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Autore: Dira_    23/04/2022    3 recensioni
[Seguito de "Nella Selva Oscura"]
Castiglioscuro non è più un problema per le Silvani. Lo è il bosco, e ciò che contiene.
Un mostro si è risvegliato tra gli alberi e una barista di paese si è resa conto che non più essere soltanto quello.
Rosi deve tornare nell'Altrove, un mondo popolato da spettri, criptidi e mostri; deve trovare il coraggio di affrontarli e forse affrontare sé stessa.
Nell'Altrove è facile smarrirsi: puoi dimenticare di essere un mostro per scoprire il primo amore, puoi cominciare a dubitare che obbedire agli ordini sia sempre giusto. Puoi scoprire che no, non lo è.
Perché nell'Altrove vi è una sola certezza: una volta che lasci il sentiero, è allora che la storia comincia davvero.
Genere: Fantasy, Mistero, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, FemSlash
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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Capitolo 14.
 
Piedi nudi calpestano terra, foglie morte e spine.
Lietta non dovrebbe seguire Beatrice; la sorella si infurierebbe a saperla in mezzo al bosco, di notte, con quella cosa che mangia uomini e bestie.
La figura minuta si muove con l'esperienza di una vita e gli occhi di un gatto nel bosco buio e pieno di rumori; ad ascoltare quelli giusti, a trovarci dentro le parole, non si ha bisogno della luce del sole per orientarsi. 
“Portami da mia sorella,” sussurra in una preghiera. “Portami da lei, fammela portare a casa.”
Un lumicino le compare ai piedi, giocando tra le sue vesti, e Lietta si china a sfiorarlo con le punta delle dita, che diventano gelide e formicolanti. “Portami da mia sorella,” lo istruisce.  
Il folletto lanterna svolazza sopra la sua testa e poi prende a guidarla. Da lontano una civetta lancia un grido. Lietta rabbrividisce: quella notte gli uomini stanno battendo il bosco nel versante del castello. Non può farsi scoprire. Neanche Benedetto potrebbe aiutarla a quel punto.
Segue la luce lattiginosa del folletto, ignorando le radici, e i rami, che sembrano volerla trattenere.
 
Torna indietro bambina ...
Scappa.
Non nel bosco, bambina …
 
Poi sente un lamento. È appena percepibile e Lietta pensa ad un animale ferito, catturato in una delle trappole che gli uomini del castello lasciano in giro e che lei e sua sorella rompono.
Lo sente di nuovo, tra i cespugli di fronte a lei, e il lumicino ci svolazza sopra, illuminandoli. Lietta capisce di aver trovato sua sorella. “Bice!” si getta a carponi per raggiungerla. “Sei ferita, stai bene?”
Sua sorella è rannicchiata in quel rifugio di fortuna, con le braccia avvolte attorno alle ginocchia e il viso nascosto da una cortina di capelli arruffati. Non sembra averla notata. “Bice!” la chiama di nuovo spaventata.  
“... è morto.” Le risponde con voce roca e distante. “Il grande serpe l'ha ucciso.”
“Chi è morto? Che è successo?” Alla luce aliena del folletto lanterna Lietta si accorge che Bice è sporca. Ne riconosce l'odore; è sangue. “Sei ferita!”
“Non io.” 
Lieta ispira. “Torniamo a casa, ti prego. Non possiamo stare qua.”
“Non posso tornare a casa,” le risponde scostando il viso dalle ginocchia. Gli occhi sono gonfi e il viso è stravolto dal dolore. “Non ho più una casa.”
È morto Fortunato.
Quella realizzazione colpisce Lietta come uno schiaffo. “Che stai dicendo?” la prende per un braccio e prova a tirarla in piedi, ma Bice pesa come cento sacchi di farina, immobile, piantata nella terra. “Dobbiamo tornare prima che qualcuno si accorga che siamo sparite!”
Beatrice si passa il dorso della mano sugli occhi. Scuote la testa. “Tu devi tornare, io devo rimanere qui. Devo attendere la risposta dello Spirito del Bosco.”
“Lo spirito … che sta succedendo Beatrice?” le domanda angosciata. “È per il mostro?” 
“Qualcuno deve fermare il grande serpe, e non saranno gli uomini del castello, né quelli del villaggio a farlo. Il bosco ha bisogno di qualcuno per combatterlo. Lo farò io.”
Lietta sente le lacrime premerle all'angolo degli occhi. “Che cosa pensi di fare da sola … sei solo una donna.”
“Non più,” ribatte Bice mentre il volto si svuota da ogni emozione. “Dì a Benedetto che se non verrà lui, verremo a prenderlo noi.”
Lietta si scosta. “Benedetto...”
Bice la interrompe: “Né lui né quello che ha portato appartiene a questo mondo. Ci sono delle regole e lui le ha infrante, ma nel farlo ha commesso un errore. Ha ucciso l'uomo che amavo e ora non c'è nulla che mi trattenga nel Clarus. Digli questo … e digli di aver paura.” 
Poi l'espressione terribile e vuota fa spazio ad un'emozione. Bice le sfiora la guancia con la punta delle dita. “Torna a casa, bambina...” mormora.
Lietta incespica alzandosi. Vuole dire e fare mille cose, ma il bosco sembra chiudersi attorno a lei, soffocarla. 
Lietta si volta e scappa via. 
 
*** 
 
When I run through the deep dark forest long
After this begun
Where the sun would set
The trees were dead
And the rivers were none
(Wolf, First Aid Kit)
 
Ettore e Rosi avevano seguito Marina. Mille pensieri si erano affastellati nella testa di Rosi mentre uscivano dal Bar. Quel flusso costante di ansia non si era interrotto neppure quando Tobia era spuntato da uno dei vicoli che sfociavano nella piazza. Li aveva seguiti senza una parola.
“Bene, siamo tutti … possiamo andare!” proclamò Marina in tono gioviale. Sempre di buonumore, persino di fronte alla situazione più spiacevole. 
Se di norma Rosi lo considerava un pregio utile dietro cui nascondersi in caso di situazioni sociali, in quel momento le diede terribilmente ai nervi.
 
Salirono le scale di marmo del comune mentre il rumore dei loro passi echeggiava tra le pareti scrostate: se fuori l'edificio era stato completamente ristrutturato, dentro non nascondeva i suoi anni.
L'importante è che da fuori sia perfetto.   
Tobia prese la mano di Rosi, che si voltò cercando di sorridergli. 
“Quanto siamo nei guai uagliù?” mormorò Ettore togliendosi il cappello e passandosi le dita tra i capelli sudati. 
“Non ne ho idea,” ammise Rosi sottovoce. “Io e Tobia abbiamo fatto tutto alle spalle della nostra Confraternita, ma per te è diverso. Non penso neppure si siano resi conto che sei un Nato di Domenica.”
“Son stato convocato pure io Rosì, penso che di me sappiano assai,” ribatté Ettore con un sospiro. “Ja, facciamola finita. Non è la prima volta che mi caccio nei guai per colpa di un gatto chiacchierone … non sarà l'ultima.”
Entrarono così nell'ufficio del Sindaco; furono accolti dal Ghini stesso che li fece entrare sbrigativamente, chiudendosi la porta dietro. Il saluto scarno e nervoso con cui li accolse non era una novità, ma lo era il viso tirato, come di chi stava dormendo poco e male.
Persino Marina  di fronte all’uomo abbandonò la maschera gioviale per far spazio ad un’espressione preoccupata.
… C'è qualcosa che non va. 
Rosi non fece in tempo a riflettere su quella sensazione perché entrando nell’ufficio personale del Sindaco furono aggrediti da una temperatura artica, frutto di un sovradimensionato condizionatore portatile vicino alla finestra. Le tende erano tirate e l'atmosfera era immersa nella luce artificiale. Non sembrava che fosse un tardo pomeriggio di Agosto.
La stanza era piena di gente; su una sedia di fronte alla scrivania era seduto Don Doriano – che per una volta non stava sudando. Accanto a lui c'era Stefano, che fu l'unico ad alzarsi al loro arrivo … subito imitato da Alina, seduta dal lato opposto, accanto al padre.
Due ragazzini.
Una delle cose che Rosi non capiva del sistema delle Confraternite era il modo disinvolto con cui si impiegavano ragazzi appena usciti dal liceo come forza lavoro. 
Se non direttamente ancora, a scuola …
Il volto ancora paffuto di infanzia di Alina la metteva a disagio. Aveva l'età di sua sorella ed era una cacciatrice di criptidi. Era un lavoro pericoloso, persino mortale.
Nessuno lo trova sbagliato?
Il Ghini si accomodò dietro la scrivania, allargando il colletto della camicia. “Direi che ci siamo tutti. Credo possiate immaginarvi il motivo della vostra convocazione.”
Rosi avrebbe voluto mostrare la maturità dei suoi trent'anni, ma tutto quello che le uscì di fronte a quel tono supponente, fu: “Siamo nei guai?”
Tobia, che era dietro di lei, sbuffò per mascherare una mezza risata e persino nel volto teso di Ettore guizzò un sogghigno.
Il Ghini invece serrò le labbra. “Sì, lo siete, e farci sopra una battuta è fuori luogo.”
“La mia non era una battuta.”
Marina tossicchiò, attirando l'attenzione. Si era spostata vicino a Don Doriano, ma non si era messa a sedere, nonostante Stefano avesse tentato di cederle il posto. “Siamo soltanto preoccupati, tesoro. Tu, Tobia e il Maresciallo Mangiola siete spesso nel bosco, e in luoghi dell'Altrove qui in paese … ci chiediamo semplicemente cosa stiate facendo.”
“Non mi risulta che camminare nel bosco e andare in biblioteca sia proibito.”
“Non lo è, ma ti abbiamo fatto una domanda.”
“No, mi avete convocato qui con i miei amici e mi state facendo un interrogatorio,” ribatté dura guardandola negli occhi. L'espressione pacata di sua madre non vacillò e, ancora una volta, Rosi non vi lesse nulla oltre. Preoccupazione, forse, ma dubitava fosse per lei.
Cosa mi stai nascondendo?
“Facciamola corta, Silvani,” si inserì sbrigativo il Sindaco. “Tu e i tuoi amichetti state giocando a fare i Sorveglianti e non lo siete. Smettetela.”
“Stiamo giocando a fare i Sorveglianti perché chi dovrebbe farlo sul serio non lo sta facendo,” rispose Rosi. “Ci sono delle criptidi pericolose nei boschi di Malacena e non se ne sta occupando nessuno.” 
“Dell'avvistamento del Mannaro ce ne stiamo occupando, tesoro...” intervenne conciliante Marina. “I vânători sono qui per questo. Anche solo il sospetto sta venendo gestito.”
Rosi fece per rispondere che non era vero, quando con la coda dell'occhio notò che Ettore le stava facendo cenno di aspettare. Sorpresa annuì, e il carabiniere si fece avanti.
“Con tutto il rispetto per la vostra funzione, Marina … e per il lavoro che finora avete svolto, nessuno qui sta giocando. Io qui sto lavorando,” fece una pausa in cui nessuno si azzardò ad aprire bocca. Il fatto che indossasse un uniforme e il tono fosse – come avrebbe detto Cate – da guardia, metteva istintivamente in soggezione. 
“Sono nuovo a questa faccenda dell'Altrove, ma nel Chiaro le forze dell'ordine di solito collaborano quando ci sta un problema di ordine pubblico. E questo lo è. Ritengo che dovrei essere coinvolto, sia per la mia funzione, sia per il fatto che come Rosi e Tobia, sono un Nato di Domenica.”
“Con tutto il rispetto Maresciallo,” intervenne Marian con un sorrisetto borioso stampato sulla faccia squadrata. “Lei dovrebbe occuparsi delle cose sue, come noi ci occupiamo delle nostre. È meglio che la polizia lasci fare ai professionisti. Il Mannaro non è roba per voi.”
“L'Arma dei Carabinieri,” lo corresse Ettore con una tranquillità disarmante, probabilmente forgiata da anni di rapporto con il pubblico. “E ne prendo atto, Signor Radu, ma non sto parlando del Mannaro. Sto parlando del serpe regolo.”
A quella frase cadde il silenzio e Rosi notò un'emozione predominante sul volto di tutti, ma in particolare in quello di sua madre: totale confusione.
“Del cosa?” domandò il Sindaco. 
“Serpe regolo,” ripeté Ettore. “È un grosso serpente con il volto umano, l'alito in grado di stordire  un uomo adulto e coperto da scaglie argentate. Credo un parente dei draghi? Ha fatto la tana, o una delle tane, sotto Castiglioscuro.”
Marina batté le palpebre un paio di volte; era chiaramente il ritratto della sorpresa e sua madre sì, era in grado di fingere come un'attrice consumata, ma non fino a quel punto. 
“Avete … avete prove?” balbettò.
“Lo abbiamo visto con tre paia d'occhi Signora Silvani,” rispose Ettore. “Io, sua figlia e Tobia. Tobia è anche stato attaccato … ma non soltanto lui. Il cibo preferito del serpe regolo sono altre criptidi ma, data la stazza, temo non avrebbe problemi a mangiarsi vivo un uomo.”
Rosi si costrinse a distogliere l'attenzione da sua madre per analizzare le reazioni degli altri.
Qui in mezzo potrebbe esserci chi lo controlla.
Difficilmente poteva essere il Sindaco; il Ghini aveva assunto lo stesso colore della calce. Si passò una mano sul volto, aprì la bocca, ma la richiuse subito. 
I due vânători erano invece diventati di pietra; Alina abbassò lo sguardo verso il padre tradendo un'espressione spaesata da ragazzina, cercando conferme, ma l'uomo fissava Ettore come se volesse scoperchiargli la testa per esaminare l'interno. Rimase così qualche attimo, poi emise un sorso rumore di gola e qualche parola in rumeno. 
Alina tradusse. “Marina ha ragione. Avete delle prove a parte quello che dite?”
Ettore inarcò le sopracciglia. “Dovrebbe bastare la nostra testimonianza, ma sembra che nell'Altrove le cose vadano in modo diverso. Abbiamo raccolto delle scaglie della muta. Le hai tu vero Rosì?”  
“Sono a casa.”
Ettore si voltò di nuovo verso i due vânători. “Colleghi,” li apostrofò con palpabile ironia, “basta per aprire un'indagine direi.”
“Sì,” ribatté Marian con un leggero sorriso. Sembrava in qualche modo aver rivalutato Ettore perché gli fece un cenno della testa e poi si rivolse al Sindaco. “Ne sapevate niente?”
“No,” rispose per lui Marina. “Pensavamo … pensavamo stessero cercando il lupomanaio.” 
E ancora una volta Rosi percepì troppo sgomento perché fosse simulato. 
“Questo non cambia comunque il fatto che non dovete occuparvene voi, Maresciallo,”  si riprese il Ghini schiarendosi la voce. “Naturalmente vi siamo grati per essere stati così vigili da aver notato una criptide sfuggita a noi e ai vânători … però continuate a non essere Sorveglianti e a non appartenere alla Confraternita di Malacena.”
“E io ripeto il mio invito alla collaborazione,” ribadì Ettore  e Rosi, trascorsi e sentimenti a parte, l'avrebbe baciato.
Ecco cosa mancava l'altra volta. Un'autorità dalla nostra parte.  
Ed Ettore in quel momento non era l'amico scanzonato e affidabile, era un militare, era il Maresciallo dei Carabinieri di Malacena. 
Si scambiò un'occhiata con Tobia che quasi sembrò leggerle nel pensiero, perché le sorrise.
Il Ghini avvampò di stizza. Il fatto di non riuscire a ridurre al silenzio Ettore lo mandava su tutte le furie.
“La collaborazione tra una forza dell'ordine del Chiaro e una forza dell'Ordine dell'Altrove non è pensabile!” sbottò. “Mi è stato detto il motivo del suo trasferimento, il vero motivo. L'Altrove non è qualcosa in cui si può entrare pestando i piedi. Ha quasi perso il suo incarico a Napoli, non vorrei succedesse qui.”
Ettore non fece in tempo a ribattere; Tobia, rimasto defilato fino a quel momento, scattò in avanti, infilandosi nel varco tra le sedie di fronte alla scrivania e, afferrando il Sindaco per la camicia, lo tirò in piedi come un pupazzo di stracci.
“Bia, no!” gridò Rosi in unisono con Marina.  
“Non insabbierai un'altra volta le cose!” ringhiò Tobia strattonando l'uomo alla sua altezza. “Non rovinerete più la vita a nessuno!” 
Bia!” ripeté Rosi afferrandolo per un braccio. Tobia le rivolse un'occhiata bruciante di rabbia, ma dietro c’era il terrore di dover ripetere tutto da capo. 
La presa con cui lo stava trattenendo si tramutò in una carezza. “Non succederà stavolta, te lo prometto.”
Stavolta hai me. Hai Ettore. Non ti lasceremo da solo in questa ragnatela di bugie.
Non lascerò che nessuno ti faccia del male. Mai più.
“Tobia, cumpà, è tutto a posto ...”  Ettore gli si affiancò, sempre con quella calma surreale. Con un cenno della mano fermò Alina, che aveva ben pensato di avvicinarsi e peggiorare chiaramente la situazione. “Nessuno insabbierà niente,” poi si rivolse al Sindaco, “ed eviti le minacce per cortesia.” 
Tobia inspirò e poi lasciò di colpo il Ghini, che incespicò sedendosi pesantemente sulla sedia. L’uomo si sistemò la camicia spiegazzata, paonazzo. “Non era una minaccia … volevo solo...”
“Facciamo finta che non abbia sentito e chiudiamola qui,” lo interruppe Ettore. “Possiamo continuare a parlarne come persone civili?”
“Sono d'accordo con lei, Maresciallo,” intervenne per la prima volta Don Doriano. 
Non aveva aperto bocca per tutta la durata della conversazione e adesso, con uno sbuffo, si alzò in piedi. “Invece che minacciarvi, dovremo ringraziarvi. I vostri occhi hanno visto dove i nostri sono rimasti chiusi … anche se non per tutti nello stesso modo.” Fece un cenno a Stefano, che si alzò prontamente in piedi. “Da un po' ritengo che vi siano pericoli sottovalutati qui a Malacena … volutamente, temo.”
“Volutamente?” esclamò il Sindaco. “Di cosa diavolo state parlando?”
“Il Mannaro è stato l'inizio,” continuò Don Doriano ignorandolo. “Il seguito è il regolus. Queste creature sono qui perché qualcuno non solo non le ha eliminate, ma le ha fatte prosperare.”
Rosi si voltò verso sua madre. Aveva le mani strette alla borsetta e le labbra ridotte ad una linea sottile. Non aprì bocca.
“Stefano, che è un Sorvegliante giovane, ma promettente...” Don Doriano diede una pacca sulla spalla del ragazzo, che chinò la testa come ad accettare il complimento, “... mi ha aiutato a condurre un'indagine parallela, e abbiamo ottenuto le stesse conclusioni che voi graziosamente avete scelto di non dire pubblicamente. Tuttavia la verità ha necessità di uscire. 
La Confraternita di Malacena sta mettendo in pericolo il territorio che la ospita. Inettitudine o colpa verrà deciso altrove. D'ora in poi la Confraternita è sciolta, e io stesso, assieme ai vânători, prenderò le redini della caccia al serpe regolo.” 
Il Ghini si alzò di scatto dalla sedia. “Non potete farlo!” ruggì come una belva presa in trappola. “Non è una cosa che può essere decisa da te, prete!”
“Infatti non è stata decisa da me,” ribatté l'uomo frugando nella tasca della tonaca e tirando fuori una lettera, che estrasse dalla busta e aprì sulla scrivania. “Questa viene direttamente dai Chiaroscuri di Siena.” Estrasse gli occhiali con calma e poi lesse: “A fronte delle prove fotografiche portate dal Sorvegliante Stefano Greco, e dalle indagini fatte circa l'aggressione alla vânător Alina Radu, si sospetta che i membri originari della Confraternita di Malacena Marina Silvani e Carlo Ghini stiano occultando attivamente criptidi pericolose. Per questo motivo si affida la temporanea gestione della Confraternita a Don Doriano De Santis, con le sorveglianza diretta e poteri di pronto intervento ai vânător Marian e Alina Radu...” 
Nell’ufficio il silenzio poteva tagliarsi solo con un’accetta tanto era denso e spiacevole.
Don Doriano si schiarì la voce: “È tutto scritto Carlo, puoi controllare tu stesso, se non ti fidi della mia parola … Però temo che il punto sia la veridicità della vostra.”
 
L'intervento di Don Doriano aveva chiuso la convocazione. 
Rosi non aveva tolto gli occhi di dosso a sua madre: si era aspettata che proclamasse la sua innocenza. Invece Marina Silvani si era svuotata e aveva lasciato il Ghini a strepitare a briglia sciolta. 
Non che fosse servito a molto: Marian Radu aveva preso le redini della situazione in mano intimando a tutti di lasciare l'ufficio del Sindaco, dato che non era più un luogo sicuro per continuare quella conversazione, richiedendo poi a Don Doriano di eleggere la parrocchia a nuovo luogo di ritrovo della Confraternita. Il prete aveva acconsentito di buon grado e i vânători e Greco lo avevano seguito. Si erano separati sulle scale del Comune.
 
“Vi ringraziamo per quello che avete fatto finora. Dovete consegnare la scaglia della muta del regolo, ma senza fretta. Possiamo trovarci domani mattina in Chiesa, dopo la messa.”
 
Don Doriano era stato efficiente e gentile, ma non aveva dato loro modo di obiettare. Era chiaro il messaggio dietro le sua richiesta: lasciate fare a noi.
Rosi, Tobia ed Ettore si accomiatarono così dalla nuova confraternita, lasciando il Ghini nel suo gelido ufficio. Marina li seguì.
“Così è finita? Perché non credo proprio ci vogliano ancora tra i piedi,” considerò Ettore quando scesero in strada. Il caldo della sera li avvolse, ricoprendoli di sudore e dello straniamento di trovarsi di nuovo, in un certo qual modo, nella realtà. 
“No, non vogliono,” gli fece eco Tobia.  
“Meglio, almeno posso tornare a fare il lavoro mio.” sospirò Ettore. “Però...”
“Però non ti fidi?” concluse per lui Rosi.  
Ettore si tolse il cappello per passarsi una mano tra i capelli. Quel gesto lo calmava sempre. “Non è quello Rosì … Se non ci stanno accordi tra l'Arma e le Confraternite, la mia richiesta vale quanto un due di picche a briscola. Abbiamo fatto le indagini senza autorizzazione e abbiamo ricevuto per l'impegno una pacca sulla spalla. Fine. Se continuiamo ci mettiamo nei guai.”
“Non hai risposto alla domanda di Rosi,” gli fece notare Tobia. “Ti fidi?”
Ettore fece una smorfia. “Non abbiamo alternative.”
“Continuare ad indagare per conto nostro è un’alternativa.”
Ettore si voltò verso l'altro uomo. Era mortalmente serio. “No. Quello che abbiamo fatto può essere considerato come l’iniziativa di tre cittadini preoccupati … una forza dell'ordine su una cosa del genere può chiudere un occhio, ma una volta sola … e no,” fermò un'obiezione che si formava sulle labbra dell'altro, “non me ne voglio lavare le mani. Chiederò di esser informato. Tu e la Rosina però siete fuori. Sul serio.”
Tobia si voltò verso di lei con aria incerta, e Rosi annuì. “Hanno riconosciuto che c'è un problema e l'hanno fatto di fronte a dei testimoni. Non possono insabbiare le cose.”
Stavolta.
“Ci terrai aggiornati?” gli domandò però.
Ettore sorrise. “Come se potessi evitarlo.”
Si fermarono di fronte al Bar. Quel giorno Tea si era portata dietro la sorella, che stava servendo ai tavoli con l'aria di chi si stava divertendo un mondo: doveva trattarsi di una bella differenza rispetto a rimanere ad annoiarsi nell'ufficio del Sindaco per tutta la giornata.
Rosi le salutò con un cenno distratto della testa. Sua madre in compenso continuava a non dar segno di voler interagire con l'ambiente circostante. 
Dobbiamo parlare. Non possiamo più rimandare.
Tobia, dopo aver lanciato un’occhiata alla donna più anziana, si schiarì la voce. “Io torno a casa … facciamo un pezzo di strada assieme?” domandò ad Ettore, che fu altrettanto rapido a captare l'atmosfera.
“Come no!” gli allungò una pacca sulla spalla. “Anzi, perché non ceniamo assieme? Ci sono un po’ di cose su cui mi devi aggiornare…” e rivolse ad entrambi un ghigno, a cui Rosi rispose con un’alzata di occhi al cielo.
Buona fortuna, Bia. Stasera sarai sulla graticola. 
Una volta che i due uomini se ne furono andati Rosi racimolò tutto il coraggio che possedeva per affrontare sua madre. “Mamma, dobbiamo parlare.”
Marina si riscosse. “Sì,” ammise, “ma non in Piazza. Facciamoci una passeggiata.”
 
*** 
 
La meta finale della passeggiata erano state le mura del paese. A quell’ora, di poco precedente la cena, il camminatoio che permetteva di percorrerle per tutta la loro pentagonale lunghezza era vuoto, sia di occasionali paesani che di turisti. Senza mettersi d’accordo avevano scelto quello come posto per chiarirsi. 
Una volta affacciate al parapetto in muratura in una direzione qualsiasi rimasero qualche momento a contemplare l’oceano di alberi che si stendeva di fronte a loro. Pii Marina sospirò. “Non mi sono mai immaginata di vivere altrove, se non qui… Chissà, forse è il sangue di driade che scorre nella nostra famiglia.”
“Potrebbe essere,” ammise Rosi accendendosi una sigaretta. “O forse non abbiamo mai avuto abbastanza coraggio per andarcene.”
Marina abbozzò un sorriso, ma non ribatté e Rosi intuì che doveva essere lei a fare la prima domanda. “Sapevi del regolo?” 
“No.” Il tono era definitivo. “Non avevo idea che ci fosse un serpe regolo nei nostri boschi … non ho neppure capito come siate riusciti a scoprirlo voi.”
“È una storia lunga. Abbiamo avuto aiuto.”
“I gatti,” realizzò Marina voltandosi meravigliata verso di lei. “Il Maresciallo … ho sentito la sua battuta sui gatti chiacchieroni. Riesce a capirli?”
Rosi annuì. “Pare sia una cosa di famiglia.”
Marina annuì, pensierosa. “Ci sono tante cose che non ho notato … troppe, forse.”
“Il Mannaro però l’hai notato,” ritorse Rosi. Non aveva mai avuto un carattere indulgente, non era mai riuscita ad essere comprensiva dei peccati altrui. Neppure se erano quelli di una delle persone più importanti della sua vita. “Il lupomanaio esiste e tu e il Ghini lo state nascondendo.”
Marina serrò le labbra, posando le mani sul parapetto, quasi a trarre conforto dalla frescura della pietra.
“Mamma, dimmi la verità,” non voleva far tremare la voce, ma non servì desiderarlo. “Per favore.”
“Il lupomanaio è un versipelle, Rosi, vive come un essere umano per la maggior parte della sua vita… è un essere umano. Eppure ci insegnano ad ucciderlo come se fosse una bestia pericolosa priva di raziocinio. Pensi che sia giusto?”
Rosi ispirò un pugno di nicotina, incolpando quella quando le salirono le lacrime agli occhi. 
“Non importa se lo sia o meno, importa che stiate mettendo in pericolo tutti!”
Marina esitò. “Lo abbiamo sempre tenuto sotto controllo. In questi anni non ci sono stati attacchi ad esseri umani o ad animali domestici … abbiamo fatto il nostro lavoro, Rosi, anche se non come ci è stato insegnato.”
Rosi non ebbe il coraggio di voltarsi verso sua madre. Se lo avesse fatto l’avrebbe perdonata. E non voleva.
“Chi è?”
“Non posso dirtelo.”
“Lo scoprirò, dato che in paese ci sarà presto una morte tragica, no?”
“Se dipende da me e da Carlo no.” 
“Mamma stai sbagliando!” Si voltò per urlarglielo addosso. Ignorò il volto pallido e la lacrime della persona che l’aveva sempre amata e protetta, mai abbandonata, nonostante i suoi mille difetti e le sue scelte sbagliate. 
Fu incredibilmente difficile. 
Marina scosse la testa. “Non secondo coscienza, Rosi.”
“Hai condannato Tobia ad essere etichettato il pazzo del villaggio secondo coscienza?” 
A questo Marina si ritrasse come se l’avesse schiaffeggiata. “Tobia si è comportato in modo irragionevole, se gli avessi dato retta un ragazzo sarebbe morto.” Si voltò verso il panorama, estraendo dalla borsetta un fazzoletto per asciugarsi gli occhi. “Non c’è giorno che questa cosa non mi pesi … ma nella vita bisogna compiere delle scelte, e a volte la scelta non è tra cosa è giusto e cos'è sbagliato, ma tra chi salvare.”
“Quindi ti sei eletta a giudice.”
“Non voleva farlo nessun altro.” 
Era un’accusa velata, e Rosi ebbe l’impulso di reagire. Di afferrare sua madre e schiaffeggiarla. Serrò i pugni e schiacciò con forza la sigaretta sul parapetto.  
“Non l’avrei lasciato fare a nessun altro… ” aggiunse Marina ammorbidendo il tono. “Non ti avrei mai chiesto di condannare il tuo migliore amico.”
“Se mi avessi coinvolta fin dal principio avremo trovato una soluzione diversa. Avrei salvato sia questo misterioso ragazzo sia Tobia.”
Marina rimase in silenzio, poi lasciò andare un sospiro. “Forse io e Carlo abbiamo sbagliato tutto.”
“È arrivato il momento dell’auto-commiserazione?”
Marina ridacchiò. Una risata priva di gioia però. “Sto diventando vecchia, tesoro mio, e sono stanca. Sono disposta ad ammettere di essere fallibile.”
“Allora lascia fare a me.” Rosi si voltò per fronteggiarla. Non era facile ammettere di sbagliare, o ammettere che la tua figura d’autorità primigenia aveva fatto lo stesso. 
Era però possibile venirci a patti. Era possibile rimediare e quell’idea glielo aveva piantata in testa Ettore, e glielo aveva fatto sbocciare Tobia. 
Non è mai troppo tardi.
Rosi posò una mano sul braccio di sua madre. “Anche io ho sbagliato cinque anni fa…” mormorò.  “Fammi prendere il posto che mi spetta. Fammi tornare ad essere una Sorvegliante.” 
Marina coprì la mano con la sua. Una mano piccola e paffuta, che aveva asciugato innumerevoli lacrime ed elargito carezze. Rosi notò come si stesse punteggiando di macchie dell’età. 
Era la prima volta che realizzava quanto sua madre fosse invecchiata. La qual cosa la riempì di un sentimento contrastante: paura, ma anche decisione.
Non posso più tirarmi indietro. È ora di tornare ad aprire gli occhi. È ora di crescere. 
“Devi salvare il lupomanaio,” disse Marina. “Non importa cosa ci insegnano, è solo un ragazzino con una maledizione addosso. Inoltre, chi pensi che dovrà ucciderlo tra Marian ed Alina?”
“Un ragazzino ammazzato da un’altra ragazzina…” l’idea le rivoltava lo stomaco. “Chi è?”
“È Elia.”
“Il figlio di Carlo?” Rosi sgranò gli occhi. Quel bulletto arrogante, sempre irrequieto, sempre pronto alla rissa o al vociare … era il lupomanaio?
“Quando è arrivato qui era un bambino spaventato, come lo era sua madre … io e Carlo li abbiamo accolti proteggendo il loro segreto. Don Doriano e i vânători non devono scoprirlo.”
“Don Doriano…”
“È un uomo di Chiesa e vive di dicotomie. Per lui i Mannari non sono uomini degni di perdono, ma lupi che minacciano le proprie pecorelle. Non si farà scrupoli.”
Rosi annuì. “Lo dirò anche a Tobia ed Ettore,” prima che sua madre potesse protestare, aggiunse, “avrò bisogno del loro aiuto. Non si proteggere l’Altrove da soli, o non avrebbero inventato le Confraternite.”
Sua madre sorrise. “Così Bia e il carabiniere sono la tua Confraternita?”
“Sì,” le uscì prima che potesse pensarci, ma poi realizzò che era vero. 
Tobia ed Ettore non erano soltanto suoi amici - e nel caso di Bia, ormai qualcosa di più - erano i suoi compagni. La sua banda contro i misteri e i pericoli dell’Altrove. “Sì, lo sono.”
“Bene…” Marina si voltò di nuovo verso il panorama, verso quell’infinita distesa di onde smeraldo che componeva la Montagnola e la geografia della loro famiglia. La contemplò a lungo, prima di continuare: “Io e Carlo abbiamo fatto troppi errori. Forse voi imparerete da essi.”
Rosi avrebbe voluto abbracciarla. Pur furiosa e amareggiata per quello che lei e il Sindaco avevano fatto a Tobia per un supposto bene superiore, il tono sconfitto di sua madre se non ispirava perdono, ispirava perlomeno comprensione.
Non riuscì però a tramutare quel pensiero nel conforto di cui la donna aveva bisogno.  
Non ancora almeno. 
“Questi sono i nostri boschi, Rosi. Siamo noi donne della selva a doverli proteggere. Anche da chi dice di voler fare la stessa cosa.”
“Stai parlando di Don Doriano e dei vânători?”
Marina si prese di nuovo del tempo per rispondere. Il fresco vento serale che saliva dalla pianura fino alla collina le scompigliò i capelli. In quel momento a Rosi apparì come una quercia piccola, ma salda, che non si sarebbe spostata per nulla al mondo, nonostante tutto. 
Le ombre confondevano le loro figure, e le rendevano simili. 
Siamo entrambe figlie delle querce. Non possiamo essere altro. E va bene così. 
“Il serpe regolo non è autoctono,” disse Marina. “Qualcuno l’ha portato qui, e non siamo stati né io né Carlo. Cerca nell’Altrove … ma ricordati che il male alberga nel cuore degli uomini.” 
“Un po’ meno criptica del solito no, eh?”
Marina ridacchiò. “Il lupo perde il pelo ma non il vizio, non si dice così?”  
Rosi sbuffò, pescando dal pacchetto un’altra sigaretta. “Infatti. Alla fine mi fai fare sempre quello che vuoi tu … compreso salvare un Mannaro.”
Marina le rivolse un sorriso carico di affetto. "Non sono mai riuscita a farti fare qualcosa che non volevi, e lo stesso vale per Cate. Siete due donne forti, tesoro mio, molto più forti di me…” sospirò, staccandosi dal parapetto e imbracciando la sempiterna borsetta. “Torniamo a casa? Tua sorella si starà chiedendo dove siamo finite. E con quella povera gamba…”
“Vai pure, io rimango qui ancora un po’.” 
Marina tentennò, quasi facesse fatica a trovare il modo di accomiatarsi. “Mi dispiace, tesoro, per tutto,” disse infine. “Dillo anche a Bia.” 
Rosi abbozzò un sorriso. “Glielo dirò.” 
Una volta sola, fumò una sigaretta mentre l’ultima luce del sole spariva oltre la cima della collina. Si accesero i lampioni inondando il paese di luce aranciata che, mescolata ai colori caldi delle case, lo facevano assomigliare ad un eterno presepe. 
Fuori il bosco combatteva tra l’azzurro del crepuscolo e il buio della sera. 
Paese e bosco. Castello e sotterranei. Un eterno conflitto.
Siete due donne forti, tesoro mio, molto più forti di me…
"Speriamo basti,” mormorò. 
 
***
 
Note:
Canzone del capitolo qui
Cominciamo a contare, perché abbiamo quasi finito. 
Grazie per chi ancora mi segue, nonostante gli aggiornamenti rari come fresco ad Agosto. ;)
  
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