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Autore: _Atlas_    13/09/2021    1 recensioni
1997.
Axel, Jake e Jenna vivono i loro vent’anni nella periferia di Mismar, ubriacandosi di concerti, risate e notti al sapore di Lucky Strike. Ma la loro felicità è destinata a sgretolarsi il giorno in cui Jake viene trovato morto nel suo appartamento, spingendo gli altri nell’abisso di un’età adulta che non avrebbero mai voluto vivere.
Diciotto anni dopo, Axel è un affermato scrittore di graphic novel che fa ancora i conti col passato e con una storia di cui non riesce a scrivere la fine.
Ma come Dark Sirio ha bisogno del suo epilogo, così anche il passato richiede di essere risolto.
Genere: Generale, Hurt/Comfort, Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate
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 Capitolo IX
 
 
 
 
 
 
 
 
Loraine era rimasta fino a tardo pomeriggio. Non c’era stato un esplicito chiarimento e Axel non le aveva chiesto scusa per il suo comportamento, tuttavia la loro chiacchierata aveva riportato la situazione a una parvenza di normalità, allentando la tensione delle ultime ore. Non ci sarebbe stata una vera pace finché non avrebbe accettato di tornare a Mismar, di questo Axel era consapevole, ma una tregua momentanea era tutto ciò che era in grado di offrire a entrambi.
Loraine guardava la cosa da un punto di vista professionale e il non presenziare al convegno della C.A.M. avrebbe a suo dire affossato ancora di più l’immagine di chi faceva affidamento su di lei; Dark Sirio cavalcava ancora l’onda del successo, ma era chiaro a tutti in quale direzione stessero andando le cose. Il suo piano era quello di intraprendere quella strada volontariamente e dare una svolta alla sua carriera prima che qualcun altro lo facesse al suo posto. Recarsi a Mismar non era dunque solo questione d’affari, e oltre a chiudere un cerchio lungo diciotto anni rappresentava per lei, e di conseguenza per l’uomo per cui lavorava, un invitante punto di ripartenza.
Tuttavia, quei diciotto anni che Loraine vedeva come un invito ad andare oltre non erano per Axel che la punta di un immenso iceberg. Quel che gli impediva davvero di chiudere la storia era da ricercare nel fondo di un oceano in cui non aveva intenzione di immergersi e dove qualcuno lo stava spingendo contro la sua volontà, ignorando le sue ragioni; non era un caso che in quei momenti il panico lo ancorasse a terra.
Forse, rifletteva, se avesse avuto i giusti mezzi per toccare quel fondo senza farsi male, il finale di Dark Sirio si sarebbe scritto da solo.
 
 
*
 
 
A Marzo il cielo di New York si trasformò in un manto grigio quasi perenne. In Madison Avenue la vita scorreva con lo stesso ritmo di sempre, una specie di corsa in cui tutti erano chiamati a partecipare e in cui nessuno sembrava intenzionato a raggiungere il traguardo.
Appena trasferito a Manhattan, Axel aveva passato gran parte del suo tempo a chiedersi se un giorno, affacciandosi dalla finestra, avrebbe mai visto qualcuno tagliare il filo della vittoria. Proprio lì, in mezzo alla strada, in quell’esatto momento.
Iniziò a chiederselo ogni giorno, fino a quando realizzò che in quella folle corsa verso il nulla ci era finito dentro anche lui e che ormai era troppo tardi per fermarsi o anche solo rallentare.
Poco male, si era detto, se da una parte era conscio di essere finito in un loop eterno, dall’altra New York gli offriva una gamma di distrazioni talmente vasta da mettere a tacere quel vago senso di frustrazione che spesso lo assaliva.
A volte gli sembrava di vivere in un grottesco lunapark per adulti, un paese dei Balocchi in chiave moderna in cui nonostante tutto aveva trovato il suo spazio.
Diciotto anni erano trascorsi così, con le birre di David Messina davanti agli alberi di Madison Square Park, nella calca dei festival musicali e concerti di artisti emergenti. Talvolta cercava un corpo caldo a cui stringersi nelle notti d’inverno, quando il gelo oltrepassava le ossa e gli si conficcava nel cuore; succedeva di rado, e una volta esaurita l’urgenza del contatto fisico ergeva muri altissimi senza chiedersi cosa stesse lasciando fuori. Persino Gwen non era riuscita ad abbatterli, quei muri, e a lui stava bene così.  Del resto New York non ammetteva quel genere di emozioni; lì, tra la pubblicità virtuale di prodotti lussuosi e la puzza di piscio dei quartieri malfamati, c’era ben poco spazio per affrontare i sentimenti.
 
 
*
 
 
Quella sera di fine marzo era trascorsa come tante altre.
David gli aveva allungato due bottiglie di Budweiser e come sempre aveva sproloquiato sull’ultima giocata dei Mets, elogiando all’inverosimile le strategie di Terry Collins e dichiarandolo il miglior coach della storia del baseball; secondo lui quell’anno avrebbero fatto scintille alla Major League, e forse persino alla World Series. «Ma meglio andarci coi piedi di piombo, l’ottimismo non è mai stato il mio forte. Che ne dici, Axel?» aveva borbottato.
Axel, che di baseball non ne capiva niente ma che con il pessimismo ci andava a nozze, annuì attaccandosi alla bottiglia.
 
 
Da tutto quel chiacchiericcio sportivo riuscì a trovare pace solo quando rientrò nel suo appartamento.
Il silenzio che aleggiava nell’attico lo metteva spesso a disagio, costringendolo ad affrontare di petto la sua solitudine, ma nelle serate come quella non era che salvifico. Un micidiale anestetico che riduceva drasticamente il carico emotivo trattenuto per l’intera giornata e che ora minacciava di manifestarsi in altre maniere.
“Dovrei prendere le medicine” si ricordò poi, dando un’occhiata al piano della cucina. Aveva lasciato la scatola di diazepam accanto alla caffettiera, nella speranza che prima o poi si fosse deciso a iniziare la terapia che gli aveva suggerito il medico.
Ci aveva provato, per una volta aveva preso in considerazione il consiglio di Loraine e aveva contattato il dottor Perkins, uno psichiatra cervellone che con una sola occhiata aveva intuito non solo di quale terapia avesse bisogno ma anche che, dato il suo temperamento, non sarebbe mai stato in grado di seguirla.
Rigirandosi la scatola tra le mani e immaginandosi su un aereo diretto a Mismar, Axel non era certo che una scatola di benzodiazepine sarebbe bastata per alleggerire il macigno che aveva sul petto. Tanto valeva lasciarla chiusa, evitare qualche brutto effetto collaterale e lasciarsi divorare dall’ansia.
Sul ritorno a Mismar non si era del tutto espresso, ma col passare dei giorni e delle settimane aveva capito che non era poi così indifferente al futuro della sua carriera; certo, sentirsi al proprio agio nei panni di un fumettista pluripremiato era pressoché impossibile, ma far crollare diciotto anni di carriera e tutti i desideri di un adolescente che, a modo suo, ci aveva creduto, era una prospettiva che alimentava ancora di più la sua ansia.
D’altra parte non fare nulla alimentava il suo senso di colpa, per questo sognava le sirene dell’ambulanza, quel grido che chiamava il suo nome e il corpo inerme di Jake, col viso sfigurato e inclinato verso di lui.
 
«Che cazzo di casino» mormorò staccandosi con forza da quei pensieri.
Si buttò a peso morto sul letto rigirandosi il telefono tra le mani, guardando notizie e foto di cui non gli importava e lasciando scorrere il tempo fino a quando la realtà non si confuse con immagini lontane.
Le note familiari di una canzone lo cullarono nel dormiveglia, poi si addormentò.
 
  
*
 
 
5 aprile, New York City 
 
Le giornate, minuto dopo minuto, ora dopo ora, passarono alla velocità della luce. Non ci fu il tempo di riflettere, né di rendersi conto di quello che stava succedendo.
Che cosa stava facendo?
Stava impazzendo? Stava davvero preparando una valigia?
«Qualcuno deve avermi drogato a mia insaputa e questo è solo un immenso delirio partorito dalla mia mente.»
«Piantala di fare il melodrammatico, l’aereo parte tra due ore» lo redarguì una voce femminile.
«Davvero, Loraine?!» ribatté stizzito «Me l’hai ripetuto solo ventisette volte!»
E non sapeva a quali comandi stesse rispondendo il suo corpo, le sue mani continuavano a prendere vestiti e infilarli nella valigia come se fossero dotate di vita propria.
«Non lo sto facendo davvero, non lo sto facen-»
«Questo è il programma del convegno, non dimenticartelo» lo interruppe la donna allungandogli un plico di fogli. Axel borbottò qualcosa sull’utilizzo del computer e lo spreco inutile di carta, ma trovò lo spazio per aggiungerli in valigia.
Si fermò solo per un istante, quando con lo sguardo incrociò una maglietta dei Beatles abbandonata in fondo all’armadio. Fu in quel momento che prese coscienza di quello che stava davvero per fare, e che a preparare quella valigia non era stato nessun demone appropriatosi del suo corpo. Era stato lui a decidere, a prenotare un volo con l’American Airlines, a mandare un’email di conferma alla Comics Academy of Mismar, a dare la notizia a Loraine.
 
All’improvviso un’ondata di calore invase il suo corpo e la familiare sensazione di terrore, angoscia e disperazione lo ricoprì da capo a piedi.
Che diavolo stava facendo?
 
 

 
________________________
 
 


NdA
Ciao a tutti,
no, direi che questo aggiornamento non è avvenuto in tempi brevi come avevo promesso, MA…niente, chiedo venia al mio agguerrito esercito di tre lettori :’)
Come anticipavo nelle scorse note, questo capitolo mette una sorta di “punto” alla trama e già dal prossimo le cose cambieranno notevolmente, anche se quel “punto” verrà in realtà ripreso in futuro.
Non mi esprimo invece sul cliffhanger finale che vi ho servito con taaanta bontà d’animo, anche se è abbastanza intuibile ciò che accadrà :P
 
Piccola nota aggiuntiva: mi rendo conto che non aggiornando regolarmente abbia perso qualche lettore per strada, ma se qualcuno giunto fin qui avesse voglia di lasciare un commento, anche in privato e anche solo per dirmi che ‘buuu, la storia è una mmmerda, è meglio se vai a coltivare barbabietole da zucchero sulle coste della Norvegia’, mi farebbe assai piacere.
Scherzi a parte, avere un riscontro è utile soprattutto per capire cosa funziona e su cosa dovrei migliorare, ma ovviamente non deve essere un obbligo.
 
Chiudo, e approfitto per ringraziare come sempre la mia cara leila91 per la scorsa recensione <3
 
A presto,

_Atlas_
   
 
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