloce. Arrivò a cogliere le sue motivazioni. Non gli sarebbe importato nulla se lei fosse stata a letto con un altro prima di lui, ma se avesse appreso che era stato come vampa nelle vene, se fosse risultato indimenticabile si sarebbe irritato parecchio. Una stranezza da parte sua.
«Per niente. L’ho provocato durante l’amplesso, è una reazione spontanea.»
Yozora lasciò raffreddare il gioiello e si preparò a rispondere. Erano questioni molto private e imbarazzanti, però non come si era figurata. Forse l’esercitazione con Rhenn era davvero servita, forse il secondo principe non la metteva tanto a disagio o forse l’esigenza di superare l’asheat le forniva la forza necessaria a proseguire.
«Avete mai nutrito qualcosa di diverso dalla passione fisica?»
Le iridi nocciola di lui balenarono arroventate dalle fiamme.
«Un Khai non ama, se è ciò su cui mi interrogate tra le righe.»
Niente da fare. La principessa indossò il tylid crucciata, pensando a come scendere nell’interiorità del suo promesso sposo. Doveva esistere un argomento in grado di scalfire la sua scorza imperturbabile come avvenuto con il fratello.
«Vi siete mai innamorata?»
Lei sussultò: Mahati le aveva posto la domanda in idioma salki per evitare di ricorrere a un verbo che i demoni negavano e basta.
«No…»
«Cosa ve ne dà la certezza?»
«Avrei riconosciuto i segnali.»
«Quali sarebbero?»
«Oh, per esempio un potente batticuore nel vedere la persona amata, inseguire sogni di cui è parte imprescindibile, sentire una felicità perfetta e unica in sua compagnia, aborrire ogni istante della sua assenza, percepire un vuoto allo stomaco quando appare e poi migliaia di farfalle palpitanti proprio qui…»
Mahati inarcò un sopracciglio nel vedere la mano libera di lei posarsi sul diaframma.
«Suona raccapricciante» commentò con scarsa persuasione.
«Alcuni aspetti me li ha descritti Hyrma, però è quell’alchimia. Una versione molto più rigogliosa del semplice affetto, per un amico per esempio.»
«Tsk! Se dovessi rivelare tali sintomi, qualunque amico fidato volerebbe a chiamare un guaritore e invocherebbe gli dei affinché veglino sulla mia salute mentale! Che il celeste Belker mi preservi!»
La principessa fece per obiettare, ma lui tranciò la discussione.
«Sta a voi domandare.»
Yozora optò di interpellarlo in lingua Khai per avere la certezza di essere compresa.
«Dunque nessuna donna è mai stata preziosa per voi?»
Il principe sogghignò, apprezzando la sfumatura terminologica che lo allontanava dalle chiacchiere assurde e sdolcinate di poco prima. Si trattava di ammettere un sentire diverso, ordinario, non aberrante.
«Una sola.»
«Chi?»
«Mia madre.»
Lei sbiancò. Il discorso era precipitato nel laccio che avrebbe voluto evitare a ogni costo. Intuì quale sarebbe stata la richiesta successiva e si sentì in trappola. Come paventato, il calappio le si chiuse intorno senza alcuna misericordia.
«Com’è morta la regina di Seera?»
«Strappata al mondo dalla guerra.»
«Siate più precisa.»
«È scoppiato un incendio.»
«Troppo vago! In che modo?»
«Il fuoco delle catapulte è attecchito a un’ala del palazzo! Sono troppe richieste!»
Tuffò il braccio in acqua e avvertì immediato sollievo, non solo per il bruciore alla pelle. Stava ansimando, il peso che le era calato sul petto la stava schiacciando. La vulnerabilità di una sofferenza non estinta affiorò in tutta la sua crudezza, abbattendo ogni precedente sicurezza. Sapeva che il principe avrebbe spremuto i suoi ricordi e il suo cuore sino all’ultima goccia, senza pietà. Non era giusto che la costringesse a rivivere quel momento! Verità non significava supplizio, conoscere quel particolare non avrebbe influito sulle sue opinioni o sulla loro unione. Era solo una prevaricazione, un tentativo di sottolineare la propria dominanza mentale! Lo guardò con gli occhi lucidi di lacrime, adirata, e decise di infliggergli la medesima tortura. Attese che portasse il polso nella posizione corretta e gli scagliò addosso la domanda come uno strale.
«Cos’è successo a vostra madre?»
«È morta partorendo mia sorella.»
Yozora si pentì all’istante, deplorando il proprio intento vendicativo. Non era così che agiva, attaccare e ferire per difendersi dalle proprie angosce. Non era corretto. L’astio svanì così come la volontà di gareggiare con lui anziché avvicinarglisi.
«La bambina?»
«Non ce l’ha fatta.»
«Mi dispiace, non avrei dovuto…»
Lui si liberò del tylid con un movimento contenuto, indifferente.
«Sì invece. È la prova. Potete tentare di farmi male finché non vi verrà a noia, senza riuscirci. Avrete sempre la verità, nient’altro.»
«Non voglio questo.»
«È un problema vostro» troncò Mahati «È stato il ladi a bruciare le catapulte?»
«Sì.»
«Un attacco dall’alto dei miei guerrieri?»
«Sì.»
La vista della ragazza si velò di lacrime al ricordo delle fiamme che erano divampate spinte dal vento, al rosso che aveva squarciato la notte e sbranato prima le mura e poi la torre, impossibile da contenere. Erano fuggiti lungo i corridoi, verso le segrete di pietra, che non sarebbero state intaccate. Lei, Hyrma e Kelya. I timpani si riempirono delle grida strazianti di chi era rimasto intrappolato, percepì l’esalazione acre del fumo, il gusto soffocante delle ceneri, il dolore invisibile ma presente…
«Quello della prima notte d’inverno, circa dieci anni fa?»
«Sì…»
Mahati rammentò il freddo insopportabile di quel giorno e il fiato che si condensava in volute diafane nell’aria polare, rivide il tramonto calare rapido sulle mura della città assediata, lontana, non ancora sconfitta. Riesumò l’ondata di collera incontenibile derivante dalla stasi, gli sguardi in attesa dei suoi reikan, ognuno dei quali bucava come un aculeo. I Salki resistevano e suo padre lo osservava scontento dalle colline, lo metteva alla prova nonostante i desideri del loro dio, il nemico non capitolava e nell’aria c’era un forte odore di neve: i fiocchi li avrebbero rallentati, i vradak non avrebbero potuto levarsi in volo e la vittoria si sarebbe allontanata. Una battaglia, una sola per ribadire il proprio carisma. Belker avrebbe distolto gli occhi da lui per la vergogna se non l’avesse vinta! Il ladi era predisposto, i Khai erano pronti e l’oscurità per i loro occhi era come l’alba, come l’aurora…
«Avete ordinato voi l’attacco?»
Il Kharnot si riebbe e le scoccò un’occhiata fosca.
Ho creduto ne foste già informato.
«L’ho guidato. Ma voi lo sapete già.»
«Avete scientemente impedito che le fiamme venissero estinte?»
«Sì.»
«Sapevate che all’interno del palazzo reale c’erano dei civili? Donne, bambini…»
«L’ho immaginato.»
Il bracciale iniziò a scottare: Mahati lo immerse con un senso di liberazione che non aveva mai sperimentato. Spettava ora a lui capire, tormentare, snidare la verità.
«Lei era laggiù? Perché la regina non era al sicuro?»
Yozora incassò la richiesta, riudì la voce indimenticata di sua madre, ne percepì la dolcezza, la risoluzione.
Andate! Hyrma, prendi tua sorella e scendete nelle cripte! Vi raggiungerò con gli altri. Vi raggiungerò…
Ultime parole incise a fondo nella sua anima.
«Lo era. È tornata indietro per aiutare gli altri a scappare. Per salvarli.»
La memoria del principe volò attraverso il tempo e dall’alto ripercorse i disperati tentativi di chi non si era rassegnato al dilagare del rogo, agli inutili secchi d’acqua gettati sulle mura ormai ridotte a tizzoni carbonizzati. In cerchi concentrici i Khai avevano disperso quei coraggiosi, li avevano caricati con i vradak spingendoli verso la rovina, lambendo le fiamme e lasciando che il vento teso uccidesse in loro vece. Il secondo lancio d’olio incendiario non aveva lasciato scampo a nessuno. L’ala ovest del castello era crollata, aveva vinto quello scontro e l’onore era stato preservato.
«Perché non ha ordinato ai soldati o ai servitori di occuparsene?»
«Nessuno è servo o sovrano davanti alla morte, abbiamo tutti lo stesso valore! La regina era madre e moglie, amava i suoi sudditi! Portare la corona per lei significava proteggere, non comandare e ogni creatura prigioniera in quel fuoco le era figlia e compagna e sorella…»
Il tylid cadde nel recipiente insieme con le lacrime silenziose della principessa: l’asheat non era conclusa, Mahati ne era certo: era preparato all’ira di lei, alla rivalsa che sarebbe scaturita dal suo spietato insistere su un nervo scoperto. Non era pronto a intendere la vittoria come una grave responsabilità, il diadema regale sulla fronte come un’incombenza volta a preservare gli altri. Ripescò il monile e stese il braccio. Realizzò con orrore che era attraversato da un impercettibile tremito.
«Vi dispiace di aver impartito quell’ordine?»
«No.»
«Vi dispiace aver infierito su chi non stava combattendo contro di voi?»
«No!»
«Vi dispiace di avere ucciso mia madre!?»
«È stata l’ostinazione di Entin a ucciderla! Se si fosse arreso…»
«Rispondete alla richiesta!»
Mahati emise un ringhio rabbioso e strinse i pugni, mentre il tylid iniziò a farsi sentire.
«No! In guerra si muore!»
«Siete voi la guerra! Vi dispiace di avere ucciso mia madre!?»
«Non più di tre domande!»
Fece per tuffare il polso, ma lei lo afferrò e lo trattenne sul braciere. Intrecciò le dita alle sue, incurante della temperatura critica del metallo. Il principe avrebbe potuto liberarsi all’istante dalla debole costrizione e dichiarare fallita la prova, tuttavia non si svincolò. La fissò feroce. Le lacrime luccicavano sulle guance della ragazza, ma il suo sguardo era privo di incertezze, lo inchiodava al senso della prova che stavano affrontando. Insieme, per davvero.
«Vi duole uccidere?»
«No!»
«Vi duole ordinare la devastazione?»
«No!»
«Vi duole la guerra?»
«No!»
«Vi duole che mia madre sia morta a causa vostra?»
«Sì!»
Mahati strappò fuori da sé la cruda verità, che gli uscì dalla bocca in un grido. Rimase in quella posizione, indifferente al fuoco che gli bruciava la pelle, fiero e altero come sempre. Yozora gli spinse a forza la mano nell’acqua e si abbandonò contro di lui priva di forze. Le loro dita rimasero avviluppate nel liquido trasparente mentre il fuoco, disertato, si abbassava. Si sentì svuotato, le tempie pulsavano come se avesse contratto una febbre e il respiro non accennava ad acquietarsi. Si appoggiò al muro, assimilando il tepore del corpo di lei adagiato sul suo petto: l’umidità del suo pianto sommesso gli infradiciava la spalla, la sua fronte appoggiata nell’incavo del collo era un incastro perfetto. Erano un mosaico complesso che aveva trovato un punto di giuntura. Percepiva il dolore emanare da lei insieme con un’inspiegabile dolcezza. Era insolito contenere in una sorta d’abbraccio una donna in lacrime, insolito coglierla come una mescolanza di fragilità e forza, desiderare più di comprenderla che di averla. Strano che non lo infastidisse, che lo attraesse, che lo placasse.
Passò un tempo imprecisato a fissare il nulla, nel caldano non restò che brace. La principessa mosse la mano nella sua, come a volerla liberare.
«Tocca a voi.»
Lui strinse con più energia, trattenendola nell’acqua immota.
«Basta. La prova è terminata.»
Estrasse la mano e si preparò a contemplare l’ignominiosa falce di luna impressa a fuoco sull’epidermide, ma non ve n’era traccia. Solo un discreto rossore, che sarebbe scomparso nel giro di pochi minuti insieme con il formicolio. Esaminò il polso di lei e lo trovò nelle stesse condizioni. Nessun segno infamante. Se lo portò alle labbra senza incontrare resistenza e lo leccò piano, continuando a tenerla tra le ginocchia. La sentì sussultare contro di lui, accettare la premura, rabbrividire al contatto.
«Funziona?»
«Lenisce.»
Fece lo stesso per sé in una tranquillità che suonava illogica e rasserenante. Il combattimento era finito, l’asheat era stata ciò che la parola suggeriva: un duello in favore dell’autenticità e come ogni scontro comportava uno strascico da assimilare. Non aveva mai sentito nessuno raccontare di averlo vissuto con una tale intensità o possedere l’obiettività di ammetterlo. Erano dunque un unicum? Rhenn ironizzava spesso sulla consuetudine, si chiese se le sue prove con Rasalaje avessero sortito il medesimo effetto. Se si erano fatti a brandelli come era avvenuto tra lui e Yozora.
Con lentezza i singhiozzi di lei si esaurirono. Continuò a restargli aggrappata come se fosse l’unico scoglio sicuro in un mare in burrasca. Era singolare: aveva appena ammesso di essere causa di lutto, di dolore, ma lei non lo stava respingendo.
«Perché siete venuta qui?» le sussurrò all’orecchio «Perché avete acconsentito alle nozze, sapendo che vostro marito è l’assassino di vostra madre?»
Il corpo di lei tornò in tensione.
«Avete detto che la prova è conclusa.»
«Rispondetemi se ritenete importante che io capisca, non perché siete obbligata.»
La principessa rimase in silenzio e non si allontanò da lui.
«Per cancellare l’odio. Per riuscire a perdonarvi, per dimostrare che è possibile vivere in pace, spezzare con il passato.»
Le parole schizzarono al cuore di Mahati come un dardo.
«Non ho domandato l’assoluzione» ribatté in un riflusso d’orgoglio.
«È sufficiente il vostro dispiacere.»
«Non inseguo l’iwatha
«Ma ora essa riposa tra me e voi. La pace che unisce.»
Lui scosse il capo come a scacciare un’insensatezza, poi si girò e impresse le labbra sulla sua fronte. Avvertì la sua reazione istintiva nell’accelerazione dei palpiti.
«Siete stanca?»
«Sfinita.»
Era la definizione corretta: nelle vene il sangue gli sembrava mescolato a un narcotico, la spossatezza lo stava invadendo come dopo una notte insonne, eppure il primo Sole non era ancora tramontato. Si alzò e la sollevò agile, reggendola tra le braccia. Lei si allacciò al suo collo senza ribellarsi, finché non oltrepassarono la tenda che celava il talamo, finché non la depositò sul letto nuziale: allora si irrigidì, stringendosi i vestiti addosso, guardandolo atterrita mentre si spogliava della camicia sgualcita.
«Voi volete…? Adesso?»
«No. Sorprendentemente no» sollevò lo sguardo a incrociare il suo e sorrise «Pulitevi il viso, Yozora.»
La ragazza contemplò il proprio aspetto disfatto, il cosmetico nero di nuovo sciolto dalle lacrime, le guance ancora pallide.
«Oh… capisco, non sono presentabile. Scusatemi.»
Mahati si sedette all’altro lato del materasso, appoggiandosi ai gomiti.
«Parola mia, siete comunque bellissima. Ma non è il momento, non è così?»
Lei annuì sorpresa dalla sua percettività e confusa dal complimento. Terminò di tamponarsi con il telo di lino. Quando tornò a guardarlo, il principe allungò la mano le passò il pollice sulle labbra con delicatezza, avvicinandosi. Il thyr sul suo torace nudo sembrò prendere fuoco.
«Inoltre» continuò «Non possiamo dire che non sia accaduto nulla tra noi.»
Le sue braccia erano salde e protettive, la sua pelle calda, il suo respiro avvolgente, il suo sguardo magnetico, seducente. Yozora avvampò nell’immaginare come avrebbe potuto ancora stringerla, com’era avvenuto prima senza forzature. Era stata lei a cercarlo, a toccarlo.
Lui si slacciò gli stivali e si distese. Stiracchiò gli arti e rimase supino, a occhi chiusi.
«Non avvicinatevi troppo se non intendete concedervi» continuò ironico «Sono un maschio Khai in astinenza, non garantisco né moderazione né autocontrollo.»
«Dormirete con me?»
«Sì. D’ora in poi lo farò.»
«È un vincolo conseguente alla prova?»
Mahati schiuse le palpebre per vagliare le sue reazioni.
«No. Ho voglia di stare con voi. Vi turba?»
«Ecco, io non sono abituata…»
Lui sogghignò, girandosi su un fianco e appoggiando il viso alla mano.
«Indubbio, eppure percepisco che non vi dispiace affatto.»
Al culmine dell’imbarazzo Yozora abbassò lo sguardo sul ciondolo blu che gli pendeva dal collo. I segni dell’incisione erano difficili da leggere.
«Cosa c’è scritto?» domandò, svicolando dall’argomento troppo salace.
«Naora» rispose il principe sollevando il gioiello.
«Oh, naora come speranza?»
«No. Naora come mia madre. Questo era suo.»
La principessa fu invasa da un potente flusso di emozioni. Il fatto che lui portasse un ricordo della donna che lo aveva generato, definita preziosa, la sorprese e la commosse con altrettanta intensità. Forse i Khai non erano tanto diversi nel reagire a una perdita, avevano soltanto un modo differente per affrontarla, un codice che consentiva loro di conservare l’onore e la dignità. Avrebbe voluto domandargli altro, ma sentì che sarebbe stata inopportuna, avrebbe potuto rimandare o attendere che fosse lui a prendere l’iniziativa. Aggrottò la fronte in preda a un ultimo dubbio: il nome della regina citato una volta da Naiše non le sembrava quello, ma con probabilità la dorei aveva solo usato un onorifico che lei non conosceva.
«Riposate» sussurrò il Kharnot abbandonandosi sul cuscino «Presto affronterete nuove situazioni qui a Mardan e la seconda asheat. Non dovrete sbagliare.»
«Nemmeno voi» sorrise Yozora.
 
Mahati si destò in piena notte, rinvigorito dalle ore di riposo straordinarie. Non era solito né coricarsi prima del tramonto né dormire tanto a lungo: non sarebbe più riuscito a prendere sonno, per lui sarebbe stato utile dedicarsi ad altre attività. Purtroppo non a quelle di cui avvertiva in crescendo l’impellenza.
Cercò di allontanare i pensieri da quell’argomento e scrutò la principessa ancora addormentata: non si era tolta gli abiti e non aveva indossato la veste leggera con cui le donne Khai si infilavano a letto solo per produrre nei compagni il potente desiderio di strapparla via.
Tsk, ho sbagliato a dirle di non provocarmi…
Resistere si rivelava più arduo del previsto. Nel tenue chiarore lunare, filtrato dalle cortine d’organza, le sue curve avvolte nella seta erano una tentazione, le sue labbra dischiuse una calamita, i suoi lunghi capelli castani un mare in cui affondare.
Dannazione!
Si alzò e si infilò una tunica informale, deciso ad allontanarsi da lei e dalle considerazioni martellanti. Era naturale desiderare una donna perché attraente, perché sua di diritto, perché era il principe dei Khai e nessuno osava disobbedirgli. Non lo era però volerla in quanto diversa da tutte le altre o perché in lui si era insinuata la sciocca determinazione di volerla proteggere. Preservare.
Da cosa poi?
Uscì dalle stanze e attraversò l’ala meridionale della reggia, imboccando la scala privata che culminava sulla vetta della torre est. La luminosità diafana inondava la sala circolare e si diffondeva sulla superficie immota della piscina, un argento liquido privo di increspature.
«Ti sei deciso, finalmente.»
Rhenn si mosse fuori dal cono d’ombra e la sua pelle chiara acquisì la medesima tonalità dell’ambiente in un fondersi armonioso di luce e ombra.
«Tsk! Speravo che te ne fossi già andato.»
Il primogenito sogghignò scuotendo la testa.
«Conosci un altro posto in cui rimanere in pace?»
Mahati lasciò scivolare l’abito a terra e scese nell’acqua senza ribattere. La collera contro il fratello non era scemata del tutto, ma comprendeva bene quanto fosse catartico isolarsi dal mondo in quel luogo che apparteneva a loro due soltanto.
L’Ojikumaar non distolse lo sguardo e continuò a indagarlo in silenzio.
«Hai il suo odore addosso» constatò con distacco.
Il minore restituì l’occhiata penetrante e considerò l’osservazione alla stregua di una domanda mirata. Non era da Rhenn pronunciare delle ovvietà.
«Trai le debite conclusioni» rispose asettico.
Negli occhi viola dell’erede al trono balenò un lampo di rabbia. La sua voce per contro risuonò incurante, gelida.
«È ancora viva?»
Il secondogenito rise freddo, adagiandosi sul fondo di pietra. Non soddisfare la sua curiosità era un modo per affermare la propria autodeterminazione e vederlo sulla corda era meglio di qualunque vittoria in battaglia.
«Potrei non avere bisogno di te per la seconda asheat
«Perché? Avete sostenuto la prima?»
Rhenn si sforzò di mantenere una tonalità neutra, ma la richiesta eruppe dalle sue labbra con urgenza eccessiva. Fissò i polsi del Šarkumaar e non scorse alcun segno.
«Affrontata e superata» confermò questi.
Il principe della corona si appoggiò al bordo levigato della piscina, tentando di contenersi. Dunque neppure Yozora portava il marchio con la mezzaluna. Sentì il sollievo mitigare tutte le altre sensazioni e lo attribuì al trovarsi un passo più vicino ai suoi obiettivi. Quanto all’essere dispensato dal suo ruolo di tutore, scoprì con meraviglia di non volersene privare. Anzi, di attendere con inusuale impazienza l’occasione per interagire con la ragazza Salki. La sua presenza lo metteva di buon umore, gli consentiva di scrollarsi di dosso le formalità e le regole – quelle che avrebbe dovuto insegnarle – di comportarsi con…
Libertà? È questa la parola che cerco?
«Aspetto che tu ti profonda in ringraziamenti.»
Mahati avvertì il mutamento interiore del fratello nonostante l’aria indifferente.
«Mh, scordatelo. Abbiamo sfiorato l’ustione, non sei stato abbastanza indiscreto.»
Rhenn spalancò gli occhi: nessuno riportava i particolari privati dell’asheat, che cosa significava quell’ammissione? Era un modo per rinfacciargli un’incapacità?
«Suppongo abbia tirato fuori le solite sciocchezze sull’amore. Le ho assicurato che  non l’avresti mai ricambiata, che per noi sono discorsi insignificanti, evidentemente non ho avuto presa. Si scontrerà con la dura realtà e prima o poi desisterà.»
«Ricambiarla?» ripeté il Kharnot stupefatto.
«Beh, sostiene di volersi innamorare di te e poiché non è qualcosa che avviene a comando, sta cercando di scoprire le tue doti nascoste. Non ne ha fatto cenno?»
Mahati ripercorse i momenti più significativi della prova con un senso di inquietudine.
Non ne ha avuto bisogno. Per lei perdonarmi è stato un atto d’amore, il cammino è tracciato, lo percorrerà fino in fondo e io sarò costretto a difendermi. A farle male per preservare me stesso dalla corruzione.
«No. Sono stato io a chiederle di descrivere in cosa consiste.»
«Divinità immortali, perché hai scoperchiato il vespaio?»
«Se conosci il volto del nemico, diventa semplice individuarlo.»
«Mh, interessante. Cosa ti ha risposto?»
Il secondo principe riportò in dettaglio le parole della sua promessa sposa e si godette l’espressione esterrefatta del maggiore.
«Qui?!» sbottò Rhenn appoggiando la mano sul diaframma «Ora ogni volta che mi verrà fame dovrò interrogarmi su un’eventuale colpo di fulmine! Per l’arco letale di Belker, mai sentite tante idiozie in una sola frase!»
Mahati rise tra le zanne e attese che anche l’ilarità dell’interlocutore si esaurisse. Non riferì altro, rispettando il segreto. La prova era sua e di Yozora.
Così ciò che era avvenuto dopo e del quale non era ancora sicuro.
«Dunque, se le hai fatto aprire le gambe, sono esentato dal fastidioso incarico legato alla seconda asheat?» riprese l’Ojikumaar in un sospiro annoiato.
«Io non l’ho mai detto.»
Rhenn rimase sconcertato e fu invaso da un’ondata di collera.
«Allora spiegati, perché non ho voglia di giocare agli indovinelli!»
«Pensavo che i rompicapi fossero il tuo pane» asserì l’altro candido «Abbiamo dormito insieme, nient’altro. Vacci piano quando le illustrerai la seconda prova, non è affatto pronta.»
«Cosa vuoi che me ne importi! Non sono tollerante come te! Ho i miei metodi, funzionano, ne hai avuto la conferma! Ti farò trovare la strada spianata!»
«Non azzardarti a…!»
Mahati si bloccò. Accompagnò con gli occhi il gesto nervoso del fratello, che si passò le dita tra i capelli sciolti e appoggiò il gomito all’orlo mosaicato della vasca. Continuò a fissarlo per essere certo di non avere le allucinazioni, immobile e sconvolto.
Il primogenito inarcò un sopracciglio, sorpreso che la ramanzina fosse rimasta in sospeso. Poi comprese dallo sguardo del minore. Aveva tirato fuori dall’acqua il braccio senza pensare: la luna crescente risaltava nitida sul suo polso libero dalle bende. Un errore da principiante. Emerse dalla piscina e si rivestì senza neppure asciugarsi, fremendo di rabbia. Il silenzio del fratello pesò come un macigno.
«Rhenn. Coprila con un tatuaggio.»
La reazione dimessa e indulgente del Kharnot lo fece infuriare ancora di più. Sarebbe stato meno umiliante se gli avesse riso in faccia dandogli dell’imbecille. Non stava infierendo perché lo capiva, perché aveva corso lo stesso rischio e senza una plausibile spiegazione ne era uscito illeso.
«Sta’ zitto!» tuonò furibondo «Non osare dirmi cosa devo fare!»
Si voltò schiumate di furia, ansimando tra le zanne.
«Mi dimenticherò che abbiamo lo stesso sangue! Ti ucciderò, se ne farai ancora cenno! È un giuramento, Mahati!»
Lasciò la stanza in un fruscio di seta bianca.
   
 
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