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Autore: jakefan    03/08/2022    0 recensioni
Cos’hanno in comune Heath e Buck, il suo cane? Molte cose: entrambi sono giovani, pieni di energia e vivono sul confine tra due mondi. Buck è per metà lupo, Heath appartiene alla riserva Lakota e anche al mondo «di fuori», bianco e tecnologico. Ma c’è di più, anche se i due non lo sanno: un’eredità sconvolgente sepolta dentro a ricordi lontani.
Quando il richiamo della vita adulta diventa perentorio, per entrambi si prospettano scelte difficili, rivelazioni e incontri che cambieranno loro la vita.
E la scoperta di un terzo mondo nascosto, governato dalla magia che permea tutte le cose.
Ho ucciso sua madre. E' mio.
Genere: Avventura, Drammatico, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Jaime lanciò e fece canestro, poi toccò a Heath. Tre tiri, tre cilecche.
– A casa è uno schifo. Una pazza mi ha rubato la camera e anche mia madre sta dando i numeri.
– La mia li dà tutti i giorni. La pazza sarebbe la ragazzina con i capelli neri? Non sembra male.
– L’ho sempre saputo che hai dei gusti di merda.
– Infatti gioco a basket con te e in più sono tuo amico. Comunque ti sbagli, lei è carina.
– Lasciala perdere, fidati.
Heath si asciugò il sudore nella maglietta e corse a recuperare la palla. Dovette chinarsi e strisciare sotto a un cespuglio di rovi per arrivarci, ma quello era il regolamento: chi sbagliava il tiro andava a recuperare la palla, ovunque fosse. Heath riemerse dai rovi graffiato, impolverato e avvilito. Non che gli dispiacesse stare con Jaime, ma fino a un mesetto prima non sarebbe stato lì con il moccioso a sfogarsi su una palla da basket. Sarebbe stato con Rivkah su una coperta a guardare il cielo, a parlare delle loro madri isteriche mentre le infilava una mano sotto la minigonna e poi…
E poi Riv gli avrebbe dato uno schiaffo. Avrebbe preteso di sapere cosa era successo, come stava lui, come andavano le cose. Dovevano parlare, loro, comunicare. Ma dopo… Beh, almeno dopo ci sarebbe stato il dopo.
Meno male che non aveva davvero un display acceso sulla fronte: a Jaime non sarebbe piaciuto il filmino che scorreva in quel momento sul suo schermo personale, in dolby surround.
– Sei messo male, una volta un centro ogni tanto lo facevi.
– Ma sentilo, Michael Jordan dei poveri. Ti batto quando voglio.
Invece di rilanciare la palla a Jaime per il suo turno, Heath fece un paio di palleggi, schivò un avversario immaginario, piroettò su se stesso e lanciò.
Cilecca di nuovo, ovviamente. Ma Jaime andò a recuperare la palla per lui.
– Che stavi dicendo di tua madre?
Luglio avanzava ed era passato il mezzogiorno; era un anno insolitamente caldo e l’aria soffocante comprimeva i polmoni.
– Heath? Sei con me?
Il ragazzino si era avvicinato con la palla in una mano e la bottiglia dell’acqua nell’altra. Gli stava offrendo da bere.
– Scusami, sono un pacco.
Il prato brulicava di gente che prendeva il sole. Passò un drappello di ragazzine di seconda, le coperte sotto braccio, che li squadrò per bene. Qualcuna nella combriccola fischiò e un’altra rise forte girandosi verso un’amica.
Heath non se ne accorse nemmeno.
– Guardavano te. Forse dovresti…
– Magari guardavano te, invece. Io di donne non voglio più saperne niente.
Non era da lui farsi beccare così… ferito? No, la parola giusta era un’altra. Il termine tecnico era «sfigato».
Vabbè, che altro aveva da perdere?
– Come sta Rivkah?
Nessuna risposta.
– Dov’è andata tua sorella, oggi? Ancora al fiume?
Jaime alzò gli occhi al cielo.
– Ma che cazzo, Jaime! Ho solo chiesto dov’è!
– Non è vero, mi hai chiesto anche come sta ma non fa differenza, tanto non te lo posso dire. Non posso neanche nominarla davanti a te, se vuoi saperlo. Ci tengo alla pelle, io.
Heath, in pantaloncini da basket, si lasciò cadere sulla scalinata di cemento ma schizzò subito in piedi come una molla.
– Scottato il culo, Riley? Forse non sei stato una gran perdita per la squadra, dopo tutto.
Mick Donovan e il suo codazzo di cretini sghignazzavano senza ritegno. Si disposero sul campo e cominciarono a passarsi una palla da basket. Mick palleggiò e lanciò la palla in faccia a Heath, che la fermò con le mani a un centimetro dal naso.
– Non esci più con sua sorella – latrò Donovan indicando Jaime – si è stancata di fare beneficienza? Potrei mettermi in lista io, magari. Forse è maturata e ha dei gusti migliori.
Ci pensarono Jaime da una parte e gli scagnozzi dall’altra, che erano venuti per giocare e non per una rissa, a tenerli fermi tutti e due. Portarono Mick Donovan lontano, verso il centro del campo, e fecero segno a Heath e Jaime di levarsi dai coglioni.

Jaime stese l’asciugamano sul prato e i due si sistemarono l’uno accanto all’altro.
– Stammi lontano, non voglio che pensino che mi sono fidanzato con te.
– Non prendo mai gli avanzi di mia sorella. Ehi, va tanto da schifo?
Heath era stufo di fare il duro.
– Tua sorella non mi vuole. Mia madre mi massacra, non mi perdona di non voler andare al college. Non avevo idea che per lei fosse così importante. Non so, pare che se non ci vado si scatenerà la fine del mondo.
– E tuo padre?
– È come se avesse delegato la faccenda a lei… Sta zitto e guarda cosa succede.
– E tu?
– Io cosa?
– E tu, tu che cosa vuoi fare?
Heath non ci dovette pensare molto.
– Io voglio che non cambi niente.
Non era vero. Voleva che cambiasse almeno una cosa: che Rivkah tornasse sua amica. Che si desse una calmata e tutto tornasse come prima.

Le luci di casa Riley erano ancora spente, quando Heath rientrò quella sera; tutte, tranne quella della cucina. Il tramonto lanciava lunghe ombre rosso scuro ai piedi dei pini, ombre che ai bordi diventavano viola e presto avrebbero annunciato la notte.
La porta d’ingresso non era mai chiusa a chiave, perché nessuno avrebbe violato la casa del guardaparco. Heath spinse la porta ed entrò per la doccia della sera.
Dalla cucina arrivarono le voci di sua madre e di suo padre.

–  Non ho mai capito perché non vuoi dirgli la verità. Avremmo dovuto dirgliela subito. Ci sono cose che sembrano grosse e invece non lo sono, ma se aspetti poi crescono come bombe di merda.
– Isaias!
– Isaias un accidente. Avremmo dovuto dirglielo fin da piccolo, così si sarebbe abituato, non ci sarebbe stato niente di strano, no? Adesso invece…
Neena si chiuse le orecchie con le mani.
– Non gliel’abbiamo detto perché non c’era niente da sapere.
In due passi Isaias la raggiunse e Neena notò, curiosamente – i dettagli più stupidi nei momenti più assurdi – che le gambe del marito erano lunghe, e che se fosse stata lei a dover fare quei passi non ne avrebbe fatti due, ma all’incirca quattro.
– Ascoltami. Ehi, guarda me. Io ti adoro, sei l’amore della mia vita. Queste cose te le dico perché ti amo e perché devi andare avanti. Come fai a dire che non c’era niente da sapere? Ci credi davvero, a questa stronzata?
– Non c’è niente da sapere!
– Neena, cazzo!
La donna si tolse le mani di lui dalle spalle. Cercò con gli occhi una via di fuga. Raggiunse la porta, ma prima di uscire parlò ancora.
– Il sangue è sangue, Isaias. Non c’è niente da sapere. Punto.

– Cosa ci sarebbe, da sapere?
Per poco Neena non sbatté contro il petto di suo figlio, e sbiancò.
Da quanto tempo era lì?
– Sono cose che non ti riguardano, roba tra me e tuo padre. Giusto, Isaias?
Isaias strinse le labbra.
– Isaias!
Erano tutti e tre attorno al tavolo della cucina, adesso, il ronzio del freezer a sottolineare il vuoto delle parole, che attendeva di essere riempito. Neena e Isaias restarono in piedi uno di fronte all’altra a sfidarsi.
– Cosa sta succedendo, qui?
Neena si irrigidì. Le pupille nere divennero due puntini nel volto pallido.
– Isaias.
Il guardaparco curvò le spalle.
– Non sta succedendo niente, ragazzo. Non sta succedendo proprio niente. Cose nostre che non ti riguardano.
Neena li lasciò. Dopo neanche mezzo minuto, l’uomo e il ragazzo sentirono la sua auto mettersi in moto e partire. Il motore fu inghiottito nel silenzio della notte imminente.

Nella cucina aleggiavano ancora gli odori della colazione. Heath avrebbe volentieri ricominciato da capo, dai pancakes magari, ma Sacco d’Ossa fece il suo ingresso silenzioso. Gesù, aveva davvero bisogno di mettere su un po’ di carne. Sembrava malata, forse lo era davvero. Magari aveva una malattia seria.
Doveva dirle qualcosa di carino?
– Allora, sei pronta?
Anna lo fissò, tremante.
Ma cosa cavolo ho detto di sbagliato?
– Ehi, tutto ok? Ti senti… Vuoi che rimandiamo?
– No, no, tutto bene – rispose Donald per lei, arrossendo – è solo emozionata. Sei emozionata, vero, tesoro?
Ancora nessuna risposta.
– È la sua prima gita in montagna.
– Su, cara, dovete partire. Non si va in montagna così tardi, il tempo può cambiare in fretta – disse Neena per tutti. Heath si pulì la bocca e raccolse da terra lo zaino. Buck, ammesso in cucina per l’occasione, grattò la porta.
– Allora noi andiamo. Ma’, torniamo prima di cena. Avremo molta, molta, fame.
– Hai mangiato come quattro orsi, stamattina. Va’ a fare un po’ di movimento, va’.
Così Heath si avviò e dovette girarsi due volte per essere sicuro che la ragazzina lo stesse seguendo. Buck li precedette sul sentiero che entrava nella foresta, sulla pista lungo la quale loro due correvano quasi ogni giorno.

Heath aveva scelto un percorso semplice, una passeggiata abbastanza lunga ma tutta in costa: niente salite ripide e una bella alternanza di prato e bosco con qualche punto panoramico. Avrebbe potuto farla a occhi chiusi, non era il giro che avrebbe scelto per se stesso e Buck, ma così sarebbe andato sul sicuro. Non era certo che la tipa fosse in grado di reggere una camminata seria.
«È più forte di quello che sembra» aveva insistito Donald. L’uomo dalla barbetta rossa l’aveva ringraziato quasi piangendo e Heath avrebbe voluto sprofondare. Dovevano essere messi proprio male, quei due.
I passi di Anna erano dei leggeri pof pof alle sue spalle, perché la ragazzina non aveva scarponi e Neena gliene aveva prestato un paio dei suoi, troppo larghi. Il ritmo non era sempre regolare; di tanto in tanto Sacco d’Ossa doveva accelerare per non perderlo, e allora Heath si sforzava di rallentare, sbuffando. A quel ritmo non sarebbero arrivati mai più.
Anna non gli andava mai troppo vicino, restava sempre qualche passo indietro.
A Bellevue Point, una terrazza di pietra sospesa su un burrone, fecero la prima sosta. C’erano un paio di panchine a una ragionevole distanza dalle protezioni, ma si poteva anche salire poco più su, fino a una seconda terrazza più piccola dove ci si sentiva davvero sospesi nel vuoto.
– Guarda. Se facciamo ancora quei dieci metri, vedremo la valle come se stessimo volando.
Si era raccolta i capelli in una treccia. Le lentiggini non erano molte, sembravano di più perché lei arrossiva in continuazione. Forse era anche colpa del sole. La prima volta che l’aveva vista, nella loro cucina, era bianca come un tovagliolo.
Lei non disse niente, si limitò ad assentire dopo uno sguardo veloce al punto indicato da Heath.
In cima alla rupe il ragazzo tolse lo zaino e si sedette, poi batté con la mano sulla roccia coperta di licheni di fianco a sé.
– Siediti, questo posto merita una sosta.
Anna si sistemò dove Heath le aveva indicato – il più lontano possibile. Il ragazzo osservava il suo viso mentre, poco a poco, lei si rendeva conto di ciò che stavano guardando.
Davanti a loro si stendeva la valle dell’Eden.
Adamo ed Eva dovevano aver visto qualcosa del genere, se nel Paradiso Terrestre c’erano state delle montagne. Heath se ne stupiva ogni volta e di paesaggi ne aveva visti parecchi, seguendo Isaias sulle piste del parco. Nella direzione in cui si sarebbe dovuto scorgere qualche segno di presenza umana, non si vedeva niente che fosse stato creato dall’uomo. C’erano solo rilievi più bassi e alberi, moltissimi alberi, un mare d’alberi a perdita d’occhio, soprattutto foreste di conifere. Qua e là spiccavano irregolari macchie verdi più chiare, che si tingevano di viola sfumando in lontananza. Niente costruzioni, tralicci, sentieri, niente di niente: solo la magia dell’inizio del mondo.
Gli occhi della ragazzina si spalancarono, le labbra si aprirono leggermente – la sua bocca un giorno sarebbe stata bella, forse. Heath fu certo che lei aveva capito.
Poi Buck si materializzò nel loro campo visivo.
– Oh, Dio. Zitta, non chiamarlo. Non parlare.
Dieci metri più a destra sulla parete di roccia, un altro spuntone si sporgeva nel vuoto e su quello Buck, in piedi, immergeva il muso nelle folate di vento che risalivano la montagna. Il pelo lungo e morbido attorno al collo ondeggiava, come le chiome degli alberi nella valle sotto le raffiche più forti. Le orecchie puntate all’indietro, il muso in alto, Buck sembrava cercare qualcosa nel cielo. Sotto di lui, trecento metri di strapiombo.
– Devo andare a prenderlo.
– Dovevi legarlo.
Heath riprese la pista, che in quel punto si tuffava tra gli alberi.
– Come dici, scusa?
– Che devi legarlo. Se c’è pericolo devi legarlo.
– Tu sei matta, non gli farei mai una cosa del genere.
Ormai correva e non gli importava più che Sacco d’Ossa gli tenesse dietro. Trovò sulla sinistra un sentiero meno battuto, dove l’erba piegata denunciava un passaggio recente, e poi gli alberi si aprirono ancora e ad un paio di metri ora Buck lo guardava, la vastità della vallata alle spalle.
– Vieni, amico. Piano piano. Vieni da me.
La grossa testa si abbassò, gli occhi buoni a cercare quelli del ragazzo. Buck girò su se stesso; ora aveva le spalle allo strapiombo, le zampe posteriori a pochi centimetri dal vuoto.
– Bravo. Adesso vieni da me.
La ragazzina trattenne il fiato e il suo terrore gelava l’aria. Heath si rese conto che anche lui aveva smesso di respirare. Arretrò piano, una mano tesa verso il muso di Buck, e in pochi secondi la lingua di roccia si allargò, e fu di nuovo prato e terra sotto i loro piedi.
Si inginocchiò e cinse il collo del lupo.
– Senti, lo so che sei in gamba ma è meglio se non lo fai più, capito? Lì il vento è forte, io…
Heath nascose la faccia nel pelo del collo di Buck. Poi si riscosse; Anna lo fissava, imbarazzata.
– Andiamo o non arriveremo più.
– Secondo me dovevi legarlo.
Buck uggiolò.
Heath guardò malissimo tutti e due e si rimise in cammino.

Si accorse del balletto tra i due su un pianoro, dopo che gli alberi si erano aperti e, poco a poco, il bosco si era trasformato in prato.
Buck si era fermato ad annusare qualcosa; Anna partì trotterellando sotto il peso del suo zaino e si fermò qualche metro più avanti. Poi un piccolo stormo di towhee si alzò in volo a fianco della pista e Buck si lanciò verso di loro; Anna allora scattò indietro. Alla fine, Heath si ritrovava sempre nel mezzo.
– Ok. Che state facendo, voi due?
Uno non poteva parlare e all’altra si dovevano etrarre le parole con la tenaglia, così nessuno dei due gli rispose.
– Hai paura di Buck? Gli stai lontana?
Anna batté gli occhi e assentì.
– Nah, non ci credo.
Gli occhi azzurri si dilatarono; la ragazzina se la cavava meglio con quelli che con le parole.
Heath osservò prima uno, poi l’altra.
Buck pesava una volta e mezza Anna, libbra più, libbra meno. E aveva le zanne. Va bene, forse a qualcuno poteva incutere un po’ di timore. Non tutti lo avevano visto… come l’aveva visto lui. Piccolo. Indifeso.
In balia di un mostro.
Aveva allattato Buck con un biberon: poteva crescere finché voleva, per lui sarebbe rimasto sempre un cucciolo.
– Vieni qui.
Le tese la mano.
– Dai, avvicinati. Va tutto bene, te lo prometto.
Anna non si mosse.
– Lo so che ce la puoi fare. Dai, vieni. Non volevi toccarlo, l’altro giorno?
Anna arrossì come i gigli rossi che punteggiavano l’erba alta, poi finalmente fece un passo e poi un altro mentre Heath stendeva una mano verso di lei; quando fu abbastanza vicina, il ragazzo credette di prendere la mano di lei, dalle lunghe dita magre, ma Anna se la ficcò in tasca.
Beh, almeno si era avvicinata.
– Mettiti dietro di me, così sei più tranquilla – e se la spinse dietro le spalle. Poi lanciò un fischio, con due dita in bocca.
Buck partì come un bolide e Anna piantò le unghie negli avambracci di Heath.
– Ahia, così mi fai male! Qua, bello. Guarda che bella pancia pelosa che hai.
Il lupo si rotolava sulla schiena, prima da una parte e poi dall’altra, la lingua di fuori; Heath in ginocchio gli grattava la pancia dove la pelliccia era meno folta e più chiara, quasi bianca in certi punti. A tradimento prese una mano di Anna e la posò dove il pelo era chiaro e morbido. Buck mugolò di piacere, Anna si irrigidì ma Heath non mollò, le tenne ferma la mano e la portò sul testone di Buck, dietro le orecchie; e allora lei si rassegnò. Si lasciò andare. Buck si mise a pancia in giù, come una specie di sfinge lupesca con un curioso sorriso sul volto.
In quel momento suonò il cellulare di Heath.

– Riv. Riv, ti ho chiamato un milione di… Cazzo significa non sono mia sorella sono Jaime? Perché mi chiami col suo telefono, idiota?
Anna e Buck lo fissavano. Bene, che perfetta figura da sfigato. Diede loro le spalle e si allontanò a lato del sentiero fin dove cominciava lo strapiombo. E meglio che Jaime avesse un’ottima ragione per fargli fare la parte del povero illuso, altrimenti l’avrebbe ridotto in polpette, tenere polpette da mettere nel pappone di Buck.


La ragazzina l’accarezzava ancora, le mani leggere, come avesse paura di fargli male.
– Ehi. Vuoi dirmi qualcosa?
Buck era felice di tutte queste attenzioni. Lei gli piaceva, aveva una voce gentile. Doveva farglielo capire; non aveva mai avuto intenzione di spaventarla. Le leccò una guancia.
– Un bacio? Questo è un bacio?
Doveva ripulirla dalla paura, perciò la leccò ancora; poi si alzò e lei lo imitò e allora le posò le zampe anteriori sulle spalle. La piccola femmina d’uomo ruzzolò a terra e rise. La fece rialzare aiutandola col muso, e dovette indicarle dove sarebbero andati, dove qualcuno li aspettava.
– Vuoi che venga con te?
Si strinse alle sue gambe e la guidò spingendola un poco: con certi umani si doveva essere molto chiari.
– Mi fido di te. Certo che mi fido.
Buck annusò l’aria: l’odore era forte, la direzione precisa. Guardò Anna e attese che lei avesse capito, che lo seguisse. Faceva molto rumore e non sapeva camminare nella foresta, ma con lui non aveva nulla da temere.
Lui l’avrebbe protetta, sempre, come faceva con il Ragazzo Lupo.


Anna vedeva solo la coda grigia e la schiena d’argento. Passò trasognata tra i fiori selvatici, nella luce verde del sottobosco; macchie di sole chiazzavano il verde scuro degli arbusti, come le macchie sul dorso di un cerbiatto.

***

– Quindi adesso non vuole vedere nemmeno te? Tua sorella ha un caratteraccio. Non ti invidio, J. E comprati un telefono.
Heath chiuse la chiamata. Lì per lì ci era rimasto talmente male, quando aveva capito che non era Rivkah, che non aveva nemmeno ringraziato Jaime per le notizie.
Pareva che Riv avesse litigato con tutti nel raggio di tre miglia e si fosse rifugiata a casa di Debbie, dimenticando il cellulare a casa per non farsi rintracciare. E Jaime, che si era fatto di nuovo sbriciolare il telefono da Donovan, aveva usato quello della sorella per avvertirlo.
Un’altra figuraccia. Per come aveva reagito, Jaime avrebbe pensato che era innamorato di Rivkah.
Era innamorato di Rivkah?
In quel momento Heath si accorse che era solo.
Anna e Buck erano scomparsi.

Il sole scendeva rapido; la neve caduta in alta montagna nei giorni precedenti divenne arancio e poi rosso sangue e poi violetto, e nel blu che si faceva via via più intenso si accese come un diamante la Stella del Lupo, la sorella estiva della luminosa Sirio.
Le ombre si fecero più lunghe, il giorno fu vinto dal crepuscolo; quando l’ultimo raggio di sole trafisse l’oscurità del sottobosco, tra due grossi larici qualcosa sfavillò, qualcosa che somigliava alla prima stella.
Due gemme scintillanti.
Anna trasalì e si nascose dietro a Buck, che abbaiò festoso.
Dal buio avanzò una forma indefinita, come di fumo grigio, poi i contorni si fecero precisi; le due gemme erano incastonate in una testa dal profilo delicato, che terminava in un musetto nero e appuntito. Le orecchie della taglia sbagliata – troppo grosse – fremevano di preoccupazione.
La creatura avanzò tremando, fatata e indifesa, attraverso un raggio dell’ultima luce.
Il nuovo lupo era di taglia piccola e costituzione leggera, forse i due terzi di Buck, o addirittura la metà; aveva zampe secche e, all’altezza delle giunture, nocche nodose sotto la pelle tesa.
Dovrei avere paura di te? No, non ci riesco.
La ragazzina non capiva niente di cani né tantomeno di lupi, ma quello doveva essere un esemplare giovane o una femmina. Una piccola femmina, e aveva più paura di lei. Anna si sentì invadere dalla tenerezza.
Buck chiamò, ancora; il lupo più piccolo fece un passo e si piegò sulle zampe anteriori. Sospettoso, allungò una zampa e poi la ritrasse, tenendola sospesa a mezz’aria.
Buck, impaziente, l’invitò di nuovo.
– Voi vi conoscete! È un tuo amico, Buck?
Il mezzo lupo confermò. Saltò da Anna all’altra creatura, abbaiando, e allora il lupo nero si decise; si avvicinò, ancora e ancora. Apparvero le mammelle sulla pancia spelacchiata.
– È una tua amica! È la tua… fidanzata?
Anna allungò la mano. La lupetta nera si ritrasse e con un paio di salti tornò al limitare della foresta, il petto tremante.
– Non le farò del male, come potrei? Diglielo.
Buck si fece capire; la lupa fece finta di niente e girò la testa verso il cielo. Dietro le rocce frastagliate, un chiarore bianco annunciava il sorgere della luna.
– È bellissima, una vera bellezza. Come questa notte. Ehi, credo che ti chiamerò Notte.
Buck raggiunse Notte. Era ora di andare.
I due si avviarono, Notte davanti, Buck alle sue calcagna ma, proprio prima di scomparire nel buio, ritornò ai piedi di Anna.
Posso fidarmi di te?

Gli occhi di Buck erano ormai familiari ad Anna, ma non fu quello a convincerla: in quel momento la ragazzina ci vide la luce delle stelle, che si accendevano sempre più numerose.
Il primo passo fu esitante, il secondo più leggero.
Dimentica di tutto, Anna si inoltrò nella foresta con i lupi.




Ma buonasera :) Solo due parole per ringraziare chi legge e ancora di più chi recensisce. Spero che questa storia possa farvi compagnia sotto l'ombrellone. Un caro abbraccio!
J.
   
 
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