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Autore: _Atlas_    01/05/2022    1 recensioni
1997.
Axel, Jake e Jenna vivono i loro vent’anni nella periferia di Mismar, ubriacandosi di concerti, risate e notti al sapore di Lucky Strike. Ma la loro felicità è destinata a sgretolarsi il giorno in cui Jake viene trovato morto nel suo appartamento, spingendo gli altri nell’abisso di un’età adulta che non avrebbero mai voluto vivere.
Diciotto anni dopo, Axel è un affermato scrittore di graphic novel che fa ancora i conti col passato e con una storia di cui non riesce a scrivere la fine.
Ma come Dark Sirio ha bisogno del suo epilogo, così anche il passato richiede di essere risolto.
Genere: Generale, Hurt/Comfort, Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate
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Capitolo XIII
 

 
  
 
 

 
Dopo l’arrivo di Jenna la serata si era conclusa piuttosto in fretta; Darryl gli aveva proposto un altro giro di birra, ma non aveva insistito quando si era visto declinare l’invito. Era certo che avesse colto il suo turbamento, ma forse diciotto anni erano troppi anche per lui per addentrarsi in confessioni notturne e nostalgiche.
Fuori dal Lenox Blues l’aria non era più umida, ma fresca e pungente e Axel la accolse lo stesso con sollievo, respirando a pieni polmoni quel timido accenno di primavera. Percorrendo la strada verso casa trattenne più volte l’impulso di rimuginare su quanto appreso poco prima - dalla morte di Margaret alle notizie su Jenna – riuscendo nel tentativo nonostante lo stato di agitazione in cui si trovava. Era consapevole che quel meccanismo di difesa che stava mettendo in atto risultava instabile da ogni prospettiva, tuttavia era l’unico mezzo che aveva a disposizione per sopravvivere in quella circostanza e non intendeva cedere per nessun motivo.
Si accorse di stringere convulsamente il telefono in mano solo quando questo emise in sequenza un paio di vibrazioni che lo fecero sussultare. Con tutta probabilità era Loraine, a cui aveva promesso un resoconto della conferenza alla C.A.M. per poi dimenticarsi di farlo. Lesse l’anteprima dei messaggi e decise quindi di chiamarla, pensando che averla tenuta sulle spine per l’intera giornata potesse considerarsi abbastanza come dispetto personale.
«Eccomi» esordì con un guizzo cordiale.
«Direi finalmente» gli rispose la donna con tono risentito «Allora?»
«Allora ho vomitato, contenta?»
«Nulla che non avevamo previsto. Per il resto com’è andata?» chiese l’agente senza scomporsi più di tanto.
«È andata discretamente» sbuffò lui «Atmosfera pesante ma sopportabile, studenti felici e ignari dello stato di salute delle mie viscere, professor Layton soddisfatto e direi non troppo turbato dal mio discutibile atteggiamento.»
O almeno spero, pensò.
«Uh, allora è stato un successone!» ridacchiò sollevata la donna «Sapevo che te la saresti cavata, era davvero così spaventoso?»
«Devo davvero risponderti? E ti ricordo che quello di oggi era solo il primo di quindici incontri.»
«Continuo ad essere fiduciosa» ribadì con fermezza lei. «Immaginavo che il professor Layton sarebbe rimasto contento, al telefono mi ha dato l’idea di conoscerti bene.»
«Mmm sì.» tagliò corto Axel, immaginando la conversazione tra lui e Loraine. La sentì sospirare dall’altra parte della cornetta, ma non ci diede troppo peso.
«E tu?» domandò ancora la donna «Non mi sembri molto disperato di trovarti nell’inospitale e terribile Mismar.»
«Ho bevuto qualcosa, sarà l’effetto dell’alcol. E comunque sto di merda, tanto per essere chiari» puntualizzò con un cipiglio nervoso.
In realtà non era sicuro di stare così male, ma non ne voleva sapere di dare quel tipo di soddisfazione a Loraine; d’altra parte era anche certo di non stare davvero bene. Era come se il suo stato d’animo si trovasse in una zona grigia indefinita e neutrale da cui non aveva alcuna intenzione di spostarsi.
«Me la farai pesare fino alla fine, vero?» chiese l’agente.
«Fino alla fine dei miei giorni, intendi? Sì, assolutamente.»
«Magari quel giorno mi ringrazierai.»
«O magari no.»
«Staremo a vedere. Tienimi aggiornata, e possibilmente a orari decenti. Buonanotte, Axel.»
«Buonanotte.»
 
 
Una volta a casa si lasciò cadere a peso morto sul piccolo divano addossato alla parete. Non era ancora riuscito a dare un aspetto decente al sottotetto, del resto per renderlo ospitale dopo diciotto anni di assenza avrebbe avuto bisogno di una bacchetta magica; comunque almeno per quella sera avrebbe dormito su qualcosa di morbido e non su una scrivania malmessa.
Solo quando poggiò la testa sullo schienale si rese conto di quanto si sentisse stanco e provato dalla giornata. Non si era concesso pause, né un momento per riflettere su quanto accaduto in quelle ore, si era semplicemente lasciato trasportare dagli eventi sperando di uscirne illeso. Ora che era solo, però, poteva rischiare di mettere da parte ogni difesa e abbandonarsi finalmente a qualche ora di pausa.
Chiuse gli occhi senza neanche rendersene conto, e si addormentò subito dopo.
 
 
Quando li riaprì era notte fonda e il panico lo aveva raggiunto nel sonno.
Si drizzò sul divano, ansimando e strofinandosi nervosamente le mani sudate sui pantaloni.
Doveva resistere pochi minuti, poi sapeva che sarebbe finito.
Mentre lottava per un po’ di ossigeno riuscì a ricordare di aver vissuto momenti di gran lunga peggiori di quello e la cosa riuscì lentamente a tranquillizzarlo, consapevole che anche questa volta sarebbe sopravvissuto. Probabilmente avrebbe passato in bianco il resto della nottata, ma non era di certo la prima volta che accadeva.
Gli occorse più di qualche minuto per riprendersi, ma alla fine il panico lo abbandonò del tutto lasciando il posto a un’ondata di spossatezza che lo costrinse a stendersi di nuovo, questa volta con gli occhi spalancati nella penombra della casa e la certezza che non si sarebbe mai più riaddormentato. Posò lo sguardo sul soffitto, evitando così di incrociare qualsiasi oggetto che avrebbe potuto evocare ricordi del passato, ma quell’alternativa si rivelò peggiore.
Aveva rivisto Jenna. Come poteva mostrarsi indifferente a questo?
L’ostinazione nel voler dimenticare non gli aveva comunque dato modo di perdere l’ultimo ricordo che aveva di lei.
“Non cercarmi più, promettimelo”.
Glielo aveva sussurrato mentre la stringeva a sé un’ultima volta, prima di sfiorarle le labbra in un bacio che sapeva di lacrime, quelle di Jenna, che aveva già perso un amico e ne vedeva andare via un altro.
Il finestrino appannato del bus aveva impedito che si scambiassero un ultimo sguardo, quello che li avrebbe gettati in pasto a un’età adulta che non erano pronti a vivere.
 
 

 
 
Aprile 1997, Mismar
 
 
Il volto di Jake era un misto di ansia e concentrazione, Axel ci fece caso mentre lo guardava pizzicare le corde della sua Fender Stratocaster durante quell’ennesimo pomeriggio di prove nello scantinato del Lenox Blues. Qualcosa evidentemente non suonava come avrebbe voluto e dopo un paio di discussioni gli altri membri della band si erano arresi a un altro giro di accordi.
Axel li aveva sentiti battibeccare per quasi un’ora mentre di tanto in tanto dava un ritocco a vecchie vignette di Dark Sirio. Jenna, seduta accanto a lui, aveva passato quel tempo a ritagliare e incollare alcune fotografie su un album nuovo di pacca, sospirando appena quando sentiva Jake brontolare per qualche accordo non riuscito.
«È un po’ nervoso, ultimamente» mormorò sovrappensiero Axel, lieto però che gli fosse concesso un po’ di tempo da passare in compagnia di Jenna.
«Sì, ho notato. Speriamo gli passi quando diventerà ricco e famoso» rispose lei alzando un poco le sopracciglia. «Tu cosa faresti se fossi ricco e famoso?» gli chiese poi con curiosità.
Axel staccò lo sguardo dai suoi disegni e lo lasciò vagare nel vuoto per una manciata di secondi. «Non saprei. Forse un viaggio da qualche parte…»
«Uno solo? E poi?»
«No, magari anche più di uno. E mi comprerei una casa decente.»
«Mmm buona idea. Dove vorresti viaggiare?» domandò ancora Jenna, guardandolo con interesse.
Axel alzò appena le spalle, scarabocchiando con la matita sui solchi del tavolo.
«Non lo so…in Canada probabilmente. O in nord Europa. O dove capita, se fossi ricco non avrei problemi, andrei dove mi pare.»
L’immagine di Dark Sirio, ben rilegato e con il suo nome inciso sulla copertina sfiorò i suoi pensieri per qualche istante, ma l’idea che il suo successo potesse provenire da lì non riusciva a vederlo come un’ipotesi reale, neanche come una semplice possibilità.
«Se fossi ricca e famosa per prima cosa andrei via da questo posto» si intromise Jenna tra i suoi pensieri, e si sentì uno stupido a non averle fatto lui per primo quella domanda.
«Probabilmente aprirei uno studio fotografico, o forse una scuola di fotografia. Poi comprerei una casa in campagna, con un sacco di piante e alberi da frutto, e ci metterei anche un orto se non fosse difficile da mantenere.»
«Beh, avresti abbastanza soldi per pagare qualcuno che te lo mantenga.»
La vide scuotere la testa, sorridendo un po’ e riprendendo a incollare le fotografie sul suo album.
«Vorrei essere io a mantenerlo, invece. Passare i pomeriggi a potare le piante o ad innaffiarle, raccogliere le ciliegie in primavera...cose così.»
«Davvero? Non pensavo fossi un’esperta di botanica.»
«Infatti non ci capisco niente, ma se fossi ricca sicuramente avrei la possibilità di imparare un sacco di cose.»
Axel alzò di nuovo la testa dal suo fumetto e la osservò contrariato. «Cosa c’entra l’essere ricchi? Sono cose che potresti imparare anche adesso, anzi, guadagneresti un sacco di tempo.»
Ma Jenna non reagì a quell’obiezione, o almeno così gli parve, e il suo volto piuttosto si incupì.
«Poi adotterei un cane, e lo porterei ovunque,» continuò a fantasticare «crescerebbe con i miei figli e farebbe impazzire mio marito quando deciderà di fare il barbecue il sabato pomeriggio. E io darò di matto perché rovinerà tutti i miei fiori e lui mi dirà che non importa e che ricresceranno e per farmi stare zitta mi darà…un bacio? No, troppo sdolcinato. Ma sicuramente ci proverà e a quel punto io lo spruzzerò con la pompa dell’acqua, dicendogli che farebbe meglio a pensare alla carne perché si sta bruciando.»
Axel attese che finisse senza accorgersi di aver trattenuto il fiato per tutto quel tempo. Non c’era niente di dolce o genuino in quella fantasticheria, glielo lesse in viso, e anche se non era mai stato bravo a interpretare lo sguardo delle persone era sicuro che non si stava sbagliando e che dietro a quell’immagine idilliaca che aveva appena descritto ce n’era un’altra da cui probabilmente fuggiva.
Una volta Jake gli aveva detto che Jenna aveva avuto un’infanzia difficile e che i suoi genitori si erano separati quando lei era adolescente; sua madre si faceva sentire sì e no un paio di volte l’anno e il padre, nonostante l’avesse seguita negli ultimi anni, aveva anche lui smesso di essere davvero presente nella sua vita, se non garantendole un posto in cui vivere e qualche soldo per studiare.
Non aveva indagato oltre, ma non occorreva essere un genio per cogliere quello che Jenna voleva realmente dire con quelle parole.
Rimase in silenzio continuando a seguire i suoi movimenti mentre incollava le ultime foto sull’album; non sapeva cosa dire né se in effetti fosse il caso di parlare, fu solo lieto che quella confessione gli aveva appena dato la possibilità di sentirla più vicina e forse non così diversa da lui.
L’arrivo di Jake spezzò il silenzio che era calato tra loro, senza però modificarne l’atmosfera, anzi, in qualche modo la rese più cupa.
«Sono distrutto» mormorò con stanchezza. Afferrò una bottiglia di birra nella speranza di berne qualche goccio, ma la posò deluso. «Che state facendo?»
«Tu cosa faresti se fossi ricco e famoso?» gli chiese Jenna a bruciapelo.
Lui la osservò perplesso alzando appena le sopracciglia. Parve rifletterci qualche momento e Axel immaginò che stesse per dirne una delle sue, quasi ci sperò, invece lo vide rattristarsi e poi deglutire a vuoto.
«Non lo so.»
 

 
 
 
Aprile 2015, Mismar
 
Non era riuscito a riprendere sonno. Non era una novità, sapeva bene come funzionavano le notti come quelle, doveva solo sperare che l’alba arrivasse in fretta e che due tazze di caffè fossero sufficienti per non svenire davanti a un centinaio di studenti che lo attendevano trepidanti.
Quando percepì le gambe irrigidirsi ancora afferrò d’impulso il telefono, cercando disperatamente una distrazione che potesse intontirlo per un po’ e mettere a tacere quel chiacchiericcio mentale. Il flaconcino di diazepam era ancora chiuso nella valigia e solo per un brevissimo istante pensò di cedere alla tentazione – o soluzione - che però faticava a considerare.
Preferì avviare un gioco online, una specie di tetris moderno a cui ormai si era abituato, sperando che la notte passasse in fretta.
 

 
 
 

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NdA
Ssssalve!
Torno con un capitolo a metà tra passato e presente che, confesso, ho amato scrivere. Non so di preciso dove porterà questa storia, o meglio, lo so molto bene ma ci sono delle tematiche che si stanno approfondendo “da sole” e ammetto che la cosa non mi dispiace per niente :P
Spero come sempre che anche voi possiate apprezzare, nonostante gli aggiornamenti non proprio brevi :’)
 
Un grazie gigante alle mie bagarozze che citerò fino allo sfinimento, leila91 e _Lightning_ , per i loro sostegno <3
 
Alla prossima,
 
_Atlas_

   
 
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