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Autore: Milly_Sunshine    24/11/2022    0 recensioni
Aurora, giovane professoressa di matematica, viene invitata a trascorrere un weekend a casa di un'amica di famiglia. Oscar è il figlio della padrona di casa, è un giornalista che ha lasciato il lavoro per inseguire il sogno di diventare scrittore. Tra i due c'è una forte attrazione e, senza ombra di dubbio, un'eventuale relazione tra i due sarebbe accolta positivamente da parenti e amici. Tuttavia, non sempre la realtà è facile come la si immagina e a volte basta poco perché vecchi segreti che dovevano rimanere tali possano venire alla luce: nel passato di Oscar ci sono ombre sulle quali Aurora vuole fare luce. // Contesto "persone adulte che vivono negli anni '80/90" non esiste come opzione, quindi vada per contesto generale/ vago, l'unica che può essere adatta. //// IN CORSO DI STESURA, NON CI SONO GIORNI FISSI PER LA PUBBLICAZIONE (OBIETTIVO 2 O 3 CAPITOLI ALLA SETTIMANA).
Genere: Drammatico, Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Contesto generale/vago
Capitoli:
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Dalla finestra, Oscar vide Aurora in cortile. La lampada che stava sul portone dava un insolito tono ai disegni floreali del suo abito - uno diverso, rispetto a quello che portava quella mattina, quando si erano incontrati sul molo e avevano proseguito facendo una passeggiata lungo la spiaggia ancora semideserta. Si chiese cosa fosse meglio fare, se cercare di fare qualcosa di costruttivo in attesa che venisse l'ora di andare a dormire, o se fosse più opportuno scendere e trascorrere un po' di tempo in compagnia di Aurora.
"Forse" realizzò, "la cosa più costruttiva in assoluto è proprio andare da Aurora."
La "prof" l'aveva evitato, dopo il bacio che si erano scambiati quella mattina, ma Oscar si rendeva conto di non avere fatto molto per avvicinarla. Era giunto il momento di rimediare, quindi uscì dalla camera, scese le scale e si affrettò a uscire, prima che Aurora si allontanasse oppure rientrasse in casa.
Non si accorse di lui finché Oscar non comparve alle sue spalle, esclamando: «Buonasera, prof!»
Aurora si voltò di scatto.
«La devi smettere di saltare fuori all'improvviso spaventandomi!»
«Non è colpa mia se ti spaventi facilmente» ribatté Oscar. «E poi, sentiamo, cosa dovrei fare? Attirare la tua attenzione da lontano, mettendomi a urlare?»
«Non ho detto questo, anche perché non mi sembra il caso di farci vedere insieme.»
«Perché no?»
«Perché magari tua madre o tua zia potrebbero farsi delle strane idee.»
«Cioè pensare che io ti piaccia? Quale sarebbe il problema? Hai paura che mettano in guardia i tuoi genitori raccontando loro che frequenti tipi poco raccomandabili?»
Aurora ridacchiò.
«Ormai non devo più rendere conto ai miei genitori di chi frequento, e da un bel po' di anni. Peraltro non credo sarebbero così dispiaciuti se sapessero che in questo momento mi trovo insieme a uno scrittore, qualunque cosa ne pensino di te i pescatori del posto... e, senza essere scortese e senza volerti fare i conti in tasca, neanche uno scrittore squattrinato, direi.»
«Vedo un certo di attaccamento ai beni materiali, prof» replicò Oscar. «Comunque mi sta bene, se vuoi che spenda soldi per te, direi che possiamo iniziare subito. Andiamo a fare un giro e ti offro un gelato, ci stai?»
Aurora obiettò: «Mi sono già lavata i denti.»
«Anch'io me li sono appena lavati» rispose Oscar, «Ma ce li possiamo sempre lavare un'altra volta, non credi?»
«Credo di sì. Dove mi porti?»
«A pochi metri da qua. È l'unico posto in cui possiamo andare a piedi.»
«Pensavo che mi accompagnassi con la tua Rolls Royce.»
«Mi dispiace deluderti, prof, ma non ho una Rolls Royce. In realtà non ho nemmeno un'auto, quindi avresti dovuto accompagnarmi tu.»
Mentre uscivano dal cancello, Aurora osservò: «Non sapevo che non avessi una macchina. Posso chiederti come mai? Non hai la patante, oppure non ti piace guidare?»
«Ho la patente e, quando avevo una macchina, guidavo regolarmente» rispose Oscar. «In città, comunque, ci sono i mezzi pubblici e, all'occorrenza, i taxi. Non sento di avere bisogno di un'auto.» Non era esattamente quella la ragione per cui non possedeva più un'automobile, ma quantomeno era il motivo per cui non aveva sentito il bisogno di comprarne un'altra dopo quello che era accaduto. Ad Aurora sembrava bastare, dato che non chiese ulteriori spiegazioni. Oscar ne approfittò per indicarle una direzione e informarla: «Dobbiamo andare di là.»
«Va bene, fammi strada tu» lo pregò Aurora. «Non le conosco molto bene, queste strade.»
«Certo, e se te ne andrai tra appena due giorni non farai in tempo a imparare a conoscerle» ribatté Oscar. «Perché non ti fermi un po' di più?»
«Ho fatto dei programmi e mi piace rispettarli» rispose Aurora, «E poi non vorrei approfittare di tua madre. È stata gentile a invitarmi, ma non mi sembra carino fermarmi qui all'infinito.»
«E poi» replicò Oscar, «Passare il tempo qui, in compagnia di mia madre e di mia zia, non deve essere la massima ambizione di vita per nessuno. Io stesso, non appena capiterà l'occasione, me ne tornerò a casa.»
«Il famoso appartamento in cui tua madre non ha mai messo piede?»
«Esatto, proprio quello.»
A Oscar non faceva piacere parlare apertamente di quel posto, ma sapere che Aurora era in buona fede - e non era invece stata istruita appositamente per fargli domande in proposito, come aveva sospettato in un primo momento - lo faceva sentire più sicuro. La gente aveva la malsana abitudine di impicciarsi nei fatti di cui gli altri non volevano discutere, ma tendeva a smettere in fretta di fare allusioni imbarazzanti quando non si rendeva conto di mettere in difficoltà i propri interlocutori. Fare qualche accenno all'appartamento in cui abitava, di conseguenza, non avrebbe incoraggiato Aurora a chiedergli di più, quanto piuttosto a pensare semplicemente che non ci fosse nulla di interessante di cui dibattere in proposito.
Rimasero in silenzio per qualche istante, finché non svoltarono la strada in fondo alla quale svettava l'insegna colorata del bar-gelateria nel quale avrebbero concluso la serata.
«Ecco, prof, è là che voglio portarti.»
«L'avevo capito.»
Qualche minuto più tardi si sedettero e ordinarono due coni. Oscar non era un consumatore abituale di gelati, quindi scelse gli stessi gusti di Aurora.
Rimasero seduti in silenzio per un po', circondati dalle voci degli altri clienti e dalla musica che proveniva dal juke-box.
Dopo avere finito il suo cono, fu Aurora la prima a parlare.
«Cosa fai di solito nel tempo libero?»
«Scrivo.»
«Quello è il tuo lavoro. Intendo nel vero tempo libero.»
Oscar alzò le spalle.
«Niente di che.»
«Non hai interessi?»
«Faccio cose normali, probabilmente le stesse che fai tu. Leggo, guardo la televisione, a volte vado fuori.»
Aurora sorrise.
«Sì, in effetti, da questo punto di vista, si potrebbe quasi dire che facciamo le stesse cose.»
«Non parlerei necessariamente di interessi in comune» mise in chiaro Oscar. «Voglio dire, quello che mi interessa davvero, come hai detto tu, ormai è il mio lavoro. Diciamo che per professione faccio quello che mi piace e, quando non sto lavorando, cerco di trovare un modo per fare venire sera.»
«Hai qualche sogno da realizzare?»
«Domande filosofiche, stasera, prof, o sbaglio?»
«Ti dispiace che ti chieda di te?»
«No, per niente, ma mi hai fatto una domanda a cui non so rispondere. Tu, invece, ce l'hai qualche sogno da realizzare? A parte una cattedra di ruolo, immagino. Nella vita non c'è solo il lavoro.»
Aurora gli scoccò un'occhiataccia.
«Specie se non abbiamo trasformato il nostro hobby nel nostro lavoro?»
«Mai detto questo. Sei tu che stai dicendo che insegnare non ti piace.»
«Nemmeno io ho mai detto questo. Insegnare mi piace, ma non è esattamente il modo in cui passerei il mio tempo libero. Dopotutto i miei alunni sono ben più difficili di te da gestire e ho a che fare con quindici o venti di loro alla volta.»
«Mi sembra una risposta ragionevole, la tua» osservò Oscar. «Brava, prof, quando incontri uomini invadenti, fai bene a metterli a tacere così.»
«No, figurati, non sei per niente invadente» lo rassicurò Aurora. «O quantomeno, non lo sei stato in questo momento. Sono sicuro che, con un po' di sforzo, riusciresti a fare di meglio.»
Oscar rimase impressionato dal modo in cui Aurora sorrideva, mentre pronunciava quelle parole.
«Mi stai sfidando?»
«No, non direi.»
«Eppure vuoi che ti chieda qualcosa di davvero imbarazzante.» Oscar rifletté per qualche istante, valutando fino a che punto potesse spingersi. Poi smise di riflettere e fece proprio la domanda che sapeva di non poterle fare. «Perché non sei mai stata a letto con il tuo ex fidanzato?»
«Perché mi aveva detto di non volere fare sesso prima del matrimonio.»
«E ti stava bene?»
«Sì, finché non ho capito che si riferiva solo al fatto di non fare sesso con me, prima del nostro matrimonio, ma che nel frattempo era ben disposto a farlo con altre.»
«Che stronzo!»
«Oserei dire che sono d'accordo.»
«Quanto tempo ci sei stata insieme?»
«Quasi cinque anni.»
«Cinque anni sprecati.»
«Oserei dire che continuo a essere d'accordo. Però sto ancora aspettando la domanda imbarazzante.»
«Era quella che ti ho fatto poco fa.»
«Per essere uno scrittore, sei totalmente privo di immaginazione.»
Oscar alzò gli occhi al cielo.
«Cosa devo chiederti, allora, se sei politicamente schierata?»
«Iniziamo ad andare meglio» ribatté Aurora. «Non perché mi senta di dire che ammiro molto la classe politica, quanto piuttosto perché associare il concetto di imbarazzo a quello di sesso non è esattamente quello che mi aspetto da un uomo che si atteggia a poeta maledetto e scrive poesie d'amore.»
«Non ammiri la classe politica» replicò Oscar, «Ma non mi hai ancora detto se sei politicamente schierata.»
«Non pensavo ti interessasse davvero.»
«Perché no? Penso che le persone farebbero bene a frequentarsi quando hanno ideali compatibili.»
«Bene, allora avrai quello che vuoi. Ogni volta in cui vado a votare, mi chiedo se la croce che metto porterà a qualcosa di buono. Mi sforzo di pensare che sarà così, ma da parte mia sono certa che non lo sarà. Eleggiamo rappresentanti che non hanno il benché minimo interesse per rappresentare né il nostro pensiero né i nostri dubbi. Quindi, in sintesi, voto perché, se non lo facessi, accetterei chiunque, anche chi non ha mai fatto niente per fingere di rappresentarmi in qualche modo.»
«Mi piace la tua risposta.»
«E tu? Sei politicamente schierato?»
«Dipende da cosa intendi per politicamente schierato. Credo in un mondo ideale, in cui tutti dovremmo avere gli stessi diritti e in cui si dovrebbe ambire al meglio per chiunque. Quando entro in cabina elettorale, tuttavia, so per certo che il mio voto finirà nelle mani di qualcuno che mi direbbe che devo crescere e smetterla di comportarmi da ragazzino illuso che insegue la pace e l'amore.»
«D'altronde loro cosa potrebbero dire? Se invitassero gli elettori a ragionare con la propria testa invece di aderire ciecamente a presunte logiche di partito, il loro successo sarebbe molto ridimensionato. Comunque adesso stiamo davvero iniziando a diventare fin troppo filosofici. Forse era meglio parlare di sesso. Mi pare di capire che tu non sia fidanzato, ma ultimamente ti stai portando a letto qualcuna?»
«Al momento no.»
«Fammi indovinare, adesso mi dirai che hai raggiunto un momento della vita in cui punti all'anima gemella.»
«Non ho detto nulla di tutto ciò, hai detto tutto da sola. Ti piace leggere nella mia mente, prof?»
«Non sono sicura che mi piacerebbe.»
«Non ci sarebbero pensieri molto filosofici, in questo momento. Sto riflettendo sul senso di quello che è successo tra di noi due anni fa.»
Aurora tagliò corto: «Non tutto deve avere un senso.»
Oscar ribatté: «All'epoca sembrava che un senso ce l'avesse, per te.»
«Dipende tutto da che prospettiva lo si guarda.»
«Te ne sei pentita?»
«Perché avrei dovuto?»
«Sei sparita completamente, non ti sei più fatta vedere per due anni...»
Aurora interruppe il discorso sul nascere.
«Non sapevo nemmeno che fine avessi fatto. Non ho neanche il tuo numero di telefono, né so dove abiti. Avresti potuto cercarmi tu, se proprio ci tenevi.»
«Va bene, io non ho cercato te e tu non hai cercato me» si arrese Oscar. «Forse non è colpa di nessuno, semplicemente potevamo fare a meno l'uno dell'altra.»
Aurora abbassò lo sguardo.
«Ho l'impressione che siamo finiti nel bel mezzo di un discorso senza senso.»
«Possiamo uscirne parlando di nuovo di qualcosa di filosofico.»
Aurora alzò gli occhi.
«Del tipo?»
«Sei religiosa?»
«Dipende da cosa intendi. Penso di credere in Dio. Non avrei problemi a sposarmi in chiesa, far battezzare i miei figli o andare a messa a Natale, se il mio ipotetico marito fosse d'accordo.»
Oscar azzardò: «Parli del matrimonio e del battesimo, vero?»
Aurora aggrottò la fronte.
«Non ho capito. Cosa intendi?»
«Se si tratta della messa di Natale, non dovresti sposare qualcuno a cui devi chiedere il permesso per andarci. I soggetti che vogliono controllare completamente la tua vita, faresti meglio a evitarli.»
«Sì, certo» convenne Aurora. «Non intendo sposare una persona di quel tipo.»
«Posso chiederti com'è il tuo uomo ideale?»
«Non saprei. Se l'avessi già incontrato, magari adesso sarei sposata.»
Oscar annuì.
«Mi sembra un'ottima risposta.»
«Tu, invece? Com'è la donna dei tuoi sogni?»
«Non vale. Sono io che ho fatto la domanda. Adesso sarò costretto a dare una risposta simile alla tua e mi accuserai di avere copiato.»
«Sono una professoressa di matematica: è normale, per me, aspettarmi lo stesso risultato da tutti, anche se non hanno copiato.»
«Vedo che hai sempre l'ultima parola. Credo sia meglio che ce ne torniamo a casa, altrimenti prima o poi sarei costretto a risponderti che la mia donna ideale ce l'ho seduta di fronte a me.»
Aurora si alzò in piedi.
«Hai ragione, andiamo.» Finse di guardarsi intorno. «Comunque non vedo donne sedute di fronte a te.»
Si avviarono senza parlare. Oscar non aveva la più pallida idea di come replicare. Si ritrovò, non per la prima volta in quella serata, a sperare che fosse Aurora a salvare la situazione. Erano ormai vicini a casa quando Aurora, suo malgrado, lo deluse, nonostante le buone premesse.
«Sai, forse mi ricordo di te, di quando eri bambino. Ricordi molto vaghi, io ero molto piccola, ma sono sicura di avere in mente qualche dettaglio.»
«Qualche dettaglio di che tipo?»
«Ti ricordo con i capelli tagliati a caschetto, nel giardino di casa tua, che giocavi con un altro bambino. Non so chi fosse, ma ricordo che ti vedevo sempre insieme a lui.»
Oscar rabbrividì.
«Può darsi.»
«Forse era il figlio della governante.»
Tanto valeva ammetterlo.
«Sì, Nico era il figlio della governante.»
«Che fine ha fatto?»
«La governante? A un certo punto ha trovato un altro lavoro, si è licenziata e non l'ho più vista. Penso avesse proprio cambiato città.»
«Intendevo il figlio. L'hai mai rivisto?»
Rispondere di no sarebbe stato troppo facile, ma Oscar non vide il senso di mentire.
«Nico era solo il figlio della governante, tutto qui. Quando non c'era lui, frequentavo altri bambini.»
Aurora insisté: «L'hai mai rivisto?»
Oscar replicò: «Per stasera ci siamo già fatti fin troppe domande. Magari ti rispondo domani, okay? Adesso è meglio andare a dormire, si sta facendo tardi. E, mi raccomando, torna a lavarti i denti, prof.»
Aurora ridacchiò.
«Non c'è bisogno che tu me lo dica. Va bene, in ogni caso, basta domande, almeno per oggi. Per domani cercherò di pensare a qualcosa di più particolare, che ti metta in difficoltà.»
Oscar sospirò.
«Mi hai già messo in difficoltà, prof. Mi dispiace, ma oggi non sono abbastanza preparato.»
«Sei meno» ribatté Aurora, sorridendo. «Sei intelligente, ma dovresti applicarti di più, se non vuoi essere rimandato a settembre.»
   
 
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