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Autore: Dira_    25/09/2021    1 recensioni
[Seguito de "Nella Selva Oscura"]
Castiglioscuro non è più un problema per le Silvani. Lo è il bosco, e ciò che contiene.
Un mostro si è risvegliato tra gli alberi e una barista di paese si è resa conto che non più essere soltanto quello.
Rosi deve tornare nell'Altrove, un mondo popolato da spettri, criptidi e mostri; deve trovare il coraggio di affrontarli e forse affrontare sé stessa.
Nell'Altrove è facile smarrirsi: puoi dimenticare di essere un mostro per scoprire il primo amore, puoi cominciare a dubitare che obbedire agli ordini sia sempre giusto. Puoi scoprire che no, non lo è.
Perché nell'Altrove vi è una sola certezza: una volta che lasci il sentiero, è allora che la storia comincia davvero.
Genere: Fantasy, Mistero, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, FemSlash
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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10.
 
Tobia ha tredici anni. È in quell'età scomoda in cui si cerca diventare adulti, ma tutto cospira per ricordarti che l'infanzia è ancora ad un soffio di distanza.
La notte si rigira nel letto, mentre il cimitero lo chiama, gli chiede conto, e lui invece deve dormire perché il giorno dopo deve andare a scuola.
Non gli piace andare a scuola; non gli piace lasciare il paese, neppure per andare a Siena a trovare sua madre, che si è risposata ed ha un nuovo marito e dei figli normali, che non parlano al vuoto e dicono di aver visto la nonna morta.
Il nonno gli dice che ha dei doveri, e la sera chiude finestre e porte di casa a doppia mandata, e tutte le mattine lo sveglia con una tazza di caffellatte e lo accompagna a prendere l'autobus. Il sabato invece lo porta fino a Siena e gli ripete che la mamma lo aspetta.
Non è vero, e Tobia l'ha capito da un pezzo. Per questo, un qualunque sabato mattina autunnale, il primo di tanti, infila nello zaino qualcosa da mangiare, un libro e scappa nel bosco. 
 
Quando il signor Bilbo Baggins di Casa Baggins annunciò che avrebbe presto festeggiato il suo centoundicesimo compleanno con una festa sontuosissima, tutta Hobbiville si mise in agitazione...” 
Il tronco della quercia della strega è grande come il portone di casa, rugoso e caldo di sole ed è il miglior rifugio del mondo per nascondersi dal Chiaro. La sua voce si spande sicura nella radura, come mai accade in un'aula di scuola o a casa di sua madre. I caramogi sono un pubblico che non giudica, anche se Tobia sospetta che non capiscano granché, non come il Beffardello, che lo osserva dal fitto dei cespugli per non dargli ad intendere che il racconto gli interessi. 
Tobia si sente tirare i capelli; sono i folletti degli alberi, che capiscono ancora meno, ma apprezzano poterlo avere alla loro mercé. Scaccia le manine invisibili come farebbe con una mosca, e continua:“Bilbo era estremamente ricco e bizzarro e, da quando sessant'anni prima era sparito di colpo, per ritornare poi inaspettatamente, rappresentava la meraviglia della Contea...” 
Quando è nel bosco non si sente fuori posto come una forchetta nel cassetto dei cucchiai.  
Nel bosco può essere sé stesso perché il Chiaro non viene a rompere le scatole. Non ne ha il coraggio.
 
“Guarda che il tu' nonno ti cerca.”
 
Tobia alza la testa dal libro e incontra l'espressione esasperata di Rosi. Rosi che quell'anno si è tagliata i capelli cortissimi, indossa solo vestiti neri, ascolta gruppi punk politicamente impegnati e ce l'ha con il mondo intero.
Dato quello che è successo, tra sorelline spuntate fuori dal nulla e padri fedifraghi, non la biasima.
“Gli hai detto dove sono?”  
Rosi si stringe nelle spalle. “Dalla tu' mamma proprio non ci vuoi andare, eh?” domanda invece.
“È il compleanno di uno dei figli di suo marito,” lo dice distaccato e vorrebbe che la sua espressione lo fosse altrettanto. Probabilmente no, da come l'amica si siede accanto a lui. “St'albero è strano … mezzo secco e mezzo a posto,” commenta vaga.
“Come noi.”
“Che depressione!”
“Disse quella che si vestiva tutta di nero.” Le porge il tubetto di caramelle. “Rimani? Stiamo leggendo Lo Hobbit.”
“Già letto,” sbuffa Rosi, ma mastica la caramella e gli poggia la testa sulla spalla. “Dove siete arrivati?”
Tobia sorride e ricomincia a leggere.
 
*** 
 
So poco della notte
ma la notte sembra conoscere di me,
- Alejandra Pizarnik
 
 
Tobia era consapevole di stare commettendo una cazzata potenzialmente fatale.
Nonostante questo, andava avanti a testa bassa; era il motto della sua vita anche se non poteva dire che gli avesse mai portato particolare fortuna.
Camminava nel folto ormai indistinguibile del bosco, aiutato soltanto dalla sua conoscenza del terreno e dalla torcia. Aveva frugato con accuratezza tutti i posti preferiti dai caramogi; gli anfratti tra rocce e cespugli di pungitopo, le scarpate che digradavano in pendii erbosi dove amavano rotolarsi … 
Nel bosco il silenzio era pesante, interrotto solo dai gridi improvvisi di qualche uccello che cacciava all'imbrunire … e dalla pioggia. Più si avvicinava alla sommità del colle più le nuvole intensificavano la loro attività: il bosco non lo voleva vicino al castello. 
“Bascula!” chiamò più volte, sperando che il caramogio comparisse dal sottobosco. Non gli rispose nessuno.
Non sarebbe passato dal castello, decise, non con il rischio di provocare una bufera sulla Montagnola, ma avrebbe invece perlustrato le grotte, partendo da una delle porte dell'inferno, quella da cui lui, Rosi ed Ettore erano entrati.
Forse Bascula si era nascosto lí. 
 
Arrivato alla porta, fradicio di sudore e pioggia, si schiacciò e contorse per entrare nell’ingresso asfittico; pareva di essere ingoiato lentamente dalla gola di un mostro, lunga, stretta e umida. L'odore di uova marce non se n'era andato.
Il regolo passa spesso di qui.
Dopo una decina di metri calpestò qualcosa che si ruppe con un rumore simile a ghiaia; erano ossa, carcasse di piccoli animali spolpate fino a renderle lucide e giallastre. 
Il regolo ha mangiato qui.
Era armato di un coltello da caccia contro un mostro grosso quanto un'utilitaria in grado di stordirlo con il suo fiato. Buonsenso avrebbe voluto che se ne andasse di lì, e alla svelta...
Bascula però poteva essere ancora vivo.
Arrivò alla grande grotta circolare da cui iniziava il cunicolo che portava direttamente sotto al castello. “Bascula!” sussurrò con rabbia e disperazione. Non poteva tornare indietro, non poteva abbandonare quella creaturina innocente e di certo spaventata a morte. 
Non poteva lasciarla sola. 
Calpestò ancora una volta qualcosa che non era semplice terra battuta; crocchiava come plastica e lo era, era la confezione di una Goleador. La raccolse, con lo stomaco stretto in una morsa. Erano le ultime caramelle che aveva regalato ai caramogi. A differenza della manolonga i tre folletti amavano collezionare gli involucri nei loro nascondigli come piccoli tesori insieme a tappi di bottiglia e spazzatura che gli umani seminavano per la Montagnola.
Ci poteva essere un unico motivo per cui era lì. 
Una rabbia infinita lo invase; cieca, stupida … persino folle. Estrasse il coltello, facendo scattare la lama e dirigendosi verso il cunicolo che portava a Castiglioscuro, verso la tana del regolo, verso il mostro che stava uccidendo lentamente la Montagnola. 
E poi arrivò il ronzio. Forte e metallico rimbalzò lungo le pareti della grotta, facendola vibrare come una cosa viva. Tobia puntò il fascio di luce della torcia nel cunicolo, e nel buio, a malapena bucato dalla luce, qualcosa si mosse. 
Tobia indietreggiò, ma era troppo tardi. Era buio e il regolo era nel suo habitat naturale. Lui no.
Scivolò sul fango del pavimento e cadde a terra mentre il regolo si ergeva per metà della sua altezza, sovrastandolo; l'orrido volto umano, privo di espressione, non lo vedeva davvero. Capì che era cieco perché la pupilla non reagì alla luce che gli stava puntando contro.
Il regolo aprì la bocca e urlò. Un urlo umano che gli esplose in testa, tanto che si tappò le orecchie e con quello arrivò anche la difficoltà a respirare. La torcia gli era caduta dalle mani finendo per spegnersi. Sull'orlo di perdere coscienza, Tobia percepì la criptide avvilupparglisi attorno alle gambe …
A quel punto perse i sensi.
 
***
 
Qualcosa di strano stava accadendo a Malacena, Cate si sentiva esclusa … e la cosa non le piaceva manco un po'.
Rosi mollava il Bar per andare chissà dove in compagnia della guardia un giorno sì e l'altro pure. Tobia era tornato a frequentare casa loro come se nulla fosse … e come dimenticare i continui pacchi di Alina e il suo mutismo minaccioso verso chiunque! 
Infine, Elia e Selene erano spariti dalla faccia della terra, e in Piazza ormai beccava solo Vanni e Filippo con l'aria mogia di cagnetti mordaci senza padrone. 
Era come una versione gigante e paesana di Un, Due, Tre … Stella; la gente faceva roba ma ogni volta che cercava di coglierli sul fatto, pareva tutto a posto. 
“Stasera uscite?” domandò a Michele tornando al tavolo, dove lui e Stefano stavano sistemando i detriti dalla loro merenda.
“No,” rispose Michele mogio, “volevamo andare a cena in quel posto con le torri … San Gimignano? Malù però non si sente bene, quindi magari facciamo domani.”
“Già,” concordò; Maddalena aveva mandato un messaggio scusandosi per l'assenza pomeridiana. Temeva di aver preso un colpo di sole e per questo era andata a riposarsi.
Era ora di cena e non era ancora scesa. “Vado a controllà?” 
“Vado io,” disse Stefano, “tu pensa a chiudere.” 
Non aspettò la sua risposta per salire le scale, lasciandola con un palmo di naso.
La sua espressione contrariata non sfuggì a Michele, che le si avvicinò dandole una pacca sulla spalla. “Ste si agita quando Malù sta poco bene … le fa da crocerossino da quando eravamo nicarieddi.” 
“Ah, vabbeh,” non riuscì nuovamente a nascondere il disappunto e stavolta il sorriso di Michele si fece divertito. 
“Ci volevi andare macari tu a svegliarla?” 
Cate avvampò senza rispondere, dirigendosi verso il bancone per riprendere il lavoro interrotto da Rosi. “Ma va',” borbottò, “ solo preoccupata per lei. Sparisce in continuazione 'sti giorni …”
E non solo lei. 
Michele si accomodò ad uno degli sgabelli di fronte. “Fa sempre accussì … ogni tanto se ne va per i fatti suoi però torna sempre. L’importante è che torni, no?”
“Se lo dici te...” rispose fingendo di esaminare nel dettaglio la Cimbali alla ricerca di macchie inesistenti. 
Non le andava di parlare di Maddalena senza che questa fosse presente.
Però.
L'odore di shampoo maschile, il fatto che due sere prima fosse sembrata di ritorno da una serata fuori … e poi il suo costante desiderio di andarsene in giro per conto proprio. 
Cosa faceva Maddalena quando non era con lei?
“Senti Cate, ma mia sorella ti piace?”
La domanda le cadde sulla testa come un'incudine. Si voltò di scatto ma non riuscì a dissimulare, non da come Michele non smetteva di sorridere con l'aria di chi aveva capito tutto.
Speriamo non proprio tutto. 
“Beh,” emise debolmente, “a chi non piacerebbe?”
Michele assunse un'aria seria. “Ti posso dare un consiglio da amico? Non dovresti fare troppo affidamento su Malù.”
Sentì il peso dell’incudine sprofondare nello stomaco. Anche Michele, suo fratello, la stava mettendo in guardia. Proprio come Alina. “In che senso? Perché non dovrei fidarmi di lei?”
“Ti puoi fidare!” la corresse rapido. “Come amica è fantastica … e anche come sorella, gli affiderei la mia vita ad occhi chiusi,” si passò una mano tra i capelli con improvviso imbarazzo. “Magari sbaglio, ma secondo me non ti piace solo come amica.”
Caterina si morse le labbra. Qualsiasi cosa avrebbe potuto essere interpretata male e Maddalena le aveva fatto promettere di non dire niente a Michele e Stefano … sopratutto a loro due.
“Malù è molto … libera … per quanto riguarda le relazioni,” continuò Michele, “e non la giudico! Ognuno fa quello che vuole della propria vita. Però non è tipa da storia seria. Era questo che intendevo.” 
Il peso nello stomaco era diventato un masso degli Appennini, ed era stupido perché quella tra lei e Maddalena era una storiella estiva. Se l'era ripetuta migliaia di volte e l'altra non le aveva mai fatto credere niente di diverso. Non l'aveva illusa. 
Perché allora le faceva così male?  
Perché continuo a credere nelle favole. Nonostante tutto. So' proprio scema. 
Michele, fraintendendo o forse comprendendo alla perfezione il suo silenzio, le strinse una mano al di là del bancone. “Ehi,” disse piano, “sono sicuro che un giorno troverà la persona in grado di farle cambiare idea … e magari fossi tu!”
Come?
“Non ti dispiacerebbe?” gli domandò cercando di suonare il più casuale possibile. 
Babbiasti? Mi stai super simpatica, e i miei ti adorerebbero!” esclamò e Michi era come lei: era incapace di fingere. L'entusiasmo che le rivolse era genuino.
Allora perché mi ha raccontato che i suoi non vorrebbero che stesse con una ragazza?
Maddalena le aveva rifilato una palla.
Michele le diede una seconda pacchetta sulla mano. “Se c'è qualcosa tra di voi sono contento … dico sul serio. Però prendila con leggerezza.” 
“Grazie per il consiglio,” mormorò mentre Stefano scendeva le scale, quieto e pensieroso quasi quanto lei. 
“Ehi, come sta l'insolata?” domandò Michele, l'attenzione di nuovo rivolta altrove. 
“Sta ancora dormendo, non ho voluto svegliarla. Come ci organizziamo per cena?” 
“Mia mamma e Rosi non ci sono, ma c'è un mucchio di roba in frigo. Se vi basta un piatto di pasta, siamo a posto.” 
Non ci furono obiezioni e Cate si affrettò a chiudere il Bar per la sera. I due vollero aiutarla a ritirare i tavoli e le sedie fuori, così come a spazzare e questo accorciò i tempi, facendoli salire al piano di sopra dopo neanche mezz'ora. 
“Vado in bagno, intanto apparecchiate la tavola?” Stefano alla richiesta le lanciò un'occhiata penetrante, ma lo ignorò, perché di quello che aveva capito Stefano Greco le importava il giusto.
Salì al piano di sopra e si diresse verso la camera di Maddalena.  
 
Maddalena aveva passato tutto il pomeriggio a dormire ed era quanto di meglio potesse desiderare dopo un pestaggio che, ne era certa, avrebbe accresciuto il suo già pingue bagaglio di traumi.
Si era accorta che Stefano era entrato, ma aveva seppellito la parte offesa del viso nel cuscino – nonostante il fastidio – volendo rimandare quella conversazione per almeno un'altra manciata di ore. Stefano dopo una breve, ma snervante esitazione, l’aveva lasciata stare. 
Dello stesso parere però non era Caterina. La sentì entrare, perché ormai conosceva il suo odore e il suo passo.“Ohi, sei sveglia?”
Non poteva nascondersi per sempre – anche se avrebbe voluto. Sospirò: “Ora sì.” 
Caterina si sedette sulla sponda del letto, ammutolendosi. Maddalena aveva la testa che le scoppiava, per non parlare del dolore sordo alla faccia. Non era dell'umore di essere paziente. “Hai bisogno di qualcosa?” brontolò. 
Sapè se ci onori della tua presenza a cena,” le rispose insolitamente sgarbata. Alzò il viso sorpresa, ma prima che potesse chiederle qual era il problema, Cate sgranò gli occhi.
“Che hai fatto alla faccia?!”
Si sono riaperte le ferite?
Si toccò il labbro, ma si era già formata la crosta. Probabilmente però le erano usciti i lividi. Forse anche sotto gli occhi, dato che quella stronza della Radu l'aveva colpita dritta in faccia.
Sciddicai...sono inciampata,” spiegò, “Sto bene, sembra peggio di quello che è. Non mi sono neanche rotta il naso.”
“Mi stai dicendo la verità?”
Quella domanda proprio non se l'aspettava, quindi le ci volle un attimo per raggruppare le idee. “Pensavo ai fatti miei e sono inciampata… è la verità.” 
Cate fece una smorfia. “È la verità come il fatto che hai i genitori omofobi? Perché Michi mi ha raccontato una roba diversa.”
“Gli hai detto di noi?!” si alzò in piedi ma dovette appoggiarsi alla libreria dietro di sé perché la testa prese a girarle come una trottola. Chiuse gli occhi, mentre Caterina la afferrava per un braccio. Si scostò. “Minchia Cate, ti dissi ri nun dirlo a nuddu! Vuoi mettere i manifesti?!”
“No!” sbottò e quando Maddalena riaprì gli occhi l’altra le stava a pochi centimetri, paonazza e furiosa quanto lei. “Ho mantenuto la promessa, non ho detto a nessun’altro di noi, ma tu mi hai detto una bugia! I tuoi non omofobi!”
“Cate...”
“Dimmi la verità!” 
Avrebbe voluto farlo. Anche se non poteva, anche se tra poco sarebbero diventate due estranee, separate da chilometri di terra e mare. 
Vorrei dirti la verità e vorrei che non contasse niente, e che ti piacessi esattamente per quello che sono. 
Vorrei mostrarti entrambi i due i lati della mia luna, Cate. 
“Non ti dissi una bugia… Michi è un ottimista. Sarebbe un casino, e io … non me la sento di infilarmici.”
“Non te la senti di infilartici per una storiella estiva voi dì.”
“No!” le uscì di getto. Non aveva idea se fosse la cosa giusta da dire: non aveva mai avuto una ragazza, e non aveva mai voluto bene così tanto a qualcuno, e in così breve tempo. “No … io … ho un paccu di casini,” balbettò ormai completamente a casaccio, “Voglio solo stare con te senza che nessuno si metta in mezzo. Quando siamo assieme sto bene, e non sono mai stata bene accussì con qualcuno. È … è come se potesse essere estate per sempre. Vulissi chi fussi pi sempri.”
Quella era la verità. Sperò che guardare in quegli occhi onesti e puliti denudando il suo cuore bastasse.
È la verità. È l'unica che posso darti, ma è vera. 
Prima che potesse pentirsi e chiedersi se quel vomitare parole senza filtri bastasse, Cate la baciò. 
Un bacio con tutti i crismi, come quelli dei film. Ricambiò sperando di riversare addosso all'altra tutta la gratitudine che provava in quel momento. 
Purtroppo cuore e sentimenti poco valevano di fronte all'evidenza dei suoi lividi, perché dopo qualche attimo si dovette staccare con un sussulto. 
“Oddio, scusa! Ti fa male?”
Maddalena ingoiò una rispostaccia, scuotendo la testa. “No,” bofonchiò, nascondendo dietro una mano il labbro di nuovo sanguinante. “Non è niente.” 
Cate prese un fazzoletto di carta e le tamponò amorevolmente la parte offesa. “Hai preso 'na bella tronata, eh...”
Scosse di nuovo la testa cocciuta. Fosse mai che l'altra decidesse di astenersi dai baci. “Sembra peggio di quello che è.”
“No, no, è proprio peggio!” Quando le scoccò un'occhiataccia l'altra sorrise sbarazzina. “Sei bella uguale, tranquilla.”  
Non le restò che ridacchiare. “Meno male. Senti... se stasera andassimo da qualche parte solo io e te?”
Cate inarcò le sopracciglia sorpresa. “Avoglia, ma dove?”
“Qui in paese, in un posto che ti piace.” 
“Non è che ci sia granché e s’è pure messo a piove ...” Si fermò, come colta da un'idea perché poi le sorrise a trentadue denti. “Ti piacciono le lucciole?”
“Assai,” mentì perché non ne aveva mai vista una dal vivo. Non che avesse importanza; Cate le stava di nuovo sorridendo e tutto si era risolto. Per il momento.
 
***
 
“Le orme portano dentro la grotta, Tobia è entrato.” 
Ettore si passò una mano sulla faccia mentre il volto di pietra di Rosi, pallido e lucido di pioggia, gli dava la misura di quanto non ci fosse scampo: quella notte sarebbero morti male.
“Non potrebbero essere orme vecchie?”
“Ha piovuto tutte le sere da quando siamo stati qui. Sono fresche.”
Non me ne potevo rimanere a Napoli?  
Invece aveva pensato bene di rivolgere la parola ad un gatto ed era finito in mezzo alle frasche a rischiare la vita peggio che nei Quartieri Spagnoli. E tra parentesi, un altro gatto, ovvero l’insopportabile Ermione, li aveva indirizzati verso morte certa, anche se per una nobile causa come cercare quell’idiota del Nero.
Andato a cercar folletti! Esplicitamente quello che gli avevo detto di non fare! 
Gli avrebbe tirato una testata se ce l’avesse avuto davanti. 
“Tobia è lì dentro” continuò imperterrita Rosi, “se non vuoi venire, vado da sola.”
“Eccerto, t'ho accompagnato e mo' non entro!” sbottò sganciando la pistola dalla fondina e incrociando i polsi per far sì che la torcia seguisse la direzione della canna. “Qualsiasi cosa si muova, gli sparo,” aggiunse, “Fosse pure quella cap'e cazzo del Nero!”
“Soprattutto se è lui,” ribatté Rosi cupa e nonostante tutto, su quello furono d'accordo. 
Jamm'ja...”
Entrarono. La grotta era asfittica, umida e disgustosa come l'ultima volta che c'erano entrati – e che ingenuamente aveva pensato sarebbe stata anche l'ultima. In più, pareva ancora più scura e puzzolente. Quando calpestò quello che, alla luce della torcia, si rivelò essere un allegro tappeto di ossa e rimasugli di pelliccia fu seriamente sul punto di girare i tacchi e tornare a incendi di fascine e galline rubate.
“Io lo ammazzo...”  
Piglia o' numerino.” 
Arrivarono alla grotta piena di stalattiti della volta precedente e subito notarono una sagoma scura a terra. Ettore prese la mira prima che il grido di Rosi lo fermasse. 
“Tobia!”
L'uomo era riverso a terra e quando si precipitarono su di lui la prima cosa che controllarono fu se c'era del sangue. Non dovettero neanche parlarsi, cercarono evidentemente la stessa cosa. Tobia però non era ferito e pareva addormentato. O morto.
“Bia!” Rosi si accovacciò per scuoterlo una, due volte, finché questo si svegliò con un sussulto e una fitta di tosse. 
Ettore lasciò andare un'imprecazione per cui sua madre lo avrebbe riempito di ciabattate. Gli venne anche un po' da piangere, ma per fortuna quello fu nascosto dal buio. “Strunz!” ringhiò con virilissimo tono arrochito. “Si' 'nu 'strunz fatto e finito!”
Tobia si alzò a sedere instupidito e a quel punto Rosi gli gettò le braccia al collo stringendolo talmente forte che l’uomo ebbe una seconda fitta di tosse. 
“Che ti è saltato in quella capa di cazzo?” lo apostrofò continuando a tenere d'occhio il budello da cui si accedeva alle fondamenta di Castiglioscuro e, collateralmente, alla tana del regolo. L'odore di uova marce era forte come sempre e nauseante uguale. Il fatto che però non fossero svenuti come pere cotte significava che il regolo non era lì o che c'era sufficiente areazione. 
Sperava nella prima ipotesi.  
“L'ho incontrato ...” mormorò mentre Rosi continuava a non dare segno di sciogliere l'abbraccio. Non che Tobia trovasse la presa particolarmente scomoda da come le passò con naturalezza un braccio attorno alle spalle. “Non mi ha attaccato.”
“Che cavolo stai dicendo?” Rosi si scostò e il tono di voce lasciava presagire uno dei suoi celeberrimi attacchi di rabbia incontrollata. 
Non era il tempo né il luogo adatto. “Prima di tutto andiamo via da qui,” propose spiccio, “poi parliamo. Riesci ad alzarti?”
“Credo di sì,” Tobia guardò Rosi interrogativo e questa saltò in piedi come una cavalletta. Il buio non permetteva di riconoscere granché i colori, ma l'incarnato dell'altra era insolitamente simile al colore dei capelli. 
Tobia, pur con qualche esitazione, si tirò in piedi e uscirono dalla grotta in una manciata di minuti.
Ettore si guardò alle spalle tutto il tempo.
 
La pioggia si era tramutata in aghi gelati quando uscirono. Non si dissero più di qualche parola mentre tornavano indietro verso la casina del cimitero. Una volta arrivati Tobia li fece entrare e poi sbarrò la porta alle sue spalle. Li fece aspettare all’ingresso e recuperò degli asciugamani con cui si asciugarono sommariamente.
“Andiamo in salotto, accendo la stufa.”
Solo quando furono nella stanza, con la stufa che andava a tutto spiano e con le persiane ermeticamente chiuse, Tobia inspirò. 
“Mi dispiace.” 
Prima che Ettore potesse aprire bocca, prevedibilmente lo fece Rosi. “Potevi morire,” stressò l'ultima sillaba e la mancanza di insulti e il tono incrinato in cui lo disse fece più impressione che se l'avesse preso a schiaffi. “Perché non ci hai chiamato? Perché non chiami mai nessuno?”
“I caramogi si sono rifugiati qui, e mancava Bascula … pensavo di non avere tempo, che avrei dovuto agire subito... ma non c'è mai stato tempo,” finì in un soffio. “Non sono riuscito a salvarlo.”
“Il regolo ha preso Bascula?”
“Dev'essere rimasto indietro per via della gamba … Ho trovato delle tracce nella grotta.” Tobia serrò le labbra e inspirò, strofinandosi la faccia. Ettore pensò che era proprio una merda, a volte, essere uomini. Se ti veniva da piangere l'istinto era di reprimere tutto, di spingerlo giù e far finta che non fosse mai esistito. 
Uagliù, saremo venuti con te...”
“Lo so,” ma non aveva l'aria di chi era illuminato da quella consapevolezza. Lo recitò in modo meccanico “mi dispiace.”
Ettore si scambiò un'occhiata con Rosi, e l'altra si schiarì la voce. “Cos'è questa storia che il regolo non ti ha attaccato?”
“Mi ha trovato…  e mentre cercavo di scappare sono scivolato ” Fece una pausa. “Credo sia cieco ma mi ha sentito lo stesso … avrebbe dovuto attaccarmi, ma non l’ha fatto, si è limitato a stordirmi.” 
“Magari aveva mangiato da poco, comm e' squali cà nun attaccano i surfisti,” suggerì Ettore ricordandosi in quel momento che aveva ancora la pistola in mano. La rinfoderò, sebbene non fosse particolarmente convinto dell'idea. 
Cosa diavolo si acquattava nelle ombre, fuori dal cono di luce del lampadario del salotto?
“Chi lo controlla deve avergli detto di non attaccare gli esseri umani,” rifletté Rosi. “ Se cominciassero a sparire delle persone attirerebbe l’attenzione del Chiaro. Forze di polizia, giornalisti … se vuole fare le cose alla zitta, deve evitarlo.” 
“Allora è vero...” mormorò Tobia sedendosi sul divano come se fosse improvvisamente sfinito, “l'obiettivo è uccidere l'Altrove.” Seppellì il viso tra le mani e non disse più una parola.
Ettore a quel punto trovò sensato prendere Rosi da parte, “Ascolta, per stasera abbiamo avuto abbastanza emozioni. Volevo parlarvi di una cosa che mi hanno detto i gatti, ma può aspettare domani.”
“Sì, hai ragione,” convenne l'altra. Poi scoccò un'occhiata al Nero, “Riesci a tornare in paese da solo?” 
Tengo 'na pistola e correrò come se avessi nu' regolo 'ncuoll,” scherzò, “tranquilla Rosì. Pensa a Tobia.”
Si salutarono sulla soglia di casa e Ettore ascoltò la serratura della porta scattare più volte prima di voltarsi verso la strada fangosa che l'avrebbe portato in paese; era costeggiata dalle sagome scure degli alberi e sotto la pioggia sembrava infinita. Gli mise i brividi, che sarebbero rimasti a lungo se non avesse notato una forma piccola e sinuosa stagliarsi sul muro del cimitero.
“Facciamo alla svelta,” sibilò Ermione, “ho la pelliccia tutta bagnata.”
Ettore aspettò che la gatta saltasse giù dal muro per affiancarglisi. “Se fai scherzi ti sparo.”
“Prima deve prendermi,” flautò questa scattando in avanti. Ettore la seguì con un mezzo sorriso. 
 
*** 
 
“Vieni, gnamo, dammi la mano se hai paura!”
Cate affrontava le altezze in modo un po' bizzarro; si era immobilizzata di fronte a un metro di salto sul fiume mentre adesso si inerpicava come uno stambecco su delle scale di pietra sbeccate e scivolose d’umidità che davano letteralmente sul vuoto abissale.
Maddalena era consapevole che non fosse proprio abissale, ma le mura di Malacena erano comunque alte una dozzina di metri e il buio che le avvolgeva non faceva che accentuare la sua ansia.
Strinse la mano che Caterina le stava porgendo. “Amunì, acchiana,” borbottò ringraziando le sue doti succubesche. L'altra illuminava gli scalini con al torcia del cellulare ma sommariamente: era ai suoi sensi che si stava affidando per non rompersi l'osso del collo.
Non aveva mai usato così tanto le sue capacità come da quando era a Malacena e queste, di rimando, si erano affinate. Percepiva sempre più dettagli anche nel buio completo, e anche il suo olfatto e il suo udito erano migliorati, tanto da riuscire a capire chi le arrivava alle spalle o lo stato d'animo di una persona solo dall'odore.
Fino a un mese prima avrebbe sepolto quella considerazione nel disgusto, ma doveva ammettere che essere succuba le aveva salvato la vita un paio di volte … e l'aveva salvata anche ad altri.
Chissà come sta andando la ricerca del mostro?
“Chiudi gli occhi!” la esortò di colpo Caterina.
“Sei matta? Inciampo!”
Gnamo, ti voglio fà una sorpresa! Chiudili!”
Maddalena aveva molto da farsi perdonare. Troppo perché perdesse tempo in considerazioni oziose sulla sua salute fisica. Chiuse gli occhi e strinse forte la mano dell'altra, tanto che la udì ridacchiare. “Piantala di ridere.”
“Sono serissima!”
Caterina, prese per il culo a parte, la guidò con perizia, segnalandole gli scalini o eventuali mancanza degli stessi. 
Dopo un tempo infinito si trovarono alla stessa altezza, segno che la salita si era finalmente conclusa. Cate le fece fare ancora qualche passo, portandole poi la mano a toccare la pietra ancora umida dalla pioggia caduta. “Ci siamo, apri gli occhi.” 
Maddalena ubbidì e subito dopo sorrise. Sotto di loro si stendeva il panorama notturno della Montagnola; strano, oscuro e bellissimo.
Le ricordò il mare di Catania di notte, quando le luci dei locali si spegnevano e rimanevano accesi soltanto i lampioni.
Gli alberi erano come il mare e, ogni tanto, come piccole navi, si intravedevano le luci dei paesi vicini o di qualche singolo podere. Le nuvole si erano aperte e la luna spandeva luce argentea. 
Maddalena percepì la tensione della giornata sciogliersi.
Cate si appoggiò sul parapetto accanto a lei. “È bello, vero? Meno male che ha smesso di piovere!”
“Meno male,” si chinò a stamparle un bacio sulle labbra. “Grazie, è bellissimo. Ne avevo bisogno.”
Cate le sorrise contenta e poi, dopo aver asciugato con uno straccio portato da casa il parapetto, vi si issò con agilità, facendo penzolare le gambe. “Siediti, l’ho asciugato ….  è come galleggià nel vuoto!”
“Ti fa scanto saltare nel fiume ma dieci metri di morte sicura no?” la prese in giro imitandola con maggiore cautela. Nei suoi super-poteri non era previsto il volo.
“Non mi piace cadere, mi piace stare in alto … sentire il vento in faccia, guardare lontano, roba così!”
Cate era sempre così aperta nel raccontarsi … Maddalena si chiese se sarebbe mai stata capace di fare altrettanto. 
Probabilmente no. Non con tutti almeno. Con Caterina invece avrebbe potuto, e di fatto, lo stava facendo … perché non l'aveva mai giudicata, neppure una volta. Aveva cercato di capirla invece. 
Le sarebbe mancata da morire.
“Dove sono le lucciole?” domandò cercando di distrarsi. “Forse con la pioggia non sono uscite…”
“Tranquilla, so’ laggiù!” Cate indicò sotto di loro, la lunga siepe che divideva le mura dalla pista ciclabile. Nei coni d'ombra, aguzzando lo sguardo su indicazione dell'altra, notò piccole luci intermittenti. A quell'altezza si distinguevano a malapena, ma più che spegnersi e accendersi – come le lucciole – sembravano illuminarsi di improvvisi bagliori. 
“Purtroppo appena ti avvicini scappano. Da qui invece non si accorgono di noi. Ormai in posti come Sovicille e Siena non si incontrano più a causa dell'inquinamento, ma qui ce ne sono ancora tante!”
Quelle non sono lucciole.
Presero a svolazzare in verticale lungo le mura prendendo la forma di una lunga e sfavillante colonna. Potendole finalmente vedere più da vicino Maddalena le riconobbe: erano le fatine del falò che più volte le si erano infilate anche in tenda. 
Dovrebbero essere innocue? Bedda matri, fa’ che siano innocue. 
Cate in compenso era mesmerizzata, tanto che dovette acchiapparla per il retro della felpa, notando che si stava sporgendo un po' troppo. “Stanno venendo qui!” esclamò quando arrivarono alla loro altezza riempiendo il camminamento di bagliori dorati. “Ma che gli piglia?”
“Non lo so,” d'istinto aprì la mano e una di esse vi si posò sopra. Concentrandosi intravide le fattezze umanoidi, il corpicino snello dotato di più braccia e i tratti abbozzati di viso.  
“Sono carine, non fanno niente,” incoraggiò Cate, insolitamente silenziosa. Le porse quella che aveva in mano, facendola scivolare nella sua. “Non pungono.”
Cate posò una mano sotto l'altra. “Che lucciole strane,” mormorò, quasi avesse paura di farla scappare facendo rumore, “... c'è una storia sulle lucciole della Montagnola. Si dice che in realtà siano fate. Qua i vecchi le chiamano farfalle della fortuna, e dicono che ti si posano addosso quando ...” e si fermò, mordendosi le labbra.
“Quando?” le fece eco preoccupata. Sperava vivamente non fossero l'ennesimo, oscuro presagio.
“Quando ti innamori.” 
Maddalena percepì il cuore saltare un battito per poi riprendere velocissimo. Il maledetto insetto le si era posato addosso, e i vecchi non mentivano.
Mi sono proprio innamorata di te.
… però, aggiunse una vocina che suonava come quella di Michele, la fatina impicciona non si era posata solo su di lei. 
Stava proprio comoda tra le mani di Caterina, sfavillando come non mai. “Quindi sei innamorata?” le domandò con il cuore in gola. 
Cate distolse lo sguardo tentando malissimo di non sorridere. “... lo dice la fata, mica io.” 
“Allora lo dice anche di me.”
Baciarsi con una ragazza sul ciglio di mura a strapiombo mentre centinaia di fatine stranamore ronzavano loro attorno era l'ultima cosa che si sarebbe aspettata di fare in quell'assurda e non voluta vacanza.
Era anche l'ultima che avrebbe dimenticato, se fosse mai arrivata a morire vecchia e con troppi rimpianti. Tranne quello. Confessare a Caterina che si era innamorata di lei non sarebbe mai stato un rimpianto.
Liberarono la creaturina per potersi abbracciare guardando il panorama in confortevole silenzio.
“Sono contenta che non te ne sei andata,” mormorò Cate con la testa posata sulla sua spalla. “Cioè, te ne andrai lo stesso alla fine, però …”
Maddalena le baciò la testa, affondando il viso nei capelli che profumavano di cocco, e sole e un mucchio di cose buone. D'estate, principalmente. Cate profumava d'estate. “Devo tornare a Catania,” ammise, “... ma tu verrai a trovarmi, vero?”
Anche se Stefano avrebbe voluto spiegazioni che non gli sarebbero piaciute. Anche se avrebbe dovuto supplicarlo di non dire nulla alla Confraternita. Anche se prima o poi la sua ragazza si sarebbe fatta le domande giuste, dandosi le risposte sbagliate ...  
Non voleva che finisse lì. Non poteva.
Avoglia!” esclamò l’altra, bloccando quel flusso di pensieri perniciosi. “Anche per le vacanze di Natale! Cioè … se vuoi, se non è troppo presto...” concluse imbarazzata.
Vogghiu, assai,” le assicurò con un altro bacio. “Catania d'inverno ti piacerebbe. Ci sono le luminarie, i mercatini di Natale ... e il mare, ovviamente.”
“Il mare è importante?” la prese in giro con gli occhi che brillavano. Doveva essere per la luce emessa dalle farfalle. 
Quanto erano belli, però.
“Fondamentale.” Cate la strinse in un abbraccio che ricambiò senza pensieri, cullata da quel momento e da quella luce magica …
In un attimo tutto si ruppe. Un grido, violento, straziante, arrivò dal bosco. Cate, per lo spavento sobbalzò, guardando agitata da tutte le parti. Maddalena la tenne stretta mentre il sangue le si gelava nelle vene.
Le farfalle si dispersero rapide, precipitando giù dalle mura e infilandosi nei cespugli. Tornò il silenzio ma fu pure peggio.
Fu come essere in attesa di qualcosa di molto peggiore di un urlo. 
“Ma cosa...” sussurrò Cate, “che bestia è?”
Il regolo. È stato il regolo. Che altro potrebbe essere?
Anche se avevano metri di pietra a separarle dall'orrore, Maddalena rabbrividì. “Torniamo a casa,” disse. Cate stranamente le obbedì senza ribattere, scendendo dal parapetto e dandole una mano a fare altrettanto. 
Aveva ripreso a piovere. 
“Non hai mai sentito un verso del genere,” le disse mentre scendevano le scale, mano nella mano. Quella di Cate era sudata ma lo era anche la sua. “Forse era un cinghiale? O un lupo, mamma ha detto che sono tornati nella Montagnola … ma non dovrebbero ululare? Sembrava una persona e un animale assieme. Era stranissimo.”
“Sì ...” convenne, “lo era.”
Arrivate in strada Maddalena si voltò. Davanti a loro c'era una delle porte del paese; oltre la luce artificiale dei lampioni non c’era altro che buio profondo. 
“Andiamo a casa,” stavolta fu Cate a dirlo stringendole più forte la mano. 
Corsero sotto la pioggia, verso la luce della piazza centrale. 
 
***
 
Rosi aveva preparato una cena tarda, che Tobia aveva palesemente consumato per dovere, non per voglia. Avevano cenato in silenzio, e l’altro aveva reagito all’ambiente circostante solo quando avevano udito l'urlo del regolo dal bosco. Si erano fissati, pallidi, senza una parola, e poi Tobia era corso a controllare che Ermione e i caramogi fossero in casa. 
Quando era tornato si era limitato ad un cenno per tranquillizzarla e poi era di nuovo sprofondato in sé stesso. 
Dopo il caffè Rosi decise che se non arrivava il momento per parlare, doveva trovarlo lei. Afferrò la sedia e si sedette di fianco a Tobia.“Dobbiamo parlare di 'sta cosa che te ne vai per conto tuo a rischiare la vita,” esordì senza mezzi termini, “non va bene.” 
Tobia per tutta risposta le scoccò un'occhiata blandamente colpevole. “Lo so.”
“Saperlo non basta,” sbottò, già con la pazienza ai minimi termini. Averlo tra le braccia esanime era stato un cazzotto nello stomaco. Erano stati separati per cinque anni, e si erano considerati morti l'un l'altra, ma non lo erano stati sul serio. Tobia era stato sì lontano da lei, ma nella sua casetta nel cimitero, vivo e vegeto. 
Non c'era niente di più definitivo della morte, e Tobia l'aveva corteggiata con un po' troppa insistenza quella sera. “C'è gente che tiene a te,” continuò mettendogli una mano sul braccio. Era caldo, solido. Il sangue vi scorreva perché c'era un cuore a battere.
Se il regolo avesse deciso di ucciderti, io come avrei fatto?
Come avrei fatto se non ci fossi stato più?
Tobia fece una smorfia, e poi si scostò. “Non volevo farvi preoccupare, ma la mia priorità era salvare Bascula. Se vi avessi aspettato...”
“Non è soltanto la tua priorità! Pensi che non volessi salvarlo anche io? Sono cresciuta nel bosco, lo conoscevo!” Esitò. “Non credi sarei venuta?”
Tobia distolse lo sguardo e la risposta era ovvia. Non ci credeva e poteva dargli torto?
“Guardami...”
Tobia dopo una breve esitazione si voltò verso di lei. Aveva un'espressione neutra ma gli occhi gli bruciavano; non di odio, uno come lui non sarebbe mai stato capace di odiare, buono fino al midollo, fino alla stupidità. 
Di dolore però sì. Eccome. “Cinque anni fa ti ho fatto un torto … mi hai chiesto di darti una mano e io sono stata zitta,” mormorò Rosi. “Ho lasciato che ti portassero via e dicessero che eri matto. Ti ho tradito e poi ti ho abbandonato.” 
Avrebbe preferito ingoiare veleno che dire quelle cose ad alta voce. Perché erano vere. Aveva provato a riempirsi la bocca di giustificazioni, di rabbia ma la realtà era molto più semplice. 
Non aveva creduto al suo migliore amico, l’unico che aveva sempre creduto in lei.
“Ho avuto paura. Avrei potuto fare o dire mille cose per farti uscire da quel casino … e invece ho avuto paura.” La voce, che aveva tentato sino quel momento di tenere ferma, si ruppe, “Ho preferito che tutti mi credessero estranea all’Altrove, a quello che ti stava succedendo, una persona normale. Sono stata una vigliacca...” lacrime di rabbia le riempirono gli occhi e le lasciò uscire. “Se potessi tornare nel passato, invece che sognarlo, lo farei, ma non posso … posso solo dirti che non lo farò più. 
Quindi, per favore, chiamami. Vieni a chiamarmi la prossima volta.”
Tobia non aveva distolto lo sguardo neppure per un attimo, e la sua espressione non era cambiata. La sua postura però sì; si voltò verso di lei, posandole una mano sulla sua.  “Anch'io ti ho fatto un torto,” mormorò, “quella sera avrei dovuto suonare al tuo di campanello. Invece ho perso il controllo. Il Chiaro è convinto che io i mostri li immagini … ma quella notte ho fatto di peggio. Mi sono immaginato di essere solo a combattere contro di loro.”
“Bia…”
“Non lo sono mai stato … ci sei sempre stata tu con me.” 
Rosi lo abbracciò di slancio e quando l'altro ricambiò, sentì il sollievo sciogliersi nelle vene. Si tennero stretti e non seppe quante volte gli chiese scusa e quante Tobia le rispose che aveva capito, che si scusava anche lui. Il tempo passò scandito dalla pendola del salotto, i cui sordi rintocchi sembravano il battito del cuore della casa stessa. 
Suonò la mezzanotte. 
“Quindi la farai finita con le idee idiote?” borbottò per darsi un tono, sciogliendo a malincuore il contatto. 
Tobia sorrise. “Se ne avrò altre ne parlerò prima con voi … anche perché ho paura che al prossimo giro Ettore mi spari.”
“Te l'ha giurata in effetti.”
“Mi spiace avervi fatto preoccupare. Siete miei amici, non ve lo meritavate.”
Amici.
Era una conquista. Tobia l'aveva perdonata e potevano riprendere da dove avevano lasciato.
Eppure …
Eppure stare così vicini non parlava esattamente di amicizia. Sin da ragazzini non era mai stato un problema abbracciarsi o tenersi per mano, persino nell'adolescenza dove tutto era spinoso o fraintendibile. 
Quei cinque anni però avevano messo in discussione tutto. Lei era diversa e lo era anche Tobia. La rottura del loro rapporto aveva azzerato la naturalezza con cui si toccavano.
Si schiarì la voce, alzandosi in piedi. “Dai, spicciamo e poi andiamo a letto.”
Il silenzio con cui Tobia accolse quella frase le fece capire quanto fosse stata fraintesa. Nonostante trent'anni e più di un partner occasionale, avvampò come una ragazzina. “Intendevo che uso il letto di tuo nonno. Per dormire.”
“Te lo devo ancora preparare.” 
“Allora vai, qui ci penso io,” ribatté brusca prendendo i piatti sporchi e dandogli le spalle. L'altro uscì dalla cucina senza aggiungere altro. 
Rosi si diresse verso il lavello, ma invece di aprire l'acqua per le stoviglie, si sciacquò il viso; un po' per rinfrescare gli occhi rossi … e un po' perché era un'idiota. 
 
***
 
Note:
 
Dico che questa non è una storia romance, ma poi ci casco con tutti i piedi. 
Maddalena è sincera nei suoi intenti; il problema è che ha diciannove anni e non capisce una fava.
Rosi e Tobia, infine, si son spiegati. Ci sono solo voluti mille capitoli. 
Grazie a chi ancora mi segue!
 
 
  
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