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Autore: marani    24/11/2021    0 recensioni
Questa è una storia 'tosta'. Quelle che ho pubblicato precedentemente sono schizzi, appunti, embrioni di trama in confronto. Ed è una storia tipicamente mia. Gli elementi ci sono tutti: dei legami, una perdita, la ricerca della serenità, le 'catene' del dolore, il passato. E naturalmente, immancabile, il 'tocco di magia'. Sarà un lungo viaggio, per chi deciderà di incamminarcisi, ma credo che alla fine vorrete bene anche voi ai personaggi della storia. Solo due precisazioni tecniche: la numerazione dei capitoli del sito non coincide con quelli della storia. Ma non è un problema. E 'Faliva', nel mio dialetto, curiosamente connota sia i fiocchi di neve che le scintille che si liberano dalla legna del camino. Curiosamente? Uhm, forse no. Forse sono solo due lati dello stesso aspetto. Della vita. Buon viaggio.
Genere: Romantico, Sovrannaturale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Teresa finì di risciacquare la grande insalatiera, che aveva tenuto per ultima nel secchiaio per via delle dimensioni, osservando la distesa di stoviglie e pentole posizionate a testa in giù su vari canovacci, a ricoprire l’intera superficie del pur vasto tavolo della cucina. Il pranzo era terminato da poco e, come annunciato, era stato semplice nella composizione seppur molto gradito dai suoi ospiti. Come primo aveva optato per un ottimo risotto con i funghi raccolti da Efrem, in sostituzione della pastasciutta ventilata a Gianni in mattinata, e come secondo si era limitata a riversare sulla tavola un sacco di cose buone e spicce, da una deliziosa sopressa che mandava un profumo da acquolina in bocca istantanea a vari formaggetti, a tutta una parata di sottoli e sottaceti, peperoni, pomodorini,carciofi e mille altri ancora, che Ina produceva in gran quantità. Il tutto supportato da ceste di pan biscotto.
Oh, una specie di picnic indoor, aveva sbottato il solito Ostiglia appena giunto attorno alla tavola imbandita, però ad occhio il suo stomaco non era sembrato deluso dalla faccenda. Buona parte del pranzo era sta to monopolizzato dagli entusiastici racconti della piccola Emma che, tra anatroccoli da accarezzare (oh, sai mamma, che il papà stava quasi per lasciarmene portare a casa uno!, aveva precisato, mentre da dietro le sue piccole spalle un premuroso Renato si affrettava a tranquilizzare l’allarmata consorte, facendo segnacci che significavano grosso modo: tua figlia parla con lingua biforcuta...), mucche che hanno dei buchi del naso ENORMI e un maiale grosso grosso che sapeva una puzza terribile, lasciavano poco spazio ad altri argomenti. Ogni tanto un euforico Amedeo sparava qualche baggianata, un paio delle quali a onor del vero abbastanza carine, e poi lui e Vanessa ridacchiavano complici
(allora c’è qualcosa, sotto, pensavano divertite le quattro donne osservandoli)
come se fossero a conoscenza di qualche segreto tutto loro. a metà pranzo Guido fece il solito giro a tradimento con la telecamera, tra le inascoltate proteste di Cristina ed una dichiarazione semiseria di Gianni, che minacciò di adire le vie legali denunciandoli per manifesto attentato alla linea e alla salvaguardia del fegato. Tutto questo lo farfugliò con la bocca piena di soppressa e pan biscotto, che sputacchiava fuori in una nuvola di briciole, scatenando l’ilarità dei presenti e la schifata reazione di Lucia che si era involontariamente trovata sulla traiettoria degli sputacchi. Corrado Fornaser piluccava tranquillo dal proprio piatto, decisamente taciturno, ma a Teresa, che lo teneva sott’occhio a tratti, il comportamento del padre non sembrava particolarmente anomalo (naturalmente dentro la testa della donna era in corso una furibonda  battaglia per schiacciar giù tutta una sgradita parata di preoccupanti pensieri, nel corrispettivo mentale di un bambino crudele che stermini sotto i piedi una brulicante colonia di formiche) e il pranzo scivolò via nella consueta cordialità.
- Metti via adesso tutta questa roba ? - chiese Cristina affacciandosi sulla soglia della cucina, indicando la distesa di stoviglie messe ad asciugare. Le amiche  naturalmente si erano fatte in quattro per darle una mano a riassettare, mentre gli uomini sorseggiavano un buon caffè e un bicchierino di grappa nella sala. Teresa fece segno di no con la testa:
- Più tardi, c’è tempo - rispose - Guido e Diamante sono andati ? -
- Sì, hanno appena preso su le chiavi della macchina di Renato... han detto che ci vedremo verso fine pomeriggio, e che non faranno tardi... -
La padrona di casa si stiracchiò, strofinandosi la faccia accaldata:
- Non so dove abbiamo trovato la voglia di muoversi subito dopo quella mangiata... - commentò - ...e quella bevuta... ogni volta mi riprometto di darmi una calmata, ma poi quel diavolo di Renato è sempre lì pronto a riempirti il bicchiere, e con pane e sopressa mica puoi bere acqua del rubinetto... -
Non me ne parlare - ribattè l’altra divertita, soffocando un mezzo sbadiglio - Lucia ha già dato forfait, è salita dicendo che se non la vediamo per le sei di avvertire la polizia... - ridacchiò - ...io direi  che prima di essere così drastici sarà il caso di provare a farla rinvenire noi... E io credo che la seguirò a ruota, anche se non era mia intenzione incartarmi nel letto, poi lo so che mi alzo come un relitto umano, ma proprio non ce la faccio... han fatto bene gli altri a muoversi subito, così almeno si
svegliano fuori... - si appoggiò pigramente allo stipite - tu che intenzioni hai ? -
Teresa si asciugò le mani umide:
- Ah bè, un saltino su lo faccio anch’io. Do un’occhio alla posta, e poi magari leggo un pò - fece una smorfia buffa - lo so, sono conscia che ciò comporterà che dopo mezza pagina starò ronfando a bocca spalancata... che vuoi farci, spero solo di non disturbarvi russando troppo forte... - la sua amica rise di gusto - i ragazzi ? -
Cristina fece un gesto con la testa ad indicare verso l’esterno della casa:
- Beh, Emma... indovina... -
- No... ancora là sotto ?! -
- E dove se no ? -
Teresa sbirciò fuori dalla piccola finestra sopra l’ampio secchiaio:
- Gli piace proprio, quel posto - commentò - il tempo com’è ? -
- Imbronciato, ma non sta piovendo... e non fa neanche tanto freddo. Un inverno così, insulsetto... -
- Già, ed Emma appena arrivati ha voluto che le giurassi che avevo carote in casa... sai, come naso per un pupazzo di neve... - mimò il gesto ruotando le dita all’altezza del viso.
- Sì, di fango, se va bene - ribattè la sua interlocutrice scuotendo la testa - che ci sia da fidarsi, a lasciarla là fuori ? -
L’altra le fece segno di non preoccuparsi:
- Ina è una specie di efficientissimo cane da guardia, e dalla finestra della sua cucina non le sfugge nulla - spiegò - ed Efrem non sta fermo un attimo, è sempre avanti e indietro tra stalla e cortile... penso che possiamo stare tranquille... -
- Bene - concluse Cristina rassicurata - per cui l’unica preoccupazione restano i due piccioncini... si sono imboscati da qualche parte, e anche se anagraficamente si possono considerare ancora dei ragazzini... beh, sai com’è... cuore di mamma... speriamo bene, anche se il piccolo Anelli è decisamente un buon partito, a sentire il resoconto economico della madre... Non riesco più a tenere gli occhi aperti, striscio fin su in camera... a più tardi... -
Teresa salutò l’amica, ultimando alcune piccole incombenze nella cucina. Dopodichè passò in sala. Renato e Gianni stavano discutendo animatamente di qualcosa, probabilmente profonde divergenze sull’operato del governo, e di suo padre scorgeva la sommità della testa da dietro una poltrona in saletta tv. Lo raggiunse, posandogli una mano sulla spalla:
- Papà, vado un pò su in camera - gli disse - tu resti qui ? -
L’uomo sollevò la copia della Settimana Enigmistica che aveva posata sulle ginocchia:
- Finisco un pò qui - rispose - ma è facile che vada anch’io a fare un pisolino... ci vediamo dopo, allora... -
Teresa si chinò a baciargli i capelli pepe e sale, aspirando di proposito l’odore dell’uomo, che le diede una stretta al cuore di nostalgia e commozione, poi si tirò su:
- Okay
(se accendi la tv tieni basso, le venne l’impulso di raccomandargli, ma lasciò perdere)
buon pomeriggio, intanto... -
Ritransitò accanto ai due uomini a capotavola, facendo segno a Gianni, che stava sbraitando sul fatto che le sinistre non erano in grado di garantire stabilità al Paese, di moderare il volume. L’altro non le rispose, però perlomeno seguì il suggerimento. La donna salì di sopra, chiudendosi la porta della camera alle spalle. Si avvicinò al pc che troneggiava sulla scrivania, premendo il tasto di accensione, e mentre il computer svolgeva le rituali ticchettanti operazioni di avvio ne approfittò per infilarsi una comoda tuta da ginnastica. Verificò se c’era qualche nuova e-mail, trovando solo una cartolina elettronica speditale da un fornitore (un buffo babbo natale saltellante ripeteva con voce un pò metallica Merr-rry Krrrist-maz, Merrr-rry Krrristmaz) e la solita inutile comunicazione pubblicitaria del server a cui era collegata. Vabbuò, nessuna
nuova buona nuova
, si disse spegnendo il monitor. Si sdraiò sul letto stiracchiandosi pigra, prima di afferrare il giallo dal comodino. La sveglia accanto all’abat-jour la informò che erano le due e quattordici. Ponderò un attimo se era il caso di puntarla a qualche ora, ma lasciò perdere, confidando che gli strepiti di Gianni, sopratutto se ri-affamato, o le risate di Emma e dei ragazzi prima o poi l’avrebbero svegliata. Nell’eventualità (ah ah, che bella stupidaggine) che si fosse appisolata. Sfilò via la lunga giraffa segnalibro, afferrandola per le minuscole cornine per appoggiarla accanto a sè, nella parte libera del letto (dalla parte di Carlo, no ? O hai problemi a dirlo ? Fuori dalla mia testa !). Si immerse nelle peripezie di Hercule Poirot che cercava di scovare l’assassino di una tipa appassionata di oggetti antichi e preziosi, tentando così di chiudere fuori dalla porta malinconie e depressioni.
Riaprì le palpebre, che le erano calate sugli occhi come un pesante sipario teatrale, restando per alcuni secondi inebetita, con la tipica sensazione di chi non ha la minima idea di quanto è rimasto nel mondo dei sogni. Beh, poco male, per quello bastava ruotare la testa e chiederlo all’efficiente sveglia. La osservò, sbattendo più volte gli occhi, per dissipare la sonnolenza, vischiosa come nebbia, che le attanagliava la mente. E soprattutto, una volta inquadrata la posizione delle lancette dorate,
per dare una mano al cervello ad ACCETTARE il responso che queste le stavano rimandando.
Era pazzesco, di più, era assolutamente impossibile (ma molto ma molto reale, sempre che la vista non le stesse tirando un bello scherzetto) ma quella cianfrusaglia ticchettante, acquistata per poche sterline in una bancarella di Portobello Road, sosteneva sfrontata che fossero le otto e venti. Balzò su a sedere, come se una molla dentro di lei si fosse improvvisamente rilasciata, annaspando per cercare di trovare un nesso a quella bizzarrìa temporale. Che diavolo significa che sono le otto e venti ? Le otto e venti Di CHE ?! Dalle finestre la luce che filtrava, appena un po’ più grigiastra di quando era salita in camera, dimostrava in maniera inequivocabile che era ancora pieno giorno. Per cui era decisamente escluso, a parte ogni tipo di assurdità irrazionale, che fossero le venti e venti. E d’altro canto, per lo stesso motivo (anzi, sarebbe stato ancora più inaccettabile ipotizzare che avesse dormito sino al giorno seguente, senza che nessuno dei suoi ospiti si fosse premurato di salire a vedere se era viva o morta) era estremamente improbabile che fossero le otto del mattino. O no ? Per cui… per cui afferrò quell’insensato strumento di misurazione del tempo, scrutandolo come fosse un incomprensibile manufatto alieno, e scuotendolo con delicatezza. La sveglia ticchettava caparbia e imperscrutabile, insistendo ad aver ragione. Si alzò in piedi, socchiudendo la porta per sporgere la testa nel corridoio, in ascolto. La casa era immersa nel silenzio, ma quello non era affatto un dato  rilevante, visto che buona parte degli ospiti era già mezza in coma ancora prima di aver preso il caffè.
Scese alcuni gradini della scala: la tavola era desolatamente deserta, dei novelli Camillo e Don Peppone, che aveva lasciato a capotavola a sorseggiare grappa bianca e a inscenare roventi comizi politici, rimanevano solo due bicchierini vuoti. Scese nella sala, prendendo atto che anche suo padre doveva essersi diretto verso lidi più confortevoli, abbandonando la Settimana Enigmistica sulla poltrona di fronte al la tv. Dunque, cercò di riflettere, i miei ospiti hanno ceduto alle tentazioni di materassi morbidi e caldi plaid, ma questo non spiega affatto il fatto che la mia sveglia segnava… Si bloccò, senza osare voltare la testa in direzione della pendola sulla parete, per l’assurdo timore che il quadrante le confermasse l’anomala incongruenza cronologica. Facendosi forza, e ripetendosi nel contempo di essere meno assurda, si costrinse a darci un’occhiata: l’orologio a muro NON diceva affatto che erano ormai le venti (o le otto) e trenta, ma la cosa non la riconciliò affatto con i suoi confusi pensieri. Le lancette della pendola infatti stavolta sostenevano che erano le due meno un quarto. Già più accettabile, ad essere onesti, visto che fuori era chiaro e c’è solo una possibilità, nell’arco delle ventiquattr’ore, che ciò coincida con le due o giù di lì. Per cui era pomeriggio, fuori da ogni dubbio, solo che a quanto pareva circa mezz’ora PRIMA di quando si era coricata. Dopo un rapido controllo alla cucina, deserta come una scuola la domenica mattina, afferrò il giubbotto dall’attaccapanni in entrata, sbucando nel cortile. Sotto il ciliegio sul limite del campo, della piccola Emma nemmeno l’ombra (e questo particolare le infilzò una pungente spina d’ansia in gola, come
un acuminato amo nelle fauci di un malcapitato pesce). Attraversò l’aia, bussando con discrezione alla porta della cucina di casa Iotti. Attese pazientemente, ma  dall’interno nessuno la invitò ad entrare, così si decise a farlo da sola. La cucina, la sala e le altre stanze del piano terra erano desolatamente vuote
(bah, questa è proprio bella)
e una disagevole sensazione la sollecitò a farsi sentire:
- Ina ! - chiamò, pur conscia di disturbare il riposo di suo padre e, probabilmente, degli altri - Efrem !!! -
 Le pareti e i mobili della casa la osservarono in silenzio, senza che nulla o nessuno replicasse al suoaccorato appello. Sentendosi alquanto importuna (e anche leggermente inquietata) salì con circospezione le scale che portavano al piano superiore, affacciandosi alle stanze dei ra gazzi (niente ragazzi qui, né la piccola Emma né tantomeno - grazie a Dio - amedeo e Vanessa allacciati in un rovente bocca a bocca), a quella di suo padre (idem con patate, e la cosa non aiutò certo il battito del suo
cuore che sembrava essersi posizionato appena sotto il mento) ed infine, dopo aver bussato a lungo, nella camera da letto dei padroni di casa. Di tutti loro, nessuna traccia. Tornò da basso, uscendo nuovamente nel cortile. Accanto alla parete esterna di casa sua erano parcheggiate le auto di suo padre e di Gianni, quindi era escluso che fossero partiti tutti per un’estemporanea gita fuori porta. Si strinse nel pesante giubbotto, rendendosi conto all’improvviso che il freddo si era fatto pungente, come se
la temperatura fosse precipitata di colpo. Un po’ più consona al calendario, d’altra parte. Fece ritorno in casa, prendendo la sofferta decisione di andare a disturbare Lucia o Cristina, che sapeva per certo essere beate nei loro letti, per farsi dare man forte nel risolvere quella inesplicabile sparizione.
Considerato che il sagace Poirot non è al momento disponibile, celiò cercando di infondersi un po’ di sano ottimismo. Sfilò accanto al mobile su cui era posizionato lo stereo, sfiorandolo col palmo della mano, avendo notato con disappunto che lo ricopriva qualche inde siderato granello di polvere. Più si spolvera, più se ne formano, si disse, riflettendo su uno dei più grandi misteri irrisolti dell’umanità, almeno di quella parte che si occupava delle pulizie di casa. Arrivò davanti alla porta della
camera di Renato e Lucia, realizzando solo in quel momento che l’uomo poteva aver raggiunto la moglie dopo l’animata chiacchierata con Gianni e temporeggiò nel decidere se era il caso di disturbarli. Optò per il sì, pur conscia del ri schio di passare per paranoica, bussando con delicatezza e augurandosi nel contempo che i due non si fossero fatti prendere dalla romanticità del luogo (detto in soldoni, di non beccarli im pegnati in una sana attività fisica). Dall’interno, in quella che sembrava essere diventata una poco affascinante consuetudine, nessuno rispose. Che faccio ? Apro non apro apro non apro… aprì, inscenando un rumoroso e diplomatico accesso di tosse, sentendosi un po’ idiota nell’istante in cui realizzava che il letto matrimoniale non ospitava un bel niente (nemmeno, ringraziò il cielo, un rovente numero tratto dal kamasutra degli psicologi)
(dove diavolo sono finiti tutti ? Cos’è, uno scherzo di carnevale con largo anticipo ?!)
Lasciando da parte ogni scrupolo, sfrecciò nel corridoio piombando nella camera da letto di Cristina e Gianni con la stessa delicatezza di un’irruzione della polizia. il fatto di trovare il letto della coppia vuoto e ordinato, neanche fosse in esposizione nella vetrina di un negozio d’arredamento, non la sconvolse più di quanto lo fosse già. Avanzò nella stanza deserta, con la gola stretta da qualcosa che assomigliava molto ad una mano ghiacciata, sedendosi sconsolata sul bordo del letto. Ora la cosa
sembrava diventare decisamente preoccupante, dove dia vo lo si erano andati a nascondere tutti ? E soprattutto, perché ?
L’agitazione che fino a quell’istante l’aveva sorretta l’abbandonò di colpo, lasciandole un senso di spossatezza che le fece venir voglia di abbandonarsi sul copriletto. All’improvviso si rese conto che il suo respiro ansimante si stava trasformando in candide nuvolette di fiato. Si tirò su il colletto del pesante giubbotto: e adesso cosa stava succedendo ? La temperatura nella stanza stava rapidamente precipitando, come se il riscaldamento si fosse spento all’improvviso (e una perturbazione di origine
siberiana fosse capitata alla chetichella sopra la regione). Sconcertata, si avvicinò ad uno dei caloriferi sotto le finestre, verificando con sgomento che emanava calore. anzi, scottava addirittura, solo che se lei si allontanava di un passo, perdeva tutto il suo riscaldante potere. Avvertì le lacrime, avanguardia di una crisi isterica che riteneva vestigia di un orrendo passato finito da tempo, cercare di avere la meglio sul la sua fragile forza di volontà. Un leggero capogiro la fece barcollare, costringendola
ad appoggiarsi al telaio della finestra. Si raddrizzò, osservandosi la punta delle dita velate di polvere
(polvere ?! Da dove spunta tutta questa polvere ?)
Girò lo sguardo per la stanza, notando lo stesso sottile strato grigiastro ricoprire la superficie di comodini e mobili. E, quel che era peggio, anche le valigie e il borsone dei suoi due amici
(oh porca merda)
come se fossero state abbandonate lì da tempo immemorabile. Nell’angolo tra lo spigolo dell’armadio e la parete, un pesante festone di ragnatele, di cui lei era  estremamente sicura che non ci fosse traccia, quando aveva pulito a fondo la stanza col prezioso aiuto di Ina, si dipanava come una macabra decorazione di capodanno.
- Mio Dio, cosa diavolo sta succedendo ? - mormorò con labbra gelate e insensibili, e la voglia irresistibile di urlare a squarciagola quella domanda. Gettò un’occhiata fuori dalla finestra: sul ceppo posizionato ai piedi del ciliegio era seduta una figura, minuta (ma non così minuta da essere una bambina di quasi-sei-anni, le fece notare un pensiero lucido e angosciante) e vestita completamente di nero (e di regola la piccola Emma non sfoggiava un abbigliamento così poco vivace, precisò ancora il petulante pensiero di poco prima, o perlomeno un suo fratello gemello), di spalle, intenta a fissare il brullo orizzonte di campi arati. Prima che potesse guardare meglio, prima ancora di riuscire a formulare una spiegazione, sentì che le sue gambe tremanti si ribellavano all’ordine cerebrale di non muoversi, prendendo a dirigersi verso le scale che portavano al piano terra e, di conseguenza, all’esterno della casa.
  
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