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Autore: Imperfectworld01    15/09/2021    1 recensioni
Corre l'anno 1983 quando la quindicenne Nina Colombo ritorna nella sua città natale, Milano, dopo aver vissuto per otto anni a Torino.
Sebbene non abbia avuto una infanzia che tutti considererebbero felice, ciò non le ha impedito di essere una ragazza solare, ricca di passioni, sogni e aspettative.
Nonostante la giovane età, sembra sapere molte cose ed essere un passo avanti alle sue coetanee, ma c'è qualcosa che non ha ancora avuto modo di conoscere: l'amore.
Genere: Introspettivo, Sentimentale, Storico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate, Triangolo | Contesto: Scolastico, Storico
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Diciassette.


«Alla fine non mi hai più detto cos'è successo con Filippo l'altra sera» disse Vittorio, nel mentre che mi accingevo a tirare fuori letteralmente ogni cosa dal suo armadio e dai suoi cassetti e la lanciavo all'indietro, sul letto, alla ricerca del look perfetto per quella sera.

Mi immobilizzai un secondo dopo le sue parole, riflettendo su che risposta dare. «Lui non te l'ha raccontato?» domandai, prima di tirare fuori una polo bianca che, fra tutte le cose che avevo scartato fino a quel momento, sembrava la meno peggio.

«No» rispose Vittorio e io mi girai verso di lui con sguardo inquisitorio, per capire se mentisse o meno.

Mi sembrava sincero. Così sospirai. «Mi ha detto di... di suo padre.» Mi passai una mano sui capelli per portarmi una ciocca dietro le orecchie.

«Davvero?» fece sorpreso. «Non l'aveva mai detto a nessuno, oltre a me, è ovvio.»

«Lo so» tagliai corto, prima di alzarmi in piedi e porgergli la polo. «Dai, prova questa» dissi.

Vittorio annuì. Prese la maglia che gli stavo tendendo e la indossò. Gli diedi una rapida occhiata e poi storsi il naso. «Nah, con questa non sai di niente. Sai in quanti indosseranno una polo bianca?» chiesi retorica, tornando a inginocchiarmi davanti ai suoi cassetti per cercare qualcos'altro.

«E dopo? Perché vi siete chiusi in camera mia? Cioè, non è che... non è che è successo qualcosa fra di voi?»

Scoppiai a ridere, in un primo momento per l'assurdità di ciò che aveva chiesto, in seguito la mia si trasformò più in una risata nervosa, nel ricordare ciò che era successo quando eravamo ancora in terrazzo. «Ma che sei scemo?» feci, continuando a ridere. «Lo sai benissimo che... insomma, dai. Comunque ecco, diciamo che dopo ciò che mi aveva confessato, io ho reagito un po' male e lui se l'è presa. Dato che mi sentivo in colpa sono semplicemente andata a scusarmi. E poi abbiamo litigato di nuovo, all'incirca» dissi, con un mezzo sorriso.

Poi trovai una polo blu in fondo al cassetto. «Ecco, questa è perfetta! Si intona certamente ai tuoi occhi!» esclamai, passandogliela.

Vittorio si tolse l'altra maglia e si infilò quella che avevo trovato. «I miei occhi però sono verdi» precisò.

«Sh, va benissimo! È perfetta. Un paio di jeans e sei a posto. E poi faremo qualcosa per questi capelli» dissi, passando una mano sui suoi riccioli corvini.

«Di te che mi dici? Cosa ti metterai?»

«Ah, non ne ho la più pallida idea. Volevo mettere i miei jeans preferiti, ma si sono rotti...» Mi venne il nervoso solo a ripensarci. Maledette mestruazioni.

«Perché non metti un vestito?»

«Non penso neanche di averne uno, ma magari potrei prenderlo in prestito da Benedetta.»

«Se lo fai, magari questa volta chiedile il permesso, considerando com'è andata l'ultima volta...»

Sorrisi al ricordo. Alla fine era stato messo Vittorio in mezzo anche se non c'entrava niente, e si era quasi beccato una sberla da parte mia. «Ma se glielo chiedo, mi dirà sicuramente di no... Ora comunque vedo cosa mettermi, tanto comunque sono appena le cinque di pomeriggio, abbiamo tempo per pensare a te.»

«Va bene. E grazie.»

Sorrisi e mi avviai verso la porta per uscire dalla sua stanza. Poi la mia mente tornò indietro al discorso precedente, e non potei fare a meno di porre a Vittorio una domanda. «Perché se tu e tuo padre lo sapete non avete mai fatto niente per aiutarlo? Che ne so, denunciarlo alla polizia, oppure...»

«Mio padre dice che non sono cose che ci riguardano» mi interruppe.

«E così continuate a vivere la vostra vita sapendo che una moglie e un figlio vengono malmenati quasi quotidianamente?»

Io avrei preferito non saperlo affatto. Ogni volta che ci pensavo mi si accapponava la pelle.

Vittorio sospirò, sedendosi sul letto. «Non è così semplice. Se né Filippo né sua madre hanno mai fatto qualcosa, come potremmo decidere noi per loro? Io cerco di essere sempre lì per lui, sa che appena ha bisogno, a qualsiasi ora, può contare su di me e mio padre... ma non posso fare più di questo.»

Spostai il peso da un piede all'altro, e incrociai le braccia al petto. Da una parte capivo il suo punto di vista, non volevano immischiarsi, ma dall'altro... era come chiudere un occhio davanti a un'ingiustizia, ed era una cosa che non potevo tollerare. «Almeno avete mai provato a parlare con Filippo per... non lo so, farlo ragionare? Così che possa valutare l'idea di farsi aiutare da qualcuno?» chiesi, appoggiandomi allo stipite della porta.

Vittorio increspò le labbra e aggrottò la fronte. «Nina, sua madre non lavora e lui ha appena quindici anni, finirebbero in mezzo a una strada.»

«Non hanno dei parenti che possono aiutarli?»

Scosse la testa. «Hanno ormai chiuso tutti i rapporti da anni. Non hanno nessuno.»

Mi venne un groppo in gola. Era così... così ingiusto. Così triste.

Io non avevo avuto un'infanzia facile, ma almeno non avevo mai dovuto provare i soprusi che Filippo e sua madre sopportavano da anni. E comunque avevo sempre avuto accanto mia sorella, mia madre, i miei nonni. Ognuno, a modo loro, mi aveva sempre mostrato amore e affetto.

«Non è giusto» ripetei.

Vittorio scrollò le spalle: «Nella vita vera, niente lo è».

Poi pensai ancora una volta a quello che per me era ancora un mistero, ossia la madre di Vittorio. In casa non c'era nemmeno una foto che la ritraesse. C'erano quelle di Vittorio da piccolo, quelle dei nonni, ma nessuna che desse vagamente l'idea di essere sua madre. E né lui né Claudio ne avevano mai anche solo accennato.

Ma comunque sentivo che quello non fosse il momento giusto per chiederlo, così mi voltai e uscii dalla stanza di Vittorio.

*

«Benni, mi ascolti un attimo?» chiesi dopo cena, senza ottenere risposta. Mia sorella era china sui libri, alle otto e mezza di venerdì sera.

«No, Nina, non vedi che sto finendo di studiare? Mica passo le giornate a cazzeggiare come te.»

Roteai gli occhi. «Ah sì? E tu da quando sei così secchiona?» Di solito era lei quella che passava le giornate sempre fuori casa, e anche le serate ogni tanto.

Benedetta sbuffò e poi chiuse momentaneamente il libro di filosofia. «Che c'è?»

«Vorrei che mi prestassi la tua gonna, quella di jeans.»

«Perché? Dove devi andare?» domandò guardandomi con gli occhi ridotti a due fessure.

Non me la sentivo di dirle una bugia. E poi magari avrebbe premiato la mia sincerità prestandomi quello che le avevo chiesto. «A... a una festa, insieme a Vittorio» risposi quindi.

«Alla mamma non avevi mica detto che andavi a casa di alcuni amici? Adesso si scopre che è una festa, interessante!» esclamò con una risata.

«Tanto quando tornerò lei starà dormendo. Dai, quindi posso metterla o no?» insistetti.

«Mmh, fammici pensare...» disse, lisciandosi il mento con l'indice e il pollice.

«Potresti pensarci un po' più in fretta? Tra tre quarti d'ora dobbiamo uscire e io sono ancora in queste condizioni» feci, indicando la mia figura.

«Se ti riferisci alla faccia, per quello puoi fare poco. Dai, andiamo a vedere come ti sta questa gonna.»

Le feci una linguaccia e poi sorrisi, dirigendomi di corsa verso la nostra cameretta. Lei si alzò dal tavolo e mi seguì. Si chinò per aprire l'ultimo cassetto nel suo armadio e prese la famosa gonna. Me la passò e io mi spogliai per provarla. «Allora?» chiesi.

«Vediamo, fai un giro completo» disse, sedendosi sulla punta del letto, davanti a me.

Feci come disse e poi la fissai in attesa di una risposta.

«Sì, può andare. E sopra cosa metti?»

Mi girai e mi chinai per prendere dal letto quello che avevo preparato prima. Erano due semplici maglioni di cotone, uno rosa confetto e l'altro rosso. Li sollevai davanti alla mia figura per mostrarli a Benedetta. «Quale?»

«Nessuno dei due! Vuoi andare a una festa con un maglione? Morirai di caldo, e comunque sono entrambi orrendi.» Benedetta mi strappò di mano gli indumenti e li gettò sul mio letto.

«Veramente due anni fa erano tuoi» le ricordai.

«Infatti tutti gli scarti che ti do sono cose orripilanti.» Poi si diresse verso la sua parte armadio per tirare fuori qualcosa. Dopo aver trafficato per qualche secondo, alla fine tornò davanti a me con un body bianco di cotone, con uno scollo a V ricamato in pizzo. «Dai, prova questo» disse e io sgranai gli occhi. Quello non era affatto uno scarto, anzi, era molto bello.

A quel punto, prima che potesse cambiare idea, mi tolsi di fretta la gonna, mi infilai il body e poi rimisi la gonna di jeans. «Dai, ora andiamo in bagno che ti trucco, così che tu possa finalmente dimostrare la tua età e non sembrare una ragazzina di tredici anni» disse, prendendomi per mano e trascinandomi in bagno.

*

«No, Nina, ti ho detto che non puoi guardarti allo specchio finché non ho finito!» esclamò Benedetta infastidita, piazzandosi davanti alla mia figura per impedirmi di sporgermi e guardare cosa stava combinando alla mia faccia. «Comunque questa frangia ti sta malissimo» aggiunse e io roteai gli occhi.

«A me invece piace.»

«Perché non hai gusti decenti, pensa anche solo a come avresti voluto vestirti.»

«Grazie, Benni, ma non mi sembra di aver chiesto la tua opinione» le feci notare.

«Sh, zitta, fai così con le guance» ordinò, risucchiando le guance in dentro a mo di pesce.

Mi passò un pennello di notevoli dimensioni e piuttosto cicciotto sulle guance e gli zigomi. «Perfetto, finito. Ora puoi guardarti!» esclamò. A quel punto mi alzai dal gabinetto che aveva usato come sedia per truccarmi e mi andai a specchiare. Rimasi visibilmente stupita. Non aveva fatto niente di esagerato: mi aveva un po' ripulito le sopracciglia nonostante le mie proteste, poi messo l'eyeliner e il mascara sugli occhi, e infine un po' di fard per colorare le guance. Eppure quasi non mi riconoscevo, in senso positivo.

Non mi ero mai truccata molto, più per pigrizia e svogliatezza che per altro, al limite ogni tanto mettevo giusto un po' di mascara e del lucidalabbra, però anche quel look un po' più azzardato del solito non mi dispiaceva.

«Grazie, Benni» dissi con sincerità, prima di abbracciarla. Lei rimase rigida in un primo momento, ma alla fine ricambiò il mio abbraccio. «Dai, adesso vai, Vittorio ci starà maledicendo in ogni lingua esistente al mondo» disse e io sorrisi, prima di darle ascolto e uscire dal bagno.

Attraversai il corridoio e giunsi in salotto, dove c'era Vittorio in attesa seduto sul divano. «Ci sono!» esclamai per attirare la sua attenzione, e lui si voltò verso di me e si alzò in piedi. Mi diede una rapida occhiata e inarcò le sopracciglia in senso di stupore. Aprì la bocca come a voler dire qualcosa, ma alla fine la richiuse. Mi passò il mio giacchetto di jeans che gli avevo chiesto di tenermi e poi ci dirigemmo verso la porta di uscire.

«Pa', stiamo uscendo!» urlò per avvisare Claudio.

«Ciao mami, ciao Claudio, stiamo andando!» urlai anch'io.

«Non fate troppo tardi» si raccomandarono entrambi, all'unisono.

Io e Vittorio ci scambiammo uno sguardo complice in seguito a quella raccomandazione, e poi uscimmo di casa.

Una volta in ascensore, approfittai per dare ancora una sistemata ai capelli di Vittorio. Avevo cercato di domare i suoi ricci con un po' di gel, tuttavia ce n'era ancora qualcuno che sfuggiva al suo controllo e gli ricadeva sul viso. Mi alzai allora in punta di piedi per sistemarglieli all'indietro, così che non ci fosse niente a coprire i suoi bellissimi occhi verdi. «Perfetto» feci soddisfatta, prima di ritornare con i talloni a terra.

A quel punto notai lo sguardo di Vittorio che, invece che essere posato sul mio viso, era puntato un po' più in basso, più precisamente sulla scollatura del mio body. «Vittorio!» lo rimproverai, e lui spostò subito lo sguardo altrove, visibilmente imbarazzato, anche se di certo non quanto me. «S-scusami, mi dispiace, n-non avrei dovuto» balbettò.

«Già, non avresti proprio dovuto. È irrispettoso» dissi, uscendo dall'ascensore che era ormai arrivato al piano terra.

«Senti, è che ti eri avvicinata e... e ce le avevo praticamente davanti... e poi se ti metti questa canottierina, è normale che noi ragazzi...»

Lo guardai con sguardo infuocato e lo interruppi: «È normale che cosa? Il mio modo di vestire non giustifica il comportamento sbagliato di nessun ragazzo. Impara a controllarti».

«Sì, no... scusa, hai ragione, è vero.»

«Spero che tu non l'abbia mai fatto con Monica» aggiunsi poi, anche se era quasi palese la risposta, la quale tra l'altro non ci fu mai, in quanto Vittorio rimase saggiamente in silenzio. Uscimmo in strada e ci dirigemmo verso la Vespa di suo padre.

Mi misi la giacca di jeans sulle spalle e legai le maniche attorno al collo, dopodiché salii sulla moto tenendo entrambe le gambe dallo stesso lato, dal momento che con la gonna non potevo fare altrimenti. Mi strinsi a Vittorio per tenermi e poi, quando anche lui era pronto, partimmo.

Impiegammo all'incirca venti minuti ad arrivare da Monica. Come la volta precedente, Vittorio si lamentò dei miei capelli che gli erano arrivati in faccia per via del vento. «Magari la prossima volta se usassimo dei caschi potremmo evitare questo inconveniente» gli feci notare.

«Lo so, mi dimentico sempre di andare in cantina a prenderli, la prossima volta ricordarmelo.»

Dopodiché scendemmo dalla moto e andammo a citofonare affinché Monica ci aprisse. «Chi è?» giunse la sua voce poco dopo.

«Siamo noi» rispose Vittorio, e lei aprì il portone. «Secondo piano!» ci rammentò.

Casa di Monica era molto grande e spaziosa, perciò non mi stupì il fatto che l'avesse utilizzata per organizzare una festa con tutta quella gente. Come prima cosa mi tolsi la giacca e l'appesi all'attaccapanni all'entrata.

«Mi tieni la maglia?» chiese Vittorio e io annuii, allungando le mani sulla sua polo per tenerla ferma mentre lui si toglieva il maglione nero di cotone che aveva addosso, così da poterlo appendere anche lui all'attaccapanni.

Poi andammo a cercare Monica per salutarla. La trovammo in cucina, intenta a travasare delle patatine dal sacchetto a una scodella. Aveva i capelli legati in una lunghissima treccia e indossava un vestito color corallo con le maniche lunghe a sbuffo.

Vittorio rimase letteralmente incantato a guardarla, finché non gli tirai una gomitata e si riscosse. «E-ehilà!» disse allora, per attirare l'attenzione della ragazza.

A quel punto si accorse di noi, appoggiati ai due stipiti della porta, e si esibì in un gran sorriso. «Ciao ragazzi! Nina, mio Dio, sei quasi irriconoscibile, sei stupenda!» esclamò, venendomi incontro e abbracciandomi.

Cioè, in pratica, mi aveva detto che di solito ero un cesso a pedali?

«Grazie, anche tu» risposi sorridendo, una volta sciolto l'abbraccio.

Poi Monica si concentrò su Vittorio, il quale le stava sorridendo come un vero pirla, come si suol dire in quel di Milano. «E tu? Cos'è questo cambio di look?» domandò al ragazzo al mio fianco. Si avvicinò vertiginosamente a Vittorio, il quale quasi certamente smise di respirare. «Mio Dio, ma sai che ero convinta che i tuoi occhi fossero azzurri? Cinque anni che ci conosciamo e scopro solo ora che sono verdi!» esclamò, prima di prenderlo per mano: «Vieni, ti porto dagli altri, sono qui già da un po'» aggiunse, allontanandosi e trascinando Vittorio con sé.

«Che questa finalmente sia la volta buona?» dissi fra me e me. Poi tornai in salotto e vidi le mie amiche di scuola. Corsi da loro a salutarle.

«Nina!» esclamarono in coro.

«Grazie, è merito tuo se siamo qui» disse Angelica e io scrollai le spalle: «Non ho fatto niente di che, anzi, l'ho fatto con piacere» dissi, ed era vero. In fondo se non ci fossero state loro, avrei necessariamente dovuto stare tutto il tempo con Vittorio e i suoi amici.

«Allora? Ci buttiamo o no nella mischia?» domandò Eva, e proprio in quel momento partì "Another one bites the dust" dei Queen.

«Oh, io adoro i Queen!» esclamò Irene.

«Ah, sì? Anche Vittorio» dissi.

Irene sbarrò gli occhi e spalancò la bocca. «Davvero? Abbiamo anche gli stessi gusti musicali!»

«Mmh, no, in realtà scherzavo, anzi, non ascolta molta musica in generale» risposi, prima che tutte ridessimo per la sua faccia delusa.

«Che stronza» disse tirandomi una sberla scherzosa sul braccio, prima di ridere insieme a noi.

Poi tutte e cinque iniziammo a scatenarci al ritmo della musica. Mi mancava così tanto ballare. Prima di trasferirmi lo facevo almeno due volte a settimana, frequentando il corso di danza a cui ero iscritta. Avrei dovuto iscrivermi anche a Milano, ma fra il trasloco e il resto alla fine mia mamma non aveva ancora trovato il tempo per trovare un posto in cui iscrivermi.

A un certo punto, scorsi in lontananza Filippo, appoggiato al muro in un angolino della stanza. Aveva un bicchiere in mano e non sembrava molto di compagnia, al contrario del solito.
Si accorse che lo stavo fissando e quindi gli diedi prontamente le spalle, tornando a ballare.

«And another one gone and another one gone, another one bites the dust!» cantammo a gran voce io e le mie amiche, o almeno era ciò che credevamo di aver fatto, ma con più probabilità avevamo pronunciato parole inesistenti e inventate da noi. Però era anche questo a renderlo divertente.

Dopo qualche secondo, mi ritrovai ancora una volta a girarmi e fissare Filippo, stavolta un po' più a lungo, dato che lui era impegnato a parlare con una ragazza e non si sarebbe accorto di me. Poi Irene mi passò una mano davanti agli occhi per far sì che mi riprendessi, e a quel punto distolsi lo sguardo da lui e ripresi a ballare. La mia concentrazione durò meno di un minuto, perché poi mi persi di nuovo, questa volta per contare il numero di ragazzi e ragazze che si stavano scambiando effusioni e baci.

Tre... quattro... cinque coppie, sei forse. Probabilmente era così anche alla festa a cui ero andata il mese scorso, ma solo in quel momento la cosa mi stava interessando così tanto.

Infine, mi girai ancora a guardare Filippo, che era tornato nuovamente solo, sempre in quell'angolino.

Ma non ci rimase per molto. Questo perché, senza sapere il motivo per cui lo stessi facendo, a un certo punto mi separai dal mio gruppo di amiche e iniziai a dirigermi verso di lui. Mi vide in lontananza e abbozzò un sorriso come una sorta di saluto, ma ciò che non sapeva era che non mi sarei fermata, perché era proprio da lui che stavo andando. Non sapevo neanche il perché, ma ormai il danno era fatto. «Hai visto Vittorio?» chiesi. Banale come scusa, ma era l'unica che mi era venuta in mente.

«Prima sì, ora non so dove sia andato, perché?»

«Dai, aiutami a cercarlo» mi inventai, afferrandolo per il polso e portandolo via da quel grande salone. Andammo in corridoio. Filippo accese la luce, dal momento che era buio e non si vedeva nulla, ma io abbassai l'interruttore della luce per spegnerla di nuovo. «Ma dai, non si vede un fico secco, come pensi di trovarlo Vittorio così? Ti dona la frangetta, comunque: se avessi i capelli biondi, uniti a quel tuo sguardo da furbetta sembreresti una mini Raffaella Carrà. Dio, quella donna è il mio sogno tutte le notti, è stupenda e...»

«Shh, abbassa quella dannata voce e non fare tutto questo baccano!» ordinai parlando a bassa voce, portandogli un indice sulle labbra.

«Si può sapere che c'è? Che vuoi da me?» chiese, ed era una domanda più che lecita.

La mia risposta, invece, che poi di fatto era un'altra domanda, era soltanto molto ridicola. «Ti va di... di provare a fare la cosa dell'altra sera, però senza fumo?»

Mi sentii andare le guance a fuoco e non potevo credere di aver appena detto una cosa del genere. A lui, per giunta.

«Cioè? Spiegati meglio» replicò, ma a giudicare dal tono di voce che usò, sembrava tutt'altro che confuso. Voleva solo rigirare il dito nella piaga, ma aveva capito benissimo, non era mica stupido.

Voleva che mi spiegassi meglio? Bene, l'avrei fatto. Sapevo quello che stavo facendo, più o meno. Mi avvicinai al suo viso. Non avevo paura di quella poca distanza fra di noi, avevo il pieno controllo di me stessa. Il mio cuore non stava facendo nessuna maratona, forse.

«Voglio che mi baci, idiota.»

 

   
 
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