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Autore: Bibliotecaria    02/08/2022    0 recensioni
In un mondo circondato da gas velenosi che impediscono la vita, c’è una landa risparmiata, in cui vivono diciassette razze sovrannaturali. Ma non vi è armonia, né una reale giustizia. È un mondo profondamente ingiusto e malgrado gli innumerevoli tentativi per migliorarlo a troppe persone tale situazione fa comodo perché qualcosa muti effettivamente.
Il 22 novembre 2022 della terza Era sarebbe stato un giorno privo di ogni rilevanza se non fosse stato il primo piccolo passo verso gli eventi storici più sconvolgenti del secolo e alla nascita di una delle figure chiavi per questo. Tuttavia nessuno si attenderebbe che una ragazzina irriverente, in cui l’amore e l’odio convivono, incapace di controllare la prorpia rabbia possa essere mai importante.
Tuttavia, prima di diventare quel che oggi è, ci sono degli errori fondamentali da compire, dei nuovi compagni di viaggio da conoscere, molte realtà da svelare, eventi Storici a cui assistere e conoscere il vero gusto del dolore e del odio. Poiché questa è la storia della vita di Diana Ribelle Dalla Fonte, se eroe nazionale o pericolosa ed instabile criminale sta’ a voi scegliere.
Genere: Angst, Azione, Slice of life | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate
Capitoli:
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Note dell'autrice: scusate il breve ritardo, ieri sono stata presa da un po' di cose, nulla di grave ma non sono riuscita a trovare il tempo per caricare questo capitolo, scusate :(
E il prossimo capitolo potrebbe andare per le lunghe poichè lo devo scrivere da praticamente zero dato che volevo approfondire qualcosa a cui durante la prima stesura non avevo pensato. Spero comunque di riuscire a pubblicare qualcosa, ma nel peggiore dei casi uscirà un po' in ritardo.
A presto!







8. Attraverso il Deserto
 
 
 
 

 
Diana Dalla Fonte, 30 luglio 2024
 
 
 
 
 
Ce lo trovammo davanti una mattina.
Da un po’ di tempo la vegetazione era a dir poco scarna, e le uniche piante che sopravvivevano erano piante dure, che potevano sopportare la siccità, e tutto si era contornato di una patina rossiccia e dorata, annunciazione di quello che ci aspettava. Il sole batteva violentemente sui nostri capi malgrado fossero appena le dieci e il vento sferzava placido.
Mi bastò alzare lo sguardo per vederlo: un’immensa distesa di sabbia rossa e arancione che si estendeva fino a dove l’occhio può vedere. Mi ritrovai in una deferente ammirazione che mi impediva di distogliere lo sguardo da quello spettacolo che ci aspettava d’innanzi.
 
“Wow…” Commentò Vanilla scioccata accanto a me. “Non ho mai visto nulla di simile in tutta la mia vita.” A quella osservazione la osservai: si sentiva chiaramente fuori luogo d’innanzi all’estrema vastità del deserto ma, comunque, nessuno sano di mente ne avrebbe mai potuto negare il fascino.
“Ci credo che fai tutte queste scene: non sei mai uscita da Meddelhock.” La derise Nohat appoggiandosi alla sua spalla.
“Ehi! Mio padre mi ha portata al Vortice una volta! E non è che tu abbia visto molto più di me!” Rispose Vanilla guardando Nohat con irritazione.
“Ragazzi calmi, nessuno di noi è mai uscito dalla sua regione prima d’ora, non è una gara a chi ha visto più cose.” Li placò Denin, io ovviamente ero esclusa dal discorso: una volta ero andata a Libris e un’altra Jiuli per delle brevi vacanze e poi avevo visto Meddelhock.
Incredibile quanto all’epoca mi sembrasse di aver visto praticamente tutto quello che c’era da vedere in questa landa vivibile.
Ma non mi soffermai su quei pensieri, rimasi immobile a rimirare l’immensità del deserto.
 
Lukas si avvicinò a me. “Diana?” Sobbalzai dalla sorpresa, ero totalmente persa nel paesaggio che i discorsi di Vanilla, Nohat e Denin erano un sottofondo che stavo registrando senza approfondire. “Eh? Sì?” Domandai tornando nel mondo reale.
“Tutto bene? Sembravi un po’ persa.” Mi domandò Lukas confuso.
“No, è che… scusa. Stavo pensando al fatto che probabilmente i miei avi hanno attraversato questo deserto.” Ammisi tornando a guardarlo.
 
 
Non avevo mai dato peso alle mie radici Surda, ma dopo certe rivelazioni c’era un piccolo tarlo nella mia testa che si domandava chi fossero stati effettivamente i miei nonni. Tuttavia, avevo rinunciato anche solo ad iniziare le ricerche, perché non conoscevo nessuno dei vecchi amici dei miei nonni a parte Adelaide, che si trovava a Jiuli in questo momento.
E con tutto quello che avevo vissuto in quel periodo non avevo mai neanche solo lontanamente pensato di mettermi ad indagare su di loro, anche perché sentivo che non mi sarebbe piaciuta la risposta.
Questo viaggio probabilmente sarebbe stata la cosa più simile a quella che era stata la vita di un quarto dei miei avi, la vita che mio nonno aveva compiuto prima di migrare a Lovaris.
Il pensiero mi affascinava e terrorizzava allo stesso tempo, e pensare che fino a quel momento non avevo mai dato peso alle mie origini. Erano qualcosa di cui avevo coscienza ma che non avevo mai realmente coltivato.
 
 
“È affascinante, non trovi?” Domandai a Lukas con un mezzo sorriso, egli rispose di rimando. “Preferisco ancora i campi di Lovaris.” Non aggiunsi altro e riprendemmo a camminare.
Come ci addentrammo un po’ nel deserto, sentimmo la temperatura aumentare drasticamente, il sole batteva prepotentemente sulle nostre teste e la temperatura era aumentata drasticamente. Ad un certo punto fui costretta a togliermi il pendente di mia nonna o rischiavo di ustionarmi con il ferro della catenina, fu mentre la riponevo nello zaino che vidi la bandana rossa che mi avevano regalato i ragazzi.
L’avevo portata con me senza un vero motivo e fino ad ora era rimasta nello zaino a prendere muffa. Ma in quel momento dei vaghi ricordi d’infanzia affiorarono.
All’inizio esitai: c’era quella vocina in me che diceva che non aveva senso, che sarei soffocata dal caldo, che sarebbe stato inutile.
Poi però la silenziai, il sole mi stava lentamente cuocendo la testa e i miei antenati sapevano sicuramente meglio di me come si affrontava la calura del deserto. Non era una questione culturale, era una questione di sopravvivenza.
 
Inizialmente fu un’impresa, ma dopo qualche tentativo a vuoto riuscii a posizionare la bandana come il velo delle donne Surde. Avevo visto la nonna in qualche foto con quei bellissimi veli variopinti e una volta mi aveva mostrato come si metteva, ma dovevo aver avuto circa otto anni e non mi era mai interessato più di tanto.
Infatti, quello che ne venne fuori fu una strana storpiatura del velo che i Surdi chiamavano Ascira, era una cosa strana che ricordava vagamente l’originale. Ma in quel momento non pensai all’appropriazione culturale o al rispetto verso i miei antenati, in quel momento il mio obbiettivo era di non prendermi un’isolazione o un colpo di sole.
 
Verso sera ci fermammo nei pressi di un pozzo che segnava l’inizio del vero deserto e iniziammo a parlare. “Non sarebbe meglio aggirare il deserto?” Domandò Nohat esprimendo un timore che c’era nella mente di tutti.
“Potremmo ma a Nord ci sono dei disordini, tutta la zona tra il deserto e le Praterie di Confine è in subbuglio da quando Glen è esplosa, da quel che ne so ci sono ancora moltissime persone che si sono ammalate perché si sono avvicinate troppo alla zona contaminata. Tutte le fazioni dei nomadi sono furibondi perché adesso molti dei loro pozzi, rifugi e luoghi sacri sono persi per sempre, la gente del posto è in cerca di vendetta perché hanno ucciso le loro famiglie e l’esercito sta facendo controlli ferrei sulle città e i dintorni. Il deserto invece è una zona franca, la polizia e l’esercito non hanno interesse per quei territori e sanno che se cercano di combattere i nomadi del deserto moriranno per il sole prima di raggiungere l’obbiettivo.” Kallis era stata parecchio informata sugli eventi di Glen.
A Meddelhock l’esplosione della centrale nucleare era stato solo un lontano eco di quello che era successo nelle regioni dello Shakarm, del Ash-tar o Alto-Colle, del Isnar o Costa del Sale e del Nazair o Savana del Sole, in altre parole tutte le regioni che confinavano col deserto erano in stato di rivolta. Lì la gente si stava rivoltando e la situazione stava lentamente sfociando sempre di più nella violenza e nel sangue.
“E poi non dobbiamo attraversare il cuore del deserto, ci terremo vicino al confine e raggiungeremo la Savana del Sole in tempi decenti, lì oramai la situazione si sta piano piano calmando.”
 
Indipendentemente da questi fattori, l’idea era tutto fuorché allettante, nessuna persona sana di mente attraverserebbe il deserto senza un minimo di preparazione o una guida.
Ma, a quanto pareva, avevamo sottovalutato le doti di Kallis e Denin perché si muovevano nel deserto con relativa confidenza. E, dopo il primo giorno, ci trasformammo in degli animali crepuscolari: dormivamo quando il gelo della notte o il caldo soffocante del giorno arrivavano e proseguivamo nelle ore in cui il sole non era totalmente in cielo.
 
Denin e Kallis studiavano spesso la mappa e la bussola, assicurandosi di compiere il percorso corretto e di raggiungere in tempi adeguati i pozzi. Di notte osservavano il cielo, studiandolo come una mappa e determinavano come dovevamo correggere il nostro cammino.
 
Le lunghe ore di marcia erano prevalentemente silenziose ma non si aveva il tempo di perdersi nei propri pensieri, dovevamo essere concentrati ed andare avanti.
Fummo anche rallentati più volte a causa del caldo, del sole e della sete.
Vanilla dopo il terzo giorno di marcia era diventata rossa come un peperone ed era stata costretta a coprirsi totalmente per evitare o limitare il rischio di escoriazioni, per questo si lamentava sempre dei dolori alla pelle, ma non avevamo creme, oli o qualsivoglia unguento per rinfrescarla.
Al primo pozzo riuscì a trovare un minimo di refrigerio, inumidendo la pelle nelle zone più arrossate, ma per tutta la prima settimana continuava a lamentare dolore ad ogni passo.
Riuscì a stare meglio solamente quando ci fermammo in un villaggio abbandonato che si estendeva in un’oasi in cui trovammo delle piante grasse da cui Kallis riuscì a ricavare un antinfiammatorio.
Il piano era di restare lì tre giorni, per concedere a Vanilla il tempo di stare meglio e a noi altri di riposare. Però Lukas dovette contrarre qualche virus dal pozzo perché per una settimana ebbe una diarrea terribile, probabilmente perché si era dimenticato di far bollire l’acqua prima di berla; quindi, prolungammo il nostro soggiorno di un’altra settimana.
 
Kallis e Denin erano parecchio frustrati dalla situazione: le scorte di cibo erano ridotte al minimo, per ovvi motivi, e non avremmo trovato cibo o acqua gratuitamente nel deserto. L’unica possibilità era reggere fino al prossimo pozzo e bastava sbagliare un minimo la direzione o che ci fosse un minuscolo cambiamento nel deserto e predavamo la possibilità di rifornirci di acqua. La nostra unica possibilità sarebbe stata quella di incrociare dei nomadi ma le probabilità erano incredibilmente basse e avremmo rischiato di attrarre attenzioni indesiderate.
Fummo costretti ad aumentare il passo.
 
Fu allora che notai come Kallis stesse accurando molto male l’assenza di acqua, la sua pelle si stava seccando sempre più velocemente e ogni volta che trovava un minimo d’ombra diventava palese quanto questa parte del viaggio la stesse mettendo alla prova.
Il sole poi era un problema non indifferente anche per Lukas e Nohat, i loro occhi erano troppo sensibili alla luce e per questo dovevano coprirseli al meglio e il misero cappello che si erano portati dietro non bastava, ad un certo punto convertirono una delle loro maglie in un parasole, sistemandolo sopra ai loro cappelli e legandoli con una corticina creata con le sterpaglie che avevamo trovato lungo il deserto.
 
Ma quello era il minimo, l’acqua era il problema più grosso, dovevamo bere pochi sorsi a brevi distanze o rischiavamo di rimanere disidratati, e comunque quella che ingerivamo a stento compensava quella che usciva, avrei ucciso per poter bere un intero litro d’acqua in una volta. Ma purtroppo i nostri zaini erano già abbastanza pesanti così com’erano, se ci avessimo aggiunto anche solo un altro litro a testa non avremmo più potuto portare quel poco di materiale da campeggio che avevamo.
Più di una volta pensai che se avessimo avuto con noi un asino o qualche altra bestia da soma la situazione sarebbe stata decisamente migliore, ma gli animali hanno bisogno di parecchia acqua; di conseguenza, quella che avremmo guadagnato, probabilmente sarebbe servita per la bestia, senza contare del cibo che stava iniziando a scarseggiare.
 
Durante la fine della terza settimana di viaggio nel desertoNohat e Lukas iniziarono a non sentirsi bene: non si nutrivano di componenti umanoidi da troppo tempo.
“Non va bene.” Sussurrò Denin notando il mondo in cui entrambi i ragazzi stavano sempre più diventando come due fantasmi. “Dovremmo nutrirli con il nostro sangue.” Sussurrò Kallis. “Sì, ma basterà?” Domandò Zafalina preoccupata. “Siamo in sette, se dividiamo la porzione non sarà un problema.” Commentò Vanilla. “Forse, ma la sete di un Vampiro è pericolosa ragazzina.” Commentò Zafalina. “Non chiamarmi ragazzina! Ho solo un anno in meno di te.” Si lamentò Vanilla, Zafalina rispose con un sorrisetto sghembo.
“Per l’appunto, ragazzina.” Disse Zafalina facendoci ridacchiare.
“D’accordo, adesso basta.” Disse Denin malgrado anche lui si stesse trattenendo per non scoppiare a ridere. “Penseremo a nutrire i ragazzi una volta accampati per la notte. Poi penseremo a qualcosa di più duraturo.” Decise Denin.
 
 
Il resto della giornata fu devastante: faceva un caldo mortale e ringraziai il Sole e la Luna di aver iniziato a portare la bandana rossa a modi velo o mi sarei beccata un’insolazione. Quel giorno persino Vanilla, Tehor e Denin imitarono il mio esempio, quei tre avevano sempre preferito limitarsi ad usare i cappelli ma quel giorno fu diverso.
 
Quella giornata era stata particolarmente difficile, non solo c’era un caldo che spaccava le pietre ma anche aveva tirato un vento cocente, inizialmente avevamo sperato che rinfrescasse un po’ l’aria ma era stato come ricevere delle fruste di fuoco sul viso ad ogni soffio. L’unico che pareva indifferente al clima del posto era Gahan che sembrava non sentire il caldo.
In quella giornata avrei voluto avere qualcosa in più delle conoscenze di mio nonno sulla sopravvivenza nel deserto, mi avrebbe fatto sicuramente comodo.
Ma essendo morto poco tempo dopo la mia nascita tutto quello che avrebbe potuto insegnarmi era svanito da tempo. E mi resi conto di quanto poco sapessi della sua vita di fatto.
 
Tutto quello che sapevo su di lui lo dovevo a quello che mia nonna mi aveva raccontato. Ovvero che era nato a Tijin, che discendeva da una famiglia di nomadi del deserto di cultura Surda e che si erano conosciuti in un villaggio nella Savana del Sole.
La nonna era finita nella loro carovana per scappare dalle forze dell’ordine per motivi mai meglio specificati e in circostanze mai meglio specificate. Avevo provato a torchiare i miei genitori sul motivo due o tre anni prima ma mio padre mi aveva detto che quella parte della vita della nonna era sempre stata fumosa anche per lui.
Poi sapevo che ad un certo punto, a seguito di qualche anno di vagabondare nella carovana di mio nonno, si erano sposati.
Dopo quasi un decennio avevano avuto mio padre che, per quanto mi sia sempre sembrato assurdo, ha vissuto i suoi primi dodici anni di vita come un nomade.
 
Sapevo che erano migrati Lovaris per cercare una vita migliore e aiutare la carovana. E che di lì a pochi anni mio padre si trasferì a Libris per studiare, lì incontrò una bella ragazza con cui stette assieme cinque anni, il tempo di concludere gli studi per diventare un agente S.C.A., e questa lo lasciò brutalmente facendogli ripromettere di non immischiarsi più con le colleghe.
Nel frattempo, un’orfana meticcia aveva ottenuto l’opportunità di continuare gli studi, cinque anni dopo mio padre incontrò mia madre in ufficio, iniziarono a frequentarsi, da cosa nasce cosa e un anno e mezzo dopo si stavano sposando. Io sarei arrivata tre anni e mezzo dopo, circa, in una soleggiata mattina invernale con l’aiuto della magia e del sacrificio di mio nonno.
Da lì mia madre e mio padre restarono a Lovaris fino al dicembre del 2022 e da lì conoscete la storia.
 
Ogni volta che ripensavo alla vita dei miei nonni e dei miei genitori mi venivano i brividi perché la mia infanzia è sempre stata quella di una banalissima ragazza di provincia e la mia famiglia era abbastanza normale, se si esclude il fatto che mia madre faceva un lavoro diverso dalla casalinga, parrucchiera, maestra o assistente. Quindi per me era alienante pensare che i miei non avessero sempre vissuto come avevo sempre fatto io.
Fortunatamente rimuginare sul passato della mia famiglia mi aiutò a non pensare al caldo e al vento permettendomi di proseguire fino a tarda sera.
 
Quando giunse il fresco della notte ci accasciammo a terra distrutti per la lunga giornata. Ci eravamo fermati in una zona non meglio definita del nord-est del deserto di Sharai, e la sabbia rossa e ocra, che fino a poche ore fa bruciava come il fuoco, adesso era fredda come la pietra.
I primi a fare il turno di guardia sarebbero stati Nohat e Lukas. Quindi mi buttai nel terreno protetta solo da un sacco a pelo e crollai addormentata nell’istante in cui appoggiai il capo a terra.
 
 
Non so quanto tempo passò, ma ad un certo punto venni svegliata di soprassalto da un urlo. Sgusciai fori dal sacco a pelo dandomi una spinta in avanti e, come mi misi a sedere. Vidi Vanilla bloccata contro la sabbia da Nohat e Lukas chiaramente assetati di sangue.
“NOHAT! LUKAS! NO!” Urlai mentre il mio corpo agiva da solo.
 
Mi alzai facendo solo forza sulle gambe, mentre le mani si liberavano del sacco a pelo che mi limitava i movimenti. Superai il mio zaino con un salto e corsi con tutto il fiato che avevo in corpo verso i ragazzi per poi tuffarmi su Lukas.
Lo colpii con forza allo stomaco con un calcio, fu sufficiente ad attrarre l’attenzione su di me e iniziai a muovermi di qualche passo in dietro per poter combattere contro Lukas senza rischiare di andare addosso a Vanilla.
Lukas mi puntò, i suoi occhi viola avevano iniziato a brillare, quasi fossero fatti di luce propria, sapevo che era lo sguardo di un assassino, ma, in qualche strano modo, ne ero attratta come un’ape al miele. Tuttavia, resistetti e mi ripresi dalla specie di trans in cui mi ero ritrovata per riuscire ad intercettare il balzo di Lukas contro di me.
L’impatto non mi avrebbe fatto cadere, ma sapevo che non avrei mai vinto usando la forza bruta, se avessi voluto vincere, avrei dovuto giocare di leve, squilibri e strangolamenti. Quindi, anticipai il suo arrivo, nell’istante in cui fu a portata delle mie braccia, gli afferrai il bavero della maglia, il polso e mi lasciai cadere a terra. Nel mentre della caduta posizionai un piede sul suo stomaco nel tentativo di farlo schiantare a terra di schiena. Ma la tecnica non mi riuscì molto bene e lo feci cadere lateralmente e mi diede la schiena.
Non esitai a saltargli addosso.
 
Questi cercò di scacciarmi via ma bloccai ogni suo tentativo di resistenza avvolgendogli il collo con il mio braccio destro per strangolarlo. “LUKAS! Maledizione!” Esclamai afferrando il bavero della mia maglia con la mano destra così da poter avere maggiore controllo sul collo di Lukas e per poter fare la massima pressione con il minimo sforzo.
Per cercare di contrastarmi Lukas cercò di usare le sue braccia per liberarsi dalla presa mentre abbassava il mento nel tentativo di limitare gli effetti dello strangolamento. Ma quando gli fu chiaro che questa strategia non avrebbe funzionato iniziò a scalciare e agitarsi come un’anguilla. Pertanto, aumentai la vicinanza delle nostre teste per ottenere maggiore controllo della parte superiore del suo corpo, e gli bloccai le gambe adoperando le mie.
Lukas però aveva ancora entrambe le mani libere e cercò di afferrarmi il capo per cercare di proiettarmi in avanti, però questo era fisicamente impossibile ameno che non avesse voluto spezzarsi il collo.
 
“DIANA!” Riconobbi la voce agitata di Zafalina, sapevo che sarebbe corsa ad aiutarmi. “Aiuta Vanilla, ce l’ho!” Dissi sperando che Lukas smettesse di agitarsi così: tenerlo fermo richiedeva tutte le mie energie e non potevo vedere ciò che stava succedendo attorno a me, sapevo solo che Lukas stava iniziando a perdere i sensi, sarebbero bastati pochi istanti. Però, proprio quando ero convinta che tutto si sarebbe risolto in fretta, sentii qualcosa afferrarmi per i capelli, mi tirò la testa all’indietro e sentii poderoso morso sulla spalla destra.
Per il dolore subito mollai la presa su Lukas, fu una pessima mossa perché un istante dopo mi stava mordendo l’avambraccio destro.
Strinsi i denti per il dolore e alzai lo sguardo: cosa cazzo stavano facendo gli altri?
 
Tehor e Gahan erano stati feriti da Nohat e non riuscivano più ad alzarsi. Denin era pietrificato sul posto, Kallis stava facendo qualcosa che non riuscii bene a identificare a Zafalina ma supposi che fosse magia, e Vanilla stava cercando di alzarsi senza successo.
Ero sola.
 
Sfruttai la presa in mezzo alle gambe di Lukas e gli diedi un calcio sulle palle, questo mollò la presa e si piegò leggermente in avanti. Afferrai quell’opportunità. spinsi Nohat al indietro per riuscire ad avere un minimo di spazio di manovra. Alzai la gamba sinistra e la posizionai sopra alla spalla di Lukas, passai la destra sotto al braccio destro del mio vecchio amico e le chiusi a tenaglia sul collo di Lukas per riprendere strangolamento. Da lì non si sarebbe liberato neanche usando tutta la sua forza.
 
A quel punto dovetti pensare a Nohat che, come riuscì a rimettersi seduto, mi bloccò il braccio sinistro mettendolo dietro la schiena facendomi una leva che mi costrinse all’immobilità. Mi sorprese una tale coscienza dei suoi movimenti durante il limite ma non vi diedi peso.
Tendai ad usare il braccio destro per graffiare il volto di Nohat ma questo mi era indifferente. Allora mi bloccai, non avevo altre idee.
 
Guardai gli occhi di ghiaccio di Nohat brillare nella notte e sorrisi: ero contenta che Nohat si stesse nutrendo di me, almeno così una parte di me si sarebbe riunita a Giulio. Per di più, che senso aveva continuare quando ero già morta per il resto del mondo, avrei potuto accettare questa morte.
Tuttavia, fu un pensiero che durò quanto un respiro.
“Vai avanti.” La voce di Giulio mi riempì la testa e mi salvò per la seconda volta.
Strinsi il pugno e colpii all’occhio Nohat, non era un colpo molto forte, ma era sufficiente per obbligarlo ad allentare il morso. A quel punto lo afferrai per i capelli e lo allontanai usando tutta la forza che avevo nel braccio destro, si trattavano di pochi centimetri, ma erano sufficienti per dargli una craniata sul naso.
Allora Nohat mollò la leva e riacquistai la mia libertà di movimento.
Mi rigirai per mettermi in posizione da lotta a terra e nel fare questo dovetti liberare Lukas, ma lui era oramai mezzo svenuto, non era una minaccia. Nohat invece lo era eccome. Dovevo bloccarlo prima che attaccasse qualcun altro, dovevo bloccarlo a terra e fargli perdere i senti.
Ma qualcuno scombinò i miei piani.
“FERMI!”
 
Un’onda d’urto violacea mi investì, io riuscii a non essere spazzata via accucciandomi a terra, ma Nohat e Lukas vennero spinti ad una decina di metri di distanza così come Tehor, Gahan, Denin, Zafalina e Kallis. Alzai lo sguardo terrorizzata: attorno a noi si era generato un vento innaturale che sferzava l’aria, un vortice viola che stava cercando di spazzarci via.
Al centro di quella tempesta di magia viola c’era Vanilla: i suoi occhi erano nuovamente oscurati da quella luce sovrannaturale e i suoi capelli fluttuavano attorno a lei per colpa di quel vento magico che si era scatenato. Vanilla era in lacrime, in ginocchio e disperata, aveva un braccio teso verso di me e compresi che lo aveva fatto spontaneamente, voleva fare la stessa cosa che aveva fatto quella sera, solo che non aveva idea di come fermare quello che aveva iniziato.
 
Provai ad alzarmi ma come lo feci venni sbalzata a terra. “VANILLA CAZZO FERMATI!!!” Urlai cercando di rimettermi in piedi malgrado le ferite che cominciavano a sanguinare copiosamente. “Non-Non ci riesco!” La risposta di Vanilla fu flebile, quasi un sussurro portata dal vento, ma capii che stava usando tutto il fiato che aveva in corpo per farsi sentire.
 
Fu in quel momento che vidi qualcosa di strano, una sfumatura azzurro elettrico in mezzo a quel mare di viola. Aguzzai la vista: Zafalina stava attraversando il turbine di vento stregato; ma non lo stava facendo con la sua sola forza fisica, a circondarla c’era uno scudo azzurro come i suoi capelli. Ed era acceso e brillante quanto quello di Vanilla. Ma, quanto il potere di Vanilla si manifestava prepotente e libero, tanto quello di Zafalina pareva qualcosa di solido ed estremamente fragile. Uno scudo di vetro, questo era quello che mi ricordava.
Il mio sguardo e quello di Zafalina si incrociarono e lessi il terrore in lei: non aveva la più pallida idea di quello che stava facendo e capii che generare quello scudo che a stento proteggeva lei la stava affaticando terribilmente. Ma Zafalina andò avanti fino a raggiungere Vanilla.
Il vento in quel momento aumentò e mi coprii il viso con le braccia, fu allora che notai che il vento viola, come il fuoco di Denin, sembrava che venisse assorbito dal mio corpo. Strinsi i denti conscia che probabilmente questa mia dote mi aveva salvato la vita diverse volte senza che me ne accorgessi e che molto probabilmente quella notte nel vicolo ne sarei uscita con qualcosa in più di una pallottola alla gamba se non fossi stata così naturalmente portata.
Improvvisamente, come era aumentato, il vento diminuì e riuscii a tornare a vedere.
 
Lo spettacolo che mi si presentò di fronte mi spiazzò: Zafalina stava baciando Vanilla e non era decisamente un bacio casto.
Sgranai gli occhi per l’incredulità ma non ebbi la forza di reagire: nello stesso istante in cui tentai di alzarmi venni colpita da un tremendo capogiro e mi dovetti fermare, tutto il corpo era un dolore, i muscoli rigidi e pesanti.
Così mi limitai ad alzare lo sguardo. Malgrado imbarazzo avevo bisogno di confermare quel che avevo visto e così fu.
Tuttavia, notai un paio dettagli che prima mi erano sfuggiti: entrambe si stavano godendo il bacio e dei sottilissimi fili azzurri e viola si erano formati attorno alle loro mani strette le une alle altre.
 
 
“Ma che cazzo fai!?!” Capii che a parlare era stato Nohat e ne ebbi la conferma quando lo vidi superarmi per poter separare con forza Vanilla da Zafalina. Evidentemente il dolore, e l’aver bevuto un po’ di sangue, lo aveva fatto rinsavire.
“Sei uscita di senno per caso!?!” Urlò a Zafalina furioso dopo che l’aveva scaraventata a terra.
Sentivo l’ira dentro di me bruciare, ma non sapevo bene neanche io per cosa nello specifico: non era solo per come aveva trattato la mia amica, era qualcosa di più infimo.
“N-nohat, non serve.” Intervenne Vanilla con ancora la spalla e la coscia sanguinanti. “Non mi ha dato fastidio. L’ha… l’ha fatto solo per farmi riprendere.” Nel dire questo si era aggrappata al braccio del suo vecchio amico.
Sentire balbettare e supplicare Vanilla mi lasciò di stucco.
“Me ne sbatto del motivo!” Rispose Nohat liberandosi della presa di Vanilla con uno strattone. “E tu!” Sbraitò Nohat indicando Zafalina. “Non ti avvicinare mai più a Vanilla! Non permetterò che le trasmetti la tua malattia!”
 
“Ripeti scusa!?!” Urlò Zafalina alzandosi furibonda ma lessi anche vergogna nel suo viso, come se si sentisse colpevole. Ma mi ripetei che non poteva esserlo. Non poteva veramente aver baciato Vanilla per piacere, o così mi illudevo anzi era pure peggio: stavo negando l’evidenza.
“Mi hai sentito. Ho visto che stavi godendo. Se vuoi che la tua anima venga perseguitata dopo la morte fa pure, ma non ti permetterò di trascinare Vanilla con te.” Decretò Nohat furioso mettendosi davanti a Vanilla come a volerla proteggere neanche Zafalina fosse un appestato.
“Parla quello che ha cercato di mangiarla!” Rispose Zafalina e notai Nohat irrigidirsi un’istante per poi voltarsi e trascinare via Vanilla. Questa, tuttavia, si bloccò e tentò di liberarsi dalla sua presa senza successo. “Che stai cercando di fare?” Domandò Nohat furioso. “Non lo so, questo dov’eri essere io a chiedertelo. Mi dici che cazzo ti prende?”
“Ti sto solo proteggendo.” Rispose Nohat incredibilmente nervoso. “Da cosa di preciso? È stato solo un bacio!” Esclamò Vanilla infuriata.
“Tutto parte con solo un bacio! Anche quei due hanno iniziato tutto con un bacio e guarda com’è finita!” Esclamò Nohat indicandomi con rabbia, un tenero calore mi avvolse al pensiero di quel casto bacio avvenuto più di un anno fa poi però una morsa di dolore mi strinse il cuore.
 
“Nohat, siamo già criminali, baciare una ragazza non peggiorerà la situazione.”
“Ma li leggi i giornali? Sai cosa fanno a quelli?” Domandò Nohat incazzato e a quel punto Vanilla si liberò dalla sua presa e gli rispose a dovere. “Sì, lo so! Ma il nostro mondo si sbaglia su tante cose, perché non si dovrebbe sbagliare su questa!?!?” Urlò Vanilla furibonda mentre una leggera luce magica viola iniziava ad avvolgerla.
“NON È LA STESSA COSA!!!”
In quell’istante Vanilla si ritrasse spaventata e la luce che aveva iniziato ad avvolgerla svanì. “Nohat… i tuoi occhi.” Quando lo disse Nohat si allontanò spaventato di qualche passo, poi si girò e iniziò a correre via.
 
Normalmente gli sarei corsa dietro ma ero così debole in quel momento che riuscii solo ad alzare la testa con fare affaticato.
Qualche istante dopo Kallis raggiunse Tehor e Gahad e rifece apparire quella luce strana tra le sue mani, dopo questo raggiunse Lukas sebbene con maggiore stanchezza e lo controllò. “Zafalina aiutami a spostarlo! È svenuto.” Decretò la ragazza e Zafalina ubbidì e trascinò Lukas accanto a noi.
 
“Come sta?” Domandai ancora affaticata mentre Kallis controllava il battito di Lukas. “Sta bene, ha solo preso una bella botta ma non è in pericolo, al massimo gli verrà un livido. Tu piuttosto Diana?” A quelle parole mi sfiorai la spalla che era stata fasciata da Denin, aveva quasi del tutto smesso di sanguinare, ma per cicatrizzarsi ci sarebbero volute settimane, stessa storia per il braccio.
“Sono stata peggio.” Mi venne spontaneo dirlo malgrado volessi dire tutt’altro: da quando Nohat mi aveva morsa sentivo il corpo pesante.
Sentii gli occhi di qualcuno su di me e alzai appena la testa: Vanilla. Si doveva essere accorta che non stavo molto bene e il suo sguardo si incupì: aveva perso il controllo della sua magia una seconda volta, e a questo giro aveva rischiato di ammazzarci tutti.
Tuttavia, non ritenni necessario girare il dito nella piaga e le sorrisi.
“Tranquilla ho la pellaccia dura. Sto bene.” Tentai di rassicurarla. Vanilla rispose al mio sorriso ma rimase comunque a disagio.
 
“Questo lo determinerò io.” Decretò Kallis toccandomi il volto e, un istante dopo, mi sentii avvolgere da un calore dolcissimo, era dolce e delicato quanto la carezza di un timido raggio di sole primaverile, quasi mi dispiacque quando si allontanò.
“Incredibile.” Sussurrò Kallis a metà tra il sorpreso e l’esasperato. “Diana hai assorbito una quantità immensa di veleno paralizzante e di vento della strega!”
“Vento di cosa?” Domandai leggermente rintontita da un sottile mal di testa che stava silenziosamente facendo capolino. Sapevo che i vampiri potevano generare un veleno paralizzante quando mordevano le loro vittime ma non mi sentivo pietrificata, ciò che però realmente mi incuriosiva era l’altro termine, quello non l’avevo mai sentito.
“Vento della strega, è così che è chiamato quell’incantesimo. È una delle magie offensive più potenti che hanno le streghe, e, per quanto gli umani possano assorbire magia, questo specifico incantesimo genera un tipo di energia che non è molto sano per il fisico. Aggiungiamoci il veleno paralizzante che per te non sarà altrettanto efficacie ma comunque averlo in corpo non ti fa per niente bene.” Questo spiegava perché mi sentissi così spossata.
“Per di più sei riuscita ad assorbire parte dell’energia magica legata al limite di Lukas e Nohat, ci credo che tu sia così stanca.” Mi riprese sconcertata. “Per poco non assorbivi anche la mia magia! Sei proprio un pozzo senza fondo Diana!” Esclamò Kallis dirigendosi verso la sua borsa per recuperare una bevanda a base di bacche che fino ad ora aveva sempre tenuto nella sua borsa senza mai cederne una goccia a nessuno.
 
“Tieni, ti rimetterà in forze nel giro di un’oretta, bevine solo qualche sorso, è molto prezioso.” Accennai di aver capito e bevvi: era una specie di sciroppo, aveva un retrogusto amarognolo ma c’era anche un dolce sapore di ciliege che lo rendeva piacevole.
Dopo averne bevuto due sorsi abbondanti riconsegnai la borraccia alla proprietaria. “Che roba è? Ho riconosciuto il sapore delle ciliegie ma… è strano.” Ammisi confusa. “Oh… ehm… è una pozione…. Diciamo.” Guardai Kallis confusa. “Con le ciliegie?” Domandai senza capire.
“Danno solo un po’ di sapore in più.”
“Kallis, non ha senso nasconderglielo, diglielo e basta.” Disse Denin, era la prima frase che riusciva a formulare da dopo la perdita di controllo di Nohat e Lukas, probabilmente si sentiva responsabile per non essersi ricordato di dare ai ragazzi il sangue.
 
“Nascondermi cosa?” Domandai seccata. “Ecco… l’intruglio di per sé è uno sciroppo di ciliegie. Ma quelle ciliegie…. Sono le mie.” Confessò Kallis, la guardai senza capire.
“Ma la tua famiglia non ha un ciliegioooooohhhhh….” Come realizzai che con mie intendeva che le aveva letteralmente create lei, impallidii per l’imbarazzo.
“Sì… le ho modificate così che annullino gli effetti negativi della magia. Sapevo che attraversando le Tre Cime rischiavamo di imbatterci in una chimera e ho pensato che avere qualcosa che possa diminuire gli effetti negativi del loro veleno fosse utile. Non sono riuscita a creare una medicina specifica contro il loro veleno ma già con un antidoto generico contro la magia maligna avrebbe potuto farci guadagnare del tempo in caso di bisogno.”
Guardai Kallis, era imbarazzatissima e anche io lo ero: avevo appena mangiato qualcosa di suo. Non mi era mai capitato prima d’ora di ingerire qualcosa di un altro umanoide, era roba da vampiri, licantropi, orchi e demoni, non certo da umani!
 
“E da quando ti sai trasformare in pianta?” Domandai titubante deviando leggermente l’argomento. “Da qualche anno, uno dei motivi per cui volevo compiere questo viaggio era per riuscire ad usare al meglio le mie abilità ai livelli più complessi. In teoria potrei creare praticamente qualsiasi medicina o veleno con i miei frutti se conosco la composizione chimica, ma questo richiede un allenamento costante, tanta energia magica, tanto studio e tanto tempo in forma di pianta.”
Avevo mille domande per la testa ma non insistetti, probabilmente era un argomento spinoso per Kallis almeno da affrontare con me perché vedevo quanto desiderasse parlarne ma che al tempo stesso si stesse trattenendo parecchio.
Per questo liquidò la questione consigliandomi di riposarmi.
 
 
“Con Nohat che facciamo?” Domandò Tehor confuso bevendo a sua volta un sorso dello sciroppo di ciliege. “Tornerà, quella testa di ciuffolo si deve solo calmare.” Spiegò Vanilla mettendosi a sedere vicino al fuoco senza più aggiungere una parola, si limitò a giochicchiare con le braci per tenerlo vivo ma ogni tanto lanciava un’occhiata a Zafalina, però ogni volta che questa si accorgeva del suo sguardo abbassava il capo dissimulando disinteresse.
Continuarono con questo gioco per un po’ fino a quando Zafalina non fu abbastanza veloce da incrociare il suo sguardo.
Vanilla, colta in fragrante, abbassò lo sguardo e riprese a giocare con le braci con più rabbia di prima, e lessi nei suoi occhi duemila domande. Una più difficile dell’altra.
E anche io ne avevo, così iniziai a rimuginare su qualcosa di meno fuori dal mondo della magia.
 
All’epoca condividevo il pensiero di Nohat, l’omosessualità era considerata una malattia, qualcosa di sbagliato e di cui vergognarsi. Non condividevo i metodi usati per estirparla ma non sapevo quasi nulla di fatto: sapevo solo quel poche che dicevano i giornali e degli stereotipi che giravano sulle persone omosessuali. Menagalli era praticamente l’incarnazione di quegli stereotipi, eppure il professor Da Sair non era così, non lo avrei mai detto se non lo avessi visto coi miei occhi.
Era veramente una malattia?
Era veramente un difetto?
O forse aveva ragione Vanilla e come la società si sbaglia sugli Altri si sbaglia allo stesso modo sugli Omosessuali.

 
   
 
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