Anime & Manga > Ranma
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Autore: Magica Emy    30/10/2022    8 recensioni
«Akane, si può sapere dov’eri finita? Credevo dovessimo tornare a casa insieme…ehi, ma cosa…che stai facendo?»
La giovane piegò le labbra in un sorrisetto sornione senza smettere di armeggiare freneticamente con i bottoni della sua camicia che, in poco tempo, scivolò ai loro piedi, mettendo in mostra i magnifici pettorali scolpiti da anni di intensi allenamenti quotidiani.
«Cos’è, non ci arrivi da solo? Vuoi che ti faccia un disegno, per caso?»
In questa nuova storia, i caratteri dei personaggi potrebbero essere un po' diversi da ciò a cui siamo abituati, ma...niente paura! E se lo desiderate, continuate a seguirmi, mi raccomando!
Genere: Introspettivo, Malinconico, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het | Personaggi: ranma/akane, Ukyo Kuonji
Note: OOC | Avvertimenti: nessuno
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Capitolo 5
 
Dove diavolo era finita, possibile che non riuscisse più a trovarla? L’aveva cercata per giorni in ogni angolo della casa, ma di quella dannata lettera non c’era più traccia. Come se di colpo si fosse volatilizzata. Il pensiero ricorrente che fosse finita nelle mani sbagliate la assillava senza tregua poiché sapeva bene che, se i suoi timori si fossero rivelati fondati, sarebbe di certo morta di vergogna. Accidenti a lei e alla sua sbadataggine. Come poteva averla persa a quel modo? Eppure era stata prudente. O forse non abbastanza. La verità era che da quando Ranma se n’era andato di casa per trasferirsi da Ukyo…aveva perso la testa. Non riusciva a dormire né a mangiare e concentrarsi negli studi, poi, era di certo l’ultimo dei suoi pensieri. Soprattutto perché frequentare la medesima classe dell’ormai ex fidanzato e della ragazza che lui aveva ingravidato non le rendeva certo le cose facili. Essere costretta a vederli tutti i giorni, evitando i continui tentativi di avvicinamento da parte di Ranma, che proprio non ne voleva sapere di arrendersi con lei, rappresentava un’autentica tortura per il suo cuore ferito e ancora gonfio di dolore. Per questo, in un momento di pausa dalle lezioni era corsa a rifugiarsi sul tetto della scuola, sperando caldamente che a quel maledetto idiota non venisse in mente di seguirla anche lì. Cos’altro pretendeva da lei, perché continuava a starle addosso? Aveva fatto la sua scelta e il trasferimento a casa di Ukyo ne era la prova. Allora per quale motivo continuava a tormentarla come se la possibilità di un futuro insieme non fosse ormai lontana anni luce, dopo ciò che era accaduto nelle loro vite?
Infido.
Sleale.
Bugiardo.
Stupido, maledetto menzognero. Odiava, odiava quella difficile situazione. Odiava doversi costringere a distogliere lo sguardo ogni volta che li vedeva vicini. Odiava il modo in cui lei gli prendeva la mano o gli sussurrava all’orecchio, scostandogli i capelli dalla fronte in un gesto tanto confidenziale da stringerle lo stomaco in una morsa dolorosa, che le faceva sempre venir voglia di piangere. Ma, soprattutto, odiava amarlo così intensamente come, nonostante tutto, non riusciva a smettere di fare. Fece un respiro profondo e gli occhi le si inumidirono. Cavolo, era proprio un’idiota.
«Akane?»
Trasalì sentendo pronunciare il suo nome, tuttavia non si voltò verso il legittimo proprietario di quella voce calda e avvolgente che pareva sfiorarle il cuore in una tenera carezza, scuotendola ogni volta nel profondo.
«Ti ho cercata dappertutto. Avrei dovuto immaginare che fossi qui.»
“Già. Anch’io avrei dovuto immaginare che mi avresti trovata presto, fastidioso piantagrane.”
«Che cosa vuoi, Ranma?» sussurrò con un sospiro impaziente. Vide il giovane avanzare di qualche passo nella sua direzione e questo la mise in allarme. Sarebbe  voluta scappare via a gambe levate ma, per qualche inspiegabile motivo i piedi si rifiutarono di collaborare, preferendo invece restare saldamente ancorati al suolo e in trepida attesa di essere raggiunti dai suoi.
No. No e poi no. Per nulla al mondo gli avrebbe più permesso di avvicinarsi.
«Perché continui a sfuggirmi? Sono giorni che ti comporti come se neppure mi conoscessi.»
Il suo tono sembrava dispiaciuto, addolorato, quasi…disperato, non poté fare a meno di notarlo.
«E con questo? Se non sbaglio anche tu ti sei comportato con me nello stesso, identico modo, appena poche settimane fa. Allora, come ci si sente? Fa male, eh?» lo provocò, non senza una punta di sarcasmo. Non riusciva proprio a evitare di provare un sottile piacere nel pungolarlo in quella maniera, tornando con la memoria ai terribili momenti che, col suo comportamento crudele e sconsiderato le aveva fatto passare, ferendola come non mai. Ora desiderava solo rendergli il favore. Anche se, proprio attraverso quegli attimi d’infinita pena, si era resa conto di amarlo.
«Cos’è questa, una specie di punizione, per caso? Che stai cercando di fare?»
«Vedi, è proprio questo il punto» sbottò, irritata «non cerco di fare proprio niente, sei tu che ti ostini a tormentarmi in ogni modo possibile. Hai fatto una scelta, ora devi lasciarmi in pace!»
Non bastavano le occhiate furtive e curiose, seguite da imbarazzanti domande da parte dei compagni di scuola riguardo all’improvvisa, quanto inaspettata rottura del loro fidanzamento. Non bastava neppure quel dannato imbecille di Kuno, sfortunatamente tornato alla carica dopo aver appreso e accolto con gioia la notizia, sciorinando per l’occasione ridicoli poemi privi di senso accompagnati da disgustose manifestazioni d’affetto, che le toccava tener puntualmente a bada a suon di pugni e lanci in orbita. No, doveva mettercisi anche lui adesso, con tutte le complicazioni del caso. Gli voltò le spalle, grata di aver finalmente ripreso il pieno controllo delle gambe. Tuttavia non riuscì a far neppure un passo, poiché le braccia del ragazzo col codino si mossero più veloci di lei per stringersi attorno alla sua vita, bloccandole sul nascere qualsiasi tentativo di fuga. Il cuore le balzò in petto per la sorpresa mentre, totalmente rapita da quel gesto inaspettato, lo lasciava scostarle i capelli di lato e premerle le labbra sul collo, provocandole un intenso brivido lungo la schiena, ora premuta contro quell’ampio petto marmoreo che tanto le era mancato. Il cervello parve di colpo riempirsi di ovatta, rendendole difficile formulare qualsiasi frase di senso compiuto che l’avrebbe certamente aiutata a tirarsi fuori da quell’impiccio, se solo la lingua non si fosse d’un tratto incollata al palato, impedendole di articolare parola. Il dolce abbraccio in cui la stringeva era tanto confortevole da spingerla a desiderare che quel magico momento durasse per sempre, ma permettere a se stessa di capitolare in quella ridicola maniera non sarebbe stato giusto. Non dopo ciò che era successo. Anche se la prova era tutt’altro che semplice. Quel maledetto sbruffone pieno di sé, infatti, conosceva bene i suoi punti deboli e immaginava li avrebbe sfruttati a piacimento per ottenere praticamente tutto ciò che voleva. Strinse le palpebre, detestandosi per il modo ignobile in cui il proprio corpo traditore stava reagendo al suo tocco, vergognandosene immensamente.
«Non posso» mormorò, roco e il caldo respiro sulla pelle le procurò un nuovo brivido di piacere che la percorse fino alle natiche, facendole tremare le ginocchia «non posso e non voglio rinunciare a te, a noi. Perché ogni volta che ti guardo mi viene soltanto voglia di baciarti fino a farmi mancare il fiato, di toglierti i vestiti di dosso e accarezzare ogni centimetro della tua pelle nuda. Di fare di nuovo l’amore con te, come una volta. Mi manchi Akane, ti desidero così tanto che mi sembra di impazzire. Ho provato a restarti lontano, davvero, ci ho provato tanto, ma non ci riesco. Volevo fare ciò che era più giusto per il bene di Ukyo e del bambino, ma non sono in grado di smettere di pensarti. Ti amo. Ti amo. Ti amo.»
Seppellì il viso nei suoi capelli e, per un attimo, lei trattenne il respiro.
«Smetti di ripeterlo e toglimi le mani di dosso.» sibilò a denti stretti, lottando con sé stessa nel tentativo di ignorare l’incredibile altalena di emozioni che quelle parole le avevano scatenato dentro e, per tutta risposta si sentì stringere più forte, lasciandosi sfuggire un gemito strozzato che mitigò coprendosi la bocca con una mano, quando lo sentì aderire completamente al proprio corpo.
«Ti amo da morire» ripeté con voce rotta «ti amo più della mia vita. Ti amo. Ti amo.»
«Giuro che se dici un’altra volta che mi ami, io…»
« Tu, cosa? Cosa, Akane? Sarai finalmente sincera?»
«Non so di cosa stai parlando.»
«Stavi piangendo» riprese, inalando il suo profumo «Il giorno in cui sono andato via di casa, piangevi. Per quale motivo, se hai sempre detto e ripetuto di non provare nulla per me?»
La giovane si irrigidì di colpo, sgranando gli occhi per la sorpresa. Dunque…se ne era accorto?
«Tu vaneggi. Non stavo affatto piangendo.»
Mentì, provando disperatamente a negarlo.
«Sì, invece» insistette, deciso «Ascoltami, per favore. Se c’è anche la più piccola, remota possibilità che tu possa provare i miei stessi sentimenti, che nel profondo del tuo cuore possa ricambiarmi in qualche modo, io devo saperlo. Lo capisci? Ho bisogno di saperlo.»
Akane scosse la testa.
«Perché? Per lasciare Ukyo, per rinunciare alle responsabilità che hai nei confronti di tuo figlio? Troppo comodo per te, non è vero?»
«Posso occuparmi del bambino e stare con te allo stesso tempo, senza togliere nulla a entrambi.»
Si sentì assalire da una rabbia incontrollabile. Come poteva pensare che fosse tutto così semplice come lo dipingeva?
«Piantala con le stupidaggini» proruppe furiosa, divincolandosi per costringerlo a lasciarla andare, anche se la sua stretta sembrava d’acciaio «se credi davvero che possa ricambiarti sei completamente fuori strada!»
«Allora di’ che non mi ami. Dimmelo guardandomi negli occhi e ti crederò. Se lo farai, prometto che non proverò mai più a darti fastidio.» rispose Ranma dopo un breve momento di silenzio, allentando la presa e permettendo così alla minore delle Tendo di liberarsi dal suo abbraccio mentre, per la prima volta da quando le cose avevano iniziato a precipitare, trovava la forza di specchiarsi di nuovo in quegli occhi azzurri che tanto amava e che ora la fissavano sgranati, avidi di risposte. Ma dirgli la verità, a quel punto, sarebbe solo servito a farla stare peggio. Doveva lasciarlo libero. Doveva farlo per entrambi, ma prima di tutto per se stessa poiché, se fosse rimasta ancora in quella dolorosa spirale senza tempo, ne sarebbe uscita devastata.
«Vuoi sapere se provo qualcosa per te, Ranma?» disse così, raccogliendo tutto il coraggio che possedeva per imprimere convinzione alla sua voce «Certo che sì ma è ben lontano da quello che speri, perché mi disgusti. Sei un essere ripugnante e non solo per esserti comportato da vero irresponsabile, mettendo incinta la tua più cara amica mentre stavi con me, mandando tutto all’aria, ma anche perché, nonostante l’evidenza dei fatti continui a mentirmi, riempiendomi di bugie e aspettandoti persino che ti creda. Ti piacerebbe usarmi per uscire dalla spiacevole situazione in cui ti sei cacciato, non è così? Beh, mi spiace deluderti ma, contrariamente a ciò che credi, non sono poi così stupida.»
Le nuvole in cielo si addensarono in breve tempo mentre un vento leggero scompigliava lentamente i loro capelli.
«Questo è ciò che pensi di me, che ti stia usando per uscire da una condizione scomoda? Maledizione Akane, ti sto dicendo che ti amo! Davvero non significa niente per te?»
La mano si sollevò a mezz’aria, colpendolo con uno schiaffo in pieno viso prima ancora che lui potesse realizzarlo, lasciandolo confuso e disorientato a coprirsi con una mano la guancia arrossata e dolorante. La fulminò con un’occhiata severa che l’ex fidanzata scelse di ignorare.
«Te l’ho detto, mi fai solo schifo!» fu tutto ciò che disse, ricacciando indietro le lacrime, poi corse via al suono della campana che col suo insistente din don richiamava gli studenti, affinché raggiungessero le rispettive classi. A pochi metri da lei un’ombra misteriosa si allungava pian piano, apprestandosi mestamente a seguirla.
 
 
***
 
Bruciava. Continuava a rigirarla tra le dita da un tempo che ormai le sembrava interminabile e…bruciava. Esattamente come faceva lì, nel cassetto della biancheria dove l’aveva riposta invece che gettarla via, come avrebbe dovuto fare fin dall’inizio. Ma no, era stato più forte di lei. Non era proprio riuscita a sbarazzarsene e non sapeva nemmeno il perché. Oppure sì. Forse conosceva bene i motivi che l’avevano spinta a conservare quella maledetta lettera, muta testimone del suo incubo più grande.
“Da Akane, per Ranma.”
Leggerla e rileggerla fin quasi a farsi sanguinare gli occhi pareva gravare terribilmente sul suo vacillante sistema nervoso, messo già a dura prova non solo dall’inaspettata gravidanza che, piena di dubbi e paure si apprestava a portare avanti, ma anche dai continui attacchi di una certa psicopatica dai capelli viola che rispondeva al nome di Shampoo. La sciroccata, infatti, bombori alle mani, non perdeva occasione per dichiararle guerra praticamente in ogni momento della giornata. Notte compresa. Proprio così. Da quando aveva scoperto (chissà poi come, visto quanto erano stati attenti a non far trapelare nulla!) che il ragazzo che tanto faticosamente si contendevano si era trasferito da lei dopo averla messa incinta, si divertiva ad alternare pianti isterici a ridicoli gesti intimidatori seguiti da altrettante ridicole affermazioni che, più che spaventarla, la facevano solo schiumare di rabbia. L’aveva sentita giurare solennemente di non torcerle neppure un capello fino alla nascita del bambino perché “era pur sempre un’amazzone per bene, lei, e il suo codice d’onore le impediva di attentare alla vita di una povera creatura innocente!” annunciando altresì l’intenzione di scatenare l’inferno sulla terra l’esatto attimo dopo, impegnandosi a darle la caccia per un tempo abbastanza vicino a “per sempre”. Se sperava che minacciarla a quel modo servisse a spingerla a rinunciare a Ranma si sbagliava di grosso. Lui le apparteneva adesso e nessuno avrebbe più potuto portarglielo via. Neppure Akane.
Non ci credi veramente.”
“Silenzio!”
Ranma non ti amerà mai come ama lei.”
“Col tempo imparerà a farlo.”
Sai bene che le basterebbe schioccare le dita per averlo di nuovo tutto per sé.”
“Non è così.”
Correrebbe da lei senza farselo ripetere due volte.”
“L’unico motivo che lo spinge a stare con te è il senso del dovere che prova nei confronti del bambino che porti in grembo.”
“Falla finita, maledizione!”
Era vero, ma solo in parte. Sapeva perfettamente che Ranma era innamorato di Akane, lo aveva sentito con le sue stesse orecchie quando, ben nascosta dietro a un pilastro e col cuore a pezzi, aveva assistito al loro turbolento scambio di battute sul tetto della scuola. Sapeva però altrettanto bene che la bella Tendo – nonostante ricambiasse i suoi sentimenti in modo altrettanto appassionato – si era ritrovata a rifiutarlo fermamente, fuggendo via prima di potersi tradire. Era piuttosto evidente che anche lei lo amasse e non solo per via della lettera in cui l’ammetteva, nero su bianco, ma anche perché una donna certe cose le sentiva nel profondo. Il fatto che Ranma fosse tanto sciocco e superficiale da ignorare quella scomoda realtà, però, giocava in suo favore. Dunque, quella stupida lettera non aveva ragione di preoccuparla, esattamente come chi l’aveva scritta. Allora…per quale motivo continuava a conservarla? Perché non riusciva a costringersi a strapparla in mille pezzi, cancellandola così dalla faccia della terra?
La verità è che ti senti in colpa.
“Silenzio!”
Sei consapevole che ciò che stai facendo è del tutto sbagliato.
“Silenzio! Silenzio! Silenzio!”
Sentì i suoi passi farsi sempre più vicini e ripose in fretta la lettera nella busta, nascondendola nuovamente tra la sua biancheria prima che la raggiungesse.
«Ukyo, io esco a fare una corsa, ma…che ci fai in camera da letto, va tutto bene? Se hai bisogno di riposarti di più, ad aprire il locale posso pensarci io. Prendi le cose con calma, dopotutto oggi è domenica.»
Eccolo lì, il buon samaritano. Sempre pronto a sostenerla e a preoccuparsi per lei, nonostante non lo meritasse affatto. Anche se questo, lui non poteva saperlo. D’improvviso sentì le lacrime salire a pungerle le palpebre. Maledetti, stupidi ormoni.
«Tutto a posto, non preoccuparti, stavo solo prendendo le mie vitamine. Vai pure, apro io il ristorante.»
«Ma…»
«Sono incinta Ranma, non certo ammalata. Su, vai pure.» ripeté, appiccicandosi sul viso un sorriso finto che il padre di suo figlio si affrettò a ricambiare, sollevato, prima di uscire. Era così bello con quella tuta sportiva addosso. La voglia di condividere con lui il proprio letto era talmente dirompente che a volte riusciva a stento a trattenersi dal saltargli addosso, ma non voleva commettere errori. Gli avrebbe concesso tutto il tempo che occorreva per adattarsi a quella nuova vita e presto, molto presto, quel dannato futon sistemato in soggiorno, lontano da lei, sarebbe finalmente sparito. Sospirò, spazzolandosi a lungo i capelli e raccogliendoli in una semplice coda di cavallo. Era pronta ad affrontare una nuova, caotica giornata tra i fornelli ora che le fastidiose nausee mattutine cominciavano finalmente a diradarsi, quando…eccolo lì, in piedi davanti a lei nei suoi abiti logori, l’aria stravolta e quegli occhi grandi e inquieti incollati ai suoi, avidi di risposte. Il cuore le fece una capriola in petto per la sorpresa.
«Che diavolo sei venuto a fare? Ti avevo detto di non farti più vedere!» gridò al suo indirizzo, turbata.
«Ho appena visto Ranma uscire di qui. Che storia è questa, cosa ci fa nel tuo locale a quest’ora del mattino? Non dirmi che ha dormito con te!»
Fu ciò che ottenne in risposta.
«E anche se fosse? Questi non sono comunque affari che ti riguardano. Va’ via!»
«Ti prego, non parlarmi così duramente. Ci ho messo un sacco di tempo a ritrovare questo posto e ora che finalmente ce l’ho fatta, l’unica cosa che sai fare è mandarmi via? No, non me ne andrò stavolta. Non prima che tu mi abbia ascoltato.»
La ferma determinazione che lesse su quel viso stanco la stupì più di quanto fosse disposta ad ammettere, poiché non capitava spesso che Ryoga si mostrasse tanto deciso su qualcosa che non avesse a che fare con un combattimento contro l’eterno rivale. In quel caso la sua remissività andava a farsi benedire, trasformandolo in tutt’altra persona. Chiuse gli occhi per un attimo. Accidenti a lei e a quando era stata così stupida da permettergli di entrare nella propria vita. Anche se soltanto per una notte. Una notte che le era costata cara.
«Non abbiamo proprio nulla da dirci.» ribatté, ma la sua voce tremava.
«Non passa giorno in cui non pensi a te» insistette, come se non l’avesse neppure sentita «e mi sono reso conto che restarti lontano mi fa soffrire tantissimo. Per questo sono tornato.»
«Avresti fatto meglio a perderti come al solito, invece. Sparisci!»
Con pochi passi annullò la distanza tra loro, afferrandola per le braccia.
«Se vuoi dimenticare quello che c’è stato tra noi, fai pure» esclamò, cupo, scuotendola forte fin quasi a farle male «ma io non posso. Non riesco a dimenticare il sapore dei tuoi baci, della tua pelle…»
«Smettila e lasciami subito, o giuro che stavolta ti cuocio ai ferri come una stramaledetta bistecca! Non c’è proprio niente da ricordare perché non è successo niente, ficcatelo in quella testa vuota una volta per tutte e vattene fuori dai piedi!»
Si liberò di lui con un violento strattone, poi corse a rifugiarsi dietro al banco da lavoro, massaggiandosi le braccia arrossate e fulminandolo con uno sguardo severo. Uno sguardo di cui si pentì immediatamente quando, dopo quella crudele affermazione, vide i suoi occhi creparsi dall’interno. Questo le provocò un terribile e fastidioso senso di vuoto all’altezza del ventre, il che era ridicolo, considerato tutto quello che c’era dentro in quel periodo.
«Come puoi dirlo? Ciò che è successo è stato…»
«Un errore!» lo incalzò, completando la frase per lui «Nient’altro che uno stupidissimo errore senza importanza e darei qualunque cosa per tornare indietro e poterlo cancellare per sempre!»
«Lo pensi davvero?»
«Sì, lo penso davvero!»
Poi lo spinse fuori dal ristorante, ignorando le sue proteste e richiudendosi con forza la porta alle spalle. A quel punto lasciò che le lacrime le offuscassero la vista e i pensieri, scivolando copiose lungo le guance ormai violacee.
   
 
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