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Autore: Evali    25/11/2021    0 recensioni
Un villaggio isolato, un popolo spezzato in due in seguito ad una terribile calamità, due divinità da servire, adorare e rispettare in egual modo: Dio e il Diavolo.
"- Io amo gli uomini.
- E perché mai io sono andato nella foresta e nel deserto? - replica il santo. – Non fu forse perché amavo troppo gli uomini? Adesso io amo Iddio: gli uomini io non li amo. L’uomo è per me una cosa troppo imperfetta.
- È mai possibile! Questo santo vegliardo non ha ancora sentito dire nella sua foresta che Dio è morto!"
Genere: Fantasy, Sovrannaturale, Storico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash, FemSlash
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti
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GLI OTTO VIZI CAPITALI (parte 2)
 
- “ ‘I bambini nella foresta’
Madre: Ti è mai capitato, tutt'a un tratto, di non avere la più pallida idea di come si articola la parola «Moglie» o «Madre»? Perché se provi a scriverla non riesci a ricordare di aver mai visto quelle lettere una dietro l'altra? Per tutta la vita si vive così vicino alla verità che essa diventa come un'ombra permanente e indistinta nella coda dell'occhio, e quando qualcosa ne fa risaltare i contorni è come essere assaliti a tradimento da un essere grottesco..” – lesse il ragazzo, alzandosi in piedi mentre reggeva il libro, riflettendo su quelle parole.
Hinedia lo guardava assorta, come sempre, ragionando anche lei su ciò che sentiva.
La scorsa volta che si erano incontrati, quando Blake aveva iniziato a leggerle quel libro di fiabe che lei aveva comprato, alla locanda sopra la galleria, prima di salutarsi la ragazza gli aveva chiesto quando si sarebbero potuti ricontrare e dove, per continuare la lettura.
Blake le aveva risposto che sarebbe andato bene anche incontrarsi a casa sua, e che non avrebbe recato fastidio.
Hinedia pensò che la imbarazzasse oltremodo entrare nella casa di servi del Diavolo, e, per di più, dover spiegare ai genitori del ragazzo lo strano motivo per cui si trovasse lì.
Eppure Blake l’aveva rassicurata, dicendo che se fosse venuta di prima mattina, sarebbe stato probabile che non avrebbe trovato quasi nessuno in casa, a parte lui, suo fratello, e forse Quaglia, che non avrebbe costituito un problema, in ogni caso.
Quella mattina, fortunatamente, Heloisa aveva deciso di alzarsi all’alba e di unirsi insiema a suo marito alla veglia per Bonnie, la quale stava ormai durando da più di tre giorni.
Quaglia stava ancora dormendo come un ghiro, così come Ioan; mentre padre Craig si era recato presto alla cattedrale del Creatore a pregare, come di consuetudine.
Nell’altrio della casa, impegnati in quella lettura, vi erano solo loro due.
Era da quando gli aveva bussato alla porta quella mattina, e lui le aveva aperto, permettendole di entrare, che Hinedia non si sentiva del tutto a suo agio in quella casa, con il crocefisso al contrario che pendeva alle sue spalle. Tuttavia, la ragazza sapeva che la colpa del suo disagio era dovuta solamente alla bigotteria e alla ristrettezza di atteggiamento che veniva imposto agli abitanti di Bliaint di entrambi i credi, nei confronti dei fedeli del culto opposto. Non vi era nulla nel comportamento di Blake o nell’ambiente circostante che la mettesse davvero a disagio, anzi, il tutto la faceva sentire stranamente bene, felice quasi.
Felice come non lo era mai stata.
Felice di starsi finalmente acculturando un po’, scoprendo cose nuove, facendo qualcosa di diverso, che non avesse a che fare direttamente con l’adorazione del Signore.
Felice, soprattutto, di starlo facendo con lui, realizzò, abbassando lo sguardo, avvertendo di nuovo quel fastidioso senso di colpa attanagliarle lo stomaco, ricacciandolo subito via.
La ragazza lo guardò di nuovo, mentre era impegnato a scrivere, concentrato, rendendosi conto che egli avesse continuato a leggere e che lei si fosse persa nei suoi pensieri nel frattempo.
- Che cosa state scrivendo? – gli domandò sorseggiando il suo infuso caldo.
- Mi sto annotando le parti più interessanti della narrazione – le rispose scrivendo svelto.
- Potreste rileggere l’ultima parte, per favore? Me la sono persa – gli rivelò timidamente, sorridendo colpevole.
A ciò, Blake alzò lo sguardo su di lei. – Dove siete rimasta?
- Al “è come essere assaliti da un essere grottesco” se non ricordo male.
Blake tornò al punto che lei gli aveva indicato e riprese:
- “Madre: Ascolta, marito mio, domattina all'alba prendi i bambini, dai un pezzo di pane a ciascuno e portali fuori nel bosco, proprio nel mezzo dove è più folto, poi accendi un fuoco e vai, lasciali lì, chè da mangiare non ce n'è più.
Padre: No, moglie mia, non ho cuore di dare i miei figli in pasto alle bestie feroci, nel bosco li divorerebbero subito.
Madre: Se non lo fai moriremo di fame tutti insieme. Non ti darò tregua finchè non mi dirai di sì – Blake si fermò per un attimo. – Credo che da qui in poi la madre si stia riferendo a sua madre – disse, per poi riprendere la narrazione. - Madre: Ricordo quando sedevi accanto a me, e quando giravo la testa vedevo la luce dalla finestra, proprio come qui dove mi trovo adesso, ma là non c’era il mio ginepro odiato.
Questa mattina, all’alba, abbiamo preso i bambini, abbiamo dato un pezzo di pane a ciascuno di loro e portati nel bosco, proprio nel mezzo, dove è più folto. Abbiamo acceso un fuoco e li abbiamo lasciati lì, soli. Sapevi che si può detestare un albero? Una volta, in un altro tempo, con le mani ti ho circondato la testa per salutarti, la sua forma mi è rimasta come un marchio sui palmi, anche le mani hanno memoria. Queste mani hanno esplorato ogni punto del corpo dei miei figli. Vedo i loro occhi accanto alla finestra e non posso dimenticarli, il loro sguardo mi imprime una parola che prima non conoscevo: colpa. Il nostro segreto, mio e di lui, lo avvolgeremo ben stretto in una foglia e lo mangeremo guardandoci fissi negli occhi.”
Hinedia percepì nuovamente le lacrime pungerle gli occhi, ma cercò di trattenersi, per non rovinare la lettura di Blake. Il ragazzo prese a scrivere di nuovo, ad annotarsi qualcosa.
Nonostante Hinedia non potesse comprendere cosa scrivesse, trovò ipnotico osservare i movimenti delle sue mani esperte che scrivevano a velocità incredibile su quel foglio, con quella calligrafia bella, pulita e spigolosa.
- Sembra che la madre si sia pentita di aver abbandonato i figli nel bosco. Allora, perchè l’ha fatto? - domandò la ragazza.
- All’inizio lei dice che non ricorda come si articolino le parole “moglie” o “madre”. Ho la sensazione abbia perso se stessa. Non sa più chi è e chi vuole essere.
- Per questo sta parlando in tal modo a sua madre, forse. Sta iniziando ad odiare tutto ciò che l’ha resa madre.
- Forse il suo desiderio di abbandonare i figli non era dato soltanto dalla fame che stavano soffrendo, ma era qualcosa che lei avrebbe voluto fare dal profondo del suo cuore, per disfarsi di loro.
- Ma è terribile .. – commentò Hinedia.
A ciò, Blake alzò nuovamente gli occhi su di lei, risedendosi sulla sedia e poggiando la schiena allo schienale.
- Perchè dite così? – le domandò, come se la ragazza avesse detto qualcosa di strano.
A tale domanda, Hinedia si ritrovò spiazzata. Fissò con sorpresa i suoi occhi impenetrabili e stanchi, notando ancor di più le occhiaie scure che imperavano sul viso del ragazzo. Non che non le avesse notate anche prima; in quanto, quando egli le aveva aperto la porta, lei aveva immediatamente puntato gli occhi sul suo volto ancora quasi più addormentato che sveglio, con le palpebre semichiuse, il sorriso stanco e la sonnolenza che permeava i suoi meravigliosi lineamenti. Aveva l’aspetto di qualcuno che aveva passato l’intera notte in bianco.
- Beh ... perchè, da come siamo sempre stati cresciuti, per lo meno qui a Bliaint, è naturale e necessario che i genitori amino i propri figli, più di se stessi. E che vogliano tenerli vicini, proteggerli, guidarli – rispose con scontatezza.
- “Necessario” – ripetè quella parola il ragazzo, riflettendo tra sè. – Questo è quello che i vostri genitori hanno sempre fatto con voi, suppongo.
Hinedia rimase sconvolta ancora una volta. Che genere di rapporto vi era tra Blake e i suoi, di genitori, per farlo ragionare in tal modo? – I vostri genitori non lo fanno..? – azzardò a domandargli, vedendolo voltare lo sguardo altrove distrattamente, riflettendo assorto.
- Forse la penso in modo differente da voi perchè la mia visione delle cose si è allargata, dopo aver visitato un villaggio chiamato Morag, lontano da qui. Tuttavia, credo di averla sempre pensata in questo modo, anche prima del mio viaggio – realizzò il ragazzo. – Insomma, mettere al mondo un figlio non comprende necessariamente amarlo. Solo perchè è sangue del proprio sangue. Per quale motivo si dovrebbe amare qualcuno per una questione di sangue, o di appartenenza?
- Ma gli scritti sacri ci insegnano che dobbiamo ...
- “Dobbiamo”, avete detto bene. “Dobbiamo amare i nostri genitori” e “I genitori devono amare i propri figli”.
Blake stava mettendo in discussione tutto tramite quel discorso, e Hinedia se ne stava spaventosamente accorgendo. Erano discorsi pericolosi, più pericolosi di quanto trovarsi nella casa di un servo del Diavolo e passare del tempo con lui di nascosto già non lo fosse per lei, si rese conto.
Tuttavia, ammise amaramente a se stessa che, per quanto quelle rivelazioni pregne di un glaciale cinismo la spaventassero, il discorso del ragazzo non faceva una piega, dovette riconoscere.
Filava liscio come l’olio, e questa, era la consapevolezza più terrificante.
- Cosa accadrebbe se i nostri genitori non ci amassero? O se noi non amassimo loro? Cosa accadrebbe se ci comportassimo come vorremmo in realtà comportarci, senza seguire le regole stabilite, le regole che una presunta “natura” ci impone?
Hinedia delutì a vuoto in risposta.
Voleva rispondergli, lo voleva davvero.
Ma si trovava atterrita in quel momento, priva di certezze, in quanto il ragazzo dinnanzi a lei gliele aveva tolte con la stessa facilità con la quale avrebbe bevuto un bicchier d’acqua.
- Dovremmo amare perchè lo vogliamo, state dicendo. Giusto..? – riuscì a trovare il coraggio di rispondergli.
Egli annuì.
- E se non amassimo chi ci appartiene perchè ci appartiene.. non vi sarebbe nulla di male – continuò lei, cercando di nuovo conferme da lui, che arrivarono ancora.
- Trovo triste e degradante amare qualcuno perchè è mio. Perchè vorrebbe dire che, se non fosse mio, non lo amerei. Ma questo è l’intero senso che racchiude l’amore genitoriale. Dunque, trovo degrandante l’amore genitoriale, non posso dire altrimenti.
Hinedia impietrì di nuovo, ma non si lasciò intimorire come poco prima.
Voleva sapere di più, voleva conoscere tutto di lui, di ciò che pensava, che credeva, che gli passava per la testa in quel momento e in altri.
Perchè quel modo di pensare tanto cinico la terrorizzava e al contempo le piaceva, attirandola?
- State bene..? – gli domandò ad un tratto, riattirando la sua attenzione su di lei con quell’improvvisa domanda.
- Perchè me lo chiedete?
- Perchè vi vedo molto stanco. Non avete dormito questa notte?
La domanda di Hinedia venne lasciata senza risposta, in quanto i due vennero improvvisamente interrotti dall’ingresso di Ioan nell’atrio.
Uno Ioan ancora mezzo addormentato e in camicia da notte, che si stropicciava gli occhi sbadigliando.
- Even..? – lo richiamò il fanciullino in un sussurro, non rendendosi inizialmente conto che vi fosse un’altra persona nella stanza. – Facciamo colazione..?
- Buongiorno, gnometto. Ora la preparo anche per te.
Hinedia lo riconobbe immediatamente dal giorno prima, avendolo visto alla prima lezione per lo spettacolo annuale con gli altri bambini.
Anche Ioan, ora avvicinatosi al tavolo, sembrò accorgersi di lei e riconoscerla. – Ma ... ma voi siete la serva del Creatore che ieri mattina era con noi alla lezione di Judith! – esclamò sorpreso, poi sorridendole con una tale dolcezza che le scaldò il cuore.
- Sì, sono io. Buongiorno anche a voi, Ioan – rispose lei ricambiando il sorriso.
- E siete anche la ragazza che c’era quella notte, quando Blake è ritornato al villaggio! – esclamò il ragazzino prendendo posto nella sedia lasciata vuota da Blake, il quale si era alzato per preparargli due uova e un po’ di latte, lì accanto.
Hinedia rimase sorpresa che si ricordasse anche di quell’episodio. – Sì, sono proprio io.
- Christopher, non iniziare a riempirla di domande – si raccomandò il ragazzo, muovendosi esporto nella cucina.
- Oh, no, per me va bene, non mi dà alcun fastidio – lo rassicurò lei, sorridendo ancora al ragazzino.
- Vi chiamate Hinedia, giusto?
- Sì, esatto?
- Even, lo sai che Hinedia sarà la nostra insegnante nello spettacolo annuale di noi bambini servi del Diavolo insieme a Judith? Ce lo ha detto Judith ieri – lo informò innocentemente felice il fanciullino, facendo ricoprire di rossore il viso della succitata per l’imbarazzo.
A ciò, sorpreso, Blake distolse per un attimo gli occhi dalle uova che cuocevano, per voltare di poco il volto verso di loro. – Davvero?
- Sì... beh... è stata una scelta che ho preso su due piedi, all’improvviso, dato che la vostra compagna, Judith, mi ha chiesto di darle una mano con lo spettacolo. Ho deciso di accettare, sì – spiegò la ragazza timidamente.
- Non dovete vergognarvi – la spronò il ragazzino sorprendendola. – Sono sicuro che sarete una brava insegnante. Sembrate molto dolce, almeno quanto Judith, e mi sembrate simpatica – gli disse, facendola praticamente sciogliere sulla sedia per la tenerezza.
Ioan la guardava con quel sorrisino a trentadue dentini, i capelli più biondi del sole stesso e gli occhi più puri e limpidi del ghiaccio. Era quasi accecante, per quanta energia positiva emanasse e dispensasse a chiunque, illuminando l’ambiente circostante.
Il ragazzino dimostrava qualche anno in meno a causa della sua costituzione gracilina e sottile, a differenza di Blake, il quale dimostrava almeno diciotto anni, nonostante ne avesse sedici.
Quest’ultimo si riavvicinò al tavolo, posando il piatto con le uova e la tazza con il latte fumante dinnanzi a Ioan, facendo poi per sedersi su un’altra sedia, ma il fratellino fu più veloce e scattò in piedi, aguzzando l’olfatto affamato grazie al buon odore della sua invitante colazione.
- Posso sedermi sopra di te? – chiese al fratello, facendo gli occhioni da cucciolo di gatto e sbattendo le ciglia.
Blake roteò gli occhi al cielo e sbuffò fintamente spazientito, poi sorridendogli e prendendo posto sulla sedia, lasciandolo sedere sopra le proprie gambe, accondiscendente.
Ioan iniziò a mangiare di gusto.
- Che state facendo qui insieme? – domandò mentre stava finendo di masticare.
- Non parlare a bocca piena – lo riprese Blake.
A ciò, Ioan terminò di masticare e ripose la stessa domanda. – Che state facendo qui insieme?
- Stiamo leggendo.
- Per l’esattezza, lui legge e io ascolto – disse Hinedia sorridendo di nuovo e bevendo il suo infuso.
- E cosa le stai leggendo, Blake?? Perchè non leggi qualcosa anche a me? A proposito, è una vita che non mi fai una delle tue lezioni di lettura e scrittura! – si lamentò il fanciullino.
Hinedia sorrise e Blake accennò un sorriso stanco, scusandosi con lo sguardo. – Presto ne faremo una, Christopher. Sai che sono stato molto impegnato ultimamente.
- Vedi di non esserlo più. Oggi passerò tutto il giorno insieme a Quaglia? Padre Craig dov’è?
- Credo tornerà all’ora di pranzo.
- Perchè non fai una lezione di lettura e scrittura anche a Hinedia? Così può imparare anche lei – chiese genuinamente il ragazzino, facendo insorgere nuovamente un’espressione di imbarazzo nel volto della serva del Creatore.
- Lei non è ancora sicura di voler imparare, Ioan – gli rispose cautamente lui. – Magari un giorno vorrà imparare anche lei, ma se ora non vuole, non puoi costringerla.
Hinedia lo ringraziò internamente, sorridendo di sottecchi.
- Dunque, dove eravamo rimasti? – ritornò al tema principale Blake, mentre anche Ioan attendeva con ansia che riprendesse a leggere, mentre mangiava.
- “Il nostro segreto lo avvolgeremo stretto in una foglia e lo mangeremo guardandoci fissi negli occhi” – gli suggerì Hinedia, anche lei non stando più nella pelle dalla voglia di tornare a guardarlo leggere e ad ascoltare la sua voce, mentre narrava quella storia straziante e meravigliosa insieme.
- “Padre: Ci avranno pensato le belve feroci a divorarseli?
Madre: Sono ben felice di non averli ammazzati con le mie mani.
Padre: Potevamo privarcene?
Madre: Dovevamo privarcene.
Padre: Loro possono vivere senza di noi? Noi possiamo vivere senza di loro?
Madre: Noi possiamo vivere.
Padre: Se non sono più padre, che cosa sono?
Madre: Se non sono più madre, che cosa sono?
Padre: Ancora donna. C’è stato un tempo in cui non potevo distogliere lo sguardo da te. Chissà se le bestie feroci li stanno accarezzando? Vorrei farlo io.
Madre: Ora li chiami? Ora vuoi baciarli?
Padre: Sono stato io a volerli abbandonare nel bosco? A dare loro l’ultimo pezzo di pane? A dirgli di aspettare accanto al fuoco il nostro ritorno? Sono stato io a mentire? Tu mi hai ingannato. Assassina di figli!
Madre: Gli uomini preferiscono ritenersi ingannati dalle donne, piuttosto che ammettere di aver sbranato i propri figli per banale fame.”
 
Padre Cliamon sbattè le palpebre lentamente, avvertendo una sensazione strana, molto strana.
Il primo elemento di cui riuscì, con sua somma sorpresa, a rendersi conto nonostante la sonnolenza delle prime luci del mattino, era che la sua vista era tornata.
Ciò lo sconvolse e lo fece quasi saltare sul letto.
Un letto ... non suo.
Non era più nella sua agiata camera, nel suo agiato giaciglio di lenzuola di seta nella cattedrale del Creatore.
Si trovava in una stanza di piccole dimensioni, impregnata di un odore di chiuso, composta solamente da un letto, spazioso ma trasandato e ricoperto di coperte ispide, una finestrella da cui entrava il primissimo sole del mattino, una scrivania modesta e uno specchio che la accostava.
Si trovava dentro la casa di un abitante del villaggio, in tutta certezza.
Lì per lì non riuscì a ricollegare, ma lo fece quando, continuando a percepire il suo corpo strano, come se non fosse suo, posò lo sguardo sul proprio busto, e sulle gambe nascoste dalle coperte.
Sgranò gli occhi incredulo, trattenendosi dall’urlare: nonostante la presenza dei vestiti larghi, riuscì benissimo a visualizzare le forme del proprio corpo da sotto la stoffa. Un corpo lungo, virile, un busto slanciato, dalle linee perfette.
Si scoprì convulsamente anche le gambe, trovandole coperte da dei pantaloni leggeri.
Gambe lunghe e ben proporzionate.
Non riuscì a credere ai suoi occhi.
In quel momento gli rivennero in mente le parole di Myriam del giorno prima, e del patto che avevano stretto.
“Un solo giorno in un corpo bellissimo.”
Se era davvero come immaginava e si trovava nel corpo di un servitore del Diavolo, pensò iniziando ad ansimare dalla troppa gioia, portandosi le mani a toccarsi il viso con foga.. voleva sfruttare quell’intera giornata il più possibile, dal primissimo all’ultimissimo istante.
Si alzò dal letto di scatto e quasi gli girò la testa, non essendo abituato a quell’altezza veritiginosa, sentendosi incredibilmente in forze, in vigore, pieno di un’inesauribile energia che solo un corpo giovane avrebbe potuto avere.
Si catapultò immediatamente verso il lungo specchio a figura intera accostato su una delle pareti, e rimase totalmente sconvolto quando osservò la propria immagine.
Improvvisamente delle lacrime di immensa gioia, felicità e sollievo si affacciarono ai suoi occhi, mentre con le mani si tappava la bocca per non urlare davvero, per l’immensa soddisfazione che gli stava animando l’animo.
Sentiva che sarebbe potuto morire di crepacuore, per quanto lo sentiva battere velocemente in quel momento.
Non aveva mai provato una sensazione simile.
Voleva piangere, piangere e lasciarsi andare davvero, per sfogarsi di tutti i dolori che aveva patito fino a quel momento a causa del suo aspetto mostruoso.
Persino con quel volto semisconvolto dalle lacrime riusciva a non apparire patetico dentro quel corpo, bello da togliere il fiato.
Ma quel momento venne rovinato da una giovane e avvenente donna semisvestita che si avvicinò a lui da dietro.
Era stato talmente concentrato su se stesso da non averla notata, sdraiata accanto a lui in quel letto disfatto immerso nel loro profumo e negli umori della nottata che avevano appena consumato insieme, e di cui lui non sapeva nulla.
La serva del Diavolo, con lo sguardo e il corpo inconsapevolemente sensuali, come era per tutti loro del culto del Diavolo, gli infilò impudicamente una mano sotto la maglia larga, tracciando un lascivo percorso con il palmo curioso, su tutto il lungo e definito busto del ragazzo, carezzandolo con cura ed esperienza.
Padre Cliamon avvertì dei piacevoli brividi su tutto il corpo a quel delicato e malizioso contatto, dato anche dalla presenza dei bracciali sui polsi della giovane donna, dunque dalla sensazione del contatto del metallo freddo con la sua pelle calda e tesa.
Non aveva mai provato una sensazione simile, in tutta la sua vita.
Lei continuò, mugolando, e aggiungendo anche l’altra mano ad accompagnare la prima, facendolo diventare una sorta di lascivo e annoiato abbraccio da dietro, che aveva l’intenzione di ritrascinarlo a letto con lei, per continuare quello che avevano lasciato in sospeso nel momento in cui si erano addormentati, molto probabilmente. Percepì le labbra della donna baciargli la schiena nonostante la stoffa a coprirla, per poi intravedere il suo volto incantatore fare capolino da sotto le proprie spalle e lanciargli uno sguardo carico di voglia che gli fece quasi cedere le gambe.
- Perchè ti sei alzato così presto, Ephram ...? È solo l’alba.. torna a letto con me.
“Ephram”. Dunque era questo il nome del giovane uomo a cui stava rubando il corpo?
Si trattava di colui a capo della compagnia di stregoni eremiti?
Tuttavia, per quanto allettante l’idea, Cliamon era ancora un monaco del Creatore, un uomo di Dio, e di certo non aveva accettato quel dono dalla strega per sedurre bellissime donne con un solo sguardo e portarsele a letto.
Non era questo il suo scopo, nonostante, forse, sarebbe stato quello di molti altri servi del Creatore al suo posto.
- Non so ... cioè, non ricordo cosa abbiamo fatto questa notte, signorina. Ma devo chiedervi di andarvene, per favore – le disse gentilmente, percependo la propria voce così estramemente diversa dalla sua, ma così piecevolmente gradevole da udire.
La donna lo guardò sconvolta, quasi stranita, alzando un sopracciglio e svegliandosi del tutto. – Stai scherzando ...? Da quando parli come un castrato? E ti comporti anche come un castrato?
- Per favore, non mi sembra un linguaggio adeguato. Devo chiedervi di andarvene, ve lo ripeto.
- Ephram ...! Fai sul serio?? Sei stato tu a chiedermi di passare la notte insieme e io sono stata lieta di farlo! Ma ora cosa diavolo ti prende?!
Ora era davvero arrabbiata.
- Ve lo dico un’ultima volta: andate via o vi farò uscire io contro la vostra volontà – questa volta osò un tono di voce forte e autoritario, ostentando il colore forte e giovane di quella voce nella maniera più fruttuosa che potesse.
A ciò, mortalmente offesa, la serva del Diavolo raccattò velocemente le sue cose sparse per la stanzetta e se ne uscì, sbattendo la porta alle sue spalle.
Le chiese mentalmente perdono per le cattive maniere, ma non poteva permettersi di perdere altro tempo.
Immediatamente, fece ciò che avrebbe voluto fare da quando aveva aperto occhio quella mattina: si tolse ogni vestito che aveva addosso, spogliandosi e rimanendo completamente nudo davanti allo specchio a figura intera.
Nell’osservarsi avidamente e minuziosamente in ogni singolo e più impercettibile dettaglio, emise un sorrisino soddisfatto e infinitamente appagato.
Fece un giro su se stesso, piegò una gamba, la distese, alzò le braccia, si toccò i capelli...
Innanzitutto la pelle era chiara ma non troppo, priva di imperfezioni come si aspettava; tuttavia, era macchiata da dei disegni neri fatti da un inchiostro indelebile, dei segni che sicuramente erano stati dolorosi da imprimere, di forme delle più svariate. Marchi stregoneschi che gli delineavano il braccio e la spalla destra, terminando nel collo, piedi, caviglie, e parte del fianco e della schiena, apparendo, agli occhi del monaco, indescrivibilmente attraenti e seducenti impressi su quel corpo.
Cliamon li riconobbe subito, in quanto li aveva visti innumerevoli volte sui corpi di Maroine e Maringlen.
Il fatto di trovarsi dentro il corpo di un ventenne, non solo servo del Diavolo, ma anche stregone, riuscì ad animarlo ancor di più se possibile.
Le gambe lunghe erano ben allenate da ore e ore di camminate; le caviglie e i polsi erano colmi di bracciali, le mani affusolate adornate da qualche anello; il busto stretto; il torace e l’addome erano sinuosi, tonici, scolpiti, anche se non eccessivamente; le spalle larghe ma proporzionate con il resto del corpo, così come le braccia, lunghe e ben delineate.
Cliamon non riuscì a trovare nulla che non fosse pura bellezza. Neanche una singola imperfezione, nonostante la stesse cercando con inumana minuzia.
Dopo aver osservato e toccato attentamente il corpo, si avvicinò maggiormente allo specchio per osservare il viso.
Era convinto che se qualcuno avesse potuto vederlo da fuori, avrebbe pensato fosse un pazzo.
I capelli, di un bel color ramato, erano folti, densi e scarmigliati dalle ore di sonno, e gli arrivavano quasi fino alle spalle, solleticandogliele. Per lui era una sensazione completamente nuova, il calore che donava una chioma di capelli, e la forma che questi davano al volto.
Li spostò all’indietro per osservare meglio il viso e notò che avesse anche diversi orecchini a decorare le orecchie.
Quel ragazzo aveva una montagna di metallo addosso, tra bracciali e orecchini, ma quella caratteristica gli piaceva.
Le labbra erano decisamente l’elemento del volto che amava di più, insieme agli occhi, questi ultimi di un taglio affilato e di un colore vivido e chiaro, molto simile a quello della sabbia illuminata dal sole.
Fosse stato per lui , sarebbe rimasto davvero tutto il giorno a guadarsi allo specchio e a godersi quelle sensazioni tutte nuove, ma avrebbe dovuto anche sperimentare l’emozione di camminare all’aperto e di essere visto dagli altri. Senza rendersene conto, aveva passato così tanto tempo ad ammirarsi, che le ore erano trascorse veloci e il sole era già alto in cielo.
Così si tolse qualche bracciale che lo infastidiva e si rivestì con i primi abiti dello stregone che trovò a disposizione, consapevole che qualsiasi tipo di abbigliamento sarebbe stato bene su di lui.
Uscì dalla stanza cautamente, trovando dinnanzi a sè un vecchio servo del Creatore che stava ravvivando il camino nell’atrio della casa. Una casa evidentemente molto piccola.
Che cosa ci faceva un giovane servo del Diavolo, per di più stregone, dentro la casa di un vecchio servo del Creatore? Non era sicuro di voler conoscere la risposta a quel quesito.
- Vi siete divertito ieri notte? – gli domandò il vecchio a bruciapelo, continuando a trafficare col camino. - Ho visto la bambolina impettita che è uscita di qui tutta offesa poco fa – continuò ridendo burbero. – Non mi interessa conoscere i dettagli delle vostre sfrenate avventure notturne, nè i vostri drammi, potete fare quello che volete nel tempo che rimarrete mio ospite, ve l’ho detto. D’altronde, vi devo un favore. Tuttavia ... – si bloccò per un attimo, girandosi finalmente a guardarlo. – Abbiate almeno la decenza di fare meno rumore durante la notte. Si dà il caso che vorrei riposare.
- Certo, certo, assolutamente! Perdonatemi se vi ho disturbato la scorsa notte! – rispose con estremo rispetto, sorprendendo il vecchio.
- Che cosa vi prende..? Vi siete bevuto una delle vostre pozioni e avete cambiato personalità..?
- No, no, ma che dite..
Andando avanti così si sarebbe fatto scoprire da chiunque conoscesse lo stregone, in un batter d’occhio.
Preferì in ogni caso non indagare su quel “favore” che i due avevano in sospeso, sapendo già in quali loschi affari fossero immersi gli stregoni eremiti grazie alle informazioni che reperivano per lui i gemelli.
- Ad ogni modo, qua fuori c’è un giovanotto e un tizio straniero che vi cercano – lo informò.
A ciò, cercando di non farsi prendere dall’ansia, Ephram aprì la porta della casa, trovandosi davanti Blake e un uomo che non aveva mai visto, straniero come aveva detto il vecchio, in quanto chiaramente non era nè servo del Diavolo nè del Creatore.
- Alla buon ora – si lamentò Blake. – Abbiamo bussato più volte ma nè tu nè il padrone di casa ci avete aperto. Ad un tratto ho cominciato a pensare se fosse davvero questo l’indirizzo giusto della casa in cui alloggerai questi giorni, dato che lo hai dato a Quaglia, e sappiamo tutti e due quanto Quaglia abbia una buona memoria ...
- Ehi! Non credevo fossi malfidato a tal punto nei miei confronti! – si lamentò colui che doveva essere, a tal punto, “Quaglia”, facendo alzare un sopracciglio sorpreso a padre Cliamon, a causa di quello strano nome.
Blake accennò un sorriso divertito in risposta, per poi riportare gli occhi sullo stregone.
Gli rivolse uno sguardo incerto, osservandolo. – Ti senti bene, Ephram? Sembri ... diverso, stamattina.
Padre Cliamon si perse per un attimo a guardare Blake, il quale aveva più o meno la stessa altezza di Ephram.
Si rese conto che non si trovasse faccia a faccia con quel ragazzo da prima del viaggio di quest’ultimo fuori Bliaint.
Dopo così tanto che non lo vedeva, lo trovò cresciuto e ancora più bello di quanto già lo fosse prima, qualcosa che non credeva affatto possibile prima di trovarselo davanti.
Improvvisamente, dopo aver trascorso ore ad osservare il corpo di Ephram che ora era il suo, automaticamente e spontaneamente, la sua mente andò ad analizzare nel dettaglio anche la bellezza di Blake, per lo meno l’unica parte esposta all’occhio: i punti forti del suo viso erano decisamente il naso, gli zigomi e gli occhi. Oltre ai capelli, in tutta certezza.
Ma perchè lo stava facendo?
Adesso avrebbe iniziato a farlo con tutti i servi del Diavolo che incontrava?
Lo avrebbe fatto anche con la sua cara Judith, non appena l’avrebbe rivista?
Giusto, Judith!
Non appena la ragazza piombò nella sua mente entrò nel panico.
Lei si sarebbe sicuramente accorta che ci fosse qualcosa che non andava in lui, conoscendolo da così tanto, considerando che Ephram si fosse molto probabilmente svegliato nel suo corpo.
Lui ed Ephram erano troppo diversi e tutti si stavano accorgendo e si sarebbero accorti delle stramberie dei loro atteggiamenti.
Avrebbe dovuto andare da lei e dirglielo? Avvertirla prima che fosse troppo tardi? Magari lei avrebbe potuto aiutarlo e coprirlo con gli altri monaci del Creatore, in quanto, sicuramente Ephram avrebbe fatto fuoco e fiamme non appena si sarebbe trovato davanti ai tanto odiati monaci del Creatore, mettendolo nei guai.
O forse sarebbe stato meglio dirlo ora a Blake? Il ragazzo era molto sospettoso, e aveva ragione ad esserlo, dato che aveva trascorso il suo viaggio fuori da Bliaint con lo stregone, dunque lo conosceva parecchio.
Si stava facendo troppi problemi, forse? Magari era meglio evitare di dirlo a chiunque, in generale?
Poi qualcos’altro apparve alla sua mente, facendogli quasi fermare il cuore per l’emozione: quel giorno, sarebbe stata letteralmente l’ultima occasione che aveva, per guardare la sua Judith, un’ultima volta.
Se non si fosse sbrigato ad andare da lei, il giorno dopo sarebbe ritornato nel suo corpo, sarebbe diventato cieco di nuovo. L’incantesimo sarebbe svanito.
Certo, lei avrebbe sicuramente reagito male, non avrebbe capito, ma non gli importò.
Doveva farlo, costasse quel che costasse, lui avrebbe rivisto la sua splendida protetta, che aveva cresciuto con amore e integrità, un’ultima volta. 
- Ephram ... Ephram, mi stai ascoltando? Ma cos’hai oggi..? – lo richiamò Blake, riportandolo sulla terra ferma, alla domanda che gli aveva fatto qualche istante prima.
Anche l’altro, quel certo “Quaglia”, si stava accorgendo delle stranezze, considerando lo sguardo torvo che gli stava rivolgendo.
- Perdonatemi. Io .. ho avuto una nottata molto intensa, perciò ... mi sento frastornato – spiegò sorridendo.
I due non sembravano molto convinti, ma fortunatamente, Blake sembrava di fretta, perciò non indagò sulla questione. – Ascolta, frastornamento o no, dobbiamo portare avanti le sessioni di evocazione – gli disse il ragazzo. – Io oggi non potrò assistervi perchè ho altro da fare, ma ti affido Quaglia. Sarete solo voi due. Poi mi direte come è andata – disse loro, per poi salutarli con un cenno di mano e allontanarsi.
A ciò, rimasto solo con Quaglia, Cliamon lo guardò, cercando di trovare un modo gentile per liquidarlo e andare da Judith. – Mi dispiace molto, ma ... non posso restare con voi, oggi. Ho alcune faccende da sbrigare. Rimandiamo a domani! Che ne dite?
 
Ephram aprì gli occhi lentamente, sentendo la stanchezza pervaderlo a causa della nottata di follie che aveva trascorso con quella donna. O l’aveva trascorsa con un uomo? Non ricordava con esattezza.
Mugolò sfinito, avvertendo le coperte sulle quali era spalmato particolarmente lisce e morbide.
Le tastò e si rese conto che sì, decisamente quello era il tessuto più soffice che avesse mai toccato.
Ciò riuscì a destarlo, confuso.
Alzò la testa dal cuscino e si guardò intorno.
Non era a casa di quel vecchio buzzurro che lo stava ospitando per qualche giorno.
Tutto il contrario: si trovava in una camera immersa nel lusso: pareti che trattenevano il calore, un letto enorme, comodo e colmo di coperte di seta, un’immensa finestra, una grande scrivania, sopra cui si stagliava uno specchio imponente, con la superficie laccata d’oro.
Emise un verso compiaciuto nel trovarsi improvvisamente lì senza motivo, pensando che la persona che viveva in quella stanza dovesse essere sicuramente molto .. modesta.
Ma perchè si trovava lì?
Guardò l’altro lato del letto, e chiunque avesse passato la notte con lui, ora non c’era.
Si alzò dal giaciglio, ancora con i sensi troppo annebbiati per realizzare ci fosse qualcosa che non andasse in lui.
Da quando si sentiva così stanco e spossato di prima mattina?
Solitamente era energico, qualsiasi cosa facesse durante la notte.
La schiena gli doleva, il corpo reagiva lento ai suoi comandi, i piedi erano doloranti, quasi come se avessero delle vesciche.
Gli sembrò quasi di trovarsi nel corpo di un vecchio ..
Si alzò a fatica, sorprendendosi di quanto si sentisse basso di statura, e raggiunse lo specchio.
Urlò facendosi udire da quasi tutta la cattedrale quando realizzò, fissando il suo sguardo sconvolto e costernato alla parete riflettente.
Un monaco ... del Creatore???
Come era potuto succedere??
Ma, soprattutto, cosa ci faceva uno specchio così grande nelle stanze di un monaco del Creatore?
Essendo esperto di arti magiche, sapeva che vi fosse lo zampino di un incantesimo in particolare.
Non gli fu difficile passare per la mente tutti gli stregoni e le streghe che nutrivano del risentimento nei suoi confronti e che avrebbero potuto fargli una cosa simile.
La prima nella lista era sicuramente una: quella dannata di Myriam.
Cercò di mantenere la calma e di non entrare nel panico come un semplice popolano qualsiasi colpito da una maledizione.
Respirò con calma, e osservò schifato il suo corpo, vecchio, orribile all’occhio e pieno di acciacchi.
Gli occhi piccoli, il naso storto, la bassa statura, il corpo tarchiato e floscio, la testa schiacciata e calva.
Quest’ultima gli stava facendo avvertire parecchio freddo al capo, una sensazione che non aveva mai provato considerata la quantità di capelli che era abituato ad avere, spesso anche fastidiosi e difficili da domare.
Cercò di non badarci, mentre sentiva una sconfinata rabbia salirgli per le viscere.
L’incantesimo, se era quello che pensava, sarebbe durato un solo giorno.
Un giorno intero che avrebbe dovuto vivere in quel corpo straziante.
Avrebbe potuto farcela.
Il risvolto positivo, era che avrebbe vissuto un’intera giornata avvolto negli agi, qualcosa che, in vita sua, non era mai riuscito minimamente a sperimentare.
Non sarebbe stato il caso di dirlo a nessuno. Avrebbe aspettato che l’incantesimo svanisse da solo.
Sperò solamente che quel maledetto monaco non combinasse troppi danni dentro il proprio corpo.
Si ricordò che quel giorno si sarebbe dovuto rivedere con Blake e con Quaglia per continuare il rito di evocazione.
Imprecò a se stesso, indeciso se andare da Blake a parlargliene, ma scelse di non rendersi ridicolo e di pazientare, come era giusto fare.
Era giusto pazientare..? Davvero?
D’altronde nessuno avrebbe potuto fare nulla per annullare l’incantesimo, ora che era fatto.
Dunque tanto valeva “vivere” quella giornata come meglio potesse.
Tuttavia, l’irritazione, quella non avrebbe potuto togliergliela nessuno.
 
GOLA
 
Judith si specchiò nelle sue stanze, ponendosi di profilo.
Aveva perso peso, era ben visibile.
Aveva appena finito di allacciarsi il corpetto, stringendoselo più del dovuto, comprimendosi il ventre in cui cresceva quella vita sgradita.
Tutto era iniziato qualche giorno prima, appena terminata l’epidemia, quando le scorte di cibo era tornate floride come erano prima della ribellione.
Aveva iniziato a ridurre le sue porzioni di cibo abituali, inconsciamente sperando che il rigonfiamento della sua pancia si notasse meno.
Oramai stava iniziando lievemente a vedersi, ma con quella metodologia, e i chili persi, nessuno avrebbe potuto dire che fosse gravida, se non lo avesse saputo.
Ciò la fece sorridere soddisfatta.
Le sarebbe bastato persistere così e forse la pancia avrebbe continuato a non notarsi, per un po’.
Sapeva di aver sempre avuto una forma perfetta, non era mai stata troppo magra, in quanto la sua costituzione era procace: i fianchi erano curvilinei di natura; il busto, invece, era sempre stato stretto; mentre il seno era imponente, ma non eccessivo.
Non aveva mai desiderato avere le gambe magre come rami di alberi, nè delle anche che sporgevano troppo.
La ragazza si alzò il lungo vestito e prese ad osservarsi le gambe: la differenza si notava parecchio.
Forse si sarebbe dovuta fermare?
Lei era una giovane donna giudiziosa ed equilibrata, sicuramente avrebbe capito quando fermarsi, ne era certa.
Si legò la voluminosa cascata di capelli rossi in un’ordinata acconciatura alta, come d’abitudine, e uscì dalla sua stanza, imbattendosi improvvisamente in padre Cliamon.
- Ma buongiorno, padre – gli disse gentile, accorgendosi con un secondo di troppo di qualcosa di miracoloso: il monaco aveva inaspettatamente ripreso la vista.
Judith sgranò gli occhi e gli mise le mani sulle spalle, avvicinandolo al suo volto per guardarlo meglio.
- Che state facendo...? – chiese in tono abbastanza scorbutico il monaco, un atteggiamento assolutamente non da lui, notò la ragazza.
- Da quando siamo passati a rivolgerci tra noi di nuovo in toni formali, padre? Non abbiamo smesso di farlo quando avevo dieci anni? – gli domandò osservandolo ancora. – Padre, ma... ditemi, com’è possibile?
- Com’è possibile cosa?
- Come cosa?? Che riesci a vedere! Myriam ha annullato la sua maledizione?? Ma è fantastico! – esclamò abbracciandolo con molta confidenza, una confidenza che Ephram non si aspettava che la ragazza avesse con un monaco, e che lo lasciò basito per un attimo.
- Potrebbe essere solo qualcosa di temporaneo, non illuderti che duri – le disse distaccato, ricambiando comunque la stretta, per poi sentirla sciogliere l’abbraccio e guardarlo nuovamente felice, con quegli immensi occhi di ossidiana che non era riuscito a non notare anche la prima volta che l’aveva vista, per quanto il loro scambio fosse stato fugace e flemmatico.
Ad ogni modo, ora i pezzi del mosaico stavano iniziando ad incastrarsi tra loro nella testa dello stregone, dato che la ragazza aveva menzionato una maledizione perpetuata da Myriam e indirizzata al monaco.
I due dovevano essere in rapporti parecchio accesi, per dei motivi che sfuggivano al giovane.
- Vieni, andiamo a fare colazione insieme! Insomma, non sei contento?? Sei così strano oggi, padre.
- Sei tu ad essere più esaltata del solito.
- Beh, è normale, oggi terrò la seconda lezione con i bambini e tu sai quanto mi piaccia l’idea.
Ephram posò lo sguardo sulla ragazza, vedendola camminare con tranquillità, trovandola estremamente diversa da come l’aveva vista in quei pochi scambi che avevano avuto.
Il monaco sembrava avere un rapporto privilegiato con lei.
Viveva nel lusso più totale e aveva Judith sempre ancorata a lui: non si poteva dire avesse una vita spiacevole.
Quando arrivarono alla sala in cui si serviva la colazione, Judith non mangiò quasi nulla, mentre Ephram si abbuffò letteralmente di qualsiasi deliziosa pietanza trovò sotto il proprio naso, ben consapevole che un’occasione del genere non gli sarebbe più capitata in vita sua, lasciando la ragazza e gli altri monaci a dir poco allibiti: Cliamon solitamente mangiava il minimo indispensabile, compostamente e senza fretta.
Judith raggiunse la combriccola di bambini in sua attesa, turbata dal comportamento di padre Cliamon.
Tuttavia, non gli diede molto peso, distraendosi grazie ai bambini, e al seguente arrivo di Hinedia, la quale iniziò con cautela e timidezza, a prendere dimestichezza con il ruolo di insegnante.
Avevano deciso di riunirsi nel piccolo pezzo di terreno dietro la cattadrale, in quanto la cattedrale del Diavolo era ancora occupata dalla veglia, e fortunatamente, quel giorno sembrava essere una bella giornata nonostante il freddo, il sole era alto in cielo.
La mattinata procedetta quasi tranquillamente, se non fosse stato per i litigi di alcune coppie di bambini particolarmente vivaci e infiammati.
- Lasciami! Smettila di darmi gomitate, May!!
- Ritira tutto quello che hai detto e ti lascerò in pace – replicò l’altra facendo per picchiarla ancora, ma venendo bloccata da Hinedia, la quale si pose in mezzo tra le due bambine.
- Smettetela, per favore. Se continuate a bisticciare non combineremo nulla oggi.
- Ha iniziato lei! – puntò subito il dito Edith.
- Avete sentito cosa ha detto Hinedia? Calmatevi, e tornate qui – le diede man forte Judith.
Per quanto estremamente diverse, Judith riconobbe che loro due insieme fossero una bella squadra, si supportavano e si aiutavano a vicenda grazie ad una complicità che non credevano di poter avere, ed era bello percepire un po’ di quella solidarietà femminile che da tempo le mancava.
- Dunque – riattirò a gran voce la loro attenzione Judith. – Chi di voi vuole parlarci di ciò che ha avuto modo di osservare tra ieri e oggi? Siete riusciti a notare degli atteggiamenti in particolare in alcune persone a voi vicine, che possano rimandare ad uno dei vizi capitali?
Zarah Sorie alzò la mano e la ragazza le diede la parola. – Mia madre mi ha sgridata per aver dormito troppo. Vale come peccato di ira?
- Beh ... è già un inizio.
Hinedia sorrise, mentre Judith ebbe un giramento di testa.
I morsi della fame stavano iniziando a farsi sentire, e il suo corpo ne stava risentendo più degli altri giorni.
- Provate a pensare .. – iniziò, cercando di scacciar via quella sensazione di vertigine e nausea. – di impersonificare il peccato con un oggetto. Che oggetto sareste?
I bambini si distribuirono i peccati e iniziarono a pensarvi su assorti.
Hinedia li guardò presa da estrema tenerezza mentre erano così concentrati. Intanto, distribuì loro dei piccoli coprispalle colorati cuciti da lei, per tenerli al caldo.
- Vanno bene anche delle persone? – domandò Edith.
- Sì, se ve ne viene in mente una in particolare, sì.
La bambina vi pensò su ma non le venne in mente nessuno, perciò ritornò sdraiata a pensare, con la cascata di capelli color cenere che si spalmarono sul terreno morbido.
- Voi che oggetto portereste per uno dei vizi capitali?- domandò Hinedia a Judith, ad un tratto, a voce bassa per non distrarre i bambini.
La fame la stava consumando sempre più, fino a portarla a sentirsi le gambe e la testa leggere, ad adombrarle il pensiero. Si rese conto di essersi allacciata il corpetto troppo stretto quella mattina, e ciò la stava facendo uscire di testa.
Cercò di resistere e di non badarvi, mentre una delle storie che le raccontava sua nonna da piccola le ritornò improvvisamente alla mente.
- Conoscete la storia della donna-lupo che mangiava i sassi?
Hinedia negò con la testa.
- La storia narra di una donna-lupo che, per non rimanere gravida, si ingozzava di sassi, riempendosi la pancia, mangiando solo ed esclusivamente quelli.
Ma i sassi non sono fatti per mangiare. Sono aridi, non saziano l’appetito.
Perciò continuava a mangiare sempre, all’infinito, montagne di sassi, ma la sua pancia era sempre vuota, invece di riempirsi.
Voleva che non ci fosse più spazio lì dentro ... più spazio per nessun bambino.
Hinedia rimase agghiacciata per un attimo. – Non conoscevo l’esistenza di questa...
- Sassi. Sceglierei i sassi come oggetto, per il peccato di Gola – la interruppe Judith, immersa nei suoi pensieri.
- Judith... vi sentite bene? – le domandò la ragazza.
- Sì, perchè?
- Sembrate ... debilitata. Avete mangiato qualcosa questa mattina? Non so se è una mia impressione, ma... vi vedo sempre più magra – insistette allarmata Hinedia.
- Sto bene.
Ad un tratto, un monaco del Creatore le raggiunse con un vassoio colmo e ben coperto, sorprendendo notevolmente le due; mentre i bambini erano troppo concentrati per accorgersene.
- Come procede la mattinata? – domandò rivolgendosi alle due, per poi gettare un furtivo sguardo anche ai bambini seduti e sdraiati per terra.
- Bene, padre Thomas – gli rispose Judith guardandolo sorpresa, chiedendogli spiegazioni con lo sguardo. - Non avevate detto di non voler vedere i piccoli servi del Diavolo che stiamo istruendo per lo spettacolo?
A ciò, il monaco abbassò la testa, con aria pentita. – Sono venuto a portarvi del cibo, per voi due e per i bambini. Dentro la nostra cattedrale ve ne è altro e la sala è vuota ora.
- Ci state invitando ad entrare nella cattedrale del Creatore ...? – gli domandò Judith testandolo, quasi commossa da quel gesto.
Il monaco posò nuovamente gli occhi sui bambini sparsi a terra, che si rotolavano sul terreno pensierosi e incuranti, come animaletti.
- Fa freddo fuori, e poi ... i bambini non posso restare lì per terra.. si sporcheranno i vestiti. Fateli entrare e servitevi pure – disse velocemente, quasi come se temesse di pentirsene un momento dopo, e se ne tornò dentro.
A ciò, anche Hinedia sorrise addolcita, per poi prendere il vassoio dalle mani di Judith e aprirlo.
Era colmo di pietanze di ogni tipo, da pasticci di frutta, di patate, dolci e salati, verdure arrostite, pagnotte speziate e molto altro. Il tutto emetteva un odore squisito, che fece venire un altro capogiro a Judith, a causa dell’immensa fame.
I vuoti di stomaco divennero più potenti, tanto che si portò una mano sul ventre piatto e compresso dal corpetto.
- Vi prego, Judith, servitevi. Sto cominciando a temere che possiate perdere i sensi da un momento all’altro - la supplicò Hinedia.
A ciò, Judith afferrò solo una fragola dal vassoio, e la assaggiò, decidendo che quella potesse bastare.
Ma non appena la sua lingua venne infervorata in tal modo e il senso del gusto le si riaccese con foga e violenza, la ragazza non si trattenne e iniziò ad afferrare tutto ciò che trovò sul vassoio in un modo animalesco e bisognoso, che contrastava ampiamente col suo nobile portamento e aspetto.
Non distinse dolce e salato, dolce e morbido, aspro o salato. Afferrò tutto quello che le capitò tra le mani senza distizione, senza gustarselo neanche, portandoselo alla bocca e trangugiandolo avidamente.
Il suo stomaco bisognoso non le lasciava tregua e aveva fatto fuoriuscire il suo lato peggiore, quello totalmente fuori controllo, che odiava a morte.
Non badò ai bambini che la fissavano sconvolti, nè a Hinedia che la guardava spaventata e allarmata insieme, non sapendo come reagire.
Ad un tratto, udì una vocina che riuscì a farle riprendere il senno:
Kilian, un bambino con un folto cespuglio di ricci d’ebano e gli occhi verdi e chiari come la giada, la indicò con un dito, prendendo la parola. – Siete voi, Judith. Ho scelto voi. Per il peccato di Gola.
Dopo quell’episodio, la fanciulla corse dentro la cattedrale a darsi una ripulita, piombò nella sua stanza e si sfregò il viso, le braccia, il collo e i vestiti con l’acqua gelida di una tinozza, per togliere ogni più piccolo residuo di cibo rimasto.
Si diede qualche colpo al ventre, rabbiosa e pianse silenziosamente.
Dopo di che, il suo stomaco le fece rigettare fuori tutto quello che aveva appena mangiato, schifato più di quanto lo fosse lei.
Dopo essersi svuotata e aver vomitato tutto, si ricompose e tornò dai bambini, accompagnandoli dentro la cattedrale del Creatore.
 
SUPERBIA
 
Cliamon camminò velocemente verso la cattedrale del Creatore, sapendo di trovarvi dentro Judith.
Probabilmente a quell’ora del giorno ella stava ancora facendo lezione di teatro con i bambini.
Non stava letteralmente più nella pelle nel rivederla, quasi come se non la vedesse da anni.
Sapere che quella sarebbe potuta essere l’ultima occasione.. lo stava struggendo più di quanto volesse ammettere.
Si strinse nel mantello nero dello stregone, riparandosi dal freddo, e raggiunse la porta della cattedrale, entrandovi all’improvviso.
Il suo arrivo attirò l’attenzione di tutti, dei bambini, di Hinedia, e della sua cara Judith, la quale sgranò gli occhi sconvolta nel guardare la sua figura avvicinarsi a grandi falcate.
- Voi ... che diavolo ci fate qui?! – gli disse irritata. – Nessuno gradisce la vostra presenza qui, Ephram ...
Ma la ragazza non riuscì a terminare il suo rimprovero, in quanto Cliamon le prese le mani sulle sue e le rivolse uno sguardo di puro affetto e ammirazione, prendendosi tutto il tempo per guardarla a dovere.
Era meravigliosa, come sempre.
Intanto la ragazza lo fissava sinceramente costernata e infastidita, cercando di sfuggire come poteva alla sua presa, fallendo.
- Che diavolo state facendo, Ephram...!? Cosa vi prende così all’improvviso? Cosa volete da me..? Lasciatemi!
- Non ti trovo in salute come sempre, mia cara... che ti succede? – le domandò amorevolmente preoccupato, baciandole la mano con premura, un gesto che scioccò ancor di più Judith, e Hinedia dietro di lei, la quale non sapeva come, nè se intervenire.
- Ora me ne vado, lo prometto. Sono infinitamente contento di averti potuto rivedere ... non immagini quanto, Judith – le disse baciandole le mani di nuovo con profonda dedizione.
La ragazza lo fissò di nuovo sconvolta e in trance, ma lo lasciò fare, non sapendo più cosa dire e come reagire.
Detto ciò, Cliamon fece per andarsene, dirigendosi nuovamente verso il portone della cattedrale.
Tuttavia, per sua sfortuna, prima che potesse uscire, una figura scese le scale in quel momento e lo intravide, lanciandogli uno sguardo fulminante come non ne aveva mai ricevuti: era lui stesso.
Vedere la propria immagine, la propria gabbia corporea dall’esterno, era quanto di più strano vi fosse al mondo, pensò il monaco, prima di iniziare a correre a gambe levate, per non farsi raggiungere da colui al quale aveva rubato il corpo, il quale ora era costretto ad abitare il suo, e che lo stava rincorrendo con un’espressione inviperita.
Fortunatamente, ora possedeva tutta la forza e l’energia di un ventenne in piena salute, mentre Ephram si ritrovava imprigionato in un contenitore pieno di acciacchi e lento di riflessi.
Per tale motivo credette di esser riuscito a seminarlo con facilità, essendosi allontanato parecchio dalla cattedrale ora, ma comprese che la sua fosse solo un’illusione quando percepì una mano artigliarsi al suo polso e trascinarlo con sè, dietro alla prima stalla che si trovarono dinnanzi.
- Sbaglio o avete qualcosa che mi appartiene?! – iniziò lo stregone strattonandolo.
- Vi prego, non scagliate il vostro rancore su di me! – lo pregò il monaco, sperando di calmarlo. – Non sono stato io a chiedere, nè tanto meno a pretendere di abitare il vostro corpo!
- Ditemi, è stata Myriam, non è vero? – gli domandò Ephram guardandolo nuovamente in cagnesco, ma almeno lasciando la presa sul suo polso.
- Ella ha detto di volermi fare un dono ... e io l’ho accolto – ammise colpevole.
- Almeno siete sincero, una qualità che apprezzo – disse avvicinandoglisi e osservandosi dall’esterno. - Quella donna ce l’ha mortalmente con me.
- Ha detto che l’incantesimo durerà solo un giorno, perciò...
- Sì, lo so – gli disse lo stregone, calmando i toni.
Padre Cliamon si sorprese di trovarlo molto più sereno e meno infuriato di quanto si aspettasse.
D’altronde, il suo corpo gli era stato sottratto, e il monaco pensò che, al suo posto, sarebbe stato furioso.
Ephram gli rivolse uno strano ghigno nell’osservarlo, che lo fece rabbrividire, complice anche il fatto che vederlo sul proprio volto lo rendeva notevolmente bizzarro e inquietante.
- Immagino vi dispiacca abitare il mio corpo. State facendo i salti di gioia all’idea che già domani lo lascerete, vero..? – lo provocò. - Ci starete sguazzando dentro da stamattina, immagino. Mentre io, invece, mi ritrovo questo – disse indicandosi sprezzante.
- Avete la mia parola, Ephram, che non sto facendo e non farò nulla che possa dissacrare il vostro ...
- Potete farci ciò che volete – gli disse interrompendolo, lasciandolo basito.
- Che cosa...?
- Mi avete sentito, monaco. Desideravate un corpo come il mio? Allora non siate codardo e godetevelo fino all’ultimo ora che lo avete. Non siete il primo servo del Creatore che decide di rivolgersi a noi stregoni per ottenere una cosa simile. Forse siete il primo monaco, questo sì.
Cliamon lo fissò ancora come in trance, non sapendo cosa dire.
- Ora andate, monaco. Vi voglio fuori dalla mia vista.
- Dunque ... non lo rivolete indietro?
- Lo riavrò domani in ogni caso, conosco questo tipo di incantesimo e sono certo della sua durata.
- Ma voi dovrete vivere nel mio corpo nel frattempo..
- Avete paura che possa commettere peccati imperdonabili con il vostro corpo? Vi rassicuro, me ne starò buono e calmo, cercando di non far insospettire coloro che vi conoscono, un’accortezza che spero prenderete anche voi.
- Certo.
- Bene. Addio, padre – gli disse svoltando l’angolo e andandosene, lasciandolo lì solo e confuso.
Ephram non si pentì delle parole appena pronunciate e proseguì per la sua strada.
Mentre camminava, decise che avrebbe sfruttato i “privilegi” dell’aspetto che si ritrovava a possedere come meglio credeva.
Scese le scale che lo avrebbero condotto alle segrete in cui erano rinchiusi i prigionieri, sorridendo ai monaci che vi erano di guardia.
Prese una fiaccola e si fece strada tra le celle, cercando con gli occhi una figura in particolare.
Non appena individuò la sagoma rannicchiata a terra sulle mattonelle umide, infreddolita, tremante e consunta di Beitris, si tolse il mantello del monaco che stava indossando e glielo lanciò attraverso le sbarre.
La ragazza si destò di colpo, come se si fosse svegliata da un lungo sonno. Il suo corpo stremato e indolenzito si issò sulle mani puntate a terra, con i polsi magri circondati dalle strette catene, e alzò il volto per osservare chi le avesse fatto visita.
Ephram immaginò che gli unici che fossero andati a trovarla, con l’aiuto di qualche trucchetto magico per non farsi scoprire, dovessero essere Maroine e Maringlen; dunque ella era abituata a vedere solo i due gemelli. I suoi amati gemelli.
- Monaco ... - sibilò tra i denti la ragazza, confusa. – Cosa volete da me..?
- Sono io, Beitris – le disse, sapendo di doversi sprecare un po’ di più in spiegazioni per aiutarla a capire. - Sono Ephram.
- Che razza di assurdi vaneggiamenti passano per la testa a voi servi del Creatore...?
- Due anni fa sei caduta da un precipizio e ti sei quasi rotta un ginocchio, provocadoti una cicatrice sul polpaccio. Ti ho recuperata io.
La ragazza sgranò gli occhi di smeraldo a quell’informazione esatta, spalmandosi con la schiena al muro della cella.
- Virve Beitris, sei nata con la luna piena, fai parte della nostra compagnia da quando avevi dieci anni, ami i giochi infantili, ti piace sentire l’odore dell’erba bagnata di rugiada nelle prime ore dell’alba. Devo continuare? – le disse avvicinandosi alle sbarre, vedendola sbiancare ancor di più di quanto già non lo fosse a causa delle sue condizioni e del deperimento.
- Tu ... tu ... – sussurrò lei con voce roca, avvicinandosi lentamente alle sbarre a sua volta, con sguardo oltremodo confuso. – Tu, dannato ... cosa ci fai qui? – gli domandò, per poi realizzare completamente di averlo davanti, e ancorandosi alle sbarre con rabbia. – Tu, maledetto!!
- Immaginavo questa reazione da parte tua. A ragione – ammise, guardandola negli occhi scavati ma sempre luminosi. – Mi dispiace di avervi lasciati quando ne avevate più bisogno.
- Ti dispiace..? Di essertene scappato via con la coda tra le gambe quando sapevi cosa stesse per succedere?
- Non sapevo cosa stesse per succedere. Sei tu che lo hai fatto accadere – quelle parole provocarono maggiormente la rabbia della ragazza, la quale infilò un braccio tra le spalle, cercando di azzuffarlo.
Lui fece un passo indietro sfuggendo alla sua presa. – E poi, dovevo farlo. Dovevo raggiungere il tuo Blake per scoprirlo.
- Per scoprire cosa..??
- Cosa sarebbe potuto accadere a Bliaint da qui a breve. Cosa avesse in mente quel ragazzo. Cosa ci riservasse il mondo là fuori – le disse con calma riavvicinandosele.
- Non ti perdonerò mai per ciò che hai fatto ai gemelli.
- Lo so. So di non poter dire, nè fare nulla per farmi perdonare.
- Oh, Ephram, ti prego! Risparmiamelo – disse lei allontanandosi, sorridendo sfinita.
Dopo qualche attimo di silenzio, la ragazza riprese la parola. – Per quale diavolo di motivo hai l’aspetto di uno di quelli lì..?
- Myriam. Mi odia e ha deciso di donare ad uno di quei monaci la possibilità di abitare il mio corpo per un giorno.
Beitris non potè fare a meno di sorridere di sottecchi a tale rivelazione.
- Ridi, ridi pure. Vorrei vedere te al mio posto.
- Mi sono sempre piaciuti i modi di fare di quella donna. Dunque ora sei costretto lì dentro per un giorno intero, fino a domani mattina, quando l’incantesimo verrà annullato – dedusse Beitris ghignando compiaciuta.
- Sembra che questa sola consapevolezza ti abbia fatto tornare il sorriso – sottolineò l’ovvio lo stregone, sorridendo a sua volta.
- Come pretendi possa essere altrimenti?? Insomma, tu non hai idea di cosa significhi passare una vita con te, alzarsi ogni mattina con il tuo orgoglio, la tua supponenza e la tua tronfiezza, soffiati sul collo.
La tua aura è opprimente.
Certo, sai di essere presuntuoso, te lo si legge in faccia, e lo ostenti anche.
Ma non ti accorgi fino a che punto la tua vanità possa danneggiare e gravare sugli altri.
- Non ti stai risparmiando oggi.
- E non ho intenzione di farlo, Ephram.
Sai di essere potente, molto furbo e abile in ciò che sai fare meglio, sai di essere superiore a molti di coloro che ti circondano, ma non ti poni abbastanza una domanda fondamentale: gli altri sono inferiori a me perchè lo sono davvero, o perchè io credo e voglio lo siano, e lo faccio credere anche a loro?
Lo stregone alzò le braccia al cielo in segno di resa, non contraddicendola, nè ribattendo nulla.
- Perchè non dici nulla?
- Perchè hai ragione.
- Schuyler Ephram mi sta dando ragione?? Oggi è davvero un giorno epocale.
Il ragazzo accennò un altro sorriso esasperato, facendo calare altri istanti di silenzio tra loro.
- Pensavo avresti reagito molto peggio di così, sai?
Non mi aspettavo di trovarti così sereno dopo quello che ha fatto Myriam, considerando quanto tu sia ...
- Non ripetere tutto di nuovo, ora.
- L’hai detto a qualcuno oltre me?
- No. Non lo saprà nessuno, non servirebbe a nulla.
- Non pensavo che lo avrei mai detto, ma... è bello rivederti. Nonostante tu abbia un aspetto diverso .. molto migliore di quello che hai solitamente – disse lei, facendo nuovamente del sarcasmo, un dettaglio che sollevò l’umore dello stregone.
- Lo so, lo so bene.
Sai .. che tu ci creda o no, prima di oggi, in tutta la mia vita non ho mai creduto di essere nato fortunato.
Non ho mai ritenuto un “privilegio” la mia bellezza. L’ho sempre considerata scontata, senza alcuna importanza.
- Nessuno di noi, che la possediamo, la considera un dono, Ephram. Per i servi del Creatore è diverso.
Loro nascono senza, per loro non è affatto scontata ed è la “sola” cosa che ci invidiano.
Beh, forse ci invidiano anche la spavalderia, la libertà di praticare le arti magiche e di sentirci più coraggiosi e indipendenti nel rapporto con il nostro Signore. Ma la bellezza è la caratteristica di cui soffrono maggiormente la mancanza, nella maggior parte dei casi.
- Per me avere l’aspetto che ho o non averlo non avrebbe fatto differenza.
Vi sono una miriade di altri privilegi che ho da sempre desiderato e che non ho mai avuto: dei genitori ancora vivi e che mi amano, una casa stabile, poter fare tre pasti al giorno senza accaparrarseli con le unghie e con i denti, non dover rischiare la vita ogni volta che metto piede nel villaggio.
Beitris accennò un sorriso amaro in risposta, trovandosi d’accordo.
- Che cosa me ne faccio del mio bell’aspetto se non ho tutto questo..?
Oggi, invece, quando ho visto quel monaco dentro il mio corpo.. ho capito che, per lui, essere lì dentro era il dono più grande che potesse ricevere. Quasi l’unica cosa di cui gli importasse.
Per tale motivo gliel’ho lasciato, senza lamentele, rimproveri o battibecchi inutili.
Ho semplicemente deciso di fare qualcosa per ... accontentarlo. Per fare del bene – disse quelle ultime parole risultando strano persino a se stesso mentre le pronunciava.
- Un gesto assolutamente non da te, quello di “far del bene” senza ricevere nulla in cambio – sottolineò la ragazza, con una certa casuale nota di fierezza nella voce.
- D’altronde – sembrò come riprendersi lo stregone. – Non ricordo neanche con chi si sarà ritrovato a letto questa mattina. Ero talmente annebbiato dall’incenso ieri notte che non rammento chi mi sono infilato tra le lenzuola.
- Un grande classico, se si tratta di te. Immagino dunque il povero e casto monaco, che oggi si ritroverà ampiamente circondato da sguardi complici e da ammiccate indiscrete, considerando che hai giaciuto con almeno la metà della popolazione dei servi del Diavolo qui al villaggio, senza contare le orgie di piacere nella nostra dimora.
Ephram sorrise di sottecchi in risposta, immaginando la ridicola impacciatezza di quel monaco.
- Come ... stanno gli altri? – gli domandò la ragazza riavvicinandosi alle sbarre.
- Bene. Ci stiamo ambientando tutti. Si stanno riprendendo da ciò che è accaduto e sono contenti di aver avuto salva la pelle. I clienti sono diminuiti notevolmente ma, da una parte, credo sia un bene per ora.
Ovviamente sentiamo tutti la tua mancanza.
Beitris annuì, abbassando lo sguardo.
- E Myriam, invece?
- Non la vedo nella dimora da almeno tre giorni, dunque suppongo stia confabulando qualcosa qui al villaggio. Per questo ero già certo ci fosse il suo zampino ancor prima che me lo confermasse il monaco; oltre al fatto che gli incantesimi di camuffamento e di cambio volto sono il suo forte.
- Ma questo non è un semplice incantesimo di camuffamento, bensì di scambio di corpi. È lo stesso incantesimo che è stato fatto dopo il gioco dello specchio quella notte, durante i festeggiamenti.
- Cos’è accaduto quella notte? Io non ero presente, ma tu sì. Chiunque mi trovi intorno che ha partecipato a quei festeggiamenti emana un’aura di negatività evidente, non appena la si menziona solamente – le domandò egli.
- Non ti so dire cosa sia accaduto. Nessuno ricorda nulla, se non frammenti sfocati, simili a sogni. Per quanto mi riguarda personalmente, non credo mi sia successo nulla di eccezionale, anche se non ricordo - rispose senza eccessivo interesse, per poi cambiare argomento. - Dunque Myriam è tornata al villaggio. E suppongo abbia finalmente rincontrato Blake. Immagino che ora lui sappia che io sapevo che lei fosse viva e fosse con noi, per tutto il tempo in cui eravamo insieme, e che non gliel’ho mai detto.. – disse palesemente turbata.
- Nonostante abbiate tagliato da tempo i rapporti tra voi due ... ti preoccupi ancora così tanto della sua reazione – osservò lo stregone. – Non preoccuparti: Blake è abbastanza intelligente da capire il motivo per cui non potevi riferirgli nulla a riguardo, e per non condannare tale motivazione – la rassicurò. – Sai, prima non comprendevo come mai avessi una così alta considerazione dell’opinione di Blake e di Blake stesso. Pensavo fossi solamente accecata dai sentimenti che provavi per lui. Invece, ora, lo capisco bene.
Beitris gli sorrise in risposta, un sorriso malinconico e bellissimo, che riuscì a fargli perdere un battito.
- Ora va’.. i monaci si staranno chiedendo cosa stai facendo qua dentro per tutto questo tempo.
- Ti stanno nutrendo? – le chiese con un velo di preoccupazione.
- Abbiamo passato periodi peggiori alla dimora, credimi – lo rassicurò lei. – Va’.
- Voglio farmi perdonare, Virve, per tutto quanto – le disse rivolgendosi a lei in quel modo così confidenziale al quale lei non era più abituata.
- Che cosa vuoi fare?
- Non se ne accorgerà nessuno e nessuno potrà incolpare il monaco: l’aspetto che ho mi permette di fare ciò che non potrei mai fare se avessi il mio corpo.
- Ephram ... che cosa ti sta saltando in mente?
- L’incantesimo dello scambio di corpi a cui mi ha sottoposto a tradimento Myriam mi ha fatto venire un’idea: posso scambiarti di corpo con qualcuno e prolungarne la durata, fino alla data della tua esecuzione. Rifletti: questo tipo di rito presuppone che se una persona muore mentre è nel corpo di un’altra, allora l’altra rimarrà in vita sempre nel corpo che la ospita, un corpo non suo, senza effetti collaterali di alcuna sorta. Se faccio durare l’incantesimo abbastanza a lungo, un’altra morirà al posto tuo, nel tuo corpo, e nessuno le crederà se proverà a ribellarsi al suo destino o a rivelare qualcosa. Certo, sarai costretta a vivere tutta la vita nel corpo di qualcun altro, ma è sempre meglio che morire al rogo – concluse privo di qualsiasi scrupolo. - Inoltre, non correrei rischi neanche io. Nessuno sospetterebbe di un monaco e nessuno potrebbe accusare me, dato che non sono stato visto nè entrare nè uscire dalle segrete. Che ne pensi?
Beitris lo guardò stralunata e sbiancata in volto, negando con la testa, rivolgendogli uno sguardo amaro e a tratti desolato. – Non posso ... – sussurrò la ragazza con gli occhi lucidi.
- Cosa..? Perchè no? Ti sto offrendo la libertà. Ti sto salvando dalla morte.
- No, Ephram! Non voglio – disse ora con più convinzione lei.
- Spiegati.
- Ho già troppi sensi di colpa che gravano sulle mie fragili spalle.
Non voglio convivere anche con questo. Con la consapevolezza di aver sacrificato qualcun altro per aver salva la vita.
Sono stanca. Stanca di lottare, da tutta la vita.
Inoltre, non potrei mai vivere nel corpo di qualcun altra, chiunque essa sia.
Il mio corpo, quello con cui sono venuta al mondo, è questo. Per quanto debole, malato e deperito, è il mio, e voglio morire almeno con la dignità di essere nel mio corpo.
È la sola cosa che mi è rimasta. La dignità.
E poi... ora che so che i gemelli sono al sicuro, lontani da qui... sento di poter morire in pace, senza rimpianti - disse accennando un sorriso estremamente doloroso da guardare, per il giovane stregone.
Ephram si avvicinò alla cella, poggiando una mano su quella di lei ancorata alle sbarre, stringendogliela.
- Beitris, non voglio perdere anche te. Non voglio.
A ciò, la ragazza gli rivolse uno dei sorrisi più genuini, luminosi e sinceri che gli aveva mai rivolto a distanza di anni. – Mi devi lasciar andare. Come hai lasciato andare gli altri.
 
Cliamon camminò per le strade, sovrappensiero.
Oramai era quasi buio e, tra tutta l’esaltazione, la gioia e le varie sorprese di quella giornata, si rese conto che non avesse mai messo nulla sullo stomaco.
Eppure, non sentiva alcuno stimolo di fame, stranamente.
Da quell’elemento comprese che il giovane stregone non fosse abituato a fare pasti regolari.
Probabilmente, da quanto bene si sentiva e da quanta energia ancora aveva, era avvezzo a non mangiare anche per giorni interi. Eppure, il suo corpo non gli era sembrato troppo magro. Ma forse questo non significava nulla.
In quel momento ripensò a quanto fossero estremamente diverse le vite che conducevano.
Ephram era uno spirito libero, che avrebbe potuto fare quello che voleva per occupare il suo tempo infinito a disposizione. Tuttavia, era anche considerato una piaga da molti, per il solo fatto di vivere da eremita con una compagnia di stregoni. Parecchi servi del Creatore che aveva incrociato lungo la strada, per lo più uomini, gli avevano rivolto uno sguardo sospetto, diffidente e talvolta rancoroso, in quanto forse sapevano chi fosse, o molto probabilmente il suo aspetto e i segni che aveva marchiati sul collo lo tradivano. Le donne serve del Creatore, invece, abbassavano immediatamente lo sguardo quando lo scorgevano, imbarazzate. 
I gemelli gli avevano già narrato quale fosse il loro stile di vita nella compagnia, e quali sacrifici fossero costretti a fare per permettersi una convivenza quanto meno dignitosa, ma prima di quel momento non aveva avuto modo di toccarlo con mano.
Certo, quella mattina non si era risvegliato nella loro dimora in mezzo al bosco, bensì nella stanza di una casetta di un popolano, al limite della modestia, ma che, per il giovane stregone, doveva sembrare un lusso, persino quella.
Lui, invece, da parte sua, aveva da sempre condotto una vita molto agiata, in quanto uomo di Dio, prefissata in ogni minimo dettaglio, sempre impegnata e dedita a Dio, ai fedeli e agli studi.
Soffriva della mancanza di bellezza e di libertà, ma non soffriva affatto per le persecuzioni o per la mancanza di sostentamento.
L’atteggiamento relativamente calmo dello stregone, quando lo aveva incontrato qualche ora prima, gli era rimasto particolarmente impresso.
Immerso nei suoi pensieri, non stava dando molto peso agli sguardi eloquenti che gli venivano rivolti da molte serve del Diavolo, e anche da alcuni servi.
Sguardi ammiccanti, complici, languidi talvolta, come se avessero già avuto l’occasione di incontrarlo in qualche contesto privato, di cui il monaco non aveva minimamente idea.
Quegli sguardi lo imbarazzarono oltremodo, facendolo arrossire.
Voleva scoprire sulla sua pelle come ci si sentisse ad essere guardati, guardati veramente.
Ed ora lo sapeva.
Malgrado l’imbarazzo iniziale, si sentiva bene, desiderato, ammirato.
Camminò non ricambiando nessuno sguardo e si diresse verso la Taverna: anche se non percepiva la fame, avrebbe comunque dovuto mettere qualcosa sullo stomaco.
Tuttavia, si rese conto che quella mattina era uscito di casa senza prendere nulla con sè, tanto meno delle monete, che non si era minimamente disturbato a cercare tra le cose dello stregone.
Come avrebbe potuto mangiare senza dei soldi dietro, con sè?
Forse le locandiere alla Taverna sarebbero state misericordiose e gli avrebbero dato qualcosa.
Non appena entrò e si tolse il cappuccio, notò quanto fosse colma e rumorosa quella sera.
Non era mai stato lì dentro, e anche se non fosse stato un monaco, non ne avrebbe mai avuto il desiderio.
Si rivolse alla prima locandiera che trovò dietro il bancone, una bellissima fanciulla dai riccioli biondi.
- Potrei avere qualcosa da mangiare?
A ciò, la ragazza si voltò verso di lui, alzando un sopracciglio chiaro e sorridendo confusa. – Tesoro, qui non serviamo da mangiare. Dovresti saperlo ormai.
Non appena capì che Ephram e quella ragazza si conoscessero già, cercò di assumere un tono più confidenziale. – Scusami, pensavo che potessi comunque darmi qualcosa. Non mangio da tutto il giorno e non so dove andare ora.
- Potresti andare a casa con qualcuno di loro e avere da mangiare quanto vorresti – gli suggerì la giovane donna facendogli un cenno col volto verso i numerosissimi clienti che affollavano la Taverna quella sera. – Se cerchi una notte di piacere, come vedi oggi c’è l’imbarazzo della scelta – aggiunse versandogli del vino in un boccale e porgendoglielo con quelle mani leggere come petali, assolutamente inadatte per un mestiere simile. - Offre la casa – disse lei indicandogli il boccale e sorridendogli con intimità, per poi rivolgersi ad un altro cliente che stava richiamando la sua attenzione.
Cliamon guardò il boccale, provando un senso di nausea al solo vederlo.
Non voleva bere vino, non voleva passare la notte con qualcuno.
Non gli interessavano i piaceri della carne.
Si guardò intorno, senza l’intenzione di attirare qualche sguardo e incatenarlo al suo, ma lo fece involontariamente.
I suoi occhi si posarono su una donna, una serva del Diavolo, che stava facendo uno strano gioco da tavolo con altre donne, mentre bevevano vino e si divertivano tutte insieme.
Ella rideva sguainatamente, si toccava di tanto in tanto la sua lunghissima treccia morbida che le ricadeva sulla schiena, mentre il sudore le imperlava il collo di porcellana esposto.
Prima che riuscisse quasi ad accorgersene, la donna inchiodò i suoi grandi ed espressivi occhi castani nei suoi, sorridendogli sfacciata.
Distolse lo sguardo e ritornò a guardare il suo boccale, quando, inaspettatamente, se la trovò vicina.
Ella lo aveva raggiunto e ora lo stava guardando.
Quando alzò gli occhi su di lei nuovamente, si rese conto che fosse più matura di quanto si aspettasse, in quanto delle rughe evidenti si estendevano dai suoi occhi e ai lati della bocca carnosa.
- Chi si rivede ... – disse lei, cogliendolo alla sprovvista.
Non sapendo cosa rispondere rimase in silenzio, ma ella non si scoraggiò e continuò, con quel sorriso indefinibile che Cliamon non riuscì totalmente a decifrare.
- L’incantesimo che vi avevo chiesto di fare diverse lune fa... quello per cui mi avete anche fatta attendere parecchio ... non è andato come speravo.
Ora non sapeva davvero, minimamente cosa risponderle.
- Avete qualcosa da dire in vostra discolpa? – gli disse lei in tono provocatorio, a tratti malizioso, con la voce plasmata dal vino.
- Io non ho fatto nulla di sbagliato – le rispose improvvisamente, con un tono arrogante e sicuro di sè che sentiva non appartenergli affatto. – Talvolta la magia prende delle strade che non ci aspettiamo – aggiunse, sentendola ridere di rimando.
I segni dell’età non avevano affatto penalizzato la bellezza della donna, anzi, se possibile, l’avevano esaltata.
- Vi propongo un patto, Ephram, che ne dite?
- Non sono disposto a fare patti di alcun tipo questa sera.
- Beh, se voi non siete disposto, potrei andare dai monaci del Creatore a dire che avete usato la magia nera impropriamente su di me, anche stasera stessa. Vi rinchiuderebbero nelle segrete e vi brucerebbero su quella pira senza farvi attendere troppo.
Cliamon impietrì e venne totalmente invaso e nauseato dalla meschinità di quella donna.
Sarebbe stata disposta a tanto... per cosa?
E quante altre volte era accaduto qualcosa di simile, con altri servi del Diavolo e stregoni, senza che nessuno di loro ne fosse a conoscenza?
Lui e gli altri monaci avevano passato la vita a ... condannare innocenti?
- Ma io non ho usato la magia nera impropriamente su di voi ... – tentò.
- A quei maledetti monaci non importa se l’avete fatto o no. Non si fanno scrupoli in ogni caso con gli stregoni, lo sapete. Non si fanno scrupoli con noi servi del Diavolo in generale.
Cliamon rimase nuovamente costernato.
- Cosa volete, dunque ...?
A ciò, la donna gli si avvicinò ancor di più e gli passò l’indice sul braccio, per poi risalire fino alla spalla, con fare sensuale. – Io e mio marito vogliamo sperimentare qualcosa, da un po’. Stavamo cercando di trovare la persona giusta. Si dice che le streghe e gli stregoni siano estreamemente fantasiosi a riguardo, e che siano molto avvezzi a tali pratiche. Se capite a cosa mi riferisco ...
Nonostante l’innocenza, Cliamon lo capì, lo capì forte e chiaro, in quanto ogni poro, ogni strato di pelle di quella donna gridava un’inconfondibile eccitazione fisica.
La perversione sfociava nei suoi occhi lucidi, mentre lo guardava vogliosa.
- Allora...? Cosa ne pensate? Verrete in casa nostra e passerete la notte con noi?
Cliamon si ritrovò con le spalle al muro.
Non era giusto, non era corretto, usare quel corpo in tal modo.
Forse c’era un altro modo per sfuggire alle minacce della donna, ma quale?
Come si sarebbe comportato Ephram, se ricattato così?
Avrebbe trovato una soluzione differente o si sarebbe piegato al suo volere?
Forse, se lo avesse desiderato anche lui sì, ma se non lo avesse voluto?
Si fece tutte queste domande, ma non trovò una via d’uscita.
Poi, le parole di Ephram stesso, di quella mattina, gli tornarono in mente chiare e pregnanti: “Non siate codardo e godetevelo fino all’ultimo”.
Era stato lui stesso ad incoraggiarlo.
Eppure... in cuor suo il monaco non voleva piegarsi a tale bassezza d’animo.
La sua relazione col Creatore non c’entrava, in quanto la sentiva già macchiata da quando aveva accettato di rubare il corpo di qualcuno.
Tuttavia, era una questione di integrità morale. Di correttezza, di rispetto, di se stesso e del corpo che abitava.
- Vi posso garantire – ricominciò la donna, per persuaderlo maggiormente. – Che se accettate di passare con noi questa notte, considererò l’episodio dell’incantesimo inesistente, farò finta che non sia mai accaduto.
- Ve ne sarete dimenticata..?
- Me ne dimenticherò.
Oramai, non gli restava null’altro da fare.
Seguì la donna fino a casa sua e la accontentò.
Quella notte, per la prima volta, Cliamon sperimentò i piaceri della carne sulla sua pelle.
Dei piaceri portati all’estremo, portati al dolore fisico, subendo tutto come fosse un’esperienza di vita necessaria e dovuta.
Si sentiva vuoto dentro.
Quella notte, Cliamon capì che non fosse un dono nascere servi del Diavolo, così come non lo era nascere servi del Creatore.
Entrambi erano destinati a soffrire, a patire, a sopravvivere, in un modo o in un altro, chi per un motivo, chi per un altro.
Quella notte, Cliamon capì che nessuno era benvoluto dal Creatore, così come nessuno era benvoluto dal Diavolo.  
 
 
   
 
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