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Autore: Old Fashioned    20/01/2023    8 recensioni
Una breve storia di guerra ambientata sul fronte orientale. I protagonisti sono alcuni personaggi secondari di "Perdizione" (https://www.efpfanfic.net/viewstory.php?sid=3766794&i=1).
Un piccolo reparto tedesco rimane isolato in territorio nemico: gli uomini dovranno trovare il modo di assistere i feriti, passare la notte approssimativamente incolumi e fronteggiare all'alba l'attacco del nemico.
Questa storia è stata scritta per Spoocky, che mi ha graziosamente concesso il permesso di pubblicarla sulla mia pagina.
Genere: Angst, Guerra, Hurt/Comfort | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Guerre mondiali
Capitoli:
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Inclito lettore,
ecco un altro po’ di mappazzone, sperabilmente per il sollazzo di chi legge.
Grazie a tutti coloro che sono passati da queste parti, hanno letto e magari hanno anche lasciato un commentino.
 
 
 
Capitolo 2
 
Il capitano Schultz sedette su una cassa rovesciata, tirò fuori dalla tasca un pacchetto di sigarette e se ne accese una.
Per un po’ rimase a fumare con aria assorta. Ormai era calata la sera e il cielo era diventato color cobalto, appena più chiaro lungo la linea dell’orizzonte. Dalle finestre degli edifici nei quali era stato installato il comando di battaglione palpitavano le lampade da campo.
Dopo i combattimenti del pomeriggio si era anche ristabilito il silenzio. Gli Stuka si erano occupati dell’artiglieria pesante che nelle ultime fasi dello scontro aveva preso a martellare la cittadina, il gruppo di mortai era stato messo fuori combattimento da un paio di 105.
Solo in lontananza, tendendo l’orecchio, si coglieva ancora il tuonare sordo dei grossi calibri. Più vicino c’erano solo i fiochi accordi di un’armonica a bocca e il chiacchiericcio sommesso degli uomini, che gavetta alla mano, seduti sull’erba o su spezzoni di muro, consumavano il rancio.
Sullo sfondo, nere e silenziose, si ergevano le rovine della cittadina.
Diede un altro tiro – l’ultimo – alla sigaretta, poi schiacciò la cicca sotto il tacco dello stivale e cercò di interrarla in modo che non si vedesse.
E poi si sentì sciocco, perché in una città semidistrutta dai bombardamenti, dove praticamente non c’era più un palazzo intero, si preoccupava di non lasciare in giro un mozzicone calpestato.
Abbandonò la cassa e si alzò in piedi stirandosi i muscoli della schiena, quindi si incamminò verso l'ospedale da campo.
Si imbatté dopo poco nel sergente Hofmann.
Si salutarono militarmente, ma subito la disciplina cedette il posto a un atteggiamento più informale. Schultz tirò fuori il pacchetto di sigarette e lo orientò verso il subalterno in un gesto di offerta.
Questi ne prese una. “Grazie, signore,” gli disse, se l'accese tenendo il fiammifero nel cavo della mano e poi avvicinò la fiammella alla sigaretta che nel frattempo il suo superiore aveva estratto per sé.
Questi se l’accese tenendola fra il pollice e l'indice, quindi abbassò la mano schermando la brace con le altre dita. Emise il fumo in un lungo sospiro. “Ci voleva,” disse.
Il sergente, che teneva la propria nello stesso modo, rispose: “Eh, già.”
“Stavo andando a vedere i ragazzi che sono stati feriti oggi pomeriggio,” disse Schultz.
Hofmann si strinse nelle spalle. “Saranno contenti, signore.” Poi, dopo una pausa: “Io credo che la stiano aspettando.”
“Voglio essere sicuro che siano sistemati bene,” disse Schultz per tutta risposta.
Per un po' i due camminarono in silenzio, poi il sergente si guardò significativamente intorno, lasciando scorrere lo sguardo sulle macerie che li circondavano. Infine disse: “Ma perché i rossi non si arrendono?”
Il capitano si strinse nelle spalle, e senza smettere di camminare rispose: “Nemmeno noi, al posto loro, cederemmo le armi. Non è d'accordo, Hofmann?”
“Forse ha ragione, signore,” si limitò a rispondere il sottufficiale, dopo qualche secondo di meditativo silenzio.
Schultz annuì come per confermare ulteriormente quelle parole, poi disse: “Questa è una guerra di Weltanschauung, sergente, e non si fermerà fino a che una non avrà prevalso sull’altra. Questa volta non saranno possibili i compromessi: o saremo noi ad arrivare a Mosca, o saranno loro a marciare su Berlino.”
Hofmann lo fisso stupito. Fece per parlare, ma poi si limitò a dare un lungo tiro alla sigaretta. Esalando il fumo abbassò la mano e nascose la brace con le dita chiuse.
Continuarono a camminare. Nella devastazione della cittadina distrutta dalle bombe, l’attività ordinatrice del battaglione non aveva mancato di dare segno di sé: le strade di interesse tattico erano sgombre di macerie, le finestre degli edifici designati a fungere da alloggi erano state oscurate, i mezzi erano ordinatamente parcheggiati in uno spiazzo sgombro di detriti, sotto una tenda si udivano i rumori di una squadra di meccanici al lavoro.
Le cucine da campo e l’ospedale funzionavano a pieno ritmo.
 
La sede del Partito è uno scantinato ampio, nel quale sono state sistemate delle panche e una specie di leggio in fondo.
Il compagno Schultz delle acciaierie Sauter, ventun anni, alto, il giaccone da operaio teso sulle spalle ampie, si alza in piedi e dice: “Posso esprimere un'opinione?”
Quelli che siedono intorno a lui si voltano a fissarlo stupiti, il caposezione risponde: “Ma certo, compagno. Parla pure liberamente.”
Schultz annuisce, dà una scorsa a un foglietto che ha tratto di tasca e comincia: “Io penso che il pensiero marxista sia uno strumento insufficiente per lo studio della complessità della moderna società borghese e capitalista.”
Il brusio di fondo cala bruscamente, a questo punto tutti si voltano a guardarlo. I compagni perlopiù lo fissano come se fosse un essere proveniente da un altro pianeta.
Imperterrito, Schultz prosegue: “Semplicemente non è più funzionale allo sviluppo di una matura autocoscienza sociale e culturale nel proletariato industriale, e in particolare nella classe operaia.”
Il caposezione abbandona sul leggio i fogli del discorso che stava per pronunciare, aggira il mobile e a grandi passi, nella sala fattasi ormai silenziosa come la navata di una chiesa, raggiunge il giovane operaio. “Cosa stai dicendo, compagno Schultz?” lo richiama all’ordine.
Questi stringe appena gli occhi e senza muoversi chiarisce: “Il marxismo non è scientifico come pretende di essere. La sua sostanza ideologica meccanicistica, contrattualistica e atomista lo rende il figlio prediletto della teoria societaria che si era sviluppata al tempo della borghesia liberale per giustificare le logiche di profitto del mercato capitalista.”
L’altro fa addirittura un passo indietro, quindi gli chiede: “Chi ti ha messo in testa queste idee, compagno?”
Ho studiato per conto mio. Mi sono informato.”
E dov’è che ti sei informato, di grazia, dai Nazionalsocialisti?”
Anche. E poi ho letto. Saint-Simon, Sorel, Binet. È necessario liberare il Socialismo dall’ipoteca marxista.”
Basta così,” lo interrompe l’altro. “Penso che tu non abbia più nulla da fare qui.”
 
Ancora immerso nel ricordo, il capitano scosse la testa quasi con indulgenza, poi disse: “La vuole sapere una cosa buffa, Hofmann? Una volta anch'io ero comunista.”
L’altro si voltò a fissarlo stupefatto. “Davvero, signore?”
“Ci siamo passati in tanti. E poi ho capito e sono entrato nelle SA.”
Procedettero un altro po’ in silenzio, ognuno assorto nei propri pensieri, quindi Schultz proseguì: “Lo sa perché stiamo combattendo? A questi qua non gli è ancora entrato in testa che lo stiamo facendo anche per loro.”
Hofmann aggrottò le sopracciglia. “In che senso, signore?”
Schultz sorrise come se si fosse aspettato la sua perplessità, poi disse: “Qui in Unione Sovietica non si sta certo realizzando una società socialista.” Alzò le spalle. “È solo una forma avanzata e schiavistica di capitalismo di stato, che per sopravvivere ha bisogno di espandersi a livello mondiale, e utilizza la formula di un internazionalismo proletario che dovrebbe affratellare i diseredati della terra a prescindere e in contrasto con le loro stesse radici nazionali, culturali ed etniche.” Fece una pausa, quindi soggiunse: “Questi poveri coglioni non l'hanno mica capito: il marxismo non ha nessuna intenzione di liberare Spartaco dalle sue catene: vuole solo forgiargliele con un metallo diverso.”
Hofmann scosse la testa e disse: “Dobbiamo proteggere l’Europa da tutto questo.”
“Vedo che ha compreso. Questo compito tocca alla Germania: soltanto lo Stato che per primo ha realizzato l’unità socialista del suo popolo potrà sperare di diventare il motore della nuova unità europea su base socialista.”
Raggiunsero l’ospedale, finirono le sigarette appena fuori dalla porta, quindi buttarono i mozziconi ed entrarono.
Nonostante fosse stato fatto ogni sforzo in senso contrario, l’atmosfera che vi aleggiava era pesante: la calura del pomeriggio non si era ancora dissipata; nell’aria c’era un odore greve, che assommava in sé disinfettante, sangue, sudore e qualcosa di più acre, addirittura ammoniacale, che faceva pensare a una via di mezzo fra urina e liscivia.
Per quanto medici e infermieri si prodigassero per alleviare le sofferenze dei feriti, si udivano lamenti e singhiozzi. Qualcuno stava urlando in modo orribile da qualche parte, ma nella sala principale giungeva solo l'eco di quelle grida.
I due si fecero indicare dove fossero i feriti della prima compagnia e si incamminarono per raggiungerli.
Mentre percorrevano un corridoio, Schultz ebbe la fugace visione di una sala operatoria schizzata di sangue, con una lampada chirurgica talmente luminosa da fare male agli occhi e il rumore penetrante di una sega che aggrediva un osso.
Allungò appena il passo e disse: “A questo non ci si abitua mai, non è vero?”
“Nossignore,” confermò Hofmann.
“La vittoria costerà parecchio,” considerò il capitano, “ma che importano braccia, gambe, anche la testa... purché l'Europa possa affrancarsi dalle catene del comunismo e del liberal-capitalismo.”
Il sergente annuì serio, quindi all'improvviso si fermò costringendo il capitano a fare altrettanto. Non c'era nessuno, anche i rumori prodotti dai chirurghi erano scomparsi e nell'aria c'era un silenzio sospeso. Gli rivolse uno sguardo grave, intenso. “Lei crede che vinceremo, signore?” gli chiese senza distogliere gli occhi dai suoi.
Schultz tacque a lungo prima di rispondere. Infine gonfiò il petto in un  sospiro che aveva il carattere della risoluzione estrema e disse: “Hofmann, io so soltanto una cosa: o vinceremo, o la civiltà europea come la conosciamo scomparirà per sempre.”
 

 
Il soldato Kammerer prese un panno, lo immerse in una bacinella d'acqua e lo strizzò con cura, quindi si avvicinò alla branda del suo camerata Fuchs. Si inginocchiò accanto a lui e gli passò la pezzuola fresca sulla fronte. “Come va, Reiner?” gli chiese a bassa voce. Gli aggiustò la coperta che gli era un po' scesa giù.
“Dieter...” si limitò a mormorare l'altro. Fece per muovere una mano verso di lui, ma una smorfia di dolore gli deformò i lineamenti.
Fu l'altro a prendergliela fra le proprie. “Reiner,” ripeté a bassa voce. “Sta' tranquillo, amico. Ci sono io qui con te.”
“Fa male,” esalò il ferito con voce debole, stringendo le dita sulle mani dell'altro fino a che le nocche non sbiancarono. “Fa molto male,” ripeté. Una lacrima gli scese lungo la tempia e scomparve fra i capelli biondi.
Kammerer attese che lo spasmo venisse meno, poi liberò una mano e si protese ad afferrare la bacinella d'acqua. Di nuovo vi risciacquò il panno, quindi lo passò sulla fronte e sul viso del camerata. “Non fa tanto male, dai,” gli disse piegandosi per parlargli all'orecchio. “Adesso ti manderanno a Brest-Litovsk, e da lì tornerai in Germania. Prometti che mi scriverai quando sarai a casa?”
“Tutti i giorni,” mormorò Fuchs. “Ma anche tu devi scrivermi, promettimelo.”
“Certo che ti scriverò,” rispose Kammerer, “ti racconterò tutto quello che facciamo. Sarai curioso di sapere quando nascerà il bambino di Berger, no? E naturalmente anche di sapere se Linde caricherà di nuovo il mortaio con le munizioni del PAK. Come avrà fatto, poi...”
Le labbra esangui di Fuchs si stirarono in un lieve sorriso. “Voglio sapere se Hofmann scoprirà chi è stato a mangiarsi le salsicce che Fischer aveva ricevuto da sua madre.”
Kammerer gli passò di nuovo il panno umido sul viso, poi gli fece scorrere la mano fra i capelli in una lenta carezza. “Ti fa ancora molto male, Reiner?” s'informò a bassa voce.
“Un po' meno,” rispose il ferito.
Il primo sorrise e accarezzandogli di nuovo i capelli disse: “Lo sapevo. Vedrai che presto starai ancora meglio.”
“Dieter, non dimenticare di scrivermi.”
“Ma se ti ho detto che lo farò tutti i giorni...”
“Ti prego. Se non lo farai, io mi sentirò solo.”
Kammerer fece una lieve risata e rispose: “Certo che sei buffo, Reiner: tu sei quello che torna a casa  in licenza mentre io me ne resto qui al fronte e chi dovrà preoccuparsi di non farti sentire solo sono io?”
La voce del ferito aveva un tono quasi angosciato: “Non vedrò più Fischer, Ladowski, Berger, Linde… e il sergente Hofmann e il signor capitano.”
“Non li rivedrai per un po’, Reiner. Poi tornerai qui da noi.”
“Non rivedrò più neanche te.” Fuchs ricominciò a piangere. “Scusa,” mormorò dopo qualche secondo, incapace tuttavia di frenare le lacrime, “scusami...”
“Dai, non fare così,” gli disse Kammerer, cercando di abbracciarlo senza toccare l’ampia medicazione che gli copriva la spalla. “Presto starai bene, tornerai da noi.”
“Scusami,” ripeté Fuchs, allungando il braccio sano a stringersi contro l’amico.
 
Appena fuori dalla porta, Schultz e Hofmann si scambiarono un’occhiata, poi il capitano tossicchiò per attirare l’attenzione dei due.
Kammerer si voltò e appena riconobbe l’ufficiale si raddrizzò e si mise sull’attenti.
“Comodo,” disse semplicemente Schultz, quindi lo raggiunse e a sua volta si chinò sul ferito. Fece finta di niente di fronte ai suoi occhi lucidi e alle ciglia ancora imperlate di lacrime, e in tono allegro gli chiese: “Allora come va, soldato?”
Fuchs non poté impedirsi di sorridere. “Bene, signor capitano,” rispose. Poi, dopo una pausa: “Grazie per oggi.”
“Dovere, ragazzo mio,” rispose Schultz alzando le spalle con noncuranza. “Tu avresti fatto lo stesso per me, non è vero? È così che funziona tra camerati.”
Stava per aggiungere altro quando una strana sensazione di allarme lo pervase. Alzò la testa e rimase per qualche istante in ascolto, cercando di ignorare tutti i rumori di fondo dell’ospedale da campo: c’era qualcosa nell’aria, come un rombo lontano. “Hofmann, andiamo,” disse asciutto, alzandosi bruscamente in piedi.
Quando giunsero all'esterno, il rombo si era fatto più forte e più cupo, tanto che addirittura il terreno sembrava percorso da una vibrazione sorda. L'oscuramento era pressoché totale, ma una volta abituati gli occhi al buio, alla flebile luce delle stelle percepirono sagome in frenetico movimento. Dappertutto si udiva il clangore metallico di armi e munizioni spostate. La voce chiara e forte di Weber stava già impartendo precisi comandi.
“Quel tenente vale tanto oro quanto pesa,” constatò Schultz, cercando di identificare la figura alta e atletica del giovane ufficiale.
Fu Weber a identificare lui, e nel trovarselo all'improvviso davanti, Schultz si chiese se per caso vedesse anche al buio come i gatti. “Signor capitano, attacco aereo!” annunciò marziale. “Ho già allertato la FLAK del campo.”
Schultz aprì la bocca per rispondere, ma in quel momento il rombo di motori in avvicinamento tacque bruscamente e nel silenzio si udì solo un diffuso fremito metallico.
“A terra!” urlò l'ufficiale.
Subito dopo una bomba esplose in un lampo giallo e arancione, sollevando una fontana di detriti. Nella vampa dello scoppio si vide la sagoma di un biplano che ridava motore e prendeva quota.
Altre bombe fecero seguito alla prima, un camion saltò per aria, ricadde e rotolò con uno sferragliare stridente, poi rimase ruote all’aria con una colonna di fumo che usciva dal cassone incendiato; un ordigno rimbalzò sulla corazzatura di un blindato ed esplose a mezz’aria, spargendo ovunque micidiali schegge. La contraerea entrò in azione vomitando piombo in un cielo che le improvvise luci a terra avevano reso piceo.
Scie di traccianti si susseguirono nell'oscurità. Colpito in pieno, uno degli aerei parve accartocciarsi come se un'enorme mano lo stesse stritolando, quindi precipitò in vite e dopo poco si levò dalla campagna il fungo rossastro di un'esplosione.
Poi l’attacco cessò com’era cominciato, e degli aerei rimase solo un rombare cupo che si perdeva nell’orizzonte oscuro.
Ancora a terra, il capitano fece girare lo sguardo tutt’intorno.
Qua e là c'erano focolai d'incendio, da qualche parte qualcuno stava urlando. Di nuovo si udì la voce del tenente Weber, calma come nel corso di un'esercitazione sulla piazza d'armi, che dava disposizioni.
“Quello potrebbe muovere da solo una divisione,” borbottò Schultz rialzandosi. Si guardò intorno, ma il buio gli impediva di farsi un’idea dei danni.
Sbatté gli occhi cercando di distoglierli dal bagliore delle fiamme, quindi si diresse a passi svelti verso gli alloggi della compagnia.
Fu a quel punto che il capitano cominciò a sentire un urlio confuso dappertutto. Non erano le grida di dolore dei feriti, ma un ululare gutturale e sinistro.
Un primo bengala si innalzò nel cielo, e a quella luce violacea la pianura antistante le linee difensive parve letteralmente ribollire di uniformi color terra.
Sembrava che il suolo stesso si fosse animato, conglomerandosi in centinaia di forme che avanzavano curve, emettendo roche grida.
Un secondo bengala si alzò, seguito a ruota da un terzo: le luci generavano ombre mobili, che facevano apparire ancora più sinistra quella massiccia compagine.
Dalle linee difensive approntate con sacchi di sabbia, una mitragliatrice pesante cominciò a crepitare, spazzando il campo da un lato all'altro. Nel lucore freddo del magnesio, Schultz vide degli uomini cadere, ma altri sopravanzarli senza nemmeno rallentare. Colse il bagliore di vanghe affilate e pugnali, ovunque pulsavano i lampi degli spari.
Una seconda mitragliatrice entrò in azione, due granate vennero lanciate con lunghe parabole nel mezzo della formazione nemica, ma i vuoti lasciati dalle esplosioni vennero in un attimo inghiottiti dalla marea che avanzava.
Da dietro la formazione russa, gruppi di mortai cominciarono a sparare.
Schultz raggiunse la prima linea.
“Signore, attaccano in massa!” lo accolse il tenente von Auberg, alzando la voce per coprire il frastuono di spari ed esplosioni.
“Fuoco di sbarramento!” rispose immediatamente il capitano, “Mitragliatrici pesanti dai settori uno e tre, caricare i mortai da trincea con munizioni a shrapnel. Tenga i suoi uomini pronti al contrattacco.”
Senza attendere risposta si guardò intorno alla ricerca di Plank e Lange: vide solo il primo e ripeté gli ordini anche a lui. Gli uomini nel frattempo stavano affluendo verso i posti di combattimento.
Arrivò un colpo di mortaio contro un ridotto, i sacchi di sabbia volarono in ogni direzione, qualcosa che si lasciava dietro una rutilante scia rossa fu scagliato lontano e scomparve nel buio.
Entrarono in azione i mortai da trincea tedeschi e le esplosioni degli shrapnel si sovrapposero alla cacofonia di detonazioni e grida che faceva vibrare l'aria.
I primi russi erano già a pochi metri dalle trincee più avanzate. Schultz vide arrivare il tenente Weber, di Lange ancora nessuna traccia. Intravide anche il sergente Hofmann che stava spingendo avanti gli uomini del plotone di Lange.
Un siberiano enorme gli balzò contro, il capitano riuscì ad arretrare quel tanto che mandò a vuoto l'affondo della sua vanga da trincea, si spostò di lato e nel movimento estrasse la pistola, quindi gli sparò sue colpi al torace. L'altro sussultò sotto l'impatto, poi continuò impassibile a muoversi verso di lui. Schultz sparò di nuovo e vide chiaramente un foro di proiettile aprirsi nel torace dell'uomo. Questi fece un altro paio di passi col sangue che gli ruscellava dalla bocca, e con un ultimo, inaspettato movimento gli balzò addosso, rovesciandolo all'indietro e tentando di strangolarlo con due mani talmente grandi che per circondargli il pur robusto collo ne sarebbe bastata tranquillamente una sola.
Il capitano tese i muscoli, tentò di svincolarsi mentre lottava contro la mancanza d'aria. Tutt'intorno infuriava una battaglia senza quartiere, più volte rischiò di essere calpestato assieme al suo avversario nelle mischie che costantemente si accendevano e si scioglievano ovunque. Puntò il ginocchio contro l'addome del russo mentre le dita ruvide di questi – dita da operaio, gli venne da pensare – continuavano pervicacemente a stringergli il collo come in una morsa. Si divincolò, si torse, spinse la canna della pistola contro il corpo del russo e fece fuoco due volte. L'uomo sussultò e finalmente si afflosciò.
Ansante, fradicio di sangue, Schultz si alzò barcollando. Altri due bengala schizzarono nel cielo e da lì presero a discendere lentamente, gettando la loro lugubre luce violacea sullo scontro.
Un altro colpo di mortaio si abbatté poco lontano. Nel bagliore aranciato della deflagrazione vide uno dei suoi torcersi nell'aria come una specie di trota presa all'amo, descrivere una parabola e abbattersi al suolo. Nel movimento colse la sua bocca spalancata in un grido muto, coperto dal frastuono che regnava ovunque.
L'urlio roco dei sovietici ebbe di colpo un climax che coprì addirittura il fragore delle esplosioni. Si girò verso la provenienza delle grida e si accorse che un cuneo di fanteria stava sfondando le linee tedesche proprio nella posizione a difesa dell'ospedale da campo. Notò che dalle finestre dell'edificio qualcuno stava già facendo fuoco sulla moltitudine, vide una granata rimbalzare sul muro e scoppiare in aria.
Identificò l'alta figura del tenente Weber, raggiunse l'ufficiale e gli batté sulla spalla per attirare la sua attenzione, poi gli indicò quanto stava accadendo.
Egli si limitò ad annuire, quindi fece un cenno ai suoi uomini e si mosse in quella direzione.
Schultz strinse appena gli occhi, infastidito dai fumi che ormai rendevano l'aria irrespirabile. La linea di difesa ormai si era sfrangiata in decine di scontri, nei quali gli uomini si affrontavano all'arma bianca.
Qualcuno lo spinse, egli barcollò e fece appena in tempo a farsi indietro per evitare il fendente di una vanga da trincea; subito dopo esplose uno shrapnel a distanza ravvicinata e le schegge roventi dilaniarono chi si trovava lì intorno. Il russo che aveva cercato di assalirlo crollò a terra crivellato, Schultz arretrò ancora, scivolò su qualcosa che gli parve un brandello di carne, fortunosamente recuperò l’equilibrio, poi si accorse che un altro reparto russo stava tentando uno sfondamento.
Sostituì il caricatore dell’MP40 e corse verso la mischia.
 
Il sergente Hofmann decapsulò una granata e la spedì fra i russi con un tiro a parabola di almeno trenta metri. Successivamente afferrò la pistola lanciarazzi e sparò in aria un altro bengala, che esplose in un lampo di luce biancastra e prese a scendere ondeggiando verso terra.
Si piegò per evitare una rosata di schegge. A poca distanza da lui, una granata cadde in mezzo a un gruppo di soldati ed egli fu investito da una sventagliata di sangue e brandelli di carne.
Scrutò ansante la pianura ormai costellata di cadaveri e vide che i russi stavano cominciando ad arretrare.
Un ufficiale, gli parve che fosse il capitano Schultz, stava guidando un contrattacco. Armati principalmente di armi bianche, i suoi uomini facevano il vuoto dove passavano.
Qualcosa esplose talmente vicino che lo spostamento d’aria lo fece barcollare e le orecchie presero a fischiargli. Sentì in bocca il sapore della terra e del sangue.
Qualcuno lo afferrò per una spalla. Si girò fulmineo, già pronto a difendersi, e si trovò faccia a faccia con il tenente Weber: Realizzò di essere finito lungo disteso da qualche parte. Il tenente gli disse qualcosa, ma la voce era coperta dalla cacofonia che rimbombava ovunque. Dal labiale gli parve che stesse chiedendo se stava bene e accennò di sì.
In quel momento, da dietro le linee entrò in azione un 105 e gli obici cominciarono a scoppiare tra i russi.
 
Quando il capitano Schultz riuscì finalmente a dare un’occhiata all’orologio, si accorse che dall’inizio dell’attacco  russo erano passati non più di quarantacinque minuti.
Fece girare lo sguardo tutt’intorno: il cielo era ancora piceo, le uniche fonti di luce erano i focolai d’incendio che crepitavano qua e là e i bengala che continuavano a essere sparati sul campo.
Il terreno davanti alla linea di difesa sembrava arato di fresco, i pochi alberi che l’avevano costellato erano ridotti a tronchi scheggiati. Finite le sparatorie, il silenzio che era calato sembrava quasi irreale.
Ovunque c’erano cadaveri, la maggior parte in uniforme color terra, ma anche Waffen-SS in grigioverde.
Vide i portaferiti chinarsi su ogni corpo, e perlopiù rialzarsi delusi. Solo dopo lunghe ricerche riuscirono a trovare qualcuno ancora vivo: era un russo, probabilmente un ufficiale a giudicare dalle mostrine, e si lamentava debolmente tenendosi le mani premute contro un fianco. Lo raccolsero con cura e lo portarono via.
Il capitano li seguì con lo sguardo fino a che non scomparvero nell’edificio adibito a ospedale, poi raggiunse la sua compagnia. Per quanto stanchi, i soldati erano impegnati a prestare i primi soccorsi ai feriti, alcuni aiutavano a trasportare le barelle di chi non riusciva a camminare. Da una parte, coperti dai teli individuali, erano allineati i caduti.
Chiamò a raccolta i suoi comandanti di plotone, ma ebbe l’amara sorpresa di scoprire che Lange era stato ucciso all’inizio dell’azione e von Auberg era stato portato all’ospedale da campo, non si sapeva quanto gravemente ferito.
Rimanevano solo Planck e Weber, il primo con un bendaggio di fortuna a un braccio, il secondo che  sembrava pronto per un’ispezione.
“Sarà meglio che vada a vedere come sono sistemati i feriti,” disse infine il capitano, “Weber, prenda lei il comando in mia assenza. Planck, rediga una nuova lista degli effettivi di ogni plotone. Sergente Hofmann, venga con me.”
Si incamminò serio, le mani allacciate dietro la schiena, le labbra serrate. Ogni tanto passavano barelle cariche di feriti, taluni ridotti in condizioni tali da mettere a dura prova anche la più solida fermezza d’animo.
Dopo un po’ il sergente Hofmann gli si affiancò e gli porse in silenzio una sigaretta già accesa. Schultz ringraziò con un cenno del capo, la prese come suo solito tra il pollice e l’indice, se la portò alle labbra e diede un lungo tiro.
Esalò il fumo con calma, quasi stesse espellendo con quello tutto l’orrore che lo stava tormentando, poi recitò: “Di fronte alle spade e di fronte alle bandiere il nostro riso si è spento./ Ma dopo tutto che importa! Noi saremo gli avi di nipoti che ridono.”[1]
 
 
 
 
 
 
 
 
[1] Il verso è di Walter Flex.
 
 
   
 
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