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Autore: Enchalott    11/10/2021    3 recensioni
Una bozza della storia è depositata presso lo Studio Legale che mi tutela. Sconsiglio "libere ispirazioni" e citazioni troppo lunghe, soprattutto se prive del mio consenso. Grazie e buona lettura a tutti! :)
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Dopo una guerra ventennale il popolo dei Salki viene sottomesso dai Khai, una misteriosa stirpe che presenta numerose analogie con i demoni delle leggende. Tra gli accordi di pace è presente una clausola matrimoniale, secondo la quale la primogenita del re sconfitto andrà in sposa a uno dei principi vincitori. La prescelta è tanto terrorizzata da pregare gli dei di morire, ma sua sorella minore non è dello stesso avviso. Pertanto propone un patto insolito a Rhenn, erede al trono del regno nemico, lanciandosi in un azzardo del quale non potrà che pentirsi.
"Nessuno stava pensando alle persone. Yozora non sapeva nulla di diplomazia o di trattative militari, le immaginava alla stregua di righe colorate e numeri tracciati su una mappa. Era invece sicura che nessun segno posto sulla carta avrebbe arginato i sentimenti e le speranze di chi ne veniva coinvolto. Ignorarle o frustrarle non avrebbe garantito nessun tipo di equilibrio. Yozora aveva un'unica certezza: voleva bene a sua sorella e non avrebbe consentito ad alcuno di farla soffrire."
Genere: Avventura, Introspettivo, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Come l’acqua e l’olio
 
Azalee accarezzò la siepe di rose rosse che circondava il patio di marmo bianco situato nel cuore del giardino. La sua essenza immortale era legata alla natura e trovarsi a contatto con il suo rigoglio le donava pace. Adorava ogni fiore, ma i boccioli vellutati, dotati di quel profumo unico, erano i suoi preferiti.
Continuò a passeggiare lungo il sentiero, lambendo i cespugli con l’orlo delle vesti. Nelle rose era insita un’altra ragione che le rendeva preziose, insieme dolci e struggenti: il loro colore. Avevano la stessa sfumatura della chioma fluente di colui che era padrone del suo cuore, una tinta calda e sanguigna con il potere di ferire gli occhi e scaldare l’anima. La corteccia lucida dei loro gambi snelli possedeva la gradazione bronzea e cangiante dei suoi occhi: un contrasto tra l’innocente brillantezza e la pericolosa insidia delle spine.
Belker, se avessi saputo…
No. Lo avrebbe amato comunque, a prescindere dalla sua sete di guerra, dalle sue brame di gloria, dal dolore che non si attenuava da quando l’aveva lasciata. L’immortalità era divenuta una punizione nell’esatto istante in cui lui era scomparso dal pantheon, l’esistenza un tentativo di fornirsi una spiegazione più convincente di quella addotta dal dio della Battaglia. Sperava che Kalemi lo trovasse, sperava che Kalemi rinunciasse, sperava, sperava…
Le fronde dei glicini disegnarono ombre delicate sulla sua pelle nivea e sugli abiti giallo tenue, mentre camminava sotto il pergolato dove lui le aveva rubato il primo bacio. Un sorriso sfacciato, irresistibile, indimenticabile. Fiamme di passione nelle sue iridi di predatore, sulle sue labbra insolenti, fiamme incise in forma di piuma sulla sua fronte abbronzata. Parole roventi e sincere, ogni scintilla di lui era calore e fuoco, non possedeva altro modo per esprimere se stesso.
Azalee tese le mani verso lo zampillo della cascata, quella che lui aveva usato come scusa per trascinarla laggiù, lontano da tutti, per dichiararle i suoi sentimenti. Acqua come lei, vita opposta alla morte: forse era colpa sua, avrebbe dovuto comprendere sin dall’inizio la loro incompatibilità, che uno di loro era destinato a spegnersi o l’altro a evaporare.
Sulla piana di Minkar stava piovendo: era il suo estremo tentativo di fermare la guerra, di convincerlo a desistere, di irritarlo. Ma il gioco, che non sarebbe potuto durare all’infinito, fino a quel momento non aveva funzionato.
Aveva ascoltato il colloquio tra Elkira e i fratelli, appreso con orrore dell’eclissi e dello scopo dei prasma. Se solo fosse riuscita a donare l’acqua ai Khai, tutto sarebbe cambiato! Ma qualcosa respingeva i suoi poteri, una sorta di barriera su Mardan, forse un sigillo punitivo dovuto alla ribellione di Kushan. Kalemi non aveva saputo spiegarlo e stava impiegando le sue energie per venirne a capo.
Avrebbe voluto raccogliere il coraggio a quattro mani e rivolgersi a Irkalla, ma la sua assenza tra gli Immortali e il divieto ricevuto dal sommo sovrano l’avevano bloccata. Si asciugò gli occhi, indugiando tra i ricordi.
«Il sorriso… è stato il tuo sorriso a farmi innamorare.»
La dea della Pioggia sobbalzò al suono di quella voce indimenticata, troppo concreta per essere frutto di una reminiscenza. Sollevò il viso.
Belker restò sotto le fronde piangenti di un olmo secolare, la mano posata sul tronco.
«Ora non hai che lacrime. Ne percepisco l’essenza nella pioggia.»
«Sei venuto per commiserarmi?»
«Per ringraziarti. Il diluvio che hai scatenato per arrestare il conflitto finirà per mietere più vittime. Moriranno di fame nel fango. Per me non fa differenza.»
«Non dovrebbe importarti se piango o rido, allora. E neppure di me.»
Il dio guerriero si staccò dal suo riparo e avanzò alla luce: gli ornamenti metallici dell’abito nero risplendettero al sole, i capelli rossi si incendiarono di bagliori flammei.
«Ne abbiamo già parlato, Azalee. Tu mi hai rifiutato e io lo capisco.»
«No, Bel. Ti ho chiesto di non provocare la guerra.»
«Io sono la guerra, in essa mi identifico. Aborrirla equivale a respingere me e tu la detesti dal profondo. Non ho bisogno di sapere altro.»
«Il tuo orgoglio ti impedisce di ascoltare. Desidero soltanto te, così come sei. Quando ci siamo incontrati era la pace a regnare, eravamo solo tu ed io, fra noi nessun clamore marziale, nessun conflitto, nessun odio tra i mortali e ci siamo amati comunque, con intensità. Ma ciò non ti è stato sufficiente.»
«Così come sono? Guardami!»
Belker spalancò le braccia, facendo tintinnare le frecce chiuse nella faretra. I segni arcani impressi sulle sue braccia simboleggiavano la supremazia su ogni conflitto, bracciali e decorazioni di cuoio rosso erano la sua divisa, l’arco di traverso sulla sua schiena un monito. Spostò i giri di collane e aprì la casacca di seta, mostrando il petto nudo, dove l’emblema della fenice spiccava in arancio brillante. Più scuro di quanto lei ricordasse.
«Guardami!» ripeté con rabbia «Che cosa vedi!?»
Lei fu investita dall’onda della sua collera, un’aura carica di ferocia mista a una fierezza che odiava piegarsi, soccombere e dormire.
«L’uomo che amo» sussurrò.
Il dio della Battaglia sgranò gli occhi e per un infinitesimo i fregi sulla sua pelle schiarirono, le piume disegnate sul torace divennero quasi trasparenti. Scosse la testa, amaro e disilluso. Le braccia scesero lungo i fianchi.
«Impossibile. Volere me e biasimare la guerra è un ossimoro. Abbiamo smesso di fare l’amore tempo fa, Azalee. Non sono necessarie nuove parole.»
«È per il sangue. Il suo odore impregna la tua essenza divina, occulta ogni tua virtù, tutto ciò che di bello possiedi sparisce nell’esalazione di un dolore prescritto. Non posso stare tra le tue braccia a prezzo dell’infelicità altrui. Rinuncia, Bel! Torna da me! Non ho mai messo di amarti!»
«Come dovrei tornare da te? In ginocchio?! Affranto per quella che è la mia natura, debole e privo di poteri, strisciando ai piedi di tuo fratello per invocare la sua misericordia? Spezzare il mio arco, seppellire i miei strali, non possedere più nulla!?»
«Avresti me per sempre.»
Belker serrò i pugni, fremendo. Resistette alla tentazione di strapparsi di dosso ogni singolo centimetro di stoffa, di portarla via con sé, di farla finita con l’eclissi, i Khai e i sacrifici umani. Ma la ragione per cui aveva intrapreso quel cammino lo richiamò all’ordine. Non si sarebbe arreso per sprofondare nella vergogna, facendola ricadere su colei che gli sarebbe rimasta accanto.
«Non voglio ripetermi» rispose piano «Abbiamo criteri di giudizio opposti, una scala di valori differente. Se così non fosse, mi capiresti.»
«Rinuncio a te!» gridò Azalee.
Una folata di vento scombinò le foglie e fece inchinare i fiori. Il dio della Battaglia la fissò interdetto. Nelle sue iridi bronzee balenò una cruda sofferenza.
«Se giurassi questo, sospenderesti i tuoi propositi? Lasceresti in pace i mortali?» continuò lei con la disperazione nella voce.
Non era vero che lei non lo comprendeva. Belker sorrise rinfrancato. Era vicino, così vicino, pochi mesi, un nonnulla per un essere superiore e poi…
Non poté rispondere. Un’energia immane si concentrò in quel luogo, costringendolo alla ritirata. Sparì all’istante in un viluppo di fuoco.
«Kalemi!»
Elkira ed Eenilal si materializzarono a loro volta nel giardino.
«È fuggito!» constatò irritato il primo.
«Avresti dovuto trattenerlo, sorella» ammonì il secondo.
«Non potete chiederle questo» tranciò il sovrano celeste, sfiorando con gentilezza il viso sfiorito di Azalee «Infliggerle l’angoscia di consegnare colui che ama al mio verdetto. Non voglio che sia costretta a parteggiare. Belker è affar nostro.»
Le dita delicate della dea si posarono sul suo avambraccio.
«Desidero che tu lo prenda, Kalemi» sussurrò «Fallo per me. Fallo per lui.»
Il principe del pantheon la guardò negli occhi. Inalò l’aria e annuì.
Sguainò la spada a doppia lama e la levò al cielo. Iniziò a rotearla in senso antiorario, in piena concentrazione: nei suoi occhi verdi si specchiarono nuvole invisibili, che presero a correre all’indietro sempre più veloci, finché il suo sguardo non assunse l’aspetto del caos primordiale. Il Tempo sgroppò, ma rispose al suo ordine e arretrò in infinitesimi, secondi, minuti. Ogni atto si replicò dal momento scelto dal giovane sovrano a quello che era stato il presente. La linea fu ricostruita alla perfezione, ma Kalemi abbandonò con un gemito la presa sul flusso eterno e abbassò l’arma, asciugandosi la fronte madida per lo sforzo.
«Niente!» esclamò contrariato «Non è stato richiamato! In qualche modo Belker riesce a sottrarsi all’essente. Ho pensato accadesse soltanto nel suo rifugio, ma vedo che non è così.»
«È assurdo!» borbottò Elkira.
«Significa che possiamo scartare gli universi mortali» ragionò Eenilal «Dobbiamo pensare a un luogo dove non esistono né tempo né luce né buio.»
«Mi viene in mente l’aldilà, ma il suo Custode ne sarebbe a conoscenza» disse Kalemi «E non lo avrebbe tollerato.»
«Potremmo comunque provare. Non è escluso che Reshkigal ci fornisca una soluzione che non stiamo considerando» intervenne il dio del Buio.
«Portategli i miei ringraziamenti» approvò il re del pantheon.
 
 
Yozora attese nell’anticamera dell’ala ovest della reggia, affiancata da Mirai. Lo schieramento di guardie a protezione degli appartamenti privati dell’Ojikumaar era più folto rispetto a quello riservato al fratello.
Come se ne avesse bisogno…
Immaginò che Rhenn non avesse problemi a ingaggiare un combattimento, sebbene non ricoprisse nessun ruolo militare. Alcuni schemi non le erano chiari: se Kaniša era stato il guerriero più feroce che i Salki avessero affrontato, perché non era l’erede al trono a ricoprire entrambi i ruoli e il grado di Kharnot era stato invece trasmesso a Mahati? Aveva letto che il sovrano aveva a sua volta un fratello minore, Kujul, che era stato primo reikan e non stratega supremo. Secondo quella logica, il primogenito avrebbe dovuto ereditare ogni potere, compreso il titolo di sommo officiante di Belker. Si arrovellò senza trovare spiegazione.
L’altra questione stimolante riguardava la regina dei Khai. Dalla corrispondenza di sua madre aveva tratto la certezza che Hamari fosse il suo unico nome. Perché il Šarkumaar portava un pendente con scritto Naora, se la poligamia e il concubinaggio non erano ammessi? L’idea più concreta era che Kaniša avesse contratto due matrimoni, ma i libri dedicati alle sue imprese parlavano di una sola, fastosa cerimonia e risultavano avari sulle notizie non riguardanti la gloria marziale del protagonista. Non desiderava apparire indiscreta, così aveva evitato domande in merito, ma la curiosità si era accresciuta in modo esponenziale.
Si vede che non ho altre preoccupazioni…
Lo pensò sentendosi in difetto: a Seera certo non erano altrettanto spensierati.
Aveva scritto a Hyrma con la pena nel cuore e affidato la risposta a Solea, ma le tempistiche di consegna erano rimaste nebulose. I guerrieri Khai avevano altre priorità e la sua lettera sarebbe stata considerata un futile accessorio.
La porta si aprì. Yozora fu ammessa alle stanze riservate, di Rasalaje. Mirai rimase indietro e si inginocchiò, piantando a terra il pugno chiuso. Si rialzò dopo aver ottenuto il permesso, restando sull’attenti in fondo alla camera.
La principessa della corona la accolse con un sorriso accennato, bellissima e regale nella veste color pesca, indugiando sulla soglia della balconata.
«Rimarremo al coperto, fuori il caldo è scoraggiante» mormorò, indicando il divano di damasco candido «Accomodatevi, kalhar
Yozora ringraziò, intimidita dall’ambiente nuovo e dalla pletora di dorei disposte in fila per realizzare ogni desiderio della loro futura sovrana. Si guardò intorno, paragonando le splendide stanze di Mahati a quelle ancora più sfarzose dell’erede al trono, nelle quali predominavano il bianco e l’oro.
Sedette tra i cuscini, ammirando il tavolino apparecchiato con stoviglie preziose e piatti prelibati. Il profumo fruttato dell’akacha alla rosa esalava delicato dalle coppe.
Rasalaje prese posto davanti a lei. Aveva atteso con impazienza l’incontro, spinta da molteplici ragioni, alcune delle quali non erano né un vanto né un’ostentazione di impassibilità khai. Prendere le misure alla giovane straniera avrebbe placato i suoi interrogativi. E non solo.
«Ho sentito che avete superato la prima asheat» asserì al termine dei convenevoli «Siete a vostro agio con Mahati? Suppongo sia diverso dai prìncipi Salki.»
«Lo è in positivo» ammise timida Yozora «La prova ha messo in luce alcuni punti a noi comuni. Ne sono lieta, ma non posso dire di conoscerlo. Spero mi aiuterete voi.»
Rasalaje rifletté. Nonostante la stretta parentela, il Šarkumaar le risultava quasi un estraneo: il suo carattere introverso e le sue prolungate assenze non avevano creato confidenza tra loro. Era probabile che la sua promessa sposa ne sapesse più di lei. Inoltre Rhenn preferiva vederlo in privato, mai nei loro appartamenti. Forse le occasioni di ritrovo sarebbero aumentate per merito della shitai dopo le nozze. Assurdo.
Il secondo aspetto che la sorprese fu la felicità espressa da Yozora per aver trovato un’intesa con il futuro marito: non aveva mai pensato all’asheat in termini costruttivi e la sua esperienza non era stata fruttuosa. Quanto al suo rapporto con l’Ojikumaar, ne ammise a malincuore la scarsa profondità nonostante gli anni trascorsi insieme. Nessuna iwatha. Un confronto sconfortante a ben vedere.
«Sono lieta che Mahati abbia avuto più successo di suo fratello» rispose con una sfumatura amara.
La ragazza avvampò. Era logico che Rasalaje sapesse dell’ustione e fosse irritata.
«Sono mortificata per quanto accaduto! Non ho parole per scusarmi!»
La Khai comprese l’equivoco e sollevò una mano, conciliante.
«Stavo parlando di me, non dell’imbarazzante esibizione di Rhenn. La nostra prima prova non è stata eclatante e non ha contribuito al nostro avvicinamento. Forse all’epoca eravamo troppo giovani per comprenderne lo scopo.»
«Oh…» si stupì Yozora «Siete stati promessi da bambini?»
«Quando ci hanno proposti avevo una settantina d’anni, lui un centinaio.»
La Salki si arrovellò su quelle cifre che per lei erano indice d’anzianità.
«Perdonatemi, non ho ancora compreso come raffrontare l’età biologica dei Khai con la nostra. A quanto corrispondono?»
«Non sapete quanto è vecchio il vostro fidanzato!?» sorrise Rasalaje.
Yozora si coprì la bocca con la mano e fece altrettanto. Non c’era scherno in quelle parole. Si sentì sollevata e la tensione sfumò.
La principessa della corona si fece portare carta e inchiostro per mostrarle il calcolo corretto, avvalorando la sua sensazione di disponibilità al dialogo.
«I duecentocinquant’anni di Rhenn corrispondono ai venticinque salki, mentre i duecento di Mahati sono circa ventidue. Considerate però che i secoli restano secoli in fatto di vita, maturità e assennatezza. La differenza tra coetanei dei nostri popoli, a livello d’esperienza personale, è imparagonabile.»
«Eravate comunque ragazzini secondo i vostri canoni.»
«Fisicamente mio marito aveva “quindici” anni e io “dodici” quando i nostri genitori hanno combinato il matrimonio. Ci siamo sposati pochi decenni dopo» rammentò lei abbassando le ciglia scure «Non siete l’unica ad aver posto l’accento sulla nostra giovane età. Ma è meglio non farlo notare a Rhenn, è un argomento che l’ha fatto già adirare in passato.»
«Mi è difficile pensarlo adolescente e inesperto.»
«Oh, cancellate quell’immagine. Lui non è mai stato così. Quando ci siamo visti per la prima volta, mi sono sentita in soggezione. Mi duole ammetterlo. Considerate che appartengo a un clan di rango, ho ricevuto un’educazione adeguata e mi hanno istruita a dovere sul ruolo che avrei assunto. Ma non mi hanno preparata a Rhenn.»
«Vi ha trattata con scortesia?» si incuriosì Yozora.
Non era difficile figurarsi in erba l’atteggiamento sarcastico, arrogante e gelido che il principe conservava anche da adulto. Allo stesso tempo le vennero in mente altri lati del suo carattere, ai quali era arduo attribuire un epiteto.
Gentile. Protettivo. Con me lo è malgrado la tempra prevaricante e irriguardosa.
«No, è stato irreprensibile. Ma ha solo obbedito al re. Non ha mostrato alcuna partecipazione e se n’è andato appena ha potuto. Non sono riuscita a destare in lui interesse alcuno. I Khai sono asettici, è vero… ma Rhenn è oltre. Io ero curiosa di conoscerlo e di interagire, lui no. Un brutto colpo, considerati gli anni impiegati a imparare a compiacerlo. È stato come scoprirsi acqua destinata all’olio. Mi sono sentita un fallimento, una vergogna per la mia famiglia. »
Yozora ascoltò la confidenza domandandosi se fosse un’abitudine dei demoni parlare con tanta sincerità a una sconosciuta o se Rasalaje le avesse concesso un privilegio. Si sentì comunque onorata.
«Non dite così, altezza! Io vorrei assomigliare a voi! Se poi vogliamo parlare di incontri, ehm… quando ho conosciuto Mahati, è andata decisamente peggio. Il pensiero meno disfattista è stato che mi rispedisse a Seera in un sacco nonostante l’ordine del padre. Acqua e olio al massimo grado!»
Rasalaje rise all’impacciato resoconto e provò un moto di simpatia per la cognata.
«Come biasimarlo» proseguì la Salki allargando le braccia a indicare la propria inadeguatezza «Ardisco pensare che il rapporto stia migliorando, ma il mio metro di giudizio non è collaudato. Il Kharnot è il primo per me. È stato così anche per voi?»
La futura regina incamerò la richiesta senza apparente turbamento. Ma la verità sulla relazione con il marito, priva di legami che non fossero quelli del dovere, tornò a pesarle. Non c’era stata evoluzione, lei e Rhenn si accoppiavano come richiesto e basta. Nessuna crescita, se non quella dell’insofferenza del principe.
Per lui è così, mentre per me…
«Diciamo che, superato il primo impatto, ho riguadagnato l’ottimismo» sospirò Rasalaje «Avrei dovuto ragionare come voi, pensarmi inesperta non incapace. Ma non è il metro caratteristico dei Khai. Ero convinta che la teoria fosse sufficiente, constatare il contrario mi ha scossa. Rhenn è stato l’unico per me, forse con un altro uomo sarebbe stato diverso. Inoltre i pettegolezzi successivi al nostro fidanzamento non mi hanno agevolata.»
«Perché le chiacchiere? Su cosa poi?» si irritò Yozora «Voi siete perfetta! E l’Ojikumaar, per quanto intrattabile, è inappuntabile in riferimento ai vostri precetti.»
La principessa della corona esaminò il termine “intrattabile” calzato sul marito e si disse che la straniera possedeva una notevole abilità interpretativa.
«Siete vissuta a corte, kalhar, Mardan non fa eccezione. Se io ho ignorato le malignità, Rhenn è andato su tutte le furie. Ha rischiato lo scandalo, a soffocarlo è intervenuto sua maestà Kaniša in persona.»
«Addirittura? È umano che si sia adirato, anch’io avrei perso la pazienza.»
«Umano dite? Noi siamo Khai, l’onore guida le nostre azioni. Ha lasciato che l’orgoglio prevalesse, un fallo inammissibile per l’erede al trono.»
Yozora arricchì di nuovi dettagli la propria opinione sul rigore del ruolo del primogenito, caricandola di ulteriori oneri. Rhenn aveva obbedito al re, effettuato delle rinunce - come quella al combattimento, per lui vitale - e gli era stato chiesto di ricusare la fierezza che lo contraddistingueva. Per come lo conosceva, un passo inaccettabile. La stima nei suoi riguardi increbbe.
Rasalaje riprese parola, riportando i fatti che aveva appreso dal diretto interessato.
 
«Siete soddisfatto del fidanzamento, principe Rhenn?»
La figlia maggiore del generale Ouran lo aveva interpellato con sarcasmo, stretta nel sensuale abito blu, le mani puntellate sui fianchi: forte della propria bellezza e del sangue ereditato dal clan più influente dopo quello reale. Anche la sorella minore, meno sfrontata ma altrettanto inquisitoria, gli aveva lanciato un’occhiata beffarda. Entrambe più grandi di qualche decennio, presuntuose e indelicate.
«Eftikye» aveva risposto lui, contenendo l’irritazione.
«Come siete formale! Certo è un’intesa tra famiglie influenti, ma vostro padre deve ritenervi immaturo e poco atto al comando, se ha scelto per voi nostra cugina!»
«Rasalaje è una mocciosa insignificante!» aveva fatto eco la seconda, sporgendosi in avanti provocatoria «Ve la propongono perché è graziosa, non perché ha doti apprezzabili per un Khai. Io mi opporrei a un tale insulto!»
Rhenn aveva serrato i pugni adombrato.
«A meno che…» aveva congetturato la prima, portando alla guancia il dito affusolato «…non vi sia necessaria una bambolina insipida e obbediente. Una che non si lagnerebbe mai del proprio sposo.»
«In caso contrario vi avrebbero dato una di noi!» aveva congetturato la più giovane.
«Siete già promesse, se non erro» aveva ribattuto il principe con un’alzata di spalle «Per me non fa differenza.»
«Davvero? Come siete ingenuo! Gli accordi si possono cambiare, invece le donne Khai sono passionali, pretendono determinate attenzioni dal loro uomo, se capite cosa intendo.»
Rhenn aveva colto la malizia dell’affermazione e si era impedito di esplodere, ma la sua collera latente non aveva scoraggiato la petulante rampolla del generale.
«Coniugandovi con Rasalaje, vi comprometterete. Tutti dubiteranno della vostra mascolinità. Che vergogna per il futuro sovrano!»
«A meno che» aveva ripreso con spietata irriverenza la maggiore «Sua maestà Kaniša non stia cercando di occultare la vostra scarsa virilità con un matrimonio poco… ehm, impegnativo!»
L’Ojikumaar aveva frenato l’impeto di squarciarle la gola con un colpo d’artigli. Aveva raffreddato il sangue e aveva squadrato entrambe con un sogghigno. Poi aveva afferrato per i capelli la più vicina e l’aveva trascinata a forza in uno dei salotti adiacenti, seguito dallo strillare atterrito dell’altra.
«Chiudete la bocca, voi, e osservate con attenzione!» aveva ringhiato feroce «Ho bisogno di testimoni attendibili a quanto pare.»
Aveva gettato la ragazza sul tappeto e le aveva stracciato i vestiti, ignorando il suo vano opporsi, che tuttavia si era trasformato in focosa partecipazione quando Rhenn aveva iniziato a fare sul serio. L’aveva presa senza esitazioni difronte alla sorella, con una sicurezza insospettabile a fronte della sua prima volta.
«E non dimenticate di confermare quanto sono equo!» aveva aggiunto, agguantando la seconda e riservandole lo stesso trattamento «Ce n’è anche per voi, non vorrete rodervi per l’invidia!»
La guardia reale li aveva trovati addormentati tra i cuscini, nudi e sfiniti. Lui tra le due ragazze, che erano passate dal deriderlo al contenderselo. Rhenn le aveva scostate con gelida indifferenza e si era diretto alla sala del trono semisvestito, preparandosi ad affrontare il re.
Il generale Ouran aveva chiesto soddisfazione: i fidanzati delle figlie, reikan di sangue, avrebbero ricusato le nozze se avessero appreso l’accaduto e il disonore sarebbe ricaduto sul suo clan. L’episodio, per via delle promesse già ufficializzate, non era scusabile come un gioco licenzioso. Era un oltraggio.
Kaniša aveva ascoltato con malcelata ira lo sdegnato resoconto e aveva intimato a Rhenn di fornire la sua versione.
«Mi avete insegnato ad accettare le sfide, padre» aveva ribattuto questi.
Non aveva citato l’esigenza di difendere la propria reputazione o il nome della casa reale, non aveva fornito dettagli assolutori e non aveva incolpato le due giovani donne. Lo sguardo cupo del sovrano dei Khai era virato, collocandosi a metà tra l’irritazione per l’impudenza del primogenito e la fierezza di aver generato un figlio privo di paura.
Ouran non aveva digerito l’accusa implicita: aveva minacciato di privare l’esercito del consistente apporto dei suoi guerrieri, se il re non avesse adottato provvedimenti. Avrebbe trascinato il clan reale in uno scandalo che i Khai non avrebbero perdonato. Rhenn sapeva che Kaniša non lo avrebbe consentito: l’unità del regno era tutto. Perciò non si era stupito e non aveva reagito quando il padre si era fatto portare una frusta e l’aveva colpito senza trattenersi. Non aveva emesso un lamento, si era sorretto a una delle colonne di marmo ed era rimasto in piedi. Lo stesso Ouran aveva fermato la mano del re dopo dieci brutali scudisciate.
«Ora premuratevi di indagare su quanto il principe della corona ha avuto il buongusto di omettere» aveva sibilato Kaniša, gettando l’arma sul pavimento sporco di sangue.
Nessuno aveva più parlato dell’episodio, tranne l’Ojikumaar che l’aveva riferito alla moglie come fosse un vanto.
 
Yozora cercò di non dare a vedere il turbamento provocatole dal racconto. Sin da ragazzino, Rhenn aveva cercato di affermare se stesso, confrontandosi con un mondo spietato in cui sarebbe dovuto sempre risultare inattaccabile. Per tutta la vita essere il più forte, il più temibile, il più feroce. Non sbagliare mai. Molti dei suoi atteggiamenti trovarono ragione, se non giustificazione. Si chiese se per Mahati, in quanto Šarkumaar, fosse stato più arduo conquistarsi il rispetto dei Khai. Cosa provasse nell’essere secondo al fratello in ogni aspetto dell’esistenza. Forse Kaniša aveva separato le strade dei figli per evitare che si intralciassero.
Il suo sguardo cadde su un quadro che prima non aveva notato.
«Vi piace?» domandò Rasalaje invitandola ad ammirarlo da vicino «Rhenn lo detesta, ma io l’ho convinto a non scaraventarlo dalla finestra. Gli ho promesso che lo sostituirò con un nostro ritratto appena se ne presenterà l’occasione.»
La principessa salki contemplò il dipinto raffigurante la famiglia reale. Riconobbe nell’uomo attraente e marziale un giovane Kaniša: il suo sguardo era gelido e impersonale, simile a quello che aveva distinto durante il loro unico incontro. Come se posare fosse un fastidioso onere, giunto a sottrargli tempo prezioso alla guerra.
Alla destra del re, una donna bellissima in abito pervinca accennava un sorriso a chi l’aveva ritratta: aveva la carnagione chiara, portamento nobile, lucidi capelli color rame e occhi d’ametista identici a quelli di Rhenn. Essere una Khai non le impediva di apparire serena e di mostrare con orgoglio il bambino che reggeva tra le braccia.
«La regina Hamari» mormorò Rasalaje, cogliendo la sua esplicita ammirazione «Quello invece è mio marito.»
Yozora ebbe un tuffo al cuore: frenò l’impulso di tempestare la principessa di domande inopportune e scelse quella che appariva come la più innocua.
«Perché Mahati non è presente?»
Rasalaje si irrigidì, ma replicò con prontezza.
«Non era ancora nato.»
«Oh. Dovrò imparare ad attribuire correttamente le età prima o poi.»
La Khai abbassò le palpebre imbarazzata e Yozora comprese che era stata una risposta di convenienza. Esisteva un’ombra sul clan reale, messa forse a tacere come tutti gli episodi sconvenienti che lo riguardavano.
   
 
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