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Autore: Enchalott    21/11/2022    3 recensioni
Una bozza della storia è depositata presso lo Studio Legale che mi tutela. Sconsiglio "libere ispirazioni" e citazioni troppo lunghe, soprattutto se prive del mio consenso. Grazie e buona lettura a tutti! :)
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Dopo una guerra ventennale il popolo dei Salki viene sottomesso dai Khai, una misteriosa stirpe che presenta numerose analogie con i demoni delle leggende. Tra gli accordi di pace è presente una clausola matrimoniale, secondo la quale la primogenita del re sconfitto andrà in sposa a uno dei principi vincitori. La prescelta è tanto terrorizzata da pregare gli dei di morire, ma sua sorella minore non è dello stesso avviso. Pertanto propone un patto insolito a Rhenn, erede al trono del regno nemico, lanciandosi in un azzardo del quale non potrà che pentirsi.
"Nessuno stava pensando alle persone. Yozora non sapeva nulla di diplomazia o di trattative militari, le immaginava alla stregua di righe colorate e numeri tracciati su una mappa. Era invece sicura che nessun segno posto sulla carta avrebbe arginato i sentimenti e le speranze di chi ne veniva coinvolto. Ignorarle o frustrarle non avrebbe garantito nessun tipo di equilibrio. Yozora aveva un'unica certezza: voleva bene a sua sorella e non avrebbe consentito ad alcuno di farla soffrire."
Genere: Avventura, Introspettivo, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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Le regole dei Khai
 
Mirai smise di rimuginare sull’accaduto e sul proprio vergognoso senso di inadeguatezza. Vinta, ferita, rapita erano parole che l’avevano tormentata durante le notti precedenti, ma non avrebbe continuato oltre. Non era nella sua natura.
Decise di forzare la porta, preparandosi allo scontro fisico con chi la stava trattenendo lì: dall’esterno non proveniva alcun rumore, gli hanran forse erano nel mondo dei sogni e l’ora tarda avrebbe favorito il tentativo d’evasione.
Magari non andrò lontano, ma ricaverò un’idea di com’è questo dannato posto!
Sfilò un orecchino, raddrizzò il gancio a mo’ di grimaldello, ma l’uscio sgangherato cedette subito alla spinta.
È aperto? Che diavolo significa?
Sgusciò nel corridoio semibuio, certa che si trattasse di un piano per metterla alla prova, ma non incontrò anima viva.
Possibile che non mi stiano sorvegliando?
L’incredulità aumentò esponenziale lungo il passaggio tracciato dalle fiammelle delle lampade a olio, finché non accedette a una sorta di caverna.
I Khai seduti intorno al fuoco sollevarono gli sguardi e non reagirono come si sarebbe attesa, limitandosi a scambiare qualche parola a bassa voce. Con sommo disappunto riscontrò nel gruppo la presenza di alcuni shitai, decisamente a loro agio tra i ribelli.
«Benvenuta nel salone delle feste» l’apostrofò una voce ormai nota «Hai impiegato meno tempo del previsto, devo ricredermi.»
I presenti sogghignarono al sarcasmo dell’accoglienza: Elefter mantenne la destra sul cuore e la invitò ad accomodarsi, le labbra piegate in un sorriso sfacciato. Non portava l’uniforme, ma gli aderenti abiti del colore dell’argilla, una camicia smanicata e i pantaloni lunghi infilati in un paio di stivali chiari, definivano alla perfezione il suo fisico aitante. Nessun dubbio che fosse un combattente di grande abilità.
«Spero tu abbia scommesso la tua miserabile vita sulla mia reattività, così mi risparmierò la fatica di strappartela!» ribatté lei.
Qualcuno soffocò una risata, poi tutti si mossero per farle posto come fosse una di loro. Mirai sentì la collera arrampicarsi tra le sensazioni discordanti e rimase in piedi.
«Dolente. Ciò che è prezioso non va trasformato in oggetto d’azzardo neppure per scherzo. Se invece intendi sfidarmi a duello, sono disponibile a impartirti un’altra lezione.»
L’ilarità tornò a serpeggiare tra le fila degli hanran, che seguirono il prevedibile testa a testa con crescente interesse.
«Non ho la spada!» ringhiò Mirai.
«Chiedo venia, non sono stato esaustivo. Come vedi, nessuno è armato. Lasciamo le lame alla mera necessità, le sfide avvengono con altri sistemi. »
La nisenshi inarcò un sopracciglio, constatando la corrispondenza al vero. Sibilò tra i denti un insulto indirizzato alla loro viltà d’animo, fremendo d’indignazione.
Elefter scosse la testa acquiescente, ma gli occhi adamantini non celarono l’irritazione.
«Quanta alterigia, mia signora. L’Haiflamur costituisce di per sé una sfida, noi ci adeguiamo alle sue leggi. Procacciare il cibo e l’acqua, sopravvivere ai predatori o al re sono le competizioni che impegnano i miei uomini, ciascuna di esse volta al bene comune. Chi porta a casa la preda più ambita, chi ci libera da un leone delle sabbie o dà l’allarme per tempo si rivela il migliore del gruppo.»
Il concetto di supremazia del comandante ribelle era alquanto stravagante, ma le espressioni dei suoi confermavano in silenzio tale visione del mondo e i loro sguardi esprimevano una ferma ammirazione.
«Chi non possiede onore si rifugia in un’utopica condivisione» commentò lei sprezzante «Se vi gettassi una sacca d’acqua pulita, vi fareste a brandelli in barba agli sciocchi idealismi. Inserirò l’ipocrisia al novero delle vostre caratteristiche.»
Kamatar stabilì che la misura era colma: indicò il deserto illividito dal crepuscolo.
«Puoi cercare l’oasi a tuo piacimento, qui non ne abbiamo da sprecare! Non ti fermerò, permettere ai refrattari di sfoggiare in autonomia il proprio torto è una dimostrazione di apertura mentale. Se intendi anche accusarmi di codardia, accetterò la tua sfida e partiremo insieme all’alba. Sappi che non ho mai perso, la sabbia è il mio elemento.»
Mirai sgranò gli occhi, compresa tra la rabbia e la meraviglia. Fece per ribattere, pungolata nell’orgoglio, ma gli hanran sollevarono pacate contestazioni.
«Non lasciarti provocare, Elefter. La ragazza è infuriata perché l’hai sopraffatta, concedile di ambientarsi e vedrai che si calmerà. Non sarebbe la prima.»
«Sarebbe sconsiderato uscire per una ragione tanto futile. Le ricognizioni sulle dune sono divenute più frequenti.»
«Metterti a rischio confermerà che sei una testa calda e non è necessario. Lo sappiamo già, ti amiamo per questo, ma sei troppo prezioso. Questa donna sperimenterà di che pasta siamo fatti senza che tu ricorra all’imprudenza.»
Mirai accolse con un sussulto il termine ahakineti proferito senza negazione: una sorta di punteruolo gelido tra le costole, che la mise a disagio e le chiarì quanto quelle persone fossero distanti dal suo credo.
Il comandante ribelle borbottò tra le zanne, ma sbollì difronte al buonsenso dei compagni.
«E sia, per mostrarle come viviamo me la trascinerò dietro anche in caso di funzioni fisiologiche. Considerando quanto le sono simpatico, sarà formativo per entrambi.»
Gli altri risero, poi smorzarono le fiamme e si apprestarono ai giacigli. La nisenshi si sentì presa in giro o quantomeno sottovalutata. Fece per riaprire la discussione, ma una donna entrò di corsa nella grotta, in preda un visibile stato d’ansia. Kamatar l’accolse tra le braccia, aggrottando la fronte.
«Eyta?»
«Mio figlio! Lo hanno riportato dalla perlustrazione in fin di vita! È stato ferito da un byasar, l’infezione sta prendendo il sopravvento!»
«Avete somministrato il farmaco?»
«Siamo senza! Dimmi che te n’è rimasta almeno una goccia!»
Il giovane scosse la testa addolorato.
«Allerterò i guaritori, forse hanno trovato gli ingredienti necessari. Non disperare.»
La donna si inginocchiò davanti a lui, scivolando dalla sua stretta premurosa come se avesse consumato ogni energia.
«Le scorte sono esaurite da settimane. Gli esploratori si sono spinti lontano, ma non hanno trovato le erbe utili a creare il preparato. Neanche un filo, sono seccate tutte! Tutte! Ti prego, Elefter, aiutami! Non voglio che Tanjerel muoia!»
Mirai assistette sbalordita alla scena in cui una della sua gente si abbandonava senza ritegno al dolore davanti a una platea di estranei.
Questi spergiuri non sono Khai, si trovano agli antipodi del nostro valore, questa è la prova concreta. Ma se voglio andarmene da qui, devo iniziare a pensare come loro.
L’ex reikan trasse un sospiro e affidò la donna alle cure dei compagni. Scrutò l’ultimo barbaglio di luce morire oltre l’orizzonte incurvato del deserto e strinse i pugni, perdendosi in mute riflessioni.
«Ci penserò io.»
Afferrò il mantello, ignorando le sentite proteste dei suoi, che ne intesero i propositi: lo sguardo risoluto, carico della giusta ira del guerriero che non accetta la disfatta. Si volse brusco alla nisenshi rimasta in disparte.
«Tu. Con me.»
Gli hanran esplosero in esclamazioni di disaccordo, ma fu irremovibile. A sua volta Mirai si arrovellò sullo scopo della richiesta.
Davvero desidera una nemica alle spalle e non si rende conto della propria stoltezza? O mi ha scambiata per una femmina imbelle?
Colta dal risentimento, gli riservò un’occhiata sfidante e sdegnosa, ma lo seguì fuori dalla grotta senza commenti. Tenne dietro al suo passo spedito fino a un’altra cavità da cui proveniva un acre lezzo animale.
«Il mio addestramento non contempla montare bestie da schiavi.»
«Imparerai adesso. Muoviti.»
Elefter fece segno agli stallieri affinché sellassero due cavalli e si issò in arcione con la sicurezza di chi è avvezzo alla pratica. Poi agganciò una fune ai finimenti del secondo destriero e spronò senza ulteriori indugi.
Mirai fu costretta a reggersi alla bell’e meglio, acchiappando la ruvida criniera del quadrupede, che balzò in scia al suo simile con lo slancio di chi detesta rimanere indietro. Spinse lo sguardo nel buio sconfinato dell’Haiflamur per orientarsi, ma il cielo era velato dall’afa e le stelle indistinguibili. Si chiese se l’uomo avesse calcolato l’impossibilità di stabilire la posizione e come riuscisse a raccapezzarsi in quel nulla.
Dopo pochi minuti al galoppo la schiena le rese un concerto di fitte. Strinse le zanne e le ginocchia, provando a entrare in sintonia con i movimenti della cavalcatura, rilassando i muscoli tesi dalla novità e dal pessimo umore.
La chioma ruggine di Elefter, raccolta in una coda alta, ondeggiava sulle sue spalle robuste al ritmo della corsa, il mantello tinta terra frustava l’aria fredda della notte. Avanzava tra le dune d’argilla privo di timore, verso una meta ignota per un fine assurdo a considerare i riscontri appena ricevuti. I byasar non erano velenosi ma i loro aculei trasmettevano un batterio che provocava la sepsi e persino i Khai adulti ci rimettevano la pelle se non si interveniva in tempo. Quel tale, Tanjerel, era spacciato: inutile correre come forsennati alla ricerca di una soluzione tardiva.
Sarebbe stato meglio concedergli il colpo di grazia. Stroncare la sua sofferenza, farlo trapassare con dignità. Ma questi traditori non capiscono quanto disonore risieda in una morte lenta e lontana dalle leggi di Belker.
Kamatar tirò le redini, mandando l’animale al trotto: la ragazza lo imitò con iniziale sollievo, poi imprecò ai sobbalzi ancora più ostici.
Lui le gettò uno sguardo e sogghignò nel vederla tanto concentrata. Rallentò in modo che gli si affiancasse e che gli rivolgesse la parola. Non attese a lungo.
«Gli uomini del principe Rhenn ti avvisterebbero all’istante se sorvolassero questo tratto privo di ripari. Non l’hai considerato?»
«Ovvio che sì. Un Khai non ha paura, insolito rammentarlo a una guardia reale.»
«Tu non sei un Khai!»
Per tutta risposta, il ribelle si arrestò di botto e smontò.
«Scendi» comandò aspro.
«Non hai i gradi di reikan e non sono un tuo leccapiedi, perché dovrei obbedirti?»
«Per la tua salute fisica e perché voglio mostrarti qualcosa.»
«Vuoi affrontarmi senza testimoni? Sai che perderesti e intendi sfruttare un trucchetto vigliacco per avere la meglio e poi spacciarti per un campione?»
Lui sibilò un ordine secco e il cavallo si impennò. Mirai precipitò nella sabbia con un tonfo, spostandosi appena in tempo dallo scalpitare di ritorno degli zoccoli.
«Eccoti servita. Non sono solo i vradak a reagire ai comandi.»
Lei lo fissò con astio, scrollandosi di dosso la polvere rossastra.
«Sei un bastardo!»
«A mali estremi, estremi rimedi» seguitò Elefter impassibile «Voglio il tuo aiuto, non il tuo sangue. Sei agile di mente, noti i particolari, saresti utile nella ricerca delle erbe che mi servono, se la piantassi con la tua monotona solfa. Ho fretta, mi seguirai in autonomia o legata come un tehar. Scegli!»
La nisenshi avvampò nel sentirsi paragonare a uno spiedo di carne stagionata. Puntò con ira la mano che le tendeva e la snobbò, raddrizzandosi da sola.
«Sei convinto che ti appoggi nello sterile tentativo di salvare uno spergiuro?»
«Tanjerel è rimasto ferito mentre cercava l’acqua. Sei nostra ospite e ne hai bevuta a sufficienza, dovresti mostrargli un minimo di gratitudine.»
«Cosa!? Tu mi hai costretta a…!»
«Adesso basta!»
Il guerriero l’abbrancò per un polso, il tono che non ammetteva repliche, e la trascinò di peso lungo un tratto sassoso in discesa. Era complicato mantenersi in equilibrio sulla pendenza, ogni tentativo di rivolta li avrebbe portati a ruzzolare lungo la china con il probabile risultato di spaccarsi la testa contro un macigno. Mirai rimandò la sedizione e preferì badare a dove posava i piedi.
«È un torrente in secca» spiegò Elefter «Il suolo si solito è più soffice, nelle zone d’ombra qualche arbusto potrebbe aver resistito alla fornace di questi giorni. Passerò al pettine le anse, avvisami se vedi le erbe medicinali.»
Si mossero sulle rive appena delineate, approfondendo le ricerche nelle nicchie e tra le rocce, ma la terra crepata dal Sole trigemino era compatta, priva di segni di vita.
«Lasciami, non fuggirò» brontolò lei.
«Credo invece che continuerò a tenerti per mano. Potresti inciampare.»
«La mia visione notturna è perfetta!»
«Non discuto. Al Tempio sei riuscita a guardarmi per benino e poi mi hai riconosciuto nel grigiore plumbeo dell’Irravin. Ma per certi versi non vedi oltre il tuo naso.»
I tuoi occhi. Ho distinto solo quelli e tanto è bastato.
«Come ti permetti!? Non accetto la paternale da uno sporco traditore!»
«Invece tu puoi biasimarmi, accusarmi senza riscontro di slealtà, offendere le mie origini, decidere le priorità di sopravvivenza sulla pelle altrui e, forte di ciò, marciare a testa alta?»
«Io sono fedele alla corona! Fiera di servire!»
Kamatar si voltò e le sorrise disarmante.
«Lo sono anch’io.»
«Menzogne! Tu non adori Belker e familiarizzi con i sottomessi!»
«Questo non intacca la mia lealtà al trono. Quanto mi rinfacci non è connesso alle mie preferenze. Mi odii a prescindere e non ti accorgi di essere in contraddizione con te stessa.»
«Ridicolo! Non ho mai infranto il giuramento!»
«Davvero? Difendi e stimi la principessa Yozora, cui devi l’esistenza, e certo una shitai salki non è devota al dio della Battaglia. La vostra amicizia per te corrisponde a un voltafaccia nei confronti di Mardan o ti sei autoeletta come eccezione?»
Mirai lo scrutò esterrefatta, non solo perché conosceva la storia. Lui sorrise.
«Ma guarda… pare che ora ci capiamo. Che male sarebbe se il sommo Mahati divenisse re dei Khai e avesse a fianco una sposa amorevole, se la guerra non fosse l’unica ragione di vita della nostra gente, se ogni nato in questo mondo non venisse giudicato in base al clan e alla forza?»
Ancora quella parola disgustosa!
«Tu sei pazzo! Pronunci davanti a me il proibito e con esso la tua condanna a morte!»
«Va bene, creperò al momento giusto con la convinzione che sia stato l’amore di una straniera a salvarti. Puoi sempre dimostrare il contrario e commiserarmi a posteriori.»
«Vai al diavolo! Sei soltanto bravo a…!»
Lui la interruppe, assestandole uno strattone.
«Laggiù!» esclamò fiducioso.
 
L’ostinazione lo premiò: ai piedi di una rientranza, che non riceveva la luce folgorante del dì, spiccava un tratto di vegetazione intonsa. Le foglie erano basse per la penuria d’acqua, ma la pianta pareva in salute.
«La somma Valarde non ha distolto da noi il suo sguardo misericordioso» sospirò inginocchiandosi.
Mirai eluse il reflusso acido provocato dalla preghiera alla dea della Montagna e a sua volta si abbassò: era un arbusto di arfa, una rarità persino quando la temperatura non raggiungeva il picco estivo. Le foglie e le radici erano potenti antisettici, l’acqua in cui venivano bollite era un toccasana contro le suppurazioni.
Il comandante hanran snudò il coltello e controllò che le infiorescenze a contatto con il suolo non nascondessero insidie, poi scavò intorno al fusto sottile e sradicò con attenzione. Infine l’avvolse in un panno umido e si raddrizzò.
«Ne vedi altre?»
«No e così non germoglierà più nemmeno questa. Un eccellente lavoro.»
«Lo farà altrove. Intendo trapiantarla alla base, affinché torni utile. Rientriamo.»
Ripercorsero l’alveo asciutto quasi di corsa. Elefter le afferrò la manica e la tirò lungo il pendio nonostante il fastidio espresso in precedenza.
Quest’uomo crede davvero di aiutarmi? O pensa di poter salvare il mondo intero?
Si divincolò indispettita e ultimò il tratto in autonomia. Raggiunse il cavallo e si portò in sella prima che il pensiero di assisterla transitasse per l’anticamera del cervello bacato che il comandante hanran si ritrovava.
«Sempre che ci arriviamo. Hai idea di dove siamo?»
Kamatar sospirò misterioso e agguantò la corda senza rispondere. Tuttavia, quando partì al galoppo, il turbamento dovuto alle sorti dell’amico oltrepassò l’espressione furbesca che lo contraddistingueva.
 
Nonostante lo scetticismo di Mirai, il guerriero non esitò sulla via del ritorno. Non proferì parola, piegato in arcione nel buio notturno e guidato da una mappa mentale che lei non era riuscita a comporre.
Le rocce del rifugio si ersero solide dopo un alternarsi mutevole di dune, prive di fiaccole di segnalazione e mimetizzate alla perfezione con il deserto di cenere.
Ecco perché sua altezza Rhenn non li trova! Ammetto che sanno il fatto loro, quantunque camuffarsi sia una scelta vile.
Kamatar balzò dalla cavalcatura e si precipitò all’interno del passaggio senza badare a lei, forse per l’ansia di portare soccorso al ferito forse perché gli anfratti celavano in realtà una sorveglianza concreta.
Decise di seguirlo per curiosità personale, proponendosi di studiare il suo modo d’agire e le sue contorsioni psichiche al fine di combatterlo sul suo stesso terreno. Era certa di conoscerne i punti deboli, ma esperirli le avrebbe garantito un margine più ampio di successo.
E l’agognata vendetta.
Quando entrò nell’ambiente che ospitava il giaciglio di Tanjerel, impattò in un silenzio paralizzante. I guaritori avevano i cappucci sollevati sulla testa, i volti celati dalla stoffa chiara erano abbassati al suolo. Una candela solitaria ardeva accanto al corpo inerte velato dalle lenzuola.
Rispettano la morte e invocano il divino Custode. Siamo arrivati tardi.
La madre del defunto appoggiava il capo alla spalla di una giovane guerriera, il suo sguardo umido era perso nel vuoto, emblema di un dolore ineffabile. Quando il comandante hanran si avvicinò per farle coraggio, accettò la stretta della sua mano come fosse la cosa più preziosa al mondo.
Mirai avanzò tanto da intravedere le fattezze del ribelle deceduto e trattenne a stento un’esclamazione. Quando incrociò gli occhi cobalto di Elefter, si ritrasse con un pesante senso di malessere.
Tutto ciò è folle! Insensato! Mi sento un’intrusa, mi sento in difetto! Perché!?
Lui rivolse sottovoce alcune raccomandazioni ai presenti, con probabilità le istruzioni per cremare il corpo senza che il fumo della pira li rivelasse, poi uscì svelto.
La guardia reale rimase immobile, indecisa sul da farsi, adirata con se stessa per aver pensato che la morte di Tanjerel avesse sottratto risorse al nemico ed essersi pentita subito dopo di quel ragionamento logico. Tallonò l’ex reikan in preda ai fumi dell’ira, determinata al confronto diretto.
Impiegò qualche minuto a ritrovarlo: era appena fuori dalla muraglia naturale di rocce e dava le spalle all’entrata, la mano appoggiata alla parete che lo schermava.
«Hai detto che era un guerriero! Un esploratore!» sbottò.
«Lo era.»
«Cosa!? Quel ragazzino, quel… ah, non avrà neanche compiuto novant’anni! Come puoi definirlo tale!?»
«Lui ha creduto nel futuro e per esso ha lottato fino alla fine.»
«Dannazione! Gli hai permesso di uscire! L’hai mandato allo sbaraglio nell’Haiflamur! Che razza d’uomo sei!?»
«Tanjerel aveva superato il saakyo, ne aveva diritto e vantava la nostra fiducia.»
«Non farmi ridere! È questa la legge dei ribelli? Sacrificare i bambini con delle banali scuse!? Avresti spedito nel deserto anche tuo figlio?»
Elefter sferrò un pugno al costone roccioso, aprendovi una crepa consistente. Mirai tacque, osservando sconvolta il sangue sgorgare dalle sue dita contratte.
«Stai obiettando a una regola Khai, nisenshi
Lei deglutì, la gola asciutta per la collera e l’insolito trasporto.
«Alla mancanza di buonsenso» si giustificò dopo alcuni secondi.
«Mancanza…» sibilò lui «Brava, inizi a usare le parole corrette.»
L’osservazione caustica la pizzicò.
«Mi fai schifo! Tu e quelli della tua risma, corruttori di princìpi e araldi di una falsa moralità! Piegate le parole a vostro vantaggio, immolate ogni cosa alla vostra causa, senza pentimenti! Gli dei ti maledicano, Elefter!»
Avrebbe voluto saltargli addosso, prenderlo a schiaffi e insultarlo in mille altri modi, ma quando il giovane si girò ogni proposito marziale andò in fumo.
Sul suo viso c’erano lunghe scie bagnate, gli occhi intensi erano pieni di lacrime. Le sue labbra tremavano, le sopracciglia erano corrugate nella sofferenza.
«Siamo già maledetti» mormorò «Ma sono gli uomini ad averlo deciso.»
Mirai non riuscì a disancorare lo sguardo dal suo: non aveva mai visto un uomo, un guerriero, un demone piangere. Come ipnotizzata seguì un’altra goccia scendere lungo la sua guancia e perdersi nella sabbia.
 
 
«Il vostro malinconico silenzio mi preoccupa» ironizzò Rhenn «Nostalgia del talamo della vostra prima volta?»
Yozora avvampò, ma lo lasciò macerare nella curiosità. Era certa che il principe della corona spasimasse per conoscere i particolari, tuttavia qualunque replica avrebbe svelato che lei e Mahati non avevano completato il rapporto.
Non posso inventare ciò che non ho sperimentato in toto.
Come preventivato con obiettività, il suo promesso sposo era troppo provato dal kori per fare l’amore e l’orgoglio Khai era prevalso sul desiderio: non avrebbe sopportato coinvolgerla in un amplesso deludente, così lei non aveva insistito. Non significava che fossero rimasti a guardarsi negli occhi, tutt’altro. In ogni caso non erano affari di Rhenn e non negare le sue lascive convinzioni era un modo per prendersi una rivincita. Inoltre la notizia che il Kharnot redivivo aveva finalmente posseduto la fidanzata avrebbe messo a tacere i sussurri maliziosi dei clan.
Lei e Mahati si erano promessi di mantenere il riserbo.
 
«Voglio vederti in estasi, Yozora. Udire la tua bocca che mi invoca, voglio pregarti di placare la mia sete in un’appagante premessa alla vera unione.»
Lei si era sollevata sul materasso, baciandolo piano sulle labbra.
«Desidero che tu sappia quanto ti voglio, Mahati. Ma non pretendo, rispetto la tua integrità come tu la mia. Nulla può sminuirti ai miei occhi.»
Lui le aveva sfilato i vestiti e si era lasciato spogliare in un crescendo di sensualità travolgente. Il corpo aveva risposto in un palpito incontenibile alle sue sollecitazioni, esplodendo di piacere nel climax finale con più intensità delle volte precedenti.
«Questo non è niente» le aveva sussurrato all’orecchio il Šarkumaar «Questo sarà ogni notte, moltiplicato all’infinito.»
Yozora lo aveva stretto ansando e tutto di lei aveva bramato restituirgli pari delizia. Lo aveva scavalcato, sedendoglisi in grembo mentre riprendeva fiato. Mahati le aveva appoggiato le mani sui fianchi, aggrottando la fronte.
«Un principe Khai non si lascia sottomettere neppure a letto. A meno che la sua compagna non sia fisicamente più forte.»
La principessa aveva rammentato che l’Ojikumaar lo aveva fatto presente, ma aveva ignorato l’obiezione. Si era piegata sul suo petto e gli aveva baciato il thyr, strappandogli un gemito di piacere.
«Lo sono?»
«No. Non vorrei farti male, non costringermi a… dèi!»
L’esclamazione gli era sfuggita dalle labbra quando lei era tornata a baciarlo, raggiungendo il nucleo della fiamma e scendendo sul ventre fino all’ombelico. Le dita avevano rinforzato la stretta sugli omeri, ma non l’aveva rovesciata sul materasso.
«Basta. Non andare oltre» aveva ingiunto.
«Scusami, pensavo fosse gradevole per te.»
«Lo è, ma Belker lo proibisce ai guerrieri del sangue.»
Yozora aveva sgranato gli occhi con una certa inquietudine.
«Perché?» aveva azzardato.
«Non saprei, forse perché in quella posizione abbassiamo la guardia e risultiamo vulnerabili. Sono pratiche da schiavi, non ho mai provato e non consento che la mia futura moglie si umili davanti a me.»
Lei era avvampata, il cuore a mille.
«I-io non sono un guerriero e non mi sento mortificata se a te piace. I-in verità… l’ho già fatto.»
Mahati si era levato sui gomiti furibondo.
«Cosa!? Mi hai mentito!?»
«N-no, io…»
«Parla, per l’Arco Infallibile! Con chi sei stata!? Uno shitai Salki forse?»
«Con te! Con te solo, giuro!»
«Che razza di scusa è questa!? Me ne ricorderei!»
«T-tu» aveva balbettato la ragazza al culmine dell’imbarazzo «Tu non eri cosciente.»
Il principe era rimasto senza parole. Poi le sue guance si erano imporporate e lei aveva inteso che non era collera.
«Non sapevo come fare per scaldarti, non reagivi a nulla, non ho esperienza! E poi… oh, tuo fratello ha continuato per giorni a inventare battute sconce e c’erano quegli stupidi trattati di erotismo della biblioteca e… divinità immortali, stavi morendo! All’idea di lasciarti andare ho perso la testa, mi dispiace! Perdonami se ti ho oltraggiato!»
Mahati aveva emesso il fiato.
«Ho capito» aveva sorriso, accarezzandole il viso «Sei in grado di derubare il sommo Reshkigal sulla soglia del suo regno e di far arrossire un principe Khai. Non sono offeso, sono grato. Mi hai salvato la vita, il torto è mio per aver immaginato che ti fossi data a un altro, per aver provato ignobile gelosia. Ciò dimostra che sei la più forte, hai diritto di stare sopra di me.»
Yozora lo aveva guardato incredula stendersi tra le coltri e socchiudere gli occhi.
«Non voglio infrangere con intenzione un dettame divino.»
«Belker non è il tuo dio. Mi hai vinto, non farmi aspettare.»
Lei aveva esitato, ma l’eccitazione di lui non era affatto simulata e l’aveva persuasa che desiderasse davvero lasciarsi amare in quel modo sconosciuto.
«Ora so perché è precluso» aveva poi sospirato Mahati, crollando appagato tra le sue braccia.
 
Sorrise al ricordo del suo sguardo lucido di stanchezza e benessere.
«Non mi manca il talamo, mi manca il suo proprietario» ribatté «Quanto a voi, non capisco perché non mi abbiate concesso di volare con Solea. Non vi urtano i pettegolezzi?»
Rhenn gettò un’occhiata allo stormo che aveva in scia e alzò le spalle.
«Avevo voglia di discorrere con voi, non pensavo foste reticente.»
«Se le vostre richieste fossero meno inopportune, converserei volentieri.»
«Ne vantate di migliori contro la noia del tragitto?»
«Sì. Per esempio cos’ha in serbo la quarta asheat
Lui sogghignò: aveva previsto la domanda.
«Il tradimento» sentenziò.
   
 
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