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Autore: fiorediloto40    14/05/2022    1 recensioni
Saga non poté evitare che lacrime amare gli attraversassero il volto. Era tutta colpa sua...
L’unica cosa che aveva potuto fare in tredici anni era stato permettergli di vivere lontano dal Santuario, cosicché la sua parte crudele non avesse la tentazione di ucciderlo...ma anche così, ora erano i suoi stessi compagni d’armi a condannarlo...

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I personaggi appartengono a Masami Kurumada, Toei e Bandai.
Genere: Drammatico, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Shonen-ai | Personaggi: Aquarius Camus, Aries Mu, Gemini Saga, Gold Saints, Virgo Shaka
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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- Tutto bene? - notando un leggero cambiamento nel cosmo dell’amico, Camus si avvicinò. Da sopra la sua spalla, scrutò nell’oscurità non notando nulla di strano.
 
- È solo un po' di vento - rispose Mu con la sua solita calma continuando a guardare un punto ben preciso - sarà meglio chiudere - accostò le ante della finestra tirando le tende, non prima di aver lanciato un’ultima occhiata.
 
Shaka trattenne il respiro anche quando il tibetano fu uscito dal suo campo visivo. Lo aveva visto?
 
Ovviamente lo aveva visto... ma...come aveva fatto? Camus non aveva percepito nulla, lo sapeva, aveva visto il suo sguardo muoversi a vuoto nel buio...ma allora... chi era realmente Mu? Di certo, più del fabbro eremita che viveva isolato nella fredda torre di Jamir...
 
Pensieroso, si voltò per reimmergersi nel silenzio del suo tempio. Shaka aveva molto su cui meditare.
 
Intanto, nella prima casa, i due compagni d’armi si erano ritirati in cucina, dove Mu stava preparando il tè per sé e per l’Acquario. La cucina consisteva in una stanza piuttosto rustica, arredata con pochi mobili in legno ed un divano semplice ma dall’aspetto confortevole; pur rispecchiando lo stile sobrio ed essenziale di tutti i templi, sembrava un posto accogliente per il cavaliere che vi dimorava.
 
- Grazie Camus - il tibetano rivolse un piccolo sorriso all’amico, mentre il liquido ambrato scendeva nelle tazze di porcellana sprigionando il suo inconfondibile aroma.
 
- Di cosa? - l’Acquario aggrottò le sopracciglia, pur conservando un’espressione ironica sul volto.
 
- Di molte cose... - Mu si accomodò su una delle sedie porgendo una delle tazze al suo ospite - ...di avermi aperto la mente perché potessi assistere all’adunanza... - vide il francese sorridere leggermente - ...di avermi dimostrato fiducia pubblicamente, sebbene tu sia conscio dei problemi che ti porterà... - stavolta Camus annuì allargando ulteriormente il suo sorriso - ...di avermi fatto trovare il tempio in ordine, ma soprattutto... - guardò il compagno dritto negli occhi, mostrando quanto fossero sincere le sue parole - di essere mio amico, Camus -.
 
- Grazie a te Mu... - il cavaliere lasciò la sua espressione ironica per tornare alla sua abituale serietà - se non ci fossi stato tu, l’ultimo anno non sarebbe stato lo stesso... - lo guardò intensamente prima di portare la tazza alle labbra e sorbire un piccolo sorso di tè.
 
L’Ariete sorrise leggermente. Poche parole gravi come macigni. Nessuna spiegazione. In perfetto stile Camus.
 
- Era lui, vero? - pur non avendo scorto nulla, Camus era certo che il cambiamento nel cosmo di Mu fosse stato causato dal sesto guardiano, il cui tempio, guarda caso, puntava proprio in direzione dell’Ariete. 
 
La domanda portò via Mu dai suoi pensieri, ma se lo colse di sorpresa non lo dette a vedere, assimilando l’eventuale stupore in uno dei suoi sorrisi enigmatici. Aveva imparato a non sottovalutare Camus, le cui capacità intuitive erano molto simili alle sue. Inoltre, il francese aveva anche un’altra caratteristica che lo accomunava a sé, vale a dire parlare solo quando necessario, concentrando la sua attenzione sull’ascolto e sull’osservazione. 
 
Avrebbe avuto senso mentire a Camus? No, decisamente. Inoltre, non c’era nulla da nascondere.
 
Mu si limitò ad annuire, guardando l’amico dritto negli occhi.
 
- Gli parlerai? -.
 
- Non ho molto da dirgli Camus, e viceversa, credo... - Mu fece roteare lentamente il liquido nella tazza - sono passati molti anni e d’altronde... - fissò di nuovo gli occhi blu di Camus - io ho fatto le mie scelte e lui le sue -.
 
L’Acquario percepì nettamente la sfumatura di tristezza che velava i begli occhi di Mu, ed un moto di indignazione lo spinse a parlare.
 
Sebbene da bambini non fossero stati amici, non era stato difficile per Camus comprendere il legame che univa i giovani apprendisti Ariete e Vergine, i quali, a loro volta, non erano mai stati bravi a nascondere la reciproca complicità. Quantomeno ai suoi occhi. Non poteva credere che dopo tanti anni, dopo tutta l’amarezza ingoiata, Mu provasse ancora dei sentimenti nei confronti di Shaka.
 
- Come puoi Mu?! - sebbene il tono fosse basso, la voce tradì il suo sdegno - Ti ha lasciato al tuo destino, mai una volta si è degnato di venire a Jamir, non ti ha mai difeso davanti alle chiacchiere dei nostri compagni, ha decretato la tua condanna a morte, e nonostante questo tu continui a... - ma non terminò la frase.
 
- Camus... - Mu prese le mani nervose tra le sue, costringendo l’amico a guardarlo negli occhi - non biasimare i miei sentimenti, perché non ne ho il controllo, così come non puoi biasimare i tuoi... - vide gli occhi di Camus aprirsi per la sorpresa - nessuno di noi può sfuggire alla realtà... - fece un piccolo sorriso prima di continuare - e se la mia realtà è affrontare qualcosa che non so neanche se esista ancora, la realtà che tu devi fronteggiare ha a che fare con il tuo cosmo che si altera accanto a quello di uno dei nostri compagni, come accaduto qualche ora fa... -.
 
Camus distolse lo sguardo mostrando un leggero disagio - Non so di cosa parli Mu... - tuttavia continuò a tenere le mani dell’amico - se intendi il breve diverbio con Milo, è più che ovvio...quello Scorpione mi fa impazzire! - alzò gli occhi al cielo - È sempre stato così...mi segue ovunque, è inopportuno, indiscreto, molesto, fastidioso... - stava per continuare l’elenco delle ingiurie ma Mu lo fermò.
 
- Ci conosciamo da molti anni Camus... - allargò un sorriso divertito - ti garantisco che nessuno avrebbe potuto importi nulla se tu non avessi voluto... - e prima che il francese potesse replicare aggiunse - fidati di me...neanche Milo... - dopodiché lasciò andare dolcemente le sue mani.
 
Le parole di Mu decretarono il silenzio nella stanza per lunghi minuti. Camus si era sempre rifiutato di riflettere sul suo rapporto con Milo, relegandolo alle questioni poco importanti non meritevoli di approfondimento, tuttavia, se solo avesse guardato un po' più a fondo nel suo cuore, si sarebbe reso conto di come fosse solo il suo modo di proteggersi da ciò che temeva più di ogni altra cosa...l’ignoto, l’incognita, ma soprattutto, la mancanza di controllo.
 
Concentrato sui suoi pensieri, sussultò quando sentì una voce nota alle sue spalle. Stranamente, non aveva sentito arrivare nessuno.
 
- Disturbo? - il fastidio era evidente nella voce di chi, senza chiedere il permesso, era entrato volutamente di soppiatto nascondendo il proprio cosmo.
 
Senza lasciarsi intimidire dal tono aspro, Mu si rivolse al nuovo arrivato.
 
- Buonasera Milo - inclinò leggermente la testa - perdonami...non ti ho sentito arrivare... - la voce calma, ma ferma, esigeva spiegazioni.
 
- Sì, beh...come dire... - Milo si grattò nervosamente la testa - non sono abituato a chiedere il permesso quando passo da questo tempio...d’altronde...è sempre stato vuoto... - si giustificò con studiata innocenza.
 
Se quella volesse anche essere una frecciata nei confronti del padrone di casa, fu scoccata malissimo, poiché Mu si limitò a fargli notare l’ovvio.
 
- Dunque perché nascondere il tuo cosmo? - il viso delicato mostrava una leggera sfumatura ironica.
 
Era chiaro a tutti i presenti che lo Scorpione avesse coperto la propria presenza nel tentativo di sorprendere sia Mu che Camus, magari in atteggiamenti sospetti...evidentemente li immaginava in una parte più privata del tempio, ed averli trovati in cucina lo aveva spiazzato e costretto a giustificarsi. 
 
Non sapendo cosa rispondere, Milo decise di cambiare argomento, dichiarando il motivo della propria presenza. 
 
- Avrei bisogno di parlare con te Mu...se non è troppo disturbo naturalmente... - volutamente sottolineò la parola disturbo, indirizzando lo sguardo verso l’undicesimo guardiano, che continuava a voltargli le spalle da quando era entrato.
 
Dal canto suo, Camus si limitava a guardare l’Ariete con l’espressione eloquente di chi ripete in modo insistente te lo avevo detto, tamburellando silenziosamente le dita di una mano sul tavolo di legno.
 
Mu avrebbe voluto ridere della situazione, tuttavia, ritenne opportuno tenere per sé le proprie reazioni. In fin dei conti, non era niente di più di una velata scenata di gelosia.
 
Un silenzio ingombrante aleggiò nell’aria solo per alcuni secondi, il tempo necessario all’Acquario per alzarsi e togliere l’amico dall’imbarazzo creato da Milo.
 
- È tardi per me, è meglio che mi ritiri nel mio tempio...ci vediamo domani Mu -.
 
Il tibetano si alzò a sua volta annuendo - Passerò io...domani andrò a Jamir e devo riferire al tredicesimo tempio prima di partire... -.
 
Entrambi evitarono di mostrare la smorfia ironica che venne loro spontaneamente. Con Milo nei paraggi, era meglio evitare di esporsi troppo...
 
- Buonanotte allora, e grazie del tè - dopo aver salutato l’amico, Camus si voltò e, senza rivolgere lo sguardo all’altro cavaliere presente, si diresse verso l’uscita con il suo solito passo deciso ed elegante. 
 
Quando si trovava ormai già fuori dal tempio, lo raggiunse alle spalle una voce irritata - Buonanotte anche a te Camus! -. 
 
Si fermò giusto il tempo necessario per alzare gli occhi al cielo e roteare lo sguardo esasperato...Ahi Milo...fastidioso aracnide! Possibile che la sua permanenza al Santuario dovesse essere sempre vissuta sotto lo sguardo vigile dell’ottavo guardiano? 
 
È vero, di solito non gli dava particolare importanza, ma in alcuni momenti avrebbe preferito avere un po' più di privacy...come in questo caso. Si era recato in Ariete con l’intenzione di affrontare un argomento molto delicato con Mu... ma, purtroppo, l’improvvisa ed inopportuna visita del greco aveva mandato all’aria i suoi piani. Sperava davvero di avere il tempo di chiarire ciò che gli stava a cuore...
 
All’interno del tempio, rimasti soli, Mu invitò l’ospite ad accomodarsi - Siediti pure Milo, se lo gradisci posso offrirti una tazza di tè -.
 
Milo negò, desiderando andare subito al punto - Ti ringrazio Mu, ma preferirei prima di tutto chiarire la ragione che mi porta a farti visita... - a dispetto del suo atteggiamento spavaldo, le mani, leggermente umide, tradivano il suo nervosismo.
 
Il tibetano fece un cenno con il capo, mostrando di essere in ascolto. Pur mantenendo un’espressione serena, Mu era attento ad ogni dettaglio e faceva bene...qualcosa gli diceva di prestare molta attenzione allo Scorpione, di ascoltare le sue parole, ma soprattutto di concentrarsi su ciò che non diceva...
 
- Vorrei spiegarti il motivo che mi ha portato a votare in favore della tua condanna nell’assemblea di oggi - Milo si schiarì la voce, ma fu prontamente fermato da Mu.
 
- Non è affatto necessario Milo, o meglio, non devi - e vedendo il compagno aggrottare leggermente la fronte continuò - hai fatto ciò che hai ritenuto giusto, e questo è ciò che ognuno di noi deve fare...la cosa giusta... - lasciò quelle parole sospese, senza aggiungere altro.
 
- Ma avrei potuto salvarti...e, sebbene avessi le mie remore, non l’ho fatto - Milo rivolse a Mu uno sguardo obliquo, osservando le sue reazioni.
 
Tuttavia, ciò che il tibetano gli rimandò fu solo un piccolo sorriso.
 
- Evidentemente le tue convinzioni erano più forti delle tue remore...se hai deciso sulla base delle tue convinzioni, non hai nulla da temere -.
 
Sentendosi minacciato dalle sue parole, lo Scorpione reagì prontamente - Cosa non dovrei temere? - il mento leggermente alzato in segno di sfida. Se Mu aveva intenzione di intimorirlo, lo avrebbe pagato con la stessa moneta.
 
Ma ciò che ottenne in risposta fu un sorriso enigmatico.
 
- Te stesso Milo...la coscienza può essere il nemico più temibile - Mu chiuse gli occhi per sottolineare ciò che stava dicendo.
 
Il greco si sentì leggermente frustrato. Quella conversazione stava prendendo una strana piega. Era andato lì con l’intenzione di far comprendere a Mu quelli che, secondo lui, dovevano essere gli obblighi ai quali ogni cavaliere d’oro doveva sottostare, e, invece, si stava addentrando in un terreno troppo filosofico per i suoi gusti. 
 
In realtà, era andato in Ariete anche perché era sicuro di trovarvi Camus e, senza neanche avere le idee ben chiare su cosa stesse facendo, era entrato nel tentativo di scoprire chissà cosa...venendo poi velatamente redarguito come un bambino curioso.
 
Dovette, suo malgrado, riconoscere che Mu dell’Ariete era un cavaliere molto strano o meglio...non sapeva proprio come prenderlo. Di certo non era l’eremita ignaro del mondo che aveva immaginato negli ultimi anni, anzi, non sembrava per nulla a disagio quando si relazionava con lui, né cadeva facilmente nelle sue allusioni.
 
Aggrottò la fronte mentre pensieri stravaganti turbinavano nella sua mente fertile.
 
Potrebbe, con il suo atteggiamento calmo e sereno, aver subdolamente riempito la mente di Camus di sciocchezze contro il Santuario e contro i suoi compagni? Sì, può darsi...d’altronde Camus, nonostante non fosse mai stato particolarmente loquace, era diventato sempre più distante nell’ultimo anno, i suoi ritiri in Grecia sempre più brevi e i silenzi sempre più lunghi ed esasperanti.
 
La responsabilità era del cavaliere che gli stava di fronte e che ora lo guardava con espressione curiosa? 
 
Lo osservò con maggior attenzione, stringendo le palpebre man mano che i suoi pensieri prendevano forma. Con enorme fastidio dovette ammettere che l’Ariete aveva un’avvenenza molto particolare, ma innegabilmente forte...era bello, molto bello, di una bellezza quasi femminile, più delicata di Aphrodite stesso...il corpo, pur non essendo muscoloso come il suo, era ben definito, si intuiva facilmente sebbene gli abiti lo coprissero completamente...ma soprattutto, il suo atteggiamento enigmatico rendeva difficile inquadrarlo...tutto questo ne faceva indubbiamente una creatura affascinante. 
 
Non potendo trattenere oltre la sua curiosità, la domanda uscì dalle sue labbra senza poterle controllare.
 
- È da molto tempo che sei diventato...come dire...intimo...con Camus? - sentendo la propria voce, quella domanda suonò ridicola persino a lui, tuttavia fece finta di niente, osservando la reazione dell’Ariete.
 
Che non ci fu, poiché il tibetano si limitò a continuare a fissare lo Scorpione senza tradire la benché minima emozione.
 
- Chiarisci intimo Milo - furono le uniche parole che disse.
 
Il greco, chiaramente imbarazzato, si schiarì la gola nel tentativo di temporeggiare. Come uscire da quella situazione? Gli venne in aiuto la sua naturale loquacità, alla quale sperò si unisse l’innato magnetismo che esercitava sempre sui suoi interlocutori. Beh...quasi...Camus, ad esempio, non era mai capitolato, spazientendosi sempre prima...ma sperò che in questo caso funzionasse.
 
- Correggimi se sbaglio Mu - Milo vestì il suo volto di un sorriso affascinante - ma non ricordo che tu e Camus siate mai stati grandi amici in passato - vide il tibetano annuire con calma guardandolo dritto negli occhi, cosa che lo mise un po' a disagio - eppure, oggi, lui si è messo contro tutti per salvarti da una condanna certa... - indugiò qualche secondo prima di continuare - lo trovo, passami il termine, quantomeno singolare, e che implica l’esistenza di un rapporto che va ben oltre l’essere compagni d’armi... - il fastidio era evidente nella sua voce - e stranamente coincide con il fatto che, nell’ultimo anno, Camus abbia avuto bisogno di riparare la sua armatura più volte... -.
 
- Se ho ben compreso - Mu lo interruppe prima che potesse continuare il suo sproloquio - stai dicendo che Camus si è espresso sulla base della, chiamiamola, simpatia nei miei riguardi...o piuttosto - scandì lentamente ogni parola - sulla base di qualcosa che posso avergli detto... - il leggero sorriso sulle labbra del tibetano innervosì ulteriormente l’interlocutore.
 
Milo annuì reticente, non comprendendo dove Mu stesse andando a parare.
 
- Questo è molto singolare da parte tua, dato che lo conosci da molto tempo... - continuò il primo guardiano - e non ti è venuto in mente per un momento che Camus abbia potuto decidere sulla base, ad esempio - sottolineò in modo ironico le ultime parole - delle sue idee...dei suoi pensieri...del suo raziocinio? - si fermò qualche secondo, scrutando l’ospite, che ora si mostrava decisamente a disagio.
 
- Credo che tu mi abbia sopravvalutato Milo - inclinò la testa di lato mantenendo un’espressione divertita - non ho il potere che mi attribuisci...né su Camus né su nessun altro... - sottolineò le sue parole alzando le spalle.
 
In quel momento, l’ottavo guardiano si sentì un perfetto imbecille, caduto miseramente nel suo stesso gioco. Sopraffatto dalla gelosia, aveva dato a Camus del burattino senza cervello e a Mu del subdolo stratega.
 
Se il francese fosse stato presente lo avrebbe ucciso. Come minimo.
 
Comprendendo che non avrebbe ottenuto nulla da quella discussione, se non farsi trattare come uno sprovveduto, Milo decise di terminare il suo incontro con il guardiano dell’Ariete...dopo averlo salutato in modo piuttosto formale, ricevendo, a sua volta, un commiato gentile ma distaccato, girò i tacchi in direzione dell’ottava casa. Non senza una buona dose di nervosismo e frustrazione...
 
Rimasto solo nel suo tempio, Mu si sgranchì allungando gambe e braccia ed incrociando le mani dietro la testa. La sua mente tornò agli ultimi minuti trascorsi in compagnia di Milo. 
 
Aveva sempre temuto che stare per tanto tempo lontano dal Santuario lo avesse trasformato, contro la sua volontà, in una sorta di eremita fuori dalla realtà, tuttavia...il breve incontro che aveva avuto con i suoi compagni d’armi gli aveva fatto comprendere quanto quegli anni non fossero stati facili neanche per loro. Per quanto tutto fosse apparentemente diverso rispetto a tredici anni prima, quando, con un ultimo sguardo alle dodici case, si era teletrasportato via portando con sé solo il vaso di Pandora con dentro l’armatura dell’Ariete, allo stesso tempo tutto sembrava immutato.
 
Le dinamiche tra i cavalieri erano rimaste pressoché le stesse. Con le dovute eccezioni, come la sua naturalmente, il resto dei suoi compagni tendeva a replicare i medesimi atteggiamenti e comportamenti tenuti quando erano bambini. E non ci sarebbe stato nulla di male, se non...per un particolare che aveva catturato la sua attenzione. 
 
Sebbene fosse tornato al Santuario solo da poche ore, non gli ci era voluto molto per capire quanto quel posto fosse intriso dell’oscurità delle tenebre, in tutti i sensi... Quello che lo aveva sorpreso maggiormente era stato comprendere come ogni cavaliere celasse nel proprio cuore sentimenti e desideri che si rivelavano, quantomeno nel loro aspetto più profondo, solo con il favore del buio...
 
Concentrato sui propri pensieri, si alzò per raccogliere le tazze ancora sul tavolo e, dopo aver riordinato la cucina, si diresse verso la sua stanza. Prima di andare a letto si concesse un bagno che potesse conciliargli il sonno, e, in effetti, i vapori sprigionati dall’acqua calda mentre cullava dolcemente le sue membra, gli dettero l’intorpidimento conciliatore per una buona notte di sonno. Considerata la giornata intensa, sperava finalmente di poter riposare...
 
Cosa che fece, ma solo per poco tempo.
 
Sentì la presa salda di mani forti afferrarlo per la vita e spingerlo sempre più a fondo. Guardando in basso non distinse niente, a parte il buio sotto ai suoi piedi. Il luogo nel quale si trovava somigliava vagamente allo spazio che circondava la torre di Jamir, solo che, al posto delle anime che difendevano il posto dai visitatori sgraditi, qui non c’era niente. Solo buio pesto e la sensazione di essere sospesi nel vuoto. L’aria fredda sferzava il suo corpo, rendendo insensibili lo strato superficiale della pelle e la mimica sul suo volto. Le mani che lo tenevano energicamente si insinuavano subdolamente alla stregua del vento e, pur essendo reso insensibile dal freddo, Mu le sentiva infilarsi tra gli strati dei vestiti alla ricerca di un tocco più intimo...della sua pelle. Volendo sfuggire a quel contatto, si rese conto di essere completamente paralizzato quando tentò di resistere alla forza che lo attirava sempre più verso di sé. Anche quando cercò di urlare, si rese conto di come dalla sua gola non uscisse il minimo suono, sentendola chiudersi mentre la forza oscura lo spingeva sempre più in basso.
 
In quel momento, l’angoscia pervase ogni angolo della sua mente, riempiendolo della stessa disperazione che permeava l’aria gelida e priva di odore e suono. In cuor suo, si rese conto di come quella fosse la fine...una fine indegna.
 
In preda agli ultimi pensieri, impiegò alcuni secondi per rendersi conto di quanto il suo corpo stesse diventando via via più leggero...
 
I legacci oscuri sembravano sciogliersi mentre una luce avvolgeva il suo corpo infondendo calore in ogni fibra dei suoi muscoli, donandogli una energia calma e pacifica.
 
Il cosmo più amorevole che avesse mai sentito in vita sua...
 
Aprendo gli occhi di scatto, si svegliò di soprassalto, e, con un movimento rapido, si mise a sedere sul letto guardandosi intorno. 
 
Non trovando nulla.
 
Mu sapeva che quello appena fatto non era un semplice sogno...era certo di aver vissuto tutto in una dimensione parallela...
 
Non ne era particolarmente stupito, d’altronde il vecchio maestro Dohko lo aveva avvertito in merito alle insidie che avrebbe dovuto fronteggiare tornando al Santuario da traditore, tuttavia, ciò che lo aveva sorpreso era stata l’interferenza...calda, benevola, amorevole...era sicuro che qualcuno stesse vegliando su di lui...
 
Sperò di poterlo ringraziare un giorno. 
 
Nel frattempo, al tredicesimo tempio, una figura imponente, riparata da una spessa veste che lo copriva fino ai piedi e dai lunghi capelli grigi visibili ben oltre la maschera che indossava, espirò insoddisfatto. Chi aveva osato interporsi nella sua illusione? 
 
Non aveva mai sentito quel cosmo prima d’ora. Tuttavia, era possibile che il proprietario lo avesse manipolato per renderlo irriconoscibile...
 
Inquieto, ma non meno determinato ad andare fino in fondo per prendersi ciò che voleva, si ritirò nella parte privata del tempio.
 
L’indomani, Mu si destò molto presto. Quando i primi raggi del sole filtrarono dalle tende chiuse, il tibetano era già sveglio da tempo. Ancora disteso sul letto, riparato dalle coperte fino alla vita, osservava le particelle di pulviscolo volteggiare tra le timide luci dell’alba, ripensando alla notte appena trascorsa.
 
Sebbene fosse consapevole di aver sognato, sentiva, in cuor suo, che nulla di quanto accaduto fosse stato un sogno. Rabbrividì ripensando al freddo che lo aveva attraversato fino alle ossa, ed alla sensazione di quelle mani aspre e ruvide sulla sua pelle calda...
 
Poi, però, ripensò a quel cosmo gentile che lo aveva avviluppato nel suo calore, infondendo energia in ogni parte del suo corpo. Prima o poi avrei trovato il suo proprietario...
 
Si alzò, ritenendo ormai inutile continuare a crogiolarsi nei propri pensieri. A maggior ragione sapendo di avere innanzi a sé una giornata decisamente intensa, o almeno così immaginava. Sarebbe tornato a Jamir per poche ore, solo che stavolta avrebbe avuto la “compagnia” della Vergine, e per di più, prima di partire avrebbe dovuto riferire al Patriarca. Decisamente lo attendeva una giornata difficile. E non si sbagliava, solo, non aveva idea del grado di difficoltà che quel giorno gli avrebbe riservato...
 
Quando ebbe terminato di prepararsi, uscì sull’ampia piattaforma che antistava il tempio dell’Ariete. Per prima cosa dette un rapido sguardo in basso, verso il Colosseo, il luogo nel quale i cavalieri d’oro si allenavano; non vedendo nessuno, un leggero sospiro di dispiacere uscì dalle sue belle labbra. Per arrivare al tempio del Patriarca avrebbe dovuto attraversare tutte le case dei suoi compagni...se l’arena di allenamento era completamente deserta, ciò poteva significare solo che ogni cavaliere presiedeva il proprio tempio.
 
Prendendo un respiro profondo si dette forza per affrontare le seccature che di certo lo attendevano... rivolgendo lo sguardo in direzione degli altri templi cominciò la sua lunga salita.
 
Dopo aver percorso un buon numero di gradini, la casa del Toro si parò innanzi ai suoi occhi, imponente come il suo guardiano.
 
Mu alzò il suo cosmo, in una muta richiesta di passaggio al custode del luogo. Il quale non tardò a manifestarsi.
 
- Buongiorno Mu - il volto di Aldebaran rivelava chiaramente quanto fosse stata difficile la notte appena trascorsa.
 
- Buongiorno a te Aldebaran - Mu non mostrò il benché minimo biasimo nella sua voce, facendola risuonare amichevole come sempre - Perdonami, lo so che è ancora molto presto, ma ho bisogno del tuo permesso per passare oltre -.
 
- Certo...Stai andando dal Patriarca? - Aldebaran fece la domanda più per rompere l’atmosfera imbarazzante tra di loro che per curiosità, conoscendo ovviamente già la risposta.
 
Mu si limitò ad annuire con il capo e a mostrare un piccolo sorriso.
 
- Mu... io... - il Toro iniziò a balbettare, rivelando tutto il suo nervosismo. La notte per lui era stata molto difficile. Aveva dovuto fare i conti con la propria coscienza che, disapprovando il modo vigliacco in cui si era comportato, si era rivelata un giudice molto severo. Tuttavia, non riuscì a dire niente, la sua lingua sembrava essere paralizzata dalla vergogna...
 
Toccò a Mu sbloccare la situazione.
 
- Non occorre Aldebaran... va tutto bene - il tibetano scosse la testa sorridendo - hai fatto ciò che hai ritenuto giusto, non mi devi alcuna giustificazione - quando vide una piccola lacrima sfuggire dagli occhi scuri del Toro, si avvicinò e, con fatica, data l’altezza dell’uomo, gli mise una mano sulla spalla per suffragare le sue parole - da parte mia non è cambiato nulla...davvero -.
 
In realtà la sentenza del brasiliano aveva ferito Mu, tuttavia, aveva dovuto far ricorso alla sua razionalità. Avrebbe potuto rimproverare qualcosa ad Aldebaran? No. Dopo tutte le volte che si era rifiutato di tornare al Santuario, non avrebbe potuto biasimare chi sospettava della sua lealtà verso il falso Patriarca, anche se si fosse trattato di un amico.
 
Dopo aver salutato il Toro, Mu si avviò verso l’uscita per riprendere la salita. Mentre camminava, si concentrò sul suo respiro per calmare il nervosismo. La prossima casa avrebbe potuto essere il luogo più tranquillo di tutti così come nascondere inquietanti insidie. 
 
Dunque, Mu si mise in allerta, attento ad ogni minimo dettaglio.
 
Giunto al terzo tempio, pur sapendo di non trovarvi nessuno, data la “lunga” missione nella quale Saga era impegnato da anni (un sorriso ironico increspò le belle labbra dell’Ariete), i suoi sensi si fecero più vigili che mai.
 
L’eco dei suoi passi risuonava cupo nell’atmosfera tetra della casa vuota, e man mano che avanzava lungo lo scuro pavimento di pietra, la sensazione di essere osservato diventava via via più forte.
 
Nel tempio più alto, la figura imponente del Patriarca si agitava nervosamente sullo scranno...una parte di sé gli diceva di manifestarsi immediatamente nel suo tempio per prendere ciò che desiderava...mentre l’altra lo tratteneva con invisibili legacci nel timore di fare del male al primo guardiano. Guizzi color smeraldo attraversavano gli occhi fiammeggianti che scrutavano con brama il passaggio dell’Ariete nella casa dei Gemelli...
 
Accelerando il passo fin quasi a correre, Mu tirò un sospiro di sollievo quando sentì nuovamente l’aria del mattino rinfrescargli il viso. Il vecchio maestro lo aveva messo in guardia dalle insidie che potevano nascondersi nella perenne oscurità di quella casa... illusioni... visioni infide e pericolose per chi aveva la sfortuna di incapparvi...
 
Senza neanche rendersene conto, data la rapidità con la quale si muoveva, si trovò già all’ingresso del quarto tempio. La casa di Deathmask, il cavaliere d’oro del Cancro.
 
Più infastidito che intimorito dal dover incontrare il suo compagno d’armi, memore del conto in sospeso che avevano da quando Deathmask aveva dovuto abbandonare il suo proposito di giustiziare il vecchio maestro, Mu alzò il proprio cosmo annunciandosi al padrone di casa e chiedendo il permesso di passare. In cuor suo sperò di non avere problemi e di poter attraversare la casa nel minor tempo possibile. Anche se non nutriva molte speranze...
 
Sebbene si trovasse nella parte più esterna della casa, l’aria fetida che appestava quel luogo riusciva a disturbare le sue narici. Sapeva perfettamente cosa ci fosse all’interno di quel tempio, ma nonostante fosse preparato, ciò non diminuì il senso di nausea che gli attanagliò lo stomaco. Come potesse un individuo del genere appartenere all’élite di Atena era qualcosa che non avrebbe mai compreso, tuttavia...non stava a lui sindacare la scelta dell’armatura. 
 
Già infastidito, fu per lui una piacevole sorpresa rendersi conto del fatto che all’interno del tempio non ci fosse nessuno, e dopo aver atteso una risposta per un tempo ragionevole, che gli sembrò non finire mai, Mu riprese il cammino con evidente sollievo.
 
Prima ancora di terminare i gradini che lo avrebbero condotto davanti al tempio del Leone, Mu poté distinguere davanti a lui una figura che conosceva bene.
 
Ad attenderlo, in piedi e con una faccia rivelatrice della pessima nottata trascorsa, c’era Aiolia.
 
- Mu... - precedendo l’ospite, il padrone di casa parlò per primo - perdonami... - non riuscendo a dire altro, lacrime pesanti ricominciarono a segnare il volto già evidentemente provato.
 
Per quanto anche la condanna di Aiolia lo avesse ferito, Mu non riuscì a trattenersi...accorciando la distanza tra di loro, mise entrambe le mani sulle ampie spalle del Leone, scuotendolo leggermente.
 
Non ce la faceva...non poteva prendersela con lui... Aiolia era colui che più di tutti aveva sofferto in quegli anni...
 
La vergogna e il dolore di essere considerato solo il fratello del traditore, il disprezzo subito dai compagni e dai cavalieri che gravitavano intorno al Santuario, la solitudine sofferta per tredici anni...no, Aiolia aveva già sopportato abbastanza. Per di più, lui stesso gli aveva sempre suggerito di prendere le distanze dalla loro amicizia, almeno agli occhi dei compagni d’armi, per non aggravare ulteriormente la sua posizione...decisamente non avrebbe potuto rimproverare nulla al povero Aiolia.
 
- È tutto a posto Olia - usò volutamente il diminutivo che gli aveva dato a Jamir - hai fatto quello che dovevi e non ho nulla da doverti perdonare... - sebbene il suo tono fosse morbido, le parole furono ferme.
 
- Mi sono comportato come un vigliacco... - le lacrime continuavano a scendere dagli occhi fissi sul pavimento - a maggior ragione perché anch’io ho molti dubbi Mu... -.
 
Senza lasciare la presa sulle sue spalle, Mu lo costrinse a guardarlo negli occhi e parlò in un tono che non ammetteva replica.
 
- Allora usa quei dubbi per chiarire le tue idee Olia...non per crogiolare il tuo animo in inutili sensi di colpa che non hanno ragione di esistere - dopodiché lasciò andare dolcemente le spalle del greco rivolgendogli un bel sorriso.
 
- Ora mi lasceresti passare, per favore? - aggiunse in tono ironico tentando di sdrammatizzare l’atmosfera - Mi attende una lunga giornata e un bel po' di cammino prima di arrivare all’ultimo tempio... -.
 
Tornando a fissare il pavimento, Aiolia annuì con un sorriso triste sul volto - Ma certo Mu...passa pure...e buona giornata... -.
 
Riprendendo la salita, Mu pensò a quanto avrebbe voluto davvero che lo fosse, tuttavia, non riservava molte aspettative, a maggior ragione considerando il tempio che si accingeva ad oltrepassare.
 
Quando arrivò sull’ampia piattaforma antistante il tempio della Vergine, Mu fu avviluppato da una sensazione di pace irreale. L’unico suono udibile era il crepitio dei bracieri che fiancheggiavano l’ingresso, posti dietro a due imponenti Buddha di pietra. L’espressione serena sul volto delle statue amplificava la quiete del posto, infondendo una piacevole calma in chi lo attraversava.
 
Per un attimo, Mu si lasciò abbracciare dall’atmosfera del luogo...il silenzio che vi regnava era confortante. Dopo la confusione che si era creata nel Santuario con il suo ritorno, quello era il primo momento in cui poteva godere di un po’ di tranquillità...
 
Tuttavia, quella sensazione di pace durò poco. Riprendendo coscienza di dove si trovasse, tornò velocemente in sé, rimproverandosi di quell’attimo di debolezza. Non sapeva ancora come l’avrebbe accolto il guardiano di quella casa, ma, nel dubbio, non poteva rischiare di farsi cogliere impreparato.
 
Stava per alzare il cosmo annunciando la propria presenza, ma la risposta della Vergine giunse prima della sua richiesta. Un cosmo caldo e piacevole quanto i raggi del sole in una dolce giornata di primavera concesse il permesso a colui che non l’aveva ancora richiesto.
 
Per un breve attimo Mu fu sorpreso, divenendo ancora più vigile di quanto già non fosse.
 
Era una trappola? No. Non avrebbe avuto senso. Non ora almeno...
 
Stando sempre in allerta, si avviò verso l’uscita del tempio. 
 
Sebbene non avesse visto nessuno, quando si trovò ormai sulle scale che conducevano alla settima casa, quella della Bilancia, una strana impressione allertò i suoi sensi.
 
Fermandosi all’improvviso si voltò ma non vide nessuno. Eppure la sensazione di essere seguito era fortissima...
 
Mu riprese il suo viaggio sentendo il peso di occhi penetranti attraversare la sua stessa nuca.
 
Oltrepassò il tempio di Libra senza alcun problema, sorridendo malinconicamente al pensiero del vuoto e dell’abbandono che vi regnavano...l’anziano maestro aveva lasciato la sua casa secoli prima per stabilirsi a Rozan, e per quanto sapesse che lì stava compiendo il suo dovere di cavaliere, non poté evitare l’amarezza di vedere quel posto deserto... per un attimo si interrogò su come dovesse apparire quando vi abitava il giovane Dohko.
 
Per qualche strana ragione aveva sempre pensato che la calma e la saggezza del vecchio maestro fossero dovute esclusivamente all’età e al suo vissuto. La mente dell’Ariete aveva sempre immaginato il Dohko ragazzo incredibilmente vivace ed esuberante...
 
Con tutta probabilità, secoli addietro quel tempio doveva essere stato un disastro!
 
Un sorriso divertito si allargò sul viso di Mu, anche se durò poco, perché la sensazione di essere osservato si fece più intensa man mano che avanzava.
 
Evitò di voltarsi nuovamente, sapendo che sarebbe stato inutile. Chi lo osservava non era dietro di lui, bensì intorno a lui...e non aveva difficoltà ad immaginare di chi si trattasse...
 
Anche il passaggio attraverso la casa dello Scorpione fu rapido. Dopo aver sentito il cosmo di Mu innalzarsi per chiedere il permesso, Milo lo concesse senza fare domande né farsi vedere. 
 
Ne aveva già avuto abbastanza dell’Ariete, e non era sua intenzione ripetere a breve l’esperienza della sera prima.
 
Mu continuò la sua salita senza fermarsi, d’altronde Milo era stato rapido nel concedere il suo permesso... tuttavia, quando giunse in prossimità del nono tempio, la commozione prese il sopravvento su qualunque altra emozione.
 
- Aiolos... - il nome del cavaliere uscì come una sorta di sospiro, mentre una lacrima segnava la pelle pallida del viso fino ad insinuarsi tra le labbra del tibetano. In quel momento non gli interessò di essere visto da chi lo stava sorvegliando.
 
L’aria che regnava in quel luogo non aveva nulla di nostalgico, come nel settimo tempio, né di incuria, come quella che sicuramente permeava la sua casa prima che venisse ripulita...
 
Quella casa era carica di dolore e urlava contro l’ingiustizia vigliaccamente commessa contro il suo custode... quel posto esigeva verità per colui che in questo momento avrebbe dovuto occupare lo scranno più importante...
 
Mu serrò i pugni. Non era ancora il momento, ma ormai non mancava molto.
 
Quando arrivò alla decima casa, Mu stesso fu sorpreso dai sentimenti che lo colsero. 
 
Sapeva che il guardiano del tempio si trovava al suo interno, potendo sentire il suo cosmo già da dove si trovava, tuttavia, furono i sentimenti che permeavano l’aria a provocargli un fastidio che quasi gli serrò la gola soffocandolo. Biasimo, rancore, colpa...
 
Quella casa era intrisa di condanna. Come colui che vi dimorava.
 
Per un momento, la pietà strinse il cuore di Mu. Comprese immediatamente cosa accadesse in quella casa quando il suo custode si aggirava al suo interno in completa solitudine. Il senso di colpa, unito alla cieca convinzione di aver obbedito agli ordini, stavano avvelenando l’animo del decimo guardiano...
 
Alzò il suo cosmo, preparandosi anche all’evenienza di dover ripetere quanto accaduto il giorno precedente nella sala patriarcale.
 
Dopo una manciata di secondi, il cavaliere del Capricorno si manifestò. Il suo volto non era dei migliori e portava i segni di tutti i sentimenti catturati qualche istante prima dal tibetano...tuttavia, non disse nulla, limitandosi ad indicare con gli occhi di passare oltre.
 
Sebbene non tollerasse la presenza di colui che considerava un traditore, Shura non ritenne opportuno scatenare un’altra rissa. Forse perché memore del monito del Patriarca, o perché l’abilità dell’Ariete nello schivarlo facilmente lo aveva lasciato confuso, oppure a causa dell’ingombrante presenza di un altro compagno d’armi che seguiva i passi del tibetano...o probabilmente per tutte e tre le cose. 
 
Dopo aver osservato per alcuni secondi la schiena di Mu in direzione dell’uscita, Shura rientrò nel suo tempio senza proferire parola.
 
Quando Mu arrivò all’undicesima casa, trovò Camus ad attenderlo all’ingresso.
 
Il sopracciglio alzato del francese provocò una smorfia ironica sul volto dell’Ariete.
 
- In dolce compagnia? - pur mantenendo un’espressione imperturbabile, era chiaro lo sforzo dell’Acquario di nascondere la sua ilarità.
 
- Non è bello Camus... - Mu lo redarguì sorridendo - ...ridere delle mie sventure... -.
 
Camus annuì, mostrando a sua volta un piccolo sorriso - Stai andando a Jamir? -.
 
- Sì - confermò Mu - voglio andare il prima possibile per poter tornare il prima possibile... - poi, si avvicinò parlando in tono più basso - non ho dimenticato il nostro incontro Camus... - lo guardò attentamente prima di continuare - come vedi, ora non mi è possibile, ma al mio ritorno mi fermerò dopo aver conferito con il Patriarca... te lo prometto -.
 
Camus annuì salutando Mu con una pacca sulla spalla. Sapeva che il tibetano non faceva promesse che non poteva mantenere.
 
Quel piccolo gesto di confidenza non passò inosservato a chi seguiva l’Ariete...
 
Giunto ormai al termine, mancava solo un altro tempio per poter finalmente giungere alla sala patriarcale, tuttavia, qualcosa dentro Mu gli disse che quel passaggio gli avrebbe riservato qualche sorpresa.
 
La prima fu di sentire non uno, bensì due cosmi all’interno della casa, ma per quanto singolare potesse essere, l’Ariete non gli dette alcun peso. Soprattutto, non gli interessava, dato che non gli era stato difficile riconoscere entrambi. Uno, quello del padrone di casa, per il livore che aveva rilasciato anche il giorno prima, e l’altro, per averlo già sentito a Rozan...il fatto che Deathmask fosse dentro casa non gli creava né imbarazzo né interesse. Non avrebbe potuto essere più indifferente a ciò che accadeva lì dentro.
 
Quando alzò il cosmo per annunciare la propria presenza, dovette attendere alcuni minuti prima che Aphrodite si degnasse di rispondere, cosa che però, alla fine, fece, concedendo il passaggio.
 
Mu era quasi giunto all’uscita di quel tempio, quando lo spettacolo di un giardino pieno di rose attirò la sua attenzione. La sera prima non lo aveva notato, probabilmente sia a causa del buio che della concitazione dovuta al suo ritorno, ma ora non poteva sottrarsi all’incanto della distesa scarlatta in fiore.
 
Memore degli avvertimenti del vecchio maestro, Mu trattenne il respiro. Dohko gli aveva spiegato la letalità delle rose dei guardiani dei Pesci, al punto che anche solo il profumo di quei fiori avrebbe potuto provocare effetti venefici, quindi, per quanto quello spettacolo floreale lo affascinasse, ritenne opportuno accelerare il passo.
 
Muovendosi velocemente per oltrepassare quel luogo il prima possibile, dovette, suo malgrado, fermarsi, quando la voce del dodicesimo guardiano gli arrivò inaspettatamente.
 
- Solo un momento - la voce affettata di Aphrodite risuonò chiara nel silenzio del giardino.
 
Mu alzò gli occhi al cielo, tuttavia, dovette fermarsi. Non essendo il suo tempio, non avrebbe mai potuto contravvenire agli ordini del suo custode.
 
- Puoi stare tranquillo... - Aphrodite allargò un sorriso malizioso - a quest’ora del mattino non sono velenose...forse perché non lo sono io... - una leggera risata suonò solitaria.
 
Mu liberò il suo respiro, rimanendo tuttavia vigile...a maggior ragione quando il cavaliere dai boccoli celesti cominciò a girargli intorno, non facendo mistero di scrutarlo da cima a fondo.
 
Non potendo prendere iniziativa, un leggero disagio si impadronì dell’Ariete, che, a questo punto, ruppe lo scomodo silenzio.
 
- Chiedo di poter passare cavaliere - sebbene fosse in imbarazzo, la voce di Mu risuonò calma come sempre.
 
- Mmmmm... - ignorando ciò che aveva detto il compagno d’armi, lo svedese continuò il suo esame, portando, pensieroso, il dito indice sulle labbra.
 
- Non ho mai capito che accidenti ci trovi in te... -.
 
Sebbene il tono non fosse minaccioso, quanto appena sentito allarmò Mu. E non poco. Di che diavolo stava parlando Aphrodite? E di chi?!
 
- Beh...devo ammetterlo...non sei così male...ma... - la voce si fece leggermente aspra - non puoi competere, non con me! -.
 
Dopo avergli rivolto uno sguardo di superiorità, percorrendolo da cima a fondo, in un impeto di rabbia si avvicinò all’orecchio del tibetano, sussurrando parole con il suo solito tono mellifluo.
 
- Io sono sempre stato accanto a lui...io ho raccolto il suo dolore e la sua follia...non puoi portarmelo via...non te lo permetterò mai... -.
 
Dopodiché si voltò per rientrare nel suo tempio in un gesto che fece danzare nell’aria la sua folta chioma.
 
Mu rimase pietrificato per qualche frazione di secondo... persino chi lo seguiva ebbe difficoltà a decifrare cosa fosse accaduto.
 
Tornando in sé, si mosse alla massima velocità consentita per poter uscire il prima possibile da quella casa. Nella sua mente, un solo pensiero occupava tutto lo spazio preoccupandolo fortemente.
 
A quale livello di oscurità era sprofondato il Santuario?
   
 
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